I redditi da investimento finanziario, plusvalenze, dividendi e
interessi, sono "redditi", e non "rendite". Il termine "rendita"
nelle scienze economiche ha tutt'altro significato, definisce il
guadagno che deriva dalla proprietà della terra. L'uso errato del
termine sembra voler suggerire l'idea che i percettori di redditi
finanziari, i risparmiatori, siano dei parassiti che vivono,
appunto, "di rendita", senza produrre nulla. La realtà è ben
diversa. Chi oggi non dedica tempo, lavoro, energie e soldi nella
personale ricerca del miglior investimento finanziario, e investe
a caso, sicuramente non sta guadagnando niente, anzi sta
rimettendoci. Chi si affida alla gestione altrui non arricchisce,
ma fa arricchire il gestore. Se oggi si vuole avere dei redditi
reali dagli investimenti finanziari, occorre divenire dei trader a
livello semiprofessionale, o almeno provarci; ed è questo che
hanno fatto decine di migliaia di risparmiatori. Il lavoro di
investimento finanziario è un lavoro durissimo, senza orari né
ferie, ad altissimo rischio (soprattutto in Italia, dove sono
carenti o inesistenti delle reali protezioni per i risparmiatori),
lavoro che richiede una preparazione e un impegno enormi,
continui, impensabili.
In
materia di risparmio e tassazione del risparmio vi è una diffusa
mancanza di conoscenza. In troppi esprimono pareri sulla base di
irreali concezioni demagogiche ed ideologiche, senza il fondamento
di una precisa conoscenza tecnica della questione. Gli errori più
grossolani che solitamente si fanno sono sostanzialmente due. Il
primo consiste nel considerare il reddito finanziario nominale, e
non quello reale, cioè depurato dall'inflazione che colpisce il
patrimonio investito. Il secondo errore viene commesso quando si
vuol mettere sullo stesso piano le aliquote nominali di imposte
profondamente diverse fra loro quali sono, dettagliatamente,
l'imposta sul reddito delle persone fisiche, l'imposta sui redditi
societari che colpisce le imprese, e l'imposta sostitutiva che
viene invece applicata ai redditi finanziari: la diversa
formazione della base imponibile di ciascuna di queste imposte fa
sì che una ipotetica identica aliquota nominale, poniamo del 20%,
pesi molto di più nel caso di imposta sostitutiva, nettamente di
meno per l'imposta sul reddito delle persone fisiche, e ancor meno
per l'imposta sulle imprese. Il mettere sullo stesso piano le
aliquote nominali delle tre diversissime imposte, così come il non
tenere conto dell'inflazione che colpisce i risparmi, possono
anche essere fatti in buona fede, ma costituiscono tuttavia
grossolane manifestazioni d'incompetenza.
Esaminiamo sinteticamente quali sono le tipologie più comuni di
redditi da investimento finanziario:
-
dividendi: parte degli utili di una società distribuita agli
azionisti. Il risparmiatore che investe acquistando azioni di una
società diviene comproprietario pro quota di quella società;
- plusvalenze o capital gains: differenza tra il prezzo di
acquisto e quello di vendita di uno strumento finanziario, azione,
obbligazione, future, ecc.. Il risparmiatore, con un difficile
lavoro di trading, cerca di guadagnare sulla differenza di prezzo,
rischiando però molto seriamente di perdere;
- interessi: remunerazione del capitale prestato. Il
risparmiatore, investendo in (cioè comprando) obbligazioni (bond)
emesse o da stati (BTP, BOT, Bund.) o da società private
(corporate), presta loro soldi, rischiando di non riaverli
indietro (bond Cirio, bond argentini), e in cambio riceve un
interesse. Non rendono più quasi nulla, invece, depositi e conti
correnti, anzi questi ultimi spesso generano costi netti per il
correntista.
In
tutti e tre i tipi di redditi finanziari ora visti, vi è un
reddito - guadagno reale solo se a fine anno l'accrescimento
monetario del denaro del risparmiatore è superiore alla perdita di
valore, di potere d'acquisto del denaro stesso, cioè se è
superiore all'inflazione effettiva; altrimenti c'è una perdita
reale (o rendimento reale negativo). In questi ultimi anni i
guadagni monetari sono stati e sono tuttora mediamente inferiori
all'inflazione effettiva, quindi i risparmiatori stanno perdendo
ricchezza; questo ha generato la corsa all'acquisto degli
immobili, con conseguente bolla speculativa immobiliare. In
sintesi, il vero reddito, ipoteticamente da tassare, sarebbe
quello che rimane dopo aver sottratto l'inflazione al rendimento
nominale: invece oggi l'imposta colpisce tutto il reddito, anche
quella parte annullata dalla perdita del potere d'acquisto dei
risparmi investiti. Ciò nonostante, in occasione delle finanziarie
degli ultimi anni, sono state da più parti avanzate pressanti
proposte di un ulteriore aumento della tassazione del risparmio.
Vari
economisti, come Luigi Einaudi, hanno storicamente espresso seri
dubbi sulla opportunità e utilità della tassazione dei redditi da
investimento finanziario, tassazione ritenuta controproducente per
lo sviluppo del paese; ciò in quanto:
1. il
risparmio è denaro, moneta, e come tale è soggetto ad inflazione,
cioè a perdita di potere di acquisto, ovvero a perdita di valore.
Questa perdita di valore va a favore dello stato, uno stato
debitore in quanto è lui, direttamente o tramite enti da lui
controllati, che emette tale moneta. Quindi l'inflazione è una
tassa, anzi, è il più pesante e subdolo tributo di cui già si
avvantaggia lo stato. Tutti sperimentiamo quotidianamente che in
Italia c'è un'inflazione ben superiore a quella ufficialmente
dichiarata dall'ISTAT: questa inflazione reale è il tributo che i
risparmiatori già pagano al fisco, cui si aggiunge l'attuale
imposta sostitutiva del 12,5% che ora si vorrebbe aumentare;
2. i possessori di grandi patrimoni mobiliari non verranno
minimamente scalfiti da tale aumento della tassazione sui redditi
finanziari, in quanto costoro o hanno già la residenza fiscale
all'estero, o hanno messo in atto escamotage di fiscalità
internazionale, quali i trust offshore, per cui già oggi non
pagano all'Italia un centesimo di tasse su tali grandi capitali
mobiliari, né l'Italia può e potrà fare nulla contro di loro;
quindi l'aumento della tassazione sui redditi finanziari di fatto
andrebbe a colpire solo i piccoli e medi risparmiatori;
3. i risparmiatori sono stati i soggetti più svantaggiati nella
redistribuzione del reddito degli ultimi anni, tra rendimenti
reali negativi, crollo della new economy, crack di società quotate
(Parmalat, Cirio, Ferruzzi.); nel contempo i prezzi degli
immobili, ritenuti l'unico vero bene rifugio tutelante
dall'inflazione, sono saliti alle stelle gonfiati per di più dai
tassi di interesse ai minimi del secolo;
4. decine di migliaia di risparmiatori nei decenni scorsi hanno
ripopolato Svizzera, Montecarlo e Austria, fuggendo dall'Italia,
portando via i loro soldi anche quando il farlo costituiva reato,
pur di difenderli dallo stringersi della tenaglia fisco -
inflazione; far fuggire anche gli ultimi rimasti sicuramente non
aiuta l'Italia a risalire la china dello sviluppo economico. Se
verrà elevata l'aliquota sui redditi finanziari l'Italia avrà
perso per tali risparmiatori l'ultima debole attrattiva che le era
rimasta. Di paradisi fiscali sparsi per il mondo (o neanche troppo
lontani) che li aspettano a braccia aperte, e già pieni di
Italiani, ne trovano quanti ne vogliono. E gli anni '60 e '70
hanno ampiamente dimostrato che i capitali in fuga non possono
essere fermati;
5. la diminuzione dei redditi da risparmio, annientati dalla morsa
bassi rendimenti - aumento della tassazione, ha devastanti effetti
depressivi su economia e consumi, innestando una spirale di
stagnazione che può durare decenni, come è successo in Giappone;
6. la fuga dagli investimenti finanziari spingerebbe la gente ad
investire ancora di più in immobili, e quindi causerebbe un
ingigantirsi della bolla speculativa immobiliare, con prezzi degli
immobili già ora insostenibili;
7. a livello di Scienza delle finanze, il beneficio per l'erario
derivante dall'aumento della tassazione sui redditi finanziari è
irrisorio e quanto mai incerto, con più svantaggi che vantaggi,
mentre ne è ben chiara la creduta valenza politico-demagogica,
oltretutto nettamente obsoleta in relazione all'attuale
composizione del patrimonio della maggioranza degli Italiani;
8. chi ha risparmi da investire in strumenti finanziari, ha tali
risparmi perché ha messo da parte una quota dei suoi redditi:
redditi già tassati dall'imposta sul reddito nei periodi fiscali
in cui sono stati percepiti; i risparmi sono quindi reddito già
tassato;
9. i dividendi, in quanto utili societari, sono già tassati in
capo alla società, la quale li distribuisce al netto dell'imposta
societaria ai risparmiatori-azionisti, i quali poi, nuovamente,
pagano l'imposta sostitutiva su di essi; i dividendi sono quindi
già doppiamente tassati;
10. le plusvalenze e gli interessi sono guadagni per chi li
percepisce, ma perdite per chi li paga: il saldo finale per
l'intera economia è zero, non vi è valore aggiunto assoggettabile
equamente a tassazione, né motivi equi per cui il fisco si
intrometta tra chi perde e chi guadagna;
11. certi industriali non possono scaricare la colpa del mediocre
andamento delle loro imprese sul carico fiscale che subiscono, di
fatto bassissimo: l'aliquota sul reddito d'impresa è fittizia,
visto che si applica non su tutto il reddito, ma solo sul reddito
imponibile, e qualsiasi commercialista è in grado di decimare
l'imponibile del reddito d'impresa. Tutta una serie di fasce
esenti, deduzioni e detrazioni sono previste per tutti gli altri
tipi di reddito, a cominciare dal reddito da lavoro dipendente. Le
aliquote sui redditi finanziari, invece, si applicano senza sconti
su tutto il reddito, fino all'ultimo centesimo, non essendovi
alcuna possibilità di dedurre costi e spese dall'imponibile. Si
applicano anche sulle perdite da inflazione. Quindi il paragonare
l'aliquota solo nominalmente più alta del reddito d'impresa o di
lavoro a quella del 12,5% sui redditi finanziari non ha senso. Il
vero problema, insormontabile, è che il costo del lavoro italiano
è dieci volte quello cinese o indiano;
12. per i risparmiatori le perdite finanziarie (minusvalenze) sono
deducibili dal reddito imponibile solo per quattro anni, quando i
cicli economici e di borsa durano ben più di quattro anni.
Esemplificando molto, se nell'arco di dieci anni il risparmiatore
ha guadagnato 10 e perso 20, con un risultato finale netto
negativo (perdita) di -10, ha comunque buone probabilità di pagare
tasse come se avesse guadagnato +5: può sembrare assurdo, ma è
così, questa è la legge in vigore;
13. gli stessi trader professionisti additati come "speculatori"
sono decine di migliaia di onesti lavoratori che producono
ricchezza, contribuiscono a far affluire denaro in borsa, non
chiedono i sussidi o il pizzo a nessuno, pagano l'inflation tax e
l'imposta sostitutiva fino all'ultima lira, e se operano anche
sulle borse estere portano e spendono i loro profitti in Italia:
non si capisce perché questo settore che produce ricchezza e
occupazione debba essere penalizzato da misure fiscali punitive;
14. è semplicemente priva di senso l'affermazione che l'aumento
dal 12,5% al 20% dell'aliquota su BOT e guadagni di borsa verrebbe
compensato dalla diminuzione dal 27 al 20% della tassazione sui
conti correnti (in questo consisterebbe la cosiddetta
"armonizzazione delle aliquote"): i conti correnti non rendono
praticamente nulla, anzi, spesso danno rendimenti infinitesimali
ben inferiori al loro costo, servono solo a parcheggiare moneta;
su cosa verrebbe abbassata l'aliquota dal 27 al 20%, sul nulla? Il
reddito per i risparmiatori viene dai BOT e dai guadagni di borsa:
l'"armonizzazione" delle aliquote maschera, male, un aumento della
tassazione del risparmio;
15. l'altro pretesto addotto a sostegno dell'aumento della
tassazione del risparmio, la pretesa necessaria "armonizzazione"
della nostra tassazione a quella degli altri paesi europei, è
anch'esso infondato: la tassazione dei redditi finanziari (come
dei profitti d'impresa) nei 25 paesi europei e' diversissima, e vi
sono paesi in cui i redditi finanziari sono completamente esenti
da tassazione; sulla tassazione dei redditi finanziari ogni paese
va avanti per conto suo. Da sottolineare comunque che nei paesi
dove esistono già misure fiscali vessatorie, le banche e le SIM
non irrilevanti che si occupano esclusivamente di investimenti in
borsa, per ciascuna nazione, non arrivano alle dita di una mano:
in Italia, costituendo un patrimonio di professionalità e di
lavoro tutto italiano, ne sono oltre 20, tra cui le migliori e le
più grandi d'Europa, e tra le più efficienti e convenienti al
mondo; in caso di aumento della tassazione sul risparmio almeno la
metà saranno costrette prima ad appesantire le commissioni e poi a
chiudere i battenti, licenziando i dipendenti. La vera tendenza
internazionale, a partire dagli USA, è per una consistente
diminuzione della tassazione sui redditi finanziari al fine di
attrarre i capitali indispensabili per lo sviluppo. Purtroppo in
Italia certi industriali non amano finanziarsi tramite i normali
canali finanziari e le Borse, e dover così rispondere del loro
operato di fronte ai risparmiatori e al mercato. Non ha quindi
alcun senso parlare di armonizzazione. E poi si pagano tasse per
avere dei servizi: ordine pubblico, giustizia, sanità: i servizi
offerti dallo stato agli Italiani non sono neanche paragonabili a
quelli dei migliori paesi europei.
L'Italia non subisce alcun declino se gli Italiani preferiscono
essere risparmiatori, azionisti o creditori di imprese dislocate
all'estero, invece che operai della Fiat. Agli Italiani vanno gli
utili, la ricchezza, e all'estero va il lavoro più usurante.
La realtà, la verità, è che all'Italia non servono industrie
inquinanti, manodopera importata e inutili burocrati, ma l'Italia
ha, quasi unica al mondo, i requisiti di storia, arte, clima,
gastronomia, ambiente per divenire la residenza stabile e/o la
meta turistica dei ricchi del mondo, e che ciò può portarci ben
più ricchezza di qualsiasi altra tipologia di sviluppo economico.
Potremmo divenire la Florida dell'Unione Europea, potremmo vivere
in un paradiso per benestanti, invece che, tartassati, in un
inferno di extracomunitari, di criminalità, spaccio,
prostituzione, di inquinamento e di rumori.
Sarebbe molto più intelligente difendere il patrimonio ambientale
e culturale, la qualità della vita, e attirare i ricchi,
detassando tutti i redditi tipici dei ricchi, tra i quali anche
quelli finanziari. L'eliminazione dell'attuale imposta sostitutiva
su plusvalenze, dividendi e interessi, stimolerebbe l'investimento
in borsa e restituirebbe vitalità a quel meccanismo economico di
circolarita' della ricchezza che dovrebbe essere ben conosciuto da
Quesnau in poi. Tale meccanismo circolare della ricchezza,
generato dall'investimento del risparmio, e al quale la
speculazione finanziaria dà stimolo ed energia, dovrebbe
costituire il riferimento obbligato per chiunque voglia
sensatamente pronunciare la parola "sviluppo".
Ricordo infine che la nostra Costituzione agli articoli 42 e 47
tutela, unitamente alla proprietà privata degli immobili, il
risparmio in tutte le sue forme.
Per la crescita della ricchezza di ciascun Italiano e dell'Italia
tutta non è necessario che "qualcun altro" paghi più tasse. La via
maestra è ridurre sprechi e spese, meno stato e più mercato, e non
più tasse a questo o a quello.
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