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Basilea 2: i contenuti, le prospettive per le imprese, le strategie industriali per generare profitto e crescere nella produttività

Di Marco Solferini

9 ottobre 2006

 


"Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia? E' il libero mercato"

* * *

"I soldi non dormono mai"

- Gordon Gekko – Wall Street -


 

Indice

Premessa


Prima Parte: Basilea 2: i contenuti, la storia, le prospettive per le imprese.
 

Seconda Parte: Forme di compensazione per le imprese di fronte all’applicazione del parametro.


Terza Parte: Profili di rischio e di opportunità.

 

 

Premessa

La piccola e media impresa italiana è prevalentemente caratterizzata da un rapporto con il mondo bancario, improntato alla diffidenza, giacché le banche rappresentano una componente importante per la crescita ed il consolidamento delle imprese, attraverso l’erogazione dei finanziamenti. Per la struttura del mercato creditizio, alcuni autori e diverse associazioni di settore, ritengono che l’applicazione dei parametri di Basilea 2 evidenzierà la sua criticità, ponendo le imprese innanzi ad uno standard, la cui ottemperanza avrebbe effetti dannosi per il sistema, se applicato in modo ortodosso, trasformando il parametro stesso in un dogma dell’attività creditizia.
 

Lungi dal volere ipotizzare una elasticità nell’applicazione di un parametro che avrebbe il pregio di omogeneizzare, sotto la comune alea della chiarezza il merito del credito, di fatto una caratteristica molto tipica e frequente per le PMI è quella del mutiaffidamento con finanziamenti provenienti da innumerevoli istituti di credito, il che spesso si accompagna alla prassi del localismo e del rapporto fiduciario di personalizzazione fra imprenditore e banca.
 

Il sistema Italia, con l’avvio delle grandi privatizzazioni e con il fenomeno delle aggregazioni su vasta scala dei gruppi bancari, stava già assorbendo questo costume tipico del rapporto impresa/banca tuttavia con l’applicazione di Basilea 2 si prospetta un accelerazione di contenuti che potrebbe denotare complicazioni. In base alle recenti indagini di mercato compiute da Unioncamere e K Finance emerge che una percentuale considerevole di imprese avrebbe un rating troppo basso per continuare a beneficiare del credito così come attualmente accade, il che comporterebbe costi enormi per le aziende, in larga parte non sostenibili.
 

Il problema si pone anche al centro di un ragionamento in termini di mercato del lavoro.
 

Accanto a codesta situazione si aggiunge che in Italia c’è una cultura della finanza fortemente disomogenea, le imprese devono concepire metodologie innovative, attingendo a vari ambiti e settori, nei c.d. confidi, nel vasto panorama del private equity e nel fund raising, ove possono rinvenirsi valide e meritorie alternative per il monitoraggio e l’ampliamento della propria produttività. La corporate governance deve aprirsi alle tecniche imprenditoriali più all’avanguardia e superare lo statismo di una “lotta” con il bilancio. Ancora oggi strumenti come la cartolarizzazione del credito, il ricorso a forme di incentivo per i dipendenti o il management quali la stock options o il profit sharing, sono osteggiate ed osservate con diffidenza. C’è un gap culturale da colmare con estrema attenzione, elementi questi che pur non essendo direttamente collegati al parametro di Basilea 2 sono assolutamente pertinenti al substrato economico e finanziario, nel quale il parametro di Basilea andrà ad operare.

 

Prima Parte: Basilea 2: i contenuti, la storia, le prospettive per le imprese.

I limiti strutturali dimostrati dal parametro di Basilea sostanzialmente si dimostrarono quando consentirono alle banche una maggiore temerarietà nella ricerca di soggetti cui prestare l’attività creditizia.
 

La sostanza che determinò la nascita di Basilea nel 1974, fu quella di voler regolamentare il sistema finanziario internazionale e solo nel 1988 la banca dei regolamenti internazionali elaborò quello che venne definito inizialmente l’accordo sul capitale e successivamente Basilea. La motivazione fu un evento che oggigiorno definiremmo un crack finanziario, quello di una banca tedesca, la Bankhaus Herstatt, di dimensioni non così elevate, che tuttavia aveva una particolare focalizzazione in operazioni sugli Stati Uniti, con valuta in marchi. A seguito dell’evento, non solo vi furono pesanti ripercussioni, come conseguenza immediata e diretta del default, nel mercato obbligazionario, ma si verificò altresì un preoccupante effetto domino che destabilizzò il sistema finanziario in senso stretto.
 

In sintesi rilevarono:

1) Ogni banca ha una politica finanziaria che si basa sull’impiego del capitale, non è vero che sono politiche identiche ed è solo parzialmente veritiero che si tratta di politiche simili, perché ogni banca, specie se appartenente a un gruppo, ha una propria logica industriale e finanziaria, per la produttività e per la crescita. Questo crea un articolazione dei contenuti in parte sconosciuta, negli effetti perversi che possono determinarsi, a seguito di un default.
2) Il sistema creditizio è più fragile del previsto perché, per quanto semplice nella sua struttura (tutti gli studenti sanno che il sistema bancario è nato nella c.d. favola degli orafi), diventa estremamente complesso nella sua maturità, fatta anche di relazioni vicendevoli fra istituti di credito, imprese ed organismi sovrannazionali.
3) Le banche sono pilastri del sistema finanziario, ma sono anche realtà dinamiche e non statiche, come tali possono generare un effetto domino che pregiudica il sistema finanziario stesso.

Nota bene: lo scrivente ritiene che a subire le influenze di una politica eccessivamente audace da parte delle banche, sarebbe il sistema finanziario, ma in misura minore il mercato borsistico; alcuni autori tendono a fare coincidere queste due entità tuttavia ritengo che il mercato dei capitali di borsa valori sia in grado di generare meccanismi per sopravvivere a un raffreddore del sistema bancario, pur provocando un pregiudizio agli investitori e mettendo a rischio la stabilità e l’efficienza del mercato, ma a differenza di quella finanziario, vero e proprio, il mercato borsistico subirebbe un danno, anche serio, ma non un tracollo definitivo. Motivo per cui sarebbe auspicabile che le aziende italiane puntassero con maggiore decisione verso la quotazione di Borsa e non solo per fare cassa, ma per aumentare il valore, la competitività e la produttività dell’impresa stessa.
 

L’accordo di Basilea prevedeva un coefficiente di ponderazione sempre pari al 100% e un rapporto fra capitale ed impiego, rilasciato alle imprese, pari all’8%, che fondamentalmente determinava la misura minima di sicurezza che la banca doveva detenere su di un capitale, qualora lo stesso fosse dato a prestito.
 

Il mercato era molto diverso rispetto a quello attuale ed era meno globalizzato per contenuti. Altresì era meno diversificato nei suoi impieghi. La realtà attuale è più articolata, come tale il mercato stesso ha espresso la inadeguatezza di un sistema ovviamente statico, che non genera sufficienti distingui di contenuti e parametra in modo scarso le variabili in capo all’azienda, quando domanda il credito. Incidono elementi come la limitata indagine circa le garanzie per il credito o la richiesta di altri strumenti a copertura del rischio, altresì sono influenti una disomogenea valutazione del rischio di mercato e una generica aleatorietà del frazionamento del portafoglio degli impieghi.
 

Non mancarono poi di influire, sul parametro di Basilea, lo svilupparsi di arbitraggi regolamentari soprattutto nell’area Ocse, che favorirono le banche nello sviluppo di impieghi verso soggetti economici il cui coefficiente di ponderazione era inferiore rispetto al 100% e come tale garantivano, in rapporto con il parametro di sicurezza dell’8%, cifre molto contenute a fronte delle somme erogate a prestito.
 

Il nuovo parametro è particolarmente attento al rischio di default più che di rendimento e pertanto differenzia il rischio a seconda della controparte, la quale si vedrà assegnata un coefficiente di ponderazione differente, a seconda del suo stato di salute finanziario, pur rimanendo fermo il parametro dell’8%. Ovvio che l’impresa in salute potrebbe beneficiare di un coefficiente di ponderazione inferiore al precedente 100% e come tale essere un “affare” per la banca perché le consentirebbe di accantonare una somma contenuta a fronte dell’impiego, tuttavia uno stato di salute dell’impresa insufficiente attribuirebbe alla medesima un coefficiente superiore a 100%, il che sarebbe un “peso” per la banca, come tale la stessa dovrà esigere maggiori garanzie, da parte dell’impresa, oppure non concedere il credito stesso.
 

E’ facile intuire le perplessità e i timori della componente imprenditoriale di fronte a questa evenienza.
I tre principali rischi contemplati dal parametro di Basilea 2 sono:

• il rischio di credito
• il rischio di mercato
• il rischio operativo

Il coordinamento di questi tre rischi determina il requisito patrimoniale minimo che dovrà essere detenuto dalla banca. Il coefficiente di ponderazione varierà a seconda del rating che sarà attribuito a ciascuna impresa. Il rating è un meccanismo assai semplice perché attribuisce una valutazione a fronte di una scala prefissata di valori, cui parametrare il rischio. Genericamente è espresso con delle lettere.
La definizione del rating potrà essere espressa attraverso due distinte metodologie:

• standard – valutazioni esterne.
• interno – modelli sviluppati dalle banche.

Quest’ultimo metodo, c.d. interno, si differenzia in base alla complessità, fra il c.d. IRB foundation o IRB advanced. Il primo sarà adottato dalle banche di medie dimensioni, il secondo da quelle di grandi dimensioni, la differenza sta anche, se non soprattutto, nella competenza e nella professionalità che le stesse banche sapranno esprimere.

 

Ritiene lo scrivente che le banche di grandi dimensioni, che abbiano acquisito altri istituti di credito, dovranno comunque prima risolvere i problemi di omogeneità dei sistemi informatici fra le filiali e gli istituti coinvolti e solo in un momento successivo potranno applicare il modello IRB advanced. In mancanza sarebbero esposte a ricorsi sul merito delle valutazioni espresse.
 

Il rischio del credito a sua volta sarà calcolato attraverso il coordinamento di quattro parametri:

• probabilità di inadempienza: indica la probabilità che una parte non sia in grado, entro un lasso di tempo convenzionale e prestabilito pari a un anno, di fare fronte agli impegni assunti.
• perdita in caso di inadempienza: indica la misura della perdita così come stimata, nel caso di un default.
• esposizione in caso di inadempienza: indica l’entità dell’esposizione della banca al momento del default.
• scadenza: rappresenta la vita del finanziamento intesa in termini temporali.

 

Seconda Parte: Forme di compensazione per le imprese di fronte all’applicazione del parametro.

Tabella di Rating

Rating Moody's Fitch S&P Significato
AAA Aaa AAA AAA, AAA- Qualità massima
Massimo grado di affidabilità.
AA Aa, Aa1, Aa2, Aa3 AA, AA-, AA+ AA, AA-, AA+ Qualità alta
Elevata affidabilità per quanto concerne il pagamento del capitale più interessi.
A A, A1, A2, A3 A, A-, A+ A, A-, A+ Qualità medio-alta
Buona probabilità di rimborso del capitale più interessi.
BBB Baa, Baa1, Baa2, Baa3 BBB, BBB-, BBB+ BBB, BBB-, BBB+ Qualità media
Adeguata probabilità, nell’immediato, di rimborso del capitale più interessi.
BB Ba, Ba1, Ba2, Ba3 BB, BB- BB+ BB, BB- BB+ Qualità medio-bassa
La capacità di onorare il servizio del debito è molto bassa nel lungo periodo. Le condizioni di medio lungo periodo subiscono l’influenza dell’andamento dell’economia globale.
B B, B1, B2, B3 B, B-, B+ B, B-, B+
CCC Caa, Caa1, Caa2, Caa3 CCC, CCC-, CCC+ CCC, CCC-, CCC+ Qualità bassa
Elevata probabilità di mancato rimborso delle obbligazioni.
CC Ca CC, CC-, CC+ CC, CC-, CC+
C C C, C-, C+ C Speculazione massima
Probabilità di pagamento molto basse. Spesso la società versa in uno stato di fallimento o procedura concorsuale.
DDD DDD DDD DDD Default
Insolvenza.
DD DD DD DD
D D D D


L’importanza del rating è evidente: condiziona direttamente il rapporto con il coeficiente, indicando in che misura lo stesso dovrà essere applicato all’azienda.

Ecco che un impresa con rating A riceverà un coeficiente pari a 50%, mentre un impresa con rating C lo riceverà pari a 150% il che, con requisito patrimoniale che rimane fisso all’8%, produce il seguente esito, nell’ipotesi di un prestito per 50.000 euro:

Impresa con rating A Impresa con rating C
50.000 x 8% x 50% = 2000 50.000 x 8% x 150% = 6000

L’impresa senza rating come pure il rating intermedio (indicativamente B) rimangono al 100%

Si noti che l’impresa con rating A rappresenta un opportunità di guadagno tre volte superiore a quella con rating C, in particolare infatti Basilea 2 tende a dimostrare il proprio peso, nel privilegiare un impresa piuttosto che un'altra, attraverso il paragone. Questo è un concetto molto sensibile per le banche, che ragionano in termini matematici e come tali si affidano all’empirica certezza dei numeri.

Come si evince dalla tabella, il coeficiente tende a variare in rapporto al rating rilasciato, ciò pone alcune considerazioni come necessarie:

• un impresa senza il rating beneficia di un coefficiente di ponderazione uguale a quello di cui beneficia l’impresa con un rating B.
• a parità di tasso medio attivo dalla banca, imposto sul prestito, il ritorno in termini di ricavo per l’istituto di credito, nei confronti dell’impresa a più alto rischio, stante la quota che è richiesta sia accantonata, è più basso.

Alcuni autori ipotizzano che le banche fisseranno un minimo di ritorno e a seconda del coefficiente di ponderazione chiederanno tassi di interesse più elevati alle imprese che hanno coefficienti di ponderazione (quindi rating) più bassi, ritengo tuttavia che questa ipotesi sia scarsamente percorribile, quantunque non sia da escludere in alcuni casi specifici, molto più probabile sarà la richiesta ulteriore e aggiuntiva di garanzie patrimoniali personali, da parte dell’imprenditore, per superare lo schermo protettivo delle società di capitali, nella responsabilità delle imprese. Mi meraviglia che le Associazioni imprenditoriali, su questo punto, non siano ancora intervenute, giacché sarebbe modificabile in termini legislativi e andrebbe a tutto vantaggio delle imprese.
 

In questo senso peraltro si dovrebbe leggere la possibile incidenza che sulla voce: perdite in caso di inadempienza (c.d. Loss Capital Default – L.C.G.) assumono le garanzie reali o personali, garanzie che in ogni caso devono, se provenienti da terzi, essere di ottima fattura, almeno una “A” per le imprese e con un rating migliore rispetto a quello del soggetto beneficiario del finanziamento, se di carattere personale.  Sono invece state escluse le garanzie collettive tipiche dei Confidi.
 

Una politica dei tassi di interesse non ritengo sia né praticabile né auspicabile giacché porterebbe a delle storture enormi con le politiche sovrannazionali della B.c.e., inasprirebbe inoltre enormemente il conflitto con le associazioni imprenditoriali, quantunque forse favorirebbe il mercato delle fusioni & acquisizioni.
 

Quest’ultimo passaggio merita sicuramente un breve approfondimento; è un dato di fatto eccellente che l’impresa non solo sarà chiamata, dalla banca, a raccontare tutto ciò che è stata nonché i “come” e i “perché” di determinate scelte manageriali, ma soprattutto dovrà evidenziare che cosa ha intenzione di essere nei prossimi anni. Il problema si sposta quindi dall’analisi del mero bilancio, alla comunicazione dell’impresa. Si tratterà di ragguagliare la banca circa le prospettive future, stendendo dei rapporti qualificati e argomentati, che siano esaustivi e realmente esplicativi della politica economica e produttiva dell’azienda. Le PMI affronteranno problemi in questo senso, ma non si esclude ed anzi è auspicabile, che questo favorisca un processo di integrazione fra le imprese, attraverso le fusioni e acquisizioni che produrrebbero i seguenti esiti:

1) Un restyling del bilancio e un outlook positivo con conseguente rating favorevole.
2) L’ingresso di un socio venture capital che apporti la propria competenza nel consiglio di amministrazione in termini di comunicazione aziendale.
3) Una maggiore competitività con un nuovo piano industriale.

La recente riforma del diritto societario e l’altrettanto recente riforma del mercato del lavoro con la c.d. legge Biagi, favoriscono questo genere di integrazioni che punterebbero in particolare alla produttività.
 

Si vuole sottolineare come le attuali tecniche di fund raising nella sponsorizzazione dell’impresa e dei prodotti dell’impresa sono la più chiara esemplificazione pratica di come la stessa azienda può comunicare con il mercato e nel contempo implementare il proprio business di competenza.
 

Si consigliano vivamente tecniche di fund raising per lo sviluppo dell’impresa post fusione e/o acquisizione.

 

Parte Terza: Profili di rischio e di opportunità.

In base a un analisi compiuta nel merito della suddivisione operata (per la loro diversificazione le imprese vengono scomposte, nell’ottica di Basilea 2, in varie sottoclassi, orientate in base al finanziamento da erogare fra cui, a titolo esemplificativo: attività materiali con destinazione specifica, finanziamento di progetti, immobili da investimento e/o commerciali) emerge con estrema chiarezza che l’impresa, prima di presentarsi per la domanda di finanziamento, deve effettuare un attento check up delle proprie potenzialità. Sottolineo in particolar modo il ruolo che i sistemi di strategic management accounting sono in grado di apportare, in particolare i c.d. sistemi di supporto della strategia e cioè le tecniche in grado di valutare la validità e la coerenza delle strategie aziendali. L’importanza è fondamentale se si comprende che la produttività dell’impresa si esprime spesso attraverso le sue potenzialità, i c.d. intangibles, cioè quei fattori che, difficilmente oggetto di statistica, non permettono una misurazione d’insieme. I sistemi integrati permettono di analizzare in modo estremamente minuzioso l’impresa e accompagnati dalla due diligence legale sono perfettamente in grado di offrire un quadro completo e veritiero delle potenzialità aziendali.
 

Basilea2 rappresenta un rischio per le imprese solo nel momento in cui si tratterà di “chiedere” per poi “sentirsi rispondere”; ovvio che posta in questi termini la questione oltre che sperequativa rischia di sfociare in un aspro contrasto fra le parti coinvolte.
Drammaticamente l’offerta di soluzioni, per le imprese, in questo settore, è di profilo piuttosto basso, i grandi studi di diritto internazionale e commerciale sono in grado di offrire un servizio completo ed esaustivo, ma richiedono parcelle molto onerose per una piccola e media impresa, viceversa il singolo professionista spesso ha competenze mirate a un determinato ambito di riferimento; sono interessanti gli operatori che si pongono nel c.d. middle market e che creano realtà associative fra commercialisti, professionisti forensi nel diritto commerciale ed economisti. Un servizio di base integrato, potrebbe agevolmente convenzionarsi con i principali operatori del settore associazionistico imprenditoriale.
 

E’ veramente necessario fare passi da gigante per adeguare il sistema Italia, nella sua spinta competitiva; basta porsi il seguente quesito: se in seguito a un analisi di marketing circa l’andamento delle vendite o con riferimento alla customer satisfaction in un determinato settore, emerge con chiarezza che lo stesso presenta multipli di crescita particolarmente elevati, tali da rappresentare nel medio periodo, in una logica di budgeting per le spese in promozione e pubblicità, una scelta strategica di business, un applicazione ortodossa del parametro di Basilea 2 comporterebbe un danno quantificabile in sede giudiziaria per il costo opportunità negato a un impresa in termini di investimenti e sviluppo? Si potrebbe argomentare che è fisiologico che un impresa conosca delle fasi di contrazione del mercato e sia come tale chiamata, in certuni casi, ad operare anche in perdita, per poi generare flussi di cassa in grado di compensare il periodo di difficoltà al momento del c.d. break event, cioè al ritorno di produttività in bilancio con un guadagno. Le logiche degli investitori, in particolare dei fondi di investimento, guardano molto ad indici quali il ROE o l’EBITDA che genericamente “tollerano” questo modo di porsi nei riguardi dell’investimento, in termini previsionali.
 

Ovvio comprendere quanto enormi siano le implicazioni coinvolte.


Un ringraziamento speciale al Professor Renzo Costi per essere stato il mio relatore durante la tesi di laurea in Diritto dei Mercati Finanziari con titolo: L’attività di collocamento dei prodotti finanziari.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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