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Diritto di Voto, di intervento e di impugnativa: Gli effetti delegittimanti del sequestro penale in capo al socio di Società per Azioni [1]

Di Ferdinando Bruno, Avvocato [2]

14 marzo 2008

 

La Corte di Cassazione esamina il destino dei diritti amministrativi, ed in particolare il diritto di voto, di intervento e di impugnativa, del socio di s.p.a. in caso di sequestro penale di azioni. A tal fine, la Suprema Corte si avvale sia della giurisprudenza penale che di quella civile, per giungere alla ricognizione di una perdita di legittimazione del socio, rispetto a tali diritti, nell'ipotesi prevista dall'art. 321 c.p.p..

La pronuncia offre diversi e vari spunti meritevoli di attenzione, anche alla luce della riforma del diritto societario.

 

Il caso:

 

In data 5 settembre 1996 l'assemblea della SOCIETÀ A, il cui capitale era costituito da azioni interamente intestate alla Società Gestione per il Realizzo S.p.A., ma sottoposte a sequestro penale, deliberò, con il voto favorevole del custode giudiziario di dette azioni, avv. F.L., di non approvare il bilancio d'esercizio relativo all'esercizio precedente e di autorizzare l'esperimento dell'azione sociale di responsabilità nei confronti dell'amministratore, ing. F., il quale si vide altresì revocato dalla carica ai sensi dell'art. 2393, comma 3, c.c. Sia l'ing. F. sia la SOCIETÀ B impugnarono dette deliberazioni dinanzi al Tribunale di Roma, per sentirne dichiarare la nullità o la giuridica inesistenza o comunque per sentirne pronunciare l'annullamento, sostenendo che il custode giudiziario non aveva il potere d'intervenire in assemblea ed esercitare il voto in luogo del socio titolare delle azioni sequestrate e che, in ogni caso, quel voto era stato espresso in situazione di conflitto di interessi, con abuso di potere ed in assenza di una giusta causa idonea a giustificare la revoca dell'amministratore. La SOCIETÀ B chiese anche la condanna del custode al risarcimento dei danni. Il tribunale, riuniti i giudizi, rigettò le domande proposte dagli attori, e tale decisione, a seguito di gravame, fu confermata dalla Corte d'appello di Roma con sentenza depositata il 29 maggio 2001. La corte d'appello, dopo aver preliminarmente rilevato il difetto di legittimazione della SOCIETÀ B ad impugnare le deliberazioni in esame, in conseguenza del mancato deposito del certificato azionario richiesto dall'art. 2378, comma 2, c.c., ritenne che, alla stregua di quanto in concreto disposto nel provvedimento di sequestro penale delle azioni della SOCIETÀ A, il diritto di voto inerente a dette azioni fosse stato conferito col medesimo provvedimento al custode giudiziario, il quale dunque legittimamente lo aveva esercitato intervenendo in assemblea in luogo dell'azionista. Aggiunse che la revoca dell'amministratore era comunque legittima e che, assumendo la deliberazione contestata, il custode non aveva ecceduto l'ambito dei poteri di ordinaria amministrazione affidatigli. Escluse, poi, che l'avv. Lettera – in quanto commissario governativo della Fderconsorzi, che a suo tempo aveva venduto alla SOCIETÀ B le azioni della SOCIETÀ A – fosse portatore di interessi in conflitto con quelli della SOCIETÀ B, o avesse comunque interessi contrastanti con la corretta gestione della SOCIETÀ A. Osservò, infine, che l'opinabilità o l'infondatezza dei rilievi mossi al bilancio ed all'operato dell'amministratore non erano di per sé soli rilevatori di una situazione di conflitto di interessi o di un vizio di eccesso di potere inficiante le deliberazioni impugnate. Avverso tale sentenza l'ing. F e la SOCIETÀ B hanno proposto separatamente ricorso. Ad entrambi i ricorsi hanno replicato, con altrettanti distinti controricorsi, la SOCIETÀ A e l'avv. L. La Corte ha deciso con la sentenza riportata in premessa che di seguito si esaminerà negli aspetti più rilevanti, tentando di evidenziare, ove possibile, le recenti innovazioni della riforma del diritto societario[3] in relazione alle norme esaminate dai giudici di legittimità.

 

2. In primis, con riguardo alla legittimazione dell'esercizio del diritto di voto in presenza di un sequestro penale previsto dall'art. 321 c.p.p., la Suprema Corte chiarisce immediatamente come tale sequestro abbia una diversa funzione rispetto alle ipotesi di sequestro giudiziario o conservativo di azioni di società[4], indi la giurisprudenza civile formatasi in relazione alle predette fattispecie non appare utilizzabile nel caso de quo, per la cui soluzione la Corte dichiara di volersi fondare sulla sola giurisprudenza penale. In merito alla fattispecie esaminata, va preliminarmente evidenziato come l'art. 321 c. 2 c.p.p. autorizza il giudice "a disporre il sequestro delle cose di cui è consentita la confisca": a tal fine, la giurisprudenza ritiene sufficiente, sulla base degli elementi indicati dall'accusa, la configurabilità, anche solo in linea astratta, di un reato e la possibilità che le cose da sottoporre alla misura siano suscettibili di confisca[5].

 

Diversi possono essere i beni oggetto di sequestro penale, che può riguardare anche le quote o azioni di una società di capitali: la ratio è rinvenuta nel fatto che, essendo le quote o azioni anzitutto rappresentative della misura della partecipazione di ciascun socio alle assemblee e quindi alla formazione della volontà della compagine,  risulta chiara la idoneità del vincolo costituito dal sequestro a impedire, sia pure in modo mediato e indiretto, la consumazione di altri reati attraverso la utilizzazione delle strutture societarie[6]. Dunque, "il sequestro preventivo delle quote o delle azioni sociali è idoneo ad impedire la commissione di ulteriori reati, pur se in maniera mediata e indiretta, poiché esso priva i soci dei diritti relativi alle quote, mentre la partecipazione alle assemblee ed il diritto di voto (anche in ordine all'eventuale nomina e revoca degli amministratori) spettano al custode designato in sede penale"[7].

 

Tali indicazioni sono state pienamente recepite dalla Suprema Corte nel provvedimento esposto in narrativa; i giudici di legittimità hanno anzitutto ribadito la funzione del sequestro penale preventivo, concepito dal legislatore per fronteggiare il pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato medesimo, oppure possa agevolare la commissione di altri reati. I predetti giudici hanno poi rilevato come, nel caso in cui il sequestro preventivo penale abbia ad oggetto beni di particolare natura, quali le azioni o le quote di società, il sequestro debba necessariamente colpire  i diritti e le facoltà ad essi inerenti, e primi fra tutti i cosiddetti diritti amministrativi (o corporativi) del socio, ivi compresi il diritto d'intervento[8] e di voto in assemblea[9], attraverso cui si esplica la libera disponibilità, delle predette azioni o quote di società.

 

Un effetto naturale del sequestro penale è, quindi, l'attribuzione al custode, in luogo del socio, dei predetti diritti i quali non possono essere scissi, secondo i giudici di legittimità, essendo il diritto di intervento naturalmente - ma non necessariamente - connesso col diritto di voto ed essendo ipotizzabile  sono in specifiche ipotesi l'esistenza di un diritto del socio di partecipare ad un'assemblea in cui egli non possa invece votare, con conseguente invalidità della deliberazione alla quale non sia stato posto in grado di intervenire. Viene tuttavia evidenziato come i diritti attribuiti al custode ben possono essere definiti o limitati dal giudice penale nel disporre il sequestro[10]. Nel caso di specie, la Corte non ha rilevato esistere limiti in proposito, ed ha rigettato l'obiezione del ricorrente che contestava l'assenza, del provvedimento di sequestro, di una puntuale indicazione dei diritti attribuiti. Priva di rilievo, affermano poi correttamente i Giudici di legittimità, appare il distinguo tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, che non è certamente idoneo a segnare il limite della legittimazione del custode giudiziario ad esprimere in assemblea il voto inerente alle azioni sequestrate, dovendosi invece unicamente aver riguardo alla corrispondenza funzionale del voto alle esigenze per le quali il sequestro è stato disposto.

 

La Suprema Corte ha poi affrontato il tema della legittimazione del socio ad impugnare[11] le deliberazioni assembleari assunte con il voto favorevole del custode nominato ex art. 321 c.p.p[12]. Tale legittimazione sussiste senza alcun dubbio per le azioni volte a far accertare la radicale nullità della deliberazione[13], esperibili da qualunque interessato mentre manca nel caso di azione giudiziaria volta ad ottenere l'annullamento di una  deliberazione assembleare ai sensi degli artt. 2370[14] e 2378 c.c.[15].

 

La ragione di tale deficienza in capo al socio sequestrato è, secondo la Suprema Corte, non tanto la difficoltà per il socio che abbia subito il sequestro di assolvere l'onere dell'adempimento formale del deposito azionario richiesto per l'instaurazione del giudizio di impugnazione, quanto il venir meno, in capo la socio della legittimazione medesima, in ragione dello stretto legame che il legislatore ha mostrato di voler instaurare tra esercizio del voto e  diritto d'impugnazione, subordinando questo al modo in cui è stato (o non) esercitato quello, sull'evidente presupposto che l'impugnazione costituisca un altro e consequenziale strumento del quale il socio dispone per concorrere ad orientare correttamente il funzionamento e l'esito di un procedimento decisionale collegiale cui egli partecipa o ha titolo per partecipare. La conseguenza, si afferma, è che anche il diritto di impugnativa compete al custode, in quanto, secondo la corte, non sarebbe concepibile che ad una medesima azione di società corrispondano diritti scindibili, sul piano del voto in assemblea e su quello dell'impugnazione della deliberazione assembleare, tali per cui l'uno possa non solo prescindere dall'altro, ma addirittura contraddirne il senso.

 

La Corte evidenzia, tuttavia, come il socio non è tuttavia privo di tutela, avendo egli la possibilità di agire per far valere l'eventuale responsabilità del custode giudiziario, ove quest'ultimo abbia male esercitato i poteri-doveri di gestione della partecipazione sociale sequestrata arrecando danno al titolare della partecipazione medesima.

 

4. La Suprema Corte ha infine esaminato le modalità di esercizio del custode dei diritti relativi alle azioni sequestrate, con particolare riferimento all'approvazione dell'azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori. I giudici di legittimità hanno evidenziato come la legge non richieda che la deliberazione con cui l'assemblea autorizza l'esercizio dell'azione sociale di responsabilità a norma dell'art. 2393c.c.[16] rechi una specifica motivazione volta ad illustrare le ragioni che giustificano tale scelta; parimenti. Questa, invero, rientra nel novero delle determinazioni che l'assemblea può del tutto liberamente assumere, restando ovviamente affatto impregiudicata la fondatezza degli addebiti mossi all'amministratore, destinati ad essere approfonditamente vagliati solo nella causa contro di lui successivamente instaurata.

 

La Corte evidenzia altres' come la deliberazione assembleare può sempre essere oggetto di impugnazione da parte del soggetto che si ritenga leso e sarà il socio che, nel relativo giudizio avrà l'onere di provare l'esistenza del vizio denunciato. Cosi come il medesimo onere compete al socio titolare delle azioni sequestrate il quale agisca in responsabilità contro il custode di dette azioni imputandogli di aver esercitato male il diritto di voto e di avere in tal modo arrecato danno all'attore. Privo di rilevanza e non dimostrato sarebbe, infine, secondo la Corte, il preteso conflitto di interessi in capo al custode[17].

 

5.  Con la sentenza che si commenta la Suprema Corte cristallizza definitivamente il principio per cui, in caso di sequestro penale delle azioni ai sensi dell'art 321 c.p.p., il socio perde la legittimazione dei diritti amministrativi inerenti al voto. Ora, tanto atteso, la sentenza de quo, per i richiami in essa contenuti sulle norme civilistiche dell'impugnazione delle delibere assembleari e dell'intervento del socio, rappresenta l'occasione per una brevissima disamina della relativa disciplina post riforma societaria. Appare opportuno iniziare dall'art.  2370 c.c.[18], su cui, nella vigenza della precedente normativa, si era formata una corposa giurisprudenza[19]. Fino al 31 dicembre 2003 la disciplina legale relativa al diritto d'intervento degli azionisti di una società per azioni nelle relative assemblee era caratterizzata dalla norma imperativa fornita dall'art. 2370 c.c e dall'art. 4, secondo comma, L. n. 1745/1962. Dottrina e giurisprudenza erano concordi nel ritenere che il predetto dell'art. 4 costituisse parziale modificazione della previsione contenuta nell'art. 2370 c.c relativa alla legittimazione dell'intervento in assemblea di società per azione.

 

La norma risultate da tale integrazione prevedeva che gli azionisti, ancorché già iscritti nel libro dei soci, non potevano intervenire in assemblea se non avessero depositato le azioni di cui erano titolari entro il termine di cinque giorni presso i luoghi indicati dalla stessa norma. Nella vigenza della precedente norma, sussistevano due tesi contrapposte: la maggioritaria, definibile formalistica, riteneva che la partecipazione all'assemblea di chi non abbia provveduto al regolare e tempestivo deposito delle azioni comportava l'invalidità assoluta o addirittura l'inesistenza della deliberazione assembleare, mentre la tesi c.d. sostanzialistica teneva maggiormente conto della prassi operativa e negava l'inesistenza della delibera come conseguenza della mancata osservanza della predetta formalità[20]. Le due tesi vertevano sulle differenti conseguenze del mancato deposito delle azioni In dottrina, si era efficacemente affermato come la regola espressa nell'art. 2370, come modificata all'art. 4 della l. n. 1745/62, si poteva paragonare ad una superficie al di sotto della quale si contrastano correnti diverse; alcune sostengono che il mancato deposito in termini vizi la delibera rendendola annullabile, per altre la delibera è inesistente, infine una corrente marginale opta per la nullità[21]. Ora, va rilevato, come notevoli sono state le modifiche della riforma. In particolare, il primo comma del nuovo art. 2370 c.c. prevede che possono intervenire in assemblea gli azionisti cui spetta il diritto di voto mentre. In relazione all'oggetto della sentenza commentata, rileviamo come, secondo la dottrina, lla novità più rilevante dell'art. 2370 c.c. è l'abrogazione dell'obbligo di preventivo deposito delle azioni: un'abrogazione che risponde ad esigenze di semplificazione ritenute oggi prevalenti rispetto alla ratio del deposito[22].

 

Il rilievo incidentale operato dalla Suprema Corte, secondo cui l'impossibilità per il socio sequestrato di impugnare una deliberazione assembleare risiede nella mancanza di legittimazione e non nella mancanza di possesso del titolo, ha quindi perso di attualità. Va invece rilevato come, nonostante la separazione operata dalla Suprema Corte nella sentenza annotata (per cui la disciplina del sequestro civile non è applicabile a quello penale), non sembra possa prescindersi da un esame della disciplina del sequestro civile e dai poteri del custode[23], attesa, quanto meno, una similitudine tra le due figure. Ora, successivamente alla riforma del diritto societario, l'art. 2352 ult. comma, prevede che, in caso di sequestro, i diritti amministrativi non disciplinati espressamente dal provvedimento di sequestro, sono esercitati dal custode: la norma non fa differenza tra sequestro giudiziario e conservativo.

 

E' stato evidenziato come, con l'entrata in vigore della riforma non sembra esservi più dubbi sul fatto che non sia legittimati ad intervenire in assemblea l'azionista che abbia subito un sequestro delle azioni[24]. In merito ai diritti amministrativi de quo, questi  possono essere descrittivamente distinti in tre gruppi[25]: in relazione al diritto di voto, si indicato in diritti di intervenire in assemblea (art. 2370), di richiedre la convocazione dell'assemblea (art. 2367), di ottenerne il rinvio (art. 2374), di impugnare le deliberazioni invalide (art. 2377) e di ottenere copia della documentazione assembleare (art. 130 t.u.f.). La norma è chiara nel riservare l'esercizio di tutti i diritti amministrativi al custode sequestratario, salvo che dal provvedimento giudiziale autorizzativo del sequestro non risulti diversamente[26]. Tale fattispecie, quindi, integra una deligittimazione del socio, identica, sembra, a quella del sequestro penale, che quindi, appare sempre più simile al corrispettivo istituto civilistico.

 

 

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Società

 

CORTE DI CASSAZIONE, Sez. I, 18 giugno 2005.

Pres. Criscuolo – Rel. Rordorf – D.F. (avv. Gian Guido Porcacchia) e Società Gestione per il Realizzo S.p.a. (avv. Roberto G. Aloisio) c. Società A Società Agraria Immobiliare S.p.A. (Avv. Giorgio Marasà).

 

Società per azioni – Sequestro preventivo di azioni disposto dal giudice penale ex art. 321 c.p.p. – Custode giudiziario – Socio titolare delle azioni sequestrate – Diritto di intervento – Diritto di voto – Diritto di impugnazione – Legittimazione – Modalità di esercizio – Limiti.

 

(Artt. 1362, 2348, 2351, 2352, ult. comma 2353, 2368, 2370, 2373, 2377, 2378, comma 2, 2393 c.c.; Artt. 65, 321, 323, 670 e 671 c.p.c.; Art. 24 Cost.;  Artt. 6 e 13 Convenzione dei diritti dell'uomo)

 

I.       Il sequestro preventivo delle quote o delle azioni sociali, in quanto idoneo ad impedire la commissione di ulteriori reati, pur se in maniera mediata e indiretta, priva i soci dei diritti relativi alle quota, sicché la partecipazione alle assemblee ed il diritto di voto (anche in ordine all'eventuale nomina e revoca degli amministratori) spettano al custode designato in sede penale.

 

II.     è certamente perciò possibile ipotizzare che, nel disporre il sequestro, il giudice penale definisca in termini più riduttivi i poteri attribuiti al custode. Ma è cosa da verificare in concreto, e qualora sorga contestazione in ordine alla legittimità dell'operare del custode è compito del giudice di merito accertare se una tale limitazione sia davvero ravvisabile nel tenore del provvedimento penale.

 

III.    Non è certo la distinzione tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione che può segnare il limite della legittimazione del custode giudiziario ad esprimere in assemblea il voto inerente alle azioni sequestrate, dovendosi invece unicamente aver alla corrispondenza funzionale del voto alle esigenze per le quali il sequestro è stato disposto.

 

IV.    La mancanza della legittimazione del socio titolare delle azioni sequestrate all'impugnativa della delibera, votata dal custode, non sta nella difficoltà per il socio che abbia subito il sequestro di assolvere l'onere dell'adempimento formale del deposito azionario richiesto dal secondo comma dell'art. 2377 ma nel venir meno della medesima legittimazione

 

V.     Non sembra concepibile che ad una medesima azione di società corrispondano diritti scindibili, sul piano del voto in assemblea e su quello dell'impugnazione della deliberazione assembleare, tali per cui l'uno possa non solo prescindere dall'altro, ma addirittura contraddirne il senso.  Posto che il diritto di impugnazione della deliberazione assembleare accede a quella medesima partecipazione da cui discende anche il diritto di voto, e che dal modo in cui questo sia  stato esercitato il legislatore fa discendere dirette conseguenze in ordine alla legittimazione all'impugnazione, sarebbe assai arduo ammettere la possibilità di una divaricazione (o, eventualmente, anche di una duplicazione e sovrapposizione) dell'esercizio dell'uno e dell'altro diritto

 

…Omissis…

 

Motivi della decisione

S'è già detto che i due ricorsi, proposti separatamente avverso la medesima sentenza, sono stati riuniti con provvedimento emesso in udienza. Può dunque procedersi al loro esame congiunto. Il primo di tali ricorsi, proposto dall'ing. F. ha veste di ricorso principale. Come già riferito, esso consta di tre motivi. Il ricorrente formula anzitutto una doglianza di ordine generale, lamentando che la corte d'appello, nel richiamare integralmente le argomentazioni esposte nella sentenza di primo grado e nel limitarsi a ribadirne in modo esplicito solo alcuni passaggi essenziali, abbia finito per adottare una motivazione de relato, non idonea a rendere chiaro il percorso logico da cui la decisione è scaturita. Il ricorrente afferma, poi, che sarebbero stati violati dalla corte territoriale i principi in tema di autorizzazione assembleare all'esercizio dell'azione sociale di responsabilità contro amministratori di società per azioni ed in tema di conflitto di interessi. Denuncia, inoltre, vizi di motivazione della sentenza impugnata. Più in particolare, egli sostiene che il giudice d'appello, trincerandosi dietro l'inconferente affermazione secondo la quale il titolare della totalità dei voti in assemblea avrebbe comunque avuto il potere di revocare l'amministratore, ha in realtà omesso di spiegare le ragioni per le quali la deliberazione adottata – che riguardava invece l'esercizio dell'azione di responsabilità e non direttamente la revoca dell'amministratore – sarebbe stata in quel caso legittima. Né avrebbe fondamento il riferimento operato dall'impugnata sentenza all'assenza di conflitti d'interesse tra il custode giudiziario delle azioni sequestrate e la titolare di esse, SOCIETÀ B, dovendosi viceversa aver riguardo agli interessi della SOCIETÀ A; come pure sarebbe stato errato l'aver svalutato la decisiva circostanza che gli addebiti mossi all'amministratore revocato erano, in concreto, privi di qualsiasi fondatezza. Col secondo motivo del ricorso principale, in cui si denuncia anche più specificamente la violazione degli artt. 2370, 2373 e 2393 c.c., vengono in parte reiterate e sviluppate le doglianze già espresse nel primo motivo. Si sottolinea, poi, che l'azione di responsabilità, in concreto esercitata per ragioni diverse da quelle poste a  base della deliberazione autorizzativi dell'assemblea, è poi comunque risultata infondata all'esito del giudizio in tal modo instaurato; del che si sarebbe dovuto tener conto nel valutare il carattere pretestuoso ed arbitrario della deliberazione medesima. In ogni caso, non sarebbe esatto che i provvedimenti emessi in sede penale, con cui era stato disposto il sequestro delle azioni appartenenti alla SOCIETÀ B ed erano stati definiti i poteri del custode giudiziario, avevano legittimato quest'ultimo all'esercizio del diritto di voto anche in relazione a vicende societarie pregresse e con riguardo ad atti di straordinaria amministrazione. Donde l'illegittimità di una deliberazione adottata dall'assemblea in assenza del solo socio legittimato ad esprimere il voto sulle questioni poste all'ordine del giorno.

3. Il ricorso proposto per secondo, ossia quello della SOCIETÀ B, per ciò stesso assume i connotati di un ricorso incidentale.

3.1. La SOCIETÀ B, dopo aver anch'essa censurato la tecnica di motivazione de relato adoperata dalla corte d'appello, lamenta, nel primo motivo, la violazione degli artt. 2348, 2353, 2370 e 2377 c.c., 65, 670 e 671 c.p.c., nonché difetto e contraddittorietà di motivazione dell'impugnata sentenza. Il sequestro penale delle azioni di società, sostiene la ricorrente, non varrebbe a privare il socio dei diritti amministrativi inerenti a dette azioni, attesa anche la sua funzione meramente strumentale e provvisoria. Donde l'errore in cui la corte di merito sarebbe incorsa nel negare alla ricorrente tanto la legittimazione all'intervento ed al voto in assemblea quanto quella ad impugnare le deliberazioni assembleari, così ledendo il diritto di difesa riconosciuto dall'art. 24 della Costituzione, nonché dagli artt. 6 e 13 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Adombra poi la ricorrente un sospetto d'incostituzionalità dell'art. 2378, comma 2, c.c. (nel testo vigente al tempo della deliberazione impugnata), nella parte in cui impone al socio impugnante il preventivo deposito dell'originale titolo azionario pur quando il socio stesso ne sia stato privato per effetto di sequestro penale.

3.2. Con il secondo motivo la società ricorrente torna a dedurre la violazione degli artt. 2370 e 2377 c.c., oltre che difetti di motivazione, e sostiene che, quando pure volesse attribuirsi al custode giudiziario il diritto di voto inerente alle azioni sequestrate, dovrebbe nondimeno riconoscersi al socio il diritto d'intervenire in assemblea e partecipare alla discussione, determinandosi altrimenti la radicale nullità delle deliberazioni adottate nella medesima assemblea.

3.3. Il terzo motivo del ricorso in esame, nel denunziare la violazione degli artt. 2351, 2368 e 2370 c.c., 321 c.p.p., 65, 670 e 671 c.p.c., nonché vizi di motivazione, critica l'impugnata sentenza per aver assiomaticamente fondato su esigenze di carattere penale l'assunto secondo il quale al custode delle azioni sequestrate competerebbe il potere di voto in assemblea; assunto non sostenibile – a parere della ricorrente – neppure in base al tenore dei provvedimenti nella specie emessi dal giudice penale, se interpretati in conformità ai parametri indicati dagli artt. 1362 e segg. c.c..

3.4. La violazione dell'art. 2373 c.c. costituisce l'oggetto del quarto motivo del ricorso della SOCIETÀ B, in cui si tornano ancora ad imputare difetti di motivazione all'impugnata sentenza, la quale non avrebbe adeguatamente considerato l'evidente situazione di conflitto d'interessi in cui, nell'esercitare il contestato diritto di voto, era venuto a trovarsi il custode giudiziario delle azioni sequestrate. Conflitto insito nel fatto stesso che il custode rivestiva anche la carica di commissario governativo della Federconsorzi e che, dopo avere con i propri rilievi sull'asserita inadeguatezza del prezzo di vendita alla SOCIETÀ B delle azioni SOCIETÀ A concorso a provocare l'avvio del procedimento penale nel cui ambito il sequestro era stato disposto, egli ora perseguiva lo scopo di recuperare dette azioni alla Federconsorzi.

3.5. Nel quinto motivo di ricorso, infine, la SOCIETÀ B lamenta la violazione dei principi in tema di abuso del diritto e di responsabilità del custode, e nuovamente denuncia vizi di motivazione della sentenza impugnata, la quale non avrebbe esaminato il fondamento delle specifiche argomentazioni addotte per dimostrare l'infondatezza delle censure mosse dal custode giudiziario in assemblea nei riguardi del bilancio d'esercizio della società e dell'operato dell'amministratore. Argomentazioni alla stregua delle quali anche la pretesa risarcitoria avanzata nei confronti personali di detto custode avrebbe dovuto trovare accoglimento.

4. Conviene esaminare prima d'ogni altra la doglianza, comune ad entrambi i ricorsi, concernente la tecnica di motivazione adoperata nell'impugnata sentenza, ed in particolare il fatto che la corte d'appello si sia richiamata agli argomenti che già erano stati posti a base della pronuncia del tribunale. Si tratta di doglianza priva di fondamento. Va anzitutto qui ribadito il principio, già altre volte enunciato da questa corte, secondo cui la motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di gravame non è di per sé illegittima, purchè il giudice di appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima sia pur sinteticamente le ragioni della conferma della pronunzia rispetto ai motivi d'impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile dalla parte motiva delle due sentenze risulti appagante  e corretto (si veda, tra le altre, Cass. 14 febbraio 2003, n. 2196). Tale è, appunto, la situazione verificatasi nel caso in esame. La corte d'appello, infatti, non si è limitata a motivare la propria decisione di rigetto del gravame con un mero rinvio al contenuto della sentenza di primo grado. Essa ha invece rilevato come entrambi gli appellanti avessero riproposto, nel giudizio di gravame, argomentazioni difensive già sviluppate nel precedente grado ed alle quali il tribunale aveva dato risposta con motivazioni persuasive, che la stessa corte d'appello ha dichiarato di condividere e di voler perciò richiamare. Ma detta corte non si è poi sottratta all'onere di ripercorrere i passaggi (ovviamente quelli da essa ritenuti essenziali) della motivazione prima sinteticamente richiamata, ed ha dato conto degli elementi salienti sia delle tesi difensive delle parti appellanti sia delle ragioni che, di volta in volta, sono state reputate ostative all'accoglimento di quelle tesi. Nessuna causa d'illegittimità inficia dunque la motivazione dell'impugnata sentenza nel suo insieme, e ciò consente senz'altro di procedere all'esame dei successivi e più specifici motivi di censura formulati dai ricorrenti.

5. Le doglianze espresse nei due ricorsi, di cui si sono già prima indicati riassuntivamente i punti essenziali, in parte si sovrappongono. Appare perciò preferibile, piuttosto che procedere al loro esame in successione, prendere in considerazione direttamente le questioni che esse pongono, che sono essenzialmente riconducibili a due distinti interrogativi, l'uno logicamente subordinato all'altro: se il sequestro preventivo di azioni di società, disposto dal giudice penale ai sensi dell'art. 321 c.p.p., valga ad attribuire al custode giudiziario il diritto d'intervento e di voto in assemblea, privandone il socio ed incidendo altresì sulla legittimazione di costui ad impugnare le deliberazioni assembleari; e se le modalità con le quali in concreto quel potere di voto è stato esercitato da parte del custode, nel caso in discussione, fossero legittime.

5.1. In ordine al primo punto, è quasi superfluo premettere che non può trovare qui applicazione il disposto dell'art. 2352, ult. comma, c.c., come risultante dopo le modifiche introdotte col d. lgs. Del 17 gennaio 2003, n. 6, non avendo tale nuova disposizione carattere retroattivo. La normativa precedente, ancora perciò applicabile, ratione temporis, alla presente fattispecie, non conteneva alcuna espressa disposizione volta a disciplinare l'esercizio di voto e degli altri diritti amministrativi in caso di sequestro (civile o penale) di azioni di società. Ed  occorre aggiungere che la giurisprudenza formatasi in sede civile con riguardo ad ipotesi di sequestro giudiziario o conservativo di azioni di società non appare di ausilio nel presente caso, stante la diversa funzione cui è preordinato il sequestro penale previsto dal citato art. 321. Più pertinente, invece, è il richiamo alla giurisprudenza formatasi in sede penale, a tenore della quale il sequestro preventivo delle quote o delle azioni sociali, in quanto idoneo ad impedire la commissione di ulteriori reati, pur se in maniera mediata e indiretta, priva i soci dei diritti relativi alle quota, sicché la partecipazione alle assemblee ed il diritto di voto (anche in ordine all'eventuale nomina e revoca degli amministratori) spettano al custode designato in sede penale (si vedano, al riguardo, Cass. 11 novembre 1997, Paolillo; e Cass. 7 luglio 1995, Nocerino). Siffatto orientamento appare del tutto condivisibile e pertanto meritevole in questa sede di piena conferma. Il sequestro penale preventivo, infatti, è concepito dal legislatore per fronteggiare il pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato medesimo, oppure possa agevolare la commissione di altri reati. La funzione cui il vincolo è preordinato non è tanto, quindi, quella d'impedire la cessione a terzi del bene sequestrato e di conservarlo perciò nel patrimonio del suo titolare, o di consentirne comunque la successiva apprensione ad opera dell'avente diritto, quanto piuttosto di evitare che quel bene possa essere adoperato dal proprietario per esplicare  a proprio vantaggio le utilità in esso insite, giacché è proprio in questo – cioè nell'uso ulteriore del bene di cui si tratta – che si annidano i rischi che il legislatore ha inteso così evitare o attenuare. La "libera disponibilità", cui la citata norma del codice di procedura penale allude, è cioè sinonimo di libera utilizzabilità del bene, ed è questa che il vincolo intende impedire, perché è da essa che possono scaturire i pericoli per fronteggiare i quali siffatto tipo di sequestro è stato previsto. Quando perciò il sequestro preventivo penale abbia ad oggetto quei beni di assai particolare natura che sono le azioni o le quote di società, è affatto ovvio che il relativo vincolo colpisca i diritti e le facoltà ad essi inerenti, e primi fra tutti i cosiddetti diritti amministrativi (o corporativi) del socio, ivi compresi il diritto d'intervento e di voto in assemblea. E' soprattutto nell'esercizio di tali diritti e facoltà che si esplica la "libera disponibilità", nel senso dinanzi chiarito, di azioni o quote di società. Dunque l'affidamento delle azioni sequestrate ad un custode ha appunto la sua ragione d'essere nell'esigenza – giustificata dalle suaccennate ragioni di preventiva cautela penale che determinano il sequestro – di sottrarre al socio la possibilità di continuare a gestire dette azioni esercitando i diritti in esse incorporati. Deve pertanto considerarsi effetto naturale di un simile provvedimento l'attribuzione al custode, in luogo del socio, del diritto d'intervento e di voto in assemblea. Non c'è dubbio che ad un vincolo siffatto sia connaturato il carattere della provvisorietà, come  reso esplicito dal disposto dell'art. 323 c.p.p.; ma, finché esso perdura, è destinato a riflettersi sulle attività della società che comportano l'esercizio di diritti inerenti alle azioni sequestrate. La tesi di parte ricorrente, secondo cui si verrebbe in tal modo ad espropriare indebitamente dei propri diritti il titolare delle azioni sequestrare, non può essere assolutamente condivisa. Si tratta, infatti, di limitazioni che, per un verso, non incidono sul diritto dominicale del socio e, per altro verso, come si è già sottolineato, rivestono carattere temporaneo e sono giustificate da esigenze di natura pubblicistica, quali quelle di vietare i pericoli cui fa riferimento il citato art. 321; esigenze della cui idoneità a prevalere sul temporaneo sacrificio del destinatario del provvedimento di sequestro non può certo dubitarsi, se non a patto di mettere paradossalmente in discussione la legittimità dell'istituto stesso del sequestro penale. E' poi appena il caso di ricordare che un eventuale non corretto uso di tale strumento può sempre trovare rimedio nell'impugnazione del provvedimento di sequestro da parte dell'interessato (nell'ambito, ovviamente, del procedimento penale nel corso del quale è stato emesso) e nella conseguente rimozione di esso per opera del giudice del gravame.

5.1.1. Giova ancora chiarire come quanto in precedenza osservato non valga ad escludere necessariamente che, in certi casi, le esigenze funzionali del sequestro penale, come sopra individuate, possano non richiedere che sia spinto a tal punto il temporaneo sacrificio della posizione del soggetto che il sequestro subisca; ed è perciò possibile ipotizzare che, nel disporre il sequestro, il giudice penale definisca in termini più riduttivi i poteri attribuiti al custode. Ma è cosa da verificare in concreto, e qualora sorga contestazione in ordine alla legittimità dell'operare del custode è compito del giudice di merito accertare se una tale limitazione sia davvero ravvisabile nel tenore del provvedimento penale. Nel presente caso ciò è stato escluso dalla corte d'appello, con motivazione congrua e priva di contraddizioni logiche, cui non vale opporre – come fanno i ricorrenti – né una lettura di segno contrario dei documenti versati in atti, né l'obiezione che sarebbero stati così violati i canoni di ermeneutica indicati dagli artt. 1362 e segg. c.c. Obiezione, quest'ultima, che, anzitutto, non è condivisibile laddove ipotizza l'estensione degli anzidetti canoni d'interpretazione negoziale ad un provvedimento giurisdizionale; in secondo luogo, appare troppo generica per essere presa in considerazione; ed, infine, è inficiata dall'erroneo presupposto che l'attribuzione del diritto di voto al custode richiederebbe una precisa e formale indicazione in tal senso nel provvedimento di sequestro, mentre semmai, come si è già rilevato, occorre muovere dal presupposto contrario.
Per il resto, sempre con riferimento al contenuto ed alla portata dei provvedimenti emessi nel caso di specie dal giudice penale, non v'è motivo di far prevalere una lettura diversa rispetto a quella, motivata e logicamente plausibile, operata dalla corte d'appello; né, in ogni caso, il giudice di legittimità sarebbe in grado di apprezzare i termini di una tale differente lettura, non essendogli consentito l'esame diretto delle risultanze documentali acquisite nella causa di merito. Nessun rilievo infine può essere attribuito, in siffatto contesto, alla distinzione che il ricorrente principale prospetta tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione. Non è affatto pacifico che la deliberazione assembleare approvativa del bilancio e l'autorizzazione all'esercizio dell'azione sociale di responsabilità nei confronti dell'amministratore (quand'anche ne determini, ma come mera conseguenza ex lege, la revoca) siano configurabili come atti di straordinaria, anziché di ordinaria, amministrazione. Ma, anche a prescindere da ciò, non è certo la distinzione tra queste due tipologie di atti che può segnare il limite della legittimazione del custode giudiziario ad esprimere in assemblea il voto inerente alle azioni sequestrate, dovendosi invece unicamente aver riguardo – come s'è già chiarito e come anche la corte d'appello ha correttamente rilevato – alla corrispondenza funzionale del voto alle esigenze per le quali il sequestro è stato disposto.

5.1.2. Le considerazioni fin qui svolte, in principalità riferite all'attribuzione del diritto di voto al custode di azioni di società sottoposte a sequestro preventivo penale, possono senz'altro essere applicate anche al diritto d'intervento in assemblea che a dette azioni inerisce, pur se lo si voglia considerare – come avviene nel secondo motivo del ricorso incidentale – in una prospettiva distinta da quella del diritto di voto.  Anche il diritto d'intervento in assemblea si configura, infatti, come uno di quei diritti amministrativi inerenti alla disponibilità dell'azione di cui è naturale ipotizzare che il sequestro penale, in coerenza con la propria stessa funzione, privi il titolare. Né, d'altronde, può farsi a meno di rilevare come un tal diritto sia naturalmente (ancorché non necessariamente) connesso col diritto di voto: di modo che solo in situazione ben specificate dal legislatore (o altrimenti chiaramente desumibili dal sistema) potrebbe ipotizzarsi l'esistenza di un diritto del socio di partecipare ad un'assemblea in cui egli non possa invece votare, con conseguente invalidità della deliberazione alla quale non sia stato posto in grado di intervenire. Anche a questo riguardo può ripetersi che non è necessariamente da escludere l'eventualità di una situazione di tal genere, se cosi preveda in modo esplicito il provvedimento di sequestro; ma i ricorrenti neppure sostengono che, nel caso in esame, da quel provvedimento sia desumibile l'intento del giudice penale di conservare al socio il diritto d'intervento in assemblea, scisso dal diritto di voto riservato invece al custode.

5.1.3. Un discorso un po' più articolato si rende necessario per affrontare, in situazioni siffatte, il tema della legittimazione del socio ad impugnare le deliberazioni assembleari assunte con il voto favorevole del custode giudiziario. Tale legittimazione non può ovviamente esser messa in dubbio per le azioni volte a far accertare la radicale nullità della deliberazione, esperibili da qualunque interessato (a condizione, beninteso, che il socio impugnante dimostri di avervi un interesse concreto ed attuale), ovvero, a maggior ragione, quando si adduca addirittura l'inesistenza giuridica della deliberazione. Altro però è il caso dell'azione giudiziaria volta ad ottenere l'annullamento di una  deliberazione assembleare ai sensi degli artt. 2377 e 2378 c.c.. L'ostacolo non sta qui tanto, invero, nella difficoltà per il socio che abbia subito il sequestro di assolvere l'onere dell'adempimento formale del deposito azionario richiesto dal secondo comma .di quest'ultimo articolo (nel testo vigente all'epoca in cui fu introdotta la presente causa). Se  unicamente di questo si trattasse, e se davvero fossero in tal modo messi in gioco (come opina la ricorrente SOCIETÀ B) diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione ed affermati dalla Convenzione  europea dei diritti dell'uomo, già per questo si potrebbe ipotizzare il superamento, sul piano interpretativo, di un siffatto ostacolo. Si potrebbe ritenere, cioè, che quel deposito è (era) richiesto dal legislatore -come prova insostituibile della qualità di socio dell'attore e come pegno del perdurare di essa durante l'intero corso della causa -sul presupposto che l'attore medesimo abbia da principio e conservi poi la disponibilità del titolo azionario al quale la veste di socio inerisce; e che dunque l'applicazione della citata nonna più non si giustifichi qualora, invece, in conseguenza di un provvedimento vincolante del giudice o per altre ragioni non dipendenti dalla volontà del socio, costui abbia perso, con la materiale disponibilità del certificato azionario, anche la possibilità stessa di trasferire ad altri in corso di causa la partecipazione sociale che lo legittima all'impugnazione della deliberazione assembleare.  Ma la difficoltà ad ammettere, in simili casi, la legittimazione del socio le cui azioni siano state assoggettate al sequestro preventivo penale è in verità un'altra: prima ancora di dipendere  dall'impossibilità materiale di dar corso ad adempimenti formali richiesti per dar prova della propria legittimazione, essa è conseguenza del venir meno della legittimazione medesima, per  ragioni in qualche modo analoghe a quelle cui sopra s'è fatto cenno parlando del diritto d'intervento. Anche in questo caso, infatti, la compressione del diritto del socio risiede nello stretto legame che (almeno in linea generale) il legislatore ha mostrato di voler instaurare tra esercizio del voto e  diritto d'impugnazione, subordinando questo al modo in cui è stato (o non) esercitato quello, sull'evidente presupposto che l'impugnazione costituisca un altro e consequenziale strumento del quale il socio dispone per concorrere ad orientare correttamente il funzionamento e l'esito di un procedimento decisionale collegiale cui egli partecipa o ha titolo per partecipare. Una volta riconosciuto, quindi, che un tal genere di sequestro priva il socio della possibilità di  partecipare a detto procedimento decisionale, e che ciò accade perché siffatta partecipazione rappresenta una delle esplicazioni della libera disponibilità delle azioni che il sequestro è destinato a sottrarre al socio per trasferirla provvisoriamente al custode, è consequenziale affermare che al medesimo custode - e non al socio - compete altresì il diritto d'impugnare i deliberati con i quali quel procedimento decisionale si conclude. Non sembra d'altronde concepibile che ad una medesima azione di società corrispondano diritti scindibili, sul piano del voto in assemblea e su quello dell'impugnazione della deliberazione assembleare, tali per cui l'uno possa non solo prescindere dall'altro, ma addirittura contraddirne il senso. Posto che il diritto di impugnazione della deliberazione assembleare accede a quella medesima partecipazione da cui discende anche il diritto di voto, e che dal modo in cui questo sia  stato esercitato il legislatore fa discendere dirette conseguenze in ordine alla legittimazione all'impugnazione, sarebbe assai arduo ammettere la possibilità di una divaricazione (o,   eventualmente, anche di una duplicazione e sovrapposizione) dell'esercizio dell'uno e dell'altro diritto. Certamente, non potrebbe negarsi che il diritto d'impugnare la deliberazione assembleare compete al custode giudiziale delle azioni sequestrate, il quale abbia esercitato il diritto di voto inerente a dette azioni, ove quella deliberazione sia stata eventualmente assunta col suo dissenso; ma è parimenti indubbio che egli lo potrebbe fare solo entro il breve termine assegnato a tal fine ai soci presenti e votanti in assemblea. E sarebbe allora alquanto problematico ipotizzare, in un simile caso, l'esistenza di una legittimazione concorrente del socio, fondata sulla medesima partecipazione in forza della quale il custode ha votato, ma con il corollario che al socio dovrebbe verosimilmente consentirsi di esercitare l'impugnazione nel più lungo termine concesso a chi all'assemblea non era presente. Tanto meno allora, sul piano sistematico, pare ammissibile che dalla medesima partecipazione dalla quale è scaturito in assemblea un voto favorevole - con conseguente perdita di ogni legittimazione all'impugnazione per il custode che quel voto ha espresso - possa derivare in capo al socio un diritto d'impugnazione del deliberato assembleare. Ne resta confermato, anche per siffatte ragioni di ordine sistematico, che 1'attribuzione in casi simili al custode del diritto di voto in assemblea necessariamente implica che soltanto a costui sia riservata altresì la legittimazione ad impugnare la deliberazione assembleare ex art. 2377 c.c., perché appunto si tratta dell'esplicazione del medesimo inscindibile potere, che si manifesta nel concorrere alla formazione della volontà assembleare e nel reagire alle eventuali manifestazioni illegittime di tale volontà: onde al custode chiamato a gestire la complessa posizione giuridica facente capo al titolare delle azioni sequestrate è conferito, per ciò stesso, il potere-dovere di intervenire in assemblea, di esprimervi il voto ed eventualmente d'impugnare la deliberazione illegittima dalla quale egli abbia dissentito (o rispetto alla quale non abbia concorso), senza che sull'esercizio di tale potere-dovere possa interferire il socio, al quale il sequestro lo inibisce. Tale conclusione non si pone in contrasto con le invocate norme costituzionali o convenzionali. Anzitutto giova ancora ricordare come i vincoli dei quali si sta qui discutendo derivino da un provvedimento giurisdizionale nei cui confronti l'interessato dispone di adeguati mezzi di tutela  impugnatoria nell'ambito dello stesso procedimento penale in cui detti vincoli si generano. Va poi considerato, per un verso, che questi trovano giustificazione nell'esigenza di tutelare interessi di ordine generale altrettanto costituzionalmente rilevanti, quali quelli che sono a fondamento dell'istituto del sequestro penale; e, per altro verso, che è comunque garantita al socio (oltre alla pure già ricordata legittimazione a reagire egli stesso direttamente in giudizio nei confronti di deliberazioni societarie nulle o giuridicamente inesistenti che ledano un suo interesse) la possibilità di agire per far valere l'eventuale responsabilità del custode giudiziario, ove quest'ultimo abbia male esercitato i poteri-doveri di gestione della partecipazione sociale sequestrata arrecando danno al titolare della partecipazione medesima. Azione che, infatti, è stata in questa sede esercitata dalla S.G. R. chiamando in giudizio personalmente il custode (ed in ordine alla quale la legittimazione attiva della medesima SOCIETÀ B è fuori questione).

5.2. Passando ora ad esaminare il secondo dei due profili ai quali da principio si è fatto cenno, ossia quello concernente la legittimità del modo con cui il custode giudiziario ha nella specie esercitato il diritto di voto inerente alle azioni sequestrate, deve anzitutto puntualizzarsi come, a differenza che in altri casi di deliberazione societaria, la legge non richiede che la deliberazione con cui l'assemblea autorizza l'esercizio dell'azione sociale di responsabilità a norma dell'art. 2393 c.c. rechi una specifica motivazione volta ad illustrare le ragioni che giustificano tale scelta. Questa, invero, rientra nel novero delle determinazioni che l'assemblea può del tutto liberamente assumere, restando ovviamente affatto impregiudicata la fondatezza degli addebiti mossi all'amministratore, destinati ad essere approfonditamente vagliati solo nella causa contro di lui successivamente instaurata. Donde deriva che non è in alcun modo dall'esito di tale successiva causa che si possa inferire un qualsiasi motivo d'invalidità della deliberazione assembleare che l'esercizio dell'azione abbia autorizzato. Ciò, naturalmente, non implica che detta deliberazione assembleare si sottragga a qualsiasi possibile censura di legittimità, non solo sotto il profilo della correttezza del procedimento con cui essa è stata adottata, ma anche per aspetti concernenti il suo contenuto, ed in particolare per eventuali vizi di eccesso di potere o per una situazione di conflitto d'interessi in cui eventualmente versi il socio che abbia espresso in quell'assemblea un voto determinante. E deve in tal caso certamente riconoscersi la legittimazione dell'amministratore revocato ad impugnare la .deliberazione in discorso. Ma compete a costui, ovviamente, l'onere di provare l'esistenza del vizio denunciato. Cosi come il medesimo onere compete al socio titolare delle azioni sequestrate il quale agisca in responsabilità contro il custode di dette azioni imputandogli di aver esercitato male il diritto di voto e di avere in tal modo arrecato danno all'attore.

5.2.1. Orbene, nel caso di specie, la corte territoriale ha espressamente escluso che una tale dimostrazione sia stata fornita. E' bensì vero che, in alcuni passaggi dell'impugnata sentenza, si fa riferimento all'inesistenza di un qualsiasi conflitto tra gli interessi di cui era portatore il custode giudiziario, avv. Lettera, e quelli della società SOCIETÀ B, titolare delle azioni sequestrate, laddove più propriamente avrebbe dovuto discorrersi dell'eventuale relazione di conflitto con gli interessi della SOCIETÀ A, ossia della società la cui assemblea era chiamata a deliberare. Ma il contesto complessivo della motivazione: della sentenza medesima - ed in particolare le chiare indicazioni che si leggono nella parte finale di pag. 7 - non lasciano dubbi sul fatto che anche quest'ultima relazione è stata presa in considerazione dal giudicante e che nessun conflitto d'interessi è stato ravvisato, come è dimostrato dall'espresso riferimento alla coincidenza tra gli interessi della Federconsorzi (di cui l'avv. Lettera era commissario governativo e che l'impugnante assumeva configgere con gli interessi della SOCIETÀ B e della SOCIETÀ A) e quelli alla conservazione ed alla valorizzazione del capitale della medesima SOCIETÀ A

5.2.2. Privo di pregio si rivela altresì l'assunto della ricorrente incidentale secondo cui il denunciato conflitto d'interessi risiederebbe già nel fatto in sé che il custode delle azioni sequestrate rivestiva anche la qualifica di commissario governativo della Federconsorzi, alla quale sarebbe stato a cuore recuperare la titolarità delle azioni precedentemente vendute alla SOCIETÀ B Tale argomento, invero, mal si presta da solo a dimostrare un interesse del custode giudiziario contrastante con quello della SOCIETÀ A, le cui azioni egli avrebbe inteso far rientrare nel patrimonio  della SOCIETÀ B, perché non è chiarito sotto qual profilo le censurate deliberazioni assembleari, sarebbero valse ad agevolare quel disegno ed avrebbero invece nuociuto alla SOCIETÀ A. In ogni caso, la prospettata doglianza non consente d'identificare né un errore di diritto né un vizio di motivazione dell'impugnata sentenza, ma tutt'al più testimonia di una diversa valutazione in ordine ad una risultanza del processo, come tale non idonea ad integrare gli estremi richiesti dall'art. 360, n. 5, c.p.c.

5.2.3. Gli ulteriori argomenti critici di cui la ricorrente SOCIETÀ B fa menzione nell'ultimo motivo del suo ricorso, lamentandone il mancato esame da parte della corte d'appello, appaiono, anche alla  stregua di quanto fin qui osservato, del tutto privi di valenza decisiva. La ricorrente si richiama ai rilievi da essa formulati nel corso del giudizio di merito per dimostrare l'esercizio abusivo che il custode giudiziario avrebbe fatto del diritto di voto, sia con riguardo alla mancata approvazione del bilancio sottoposto all'assemblea, sia con riguardo alla decisione di esperire l'azione di responsabilità contro l'amministratore. Nessuno di tali rilievi - almeno per come è dato ricostruirli sulla base di quanto esposto nel ricorso - sembra però riferibile con sufficiente chiarezza ed univocità alla mancata approvazione del bilancio. Costante è, invece, il riferimento all'infondatezza degli addebiti che il custode giudiziario delle azioni sequestrate aveva mosso in assemblea alla precedente gestione dell' amministratore della società. Ma si è già osservato come la decisione di agire in responsabilità contro l'amministratore non richieda, all'atto della sua adozione, la puntuale e decisiva dimostrazione della fondatezza degli addebiti. Perciò, avendo la corte d'appello correttamente affermato che l'eventuale opinabilità di quegli addebiti non poteva essere, di per sé sola, sintomatica di un eccesso di potere nel voto o di una situazione di conflitto d'interessi in capo al custode, la mera riesposizione in ricorso delle ragioni da cui si sarebbe dovuto desumere l'infondatezza dei suaccennati addebiti non è in alcun modo idonea ad evidenziare un punto decisivo della controversia che sia stato trascurato dal giudice di merito.  

6. Le doglianze dei ricorrenti si appalesano, dunque, tutte infondate. Entrambi i ricorsi, perciò, vanno rigettati…(Omissis).

 


 

[1] Commento pubblicato sulla rivista “Il Corriere Giuridico”, n. 4/2006.

[2] Avvocato in Milano. L'Autore è dottore di ricerca in diritto dell'economia presso l'Università "Federico II" di Napoli, PhD student in International Taxation presso la Queen Mary University di Londra e Professore a contratto di "Fiscalità internazionale e degli strumenti finanziari" presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano.

[3] Sulla riforma del società: AA. VV., (Abriani e altri) Diritto delle società. Manuale breve, Milano, 2003;   Angelici, La riforma delle società di capitali. Lezioni di diritto commerciale, Padova, 2003; Associazione Disiano Preite, Il diritto delle società, (a cura di) G. Olivieri - G. Presti - F. Vella, Bologna, 2004; ID, Il nuovo diritto delle società, (a cura di) G. Olivieri - G. Presti - F. Vella, Bologna, 2003; Buonocore, (a cura di), La riforma del diritto societario. Commento al d.lgs. n. 5-6 del 17 gennaio 2003, Torino, 2003; Campobasso, La riforma delle società di capitali e delle cooperative. Aggiornamento della 5a edizione del Diritto commerciale. 2. Diritto delle società, Torino, 2004; Corsi, Diritto dell’impresa, Milano, 2003; Corsi, Le nuove società di capitali, Milano, 2003; Di Sabato, Istituzioni di diritto commerciale, Milano, 2004; ID, Diritto delle società, Milano, 2003; Galgano, Diritto commerciale. Le società, Bologna, 2004; Graziani – Minervini - Belviso, Manuale di diritto commerciale, Padova, 2004; Libonati, L’impresa e le società. Lezioni di diritto commerciale, Milano, 2004;  Spada, Diritto commerciale. I. Parte generale, Padova, 2004; Libonati, L’impresa e le società. La società di persone. La società per azioni, Milano, 2004; Abriani - Onesti (a cura di), La riforma delle società di capitali. Aziendalisti e giuristi a confronto, Milano, 2004; Cottino – Bonfante – Cagnasso - Montalenti, Il nuovo diritto societario, Bologna, 2004; Galgano – Genghini, Il nuovo diritto societario, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia a cura di Galgano, XXIX, Tomi I e II, Padova, 2003; Niccolini – Stagno D'Alcontres (a cura di), Società di capitali. Il nuovo ordinamento aggiornato al d.lgs. 6 febbraio 2004 n. 37 , Napoli, 2004; Sandulli - Santoro (a cura di), La riforma delle società. Commentario del D. Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, Torino, 2003.

[4] Sulla disciplina dei diritti amministrativi del socio in caso di sequestro giudiziario o conservativo di azioni di società ante riforma del diritto societario si vedano: Cottino, Diritto commerciale, I, 2, Le società, Padova, 1999, 300; Campobasso, Diritto commerciale. 2. Diritto delle società, Torino, 1999, 224; Ferri, Le società, in Tratt. Vassalli, Torino, 1987, 598. In giurisprudenza: Trib. Aosta, (ord.) 19 settembre 1995, in Società, 1996, p. 201 con nota di Rizzino Bisinelli, il quale ha stabilito che, in caso di sequestro di azioni soggette a pegno, il relativo diritto di voto è riconosciuto in capo al custode giudiziario anche nel caso in cui, i titoli in questione, siano detenuti dal creditore pignoratizio cui il diritto di voto spetta ex articolo 2352 c.c., e di detta dazione di garanzia sia stata fatta esplicita menzione nel ricorso per il sequestro; Trib. Bologna, (ord.) 28 ottobre 1992, in Giur. comm., 1994, II, p. 117 con nota di Enriques, Azione sociale di responsabilità, abuso della minoranza e divieto di voto in capo ai soci amministratori ed in Dir. fall., 1994, II, p. 286 con nota di Romito, che ha rilevato come il divieto di voto sancito dal terzo comma dell'articolo 2373 c.c., si estende anche alla persona del custode delle azioni, oggetto di sequestro giudiziario, del socio amministratore; App. di Milano, 17 febbraio 1995. in Vita not., 1996, p. 311, per cui il custode di azioni sottoposte a sequestro è legittimato ad esercitare il voto inerente ai titoli sequestrati; Trib. Monza, 11 gennaio 1996, in Società, 1996, p. 706 con nota di Terenghi, secondo cui in caso di sequestro giudiziario di titoli azionari, la legittimazione all'esercizio del diritto di opzione ad essi relativo spetta a colui che riveste la qualità di socio azionista della società; tuttavia, gli effetti dell'originario sequestro, non si estendono alle azioni pervenute al socio a seguito dell'esercizio dell'opzione ed il sequestrante, in tal caso, fa salva la possibilità di ottenere un nuovo sequestro avente ad oggetto queste ultime. I giudici hanno altresì rilevato che, sempre in caso di sequestro di titoli azionari, le azioni sottoscritte dal socio a seguito dell'esercizio dell'opzione incorporato nei titoli originari sottoposti a sequestro, spettano a colui che viene riconosciuto titolare di questi ultimi, sulla base del medesimo titolo contrattuale dell'acquisto (nella specie si trattava di un contratto preliminare e di una sentenza costitutiva ai sensi dell'articolo 2932 c.c.).

[5] Cass. 17 marzo 1994 n. 00151; Cass. 25 gennaio 1995 n. 4114; Cass. 7 giugno 1995 n. 1022.

[6] Cass. Pen., 20 giugno 2001, n. 29797. La Corte ha ritenuto sequestrabili altresì i seguenti beni: immobili, stabilimenti ed impianti allo scopo di impedire lo svolgimento di un'attività imprenditoriale non autorizzata; azienda ove si ravvisi una strumentalità specifica tra la sua gestione ed il fatto reato; natanti in funzione inibitoria del reato previsto dall'art. 1231 cod. nav.; il tutto sempre in una prospettiva volta a rimarcare l'effetto reale del provvedimento ablatorio, attuandosi l'esecuzione del sequestro preventivo mediante l'apprensione del bene sequestrato: Cass. Pen., 14 dicembre 1998, n. 4016, in Arch. nuova proc. pen. 1999, 31. Anche la giurisprudenza di merito è conforme a tale indirizzo, affermando che: "Devono ritenersi cose pertinenti al reato, sulle quali può cadere il sequestro preventivo di cui all'art. 321 comma 1 c.p.p., non solo quelle caratterizzate da un'intrinseca, specifica e strutturale strumentalità rispetto al reato commesso ed a quelli futuri, dei quali si intende impedire la commissione, ma anche quelle che risultino indirettamente legate al reato per cui si procede, sempre che la loro libera disponibilità possa dar luogo al pericolo di aggravamento o di protrazione delle conseguenze del reato, ovvero all'agevolazione alla commissione di altri. Tale vincolo di strumentalità diretta non è ravvisabile tra la titolarità di azioni o quote sociali e i reati di false comunicazioni sociali in quanto questi ultimi sono reati formali, propri degli amministratori e la titolarità di azioni non è presupposto necessario né può avere influenza diretta sulla commissione di detti reati". Trib. Milano, 11 ottobre 2002, in Foro ambrosiano, 2003, 193.

[7] Cass. pen., 7 luglio 1995, n. 22642; Cass. pen. 11 novembre 1997, n. 5002.

[8] Su cui si vedano: Salafia, L'intervento nell'assemblea della s.p.a. e della s.r.l., in Società, 2004, n. 6, p. 672; Roveri, Diritto d'intervento del socio in assemblea e diritto di impugnativa, in Impresa commerciale industriale, 2003, n. 11, p. 1806; Cacciamani, Impugnazione di delibera assembleare e diritto di intervento del socio, in Diritto e pratica delle Società, 2003, n. 9, p. 70; Fico, Nuovo diritto societario - II diritto di intervento nell'assemblea di società di capitali, in Diritto e pratica delle Società 2003, n. 7, p. 58; Werther, L'esercizio dei diritti di intervento in assemblea e di voto del socio - erede beneficiato, in Rivista del Notariato, 2002, n. 6, p. 1519, Fusi, Diritto di intervento in assemblea del socio privo del diritto di voto, in Società, 2001, n. 11, p. 1367; Volpe, Sequestro preventivo antimafia, esercizio del diritto di voto e omologazione di deliberazioni assembleari: le competenze d'intervento giudiziale e gli interessi economici, in Banca borsa e titoli di credito, 2001, n. 1, p. II-24; Positano, Intervento in assemblea e deposito di azioni, in Rivista di diritto dell'impresa, 2000, n. 3, p. 643; De Angelis, L'intervento del socio nelle assemblee delle società cooperative, in Società, 2000, n. 7, p. 803; Ianniello,  Diritto di intervento in assemblea e necessità del preventivo deposito delle azioni, in Società, 2000, n. 3, p. 310; Buonocore, Legittimazione all'intervento, discussione e disciplina pattizia del funzionamento dell'assemblea della società per azioni: a proposito di una recente sentenza della Cassazione, in Contratto e Impresa, 1996, n. 4, p. 95; Zagra, Problemi di diritto transitorio in tema di intervento in assemblea ex art. 2370 c.c., in Società, 2004, n. 11, p. 1385; Carminati, Diritto d'intervento in assemblea alla luce della disciplina sulla gestione accentrata dei titoli, in Società, 2004, n. 9, p. 1149.

[9] Sulle problematiche connesse al diritto di voto: Lupetti, Deroga al criterio di proporzionalità tra partecipazione sociale e diritto di voto nelle s.r.l. tra vecchio e nuovo diritto societario, in Rivista del Notariato, 2004, n. 6, p. II-1548; Santarsiere, Conflitto di interessi - socio - società - diritto di voto in assemblea e illegittima esclusione, in Il Nuovo Diritto - Rassegna giuridico pratica, 2004, n. 2, p. 133; Fico, L'esercizio del diritto di voto in sede extrassembleare, in Società, 2004, n. 5, p. 533; Sabatelli, Riforma delle società di capitali - Voto per corrispondenza e modificabilità delle proposte nelle assemblee di società quotate, in Riv. Soc., 2003, n. 2, p. 539; Campobasso, Voto di lista e patti parasociali nelle società quotate, in Banca borsa e titoli di credito, 2003, n. 2, p.I-125; Pomelli, I limiti di ammissibilità del voto segreto nelle assemblee di società di capitali e cooperative, in Giur. comm., 2002, n. 6, p. II-694; Werther, L'esercizio dei diritti di intervento in assemblea e di voto del socio - erede beneficiato, in Rivista del Notariato. 2002, n. 6, p. 1519; AA.VV., Divieto di delega di voto a terzi in assemblea, in Diritto e pratica delle Società 2002, n. 19, p. 51; Fiorio, Osservazioni in tema di intestazione fiduciaria di quote sociali, voto divergente e compensi eccessivi agli amministratori, in Giur. it. 2002, n. 7, p. 1439;  Fimmanò, I sistemi di voto tra autonomia statutaria ed « autodeterminazione » assembleare, in Società, 2002, n. 6, p. 697; Funari, Abuso dell'usufruttuario di quota di s.r.l. nell'esercizio del voto, in Società, 2002, n. 5, p. 592; Guerrera, Abuso del voto e controllo « di correttezza » sul procedimento deliberativo assembleare, in Riv. Soc., 2002, n. 1, p. 181; Gennari, Adozione, con il voto di soggetti non legittimati, di delibera per il ripianamento delle perdite mediante versamenti dei soci, in Società, 2002, n. 3, p. 364;   AA.VV., Il socio può non rispettare in assemblea l'accordo contenuto nel sindacato di voto - Se la penale prevista è troppo onerosa applicabile l'istituto della riduzione, in Guida al Diritto, 2002, n. 6, p. 41; Civerra, Esercizio del voto da parte del creditore pignoratizio secondo buona fede, in Società 2002, n. 2, p. 201; Fusi, Diritto di voto del creditore pignoratizio di quote di s.r.l. e abuso di potere, in Società, 2001, n. 7, p. 865.  

[10] "Nell'ipotesi di sequestro preventivo penale ex art. 321 c.p.p. di azioni ovvero di quote di s.r.l., la disciplina dei poteri normalmente connessi alla titolarità delle partecipazioni va individuata nel caso concreto dal giudice penale competente in riferimento alle finalità di interruzione del nesso tra la "res" sequestrata ed il reato e può essere censurata solo nella specifica sede del riesame del provvedimento di sequestro". Trib. Milano, 18 luglio 2001, in  Riv. dir. comm. 2002, II, 153, con nota di Vanoni.

[11] Sull'argomento: Lucchetti, La nuova S.p.A.: impugnazione e sospensione delle delibere assembleari, in Nuova Rassegna di legislazione, dottrina e giurisprudenza, 2004, n. 7, p. 35; Muscolo, Il nuovo regime dei vizi delle deliberazioni assembleari nelle S.p.A. ( seconda parte ): l'impugnazione, in Società, 2003, n. 5, p. 673; Costantino, La riforma delle società: corporate governance, principi imperativi ed autonomia statutaria - Profili processuali: l’impugnazione delle deliberazioni, in Società, 2003, n. 2, p. 337; Cacciamani, Impugnazione di delibera assembleare e diritto di intervento del socio, in Società, 2003, n. 9, p. 70; Cardarelli, Abuso del diritto e impugnazione di delibera assembleare, in Società, 2001, n. 5, p. 581; Cardarelli, Impugnazione di delibera assembleare: la tutela della maggioranza, in Società, 2000, n. 7, p. 852; Pintus, Impugnazione delibera assembleare, in Studium iuris, 1998, n. 10, p. 1096; Fusi, Condizioni per l'azione di impugnazione della delibera che approva il bilancio, in Società, 1998, n. 12, p. 1448; Fasolino, Impugnazione di delibera consiliare, in Società, 1998, n. 12, p. 1426; Mucciarelli, L'impugnazione delle delibere consiliari tra teoria dei diritti individuali e violazione di norme imperative, in Giur. comm., 1998, n. , p. 348/II;  D'Arezzo, Impugnazione delle delibere assembleari e conflitto d'interessi del socio, in Società, 1997, n. 9, p. 1059; Zucconi, Impugnazione della delibera di approvazione del bilancio e interesse del socio, in Società, 1995, n. 9, p. 1180;  Rordorf, Termini ed interesse nell'impugnazione di deliberazione ex art. 2446, in Società, 1995, n. 9, p. 1173; Merulli, Impugnazione di delibera assembleare e presentazione di idonea garanzia, in Società, 1995, n. 11, p. 1444; Merulli,  Deposito di almeno una azione per l'impugnazione della delibera assembleare, in Società, 1995, n. 5, p. 644; Salafia, Termine per l'impugnazione delle delibere assembleari, in Società, 1992, n. 5, p. 651; Salafia, Interesse all'impugnazione del bilancio di esercizio nelle società di capitali, in Società, 1992, n. 1, p. 91; Salafia, Il termine per l'impugnazione del bilancio d'esercizio, in Società, 1992, n. 1, p. 14; Rordorf, Impugnazione dei deliberati assembleari e consiliari (Validità e invalidità delle deliberazioni assembleari e consiliari - tavola rotonda ), in Società, 1992, n. 9, p. 1201; Patelli, Astensione dal voto e impugnazione della delibera, in Società, 1991, n. 12, p. 1645; Salafia, Impugnazione del socio che ha approvato il bilancio, in Società, 1990, n. 1, p. 26; Giaccardi, Potere di impugnazione delle delibere consiliari, in Società, 1990, n. 3, p. 291; Carnevali, Limiti alla impugnazione delle delibere consiliari, in Società, 1990, n. 6, p. 750; Ambrosiani, Impugnazione di delibera da parte dell'ex socio, in Società, 1990, n. 5, p.611; Salafia, L'invalidità dei controlli sugli atti societari e il regime delle impugnazioni, in Società, 2001, n. 1, p. 7; Civerra, Legittimazione attiva nelle impugnazioni per nullità e annullamento delle delibere, in Società, 2000, n. 9, p. 1114.

[12] Bonfante, Impugnazione della delibera da parte del socio sequestrato, in Società, 1991, n. 7, p. 973

[13] "La nullità di una delibera assembleare può essere fatta valere da chiunque abbia un interesse ad agire giuridicamente rilevante: interesse che non è ravvisabile sul solo diritto al corretto svolgimento dell'attività sociale", Trib. Milano, 11 dicembre 2003, in Giur. it. 2004, 2348, con nota di Salinas. Ed ancora, "L'azione di accertamento della nullità di delibere assembleari può essere esercitata da chiunque vi abbia un interesse concreto ed attuale, oltre che specificamente riferito all'azione di nullità medesima: l'interesse ad agire per evitare la lesione attuale di un proprio diritto e per conseguire con il giudizio un risultato pratico giuridicamente apprezzabile deve, infatti, per definizione, riferirsi all'azione in concreto esercitata. L'esistenza di tale interesse concreto ed attuale deve essere allegata anche da parte di colui che rivesta la qualità di socio, non essendo necessariamente sufficiente, ai fini dell'impugnativa, il fatto che egli abbia tale qualità e che non abbia concorso con il proprio voto alla formazione della decisione assembleare nulla. Lo "status" di socio, quando ad esso è collegato l'interesse ad agire, oltre a sussistere al momento della proposizione della domanda, deve permanere per tutto il giudizio sino alla decisione della controversia", Cass, 25 marzo 2003, n. 4372, in  Società,  2003, 1109 con nota di Furfaro.

[14] Sul distinguo tra impugnazione per nullità e quella per ottenere l'annullabilità della delibera, è stato rilevato che: "In materia di impugnazione delle delibere dell'assemblea di una società di capitali, la distinzione tra vizi che ne cagionano la nullità, ovvero l'annullabilità, e l'errore nel quale sia incorso il giudice del merito nella qualificazione del vizio denunciato, possono essere fatti valere in sede di legittimità, purché il ricorrente alleghi e dimostri l'esistenza di un interesse concreto alla sua correzione, in quanto, anche se a detti vizi corrispondono azioni e decisioni di natura differente, dalle quali possono derivare effetti almeno in parte dissimili, esse sono accomunate dalla circostanza che sia la pronuncia di nullità, sia quella di annullamento rispondono all'interesse dell'attore di caducare la delibera impugnata. Pertanto, qualora il socio abbia esercitato entrambe le azioni e la società convenuta non abbia eccepito la decadenza dall'azione ex art. 2377, c.c., l'errore del giudice del merito nell'identificare la natura del vizio che inficia la delibera e la conseguente imprecisa formula adottata nella sentenza sono irrilevanti, nel caso in cui il ricorrente non abbia allegato l'interesse che dovrebbe fondare il ricorso, in quanto l'impugnazione della pronuncia non può essere giustificata dallo scopo meramente teorico di conseguire una pronuncia formulata in termini giuridicamente corretti", Cass., 13 aprile 2005, n. 7663, in Giust. civ. Mass. 2005, f. 4; ed inoltre: "La delibera assembleare assunta in violazione di norme di legge è semplicemente annullabile, e non già nulla, quando le norme da essa violate sono dettate a tutela non già di interessi generali, ma a tutela dell'interesse dei soci o di gruppi di soci", Trib. Roma, 14 maggio 2003, in Giur. romana 2003, 385.

[15] Lolli, Inapplicabilità dell’obbligo di deposito di una azione ex art. 2378 alle società cooperative, in Società, 2003, n. 6, p. 83; Platania, Nozione e rilevanza dell'interesse ad agire ex artt. 2377 e 2378 c.c., in Società, 1997, n. 4, p. 410; Schirò, Applicabilità del rimedio ex art.2378 c.c. alle delibere nulle o inesistenti, in Società, 1996, n. 5, p. 539.

[16] Collia, Sospensione della prescrizione dell'azione di responsabilità ex artt. 2393 e 2394 c.c., in Società, 2002, n. 6, p. 744; Tina, Insindacabilità nel merito delle scelte gestionali degli amministratori e rinuncia all'azione sociale di responsabilità (art. 2393, ultimo comma, c.c.), in Giur. comm., 2001, n. 2, p. II-334; Delucchi, Nullità della rinuncia o transazione dell'azione ex art. 2393 senza approvazione assembleare, in Società, 2000, n. 4, p. 432; Vidiri, Azione sociale ex art. 2393 c.c.: quorum deliberativo e compromesso arbitrale, in Giust. civ., 1999, n. 5, p. I-1442; Delucchi, La deliberazione assembleare quale presupposto processuale per l'azione ex art. 2393 c.c., in Società, 1997, n. 6, p. 641; Portale, Note in tema di « scarico » e di « riproponibilità » dell'azione di responsabilità sociale ex artt. 2392 - 2393 cod. civ., in Riv. dir. priv., 1996, n. 2, p. 286.

[17] Sul conflitto di interessi: Santarsiere, Conflitto di interessi - socio - società - diritto di voto in assemblea e illegittima esclusione, in Il Nuovo Diritto - Rassegna giuridico pratica, 2004, n. 2, p. 133; Cincotti, Il diritto al voto del socio in conflitto di interessi e la determinazione dei quorum nell'assemblea delle s.p.a. e delle s.r.l., in Rivista Giuridica Sarda, 2001, n. 1, p. 13; Montalenti, Il conflitto di interessi nella riforma del diritto societario, in Rivista di diritto civile, 2004, n. 2, p. II-243; Pattay, Annullabilità di delibera assembleare assunta in conflitto di interessi, in Diritto e pratica delle Società, 2001, n. 3, p. 70; Buonomenna,  Voto del socio in conflitto d'interesse e responsabilità degli amministratori, in Diritto e pratica delle Società, 2001, n. 1, p. 67; Guglielmucci, Assemblea ordinaria di spa: quorum deliberativi e voto del socio in conflitto di interessi, in Studium oeconomiae/Economia dell'azienda e diritto dell'impresa, 2000, n. 6, p. 1008; Albanese, Il conflitto di interessi deve essere accertato nel caso concreto, in Società, 2000, n. 4, p. 468. In giurisprudenza: Cass., 9 giugno 2004, n. 10895, in Giust. civ. Mass., 2004, f. 6; Trib. Milano, 7 ottobre 2003, in Dir. e prat. soc., 2004, f. 1, 79, con  nota di Boccia; Trib. Milano, 25 settembre 2003, in Giur. milanese, 2003, 445; Trib. Ariano Irpino, 1 agosto 2003, in Giur. comm., 2004, II, 284, con nota di Pierri; Cass., 5 giugno 2003, n. 8989, in Giust. civ., 2004, I,2104; Trib. Reggio Emilia, 20 dicembre 2002, in Giur. it., 2003, 953; Trib. Monza, 15 novembre 2002, in Giur. mer., 2003, 462; Trib. Milano, 9 ottobre 2002, in  Giur. mil., 2003, 39; Trib. Napoli, 5 settembre 2002, in Dir. e giur., 2003, 347, con  nota di Calderini; Trib. Milano, 11 gennaio 2002, in Giur. it., 2002, 1897, con nota di Dentamaro; Trib. Catania, 3 settembre 2001, in Vita not., 2002, 124, con nota di Chiofalo; Trib. Milano, 22 giugno 2001, in Giur. it., 2002, 1898, con nota di Dentamaro; App. Roma, 29 maggio 2001, in Foro it., 2001, I, 3395.

[18] Zagra, Problemi di diritto transitorio in tema di intervento in assemblea ex art. 2370 c.c., in Società, 2004, n. 11, p. 1385; Marone, Applicabilità dell'articolo 2370 c.c. alle società a responsabilità limitata, in Notariato, 2001, n. 1, p. 39.

[19] Tra le tante pronunce, si segnalano: Trib Milano, 17 gennaio 2004, in  Società 2004, 1147, con  nota di Carminati;  Trib, Milano, 17 gennaio 2004, in Giur. it., 2004, 569; Trib. Milano, 3 settembre 2003, in Società, 2004, 1016, con  nota di Sottoriva; App. Milano, 31 gennaio 2003, in Giur. comm., 2003, II, 612,con  nota di Spiotta, in cui si legge: "perché l'organo assembleare possa intendersi validamente costituito occorre verificare che l'elemento indefettibile della fattispecie, vale a dire la presenza dei soci nell'adunanza, possieda i requisiti di rappresentatività stabiliti dagli art. 2368 e 2369 c.c. e che il relativo diritto di intervento risponda alle condizioni dell'art. 2370 c.c."; ed ancora: "Nell'impugnazione di deliberazioni assembleari, affette da vizi di mera annullabilità, l'adempimento all'obbligo di deposito in cancelleria dell'azione costituisce condizione dell'azione; pertanto la sua mancanza comporta l'inammissibilità dell'azione e l'improcedibilità ai sensi dell'art. 2378 c.c.", Trib. Catania, 10 gennaio 2002, in Società, 2002, 879, con nota di Fusi; App. Milano, 10 luglio 2000, in Giur. comm. 2002, II, 61 con nota di Pescatore; è stato rilevato come "È illegittima, perché contraria a principi di ordine pubblico economico sul funzionamento delle società commerciali, la clausola dello statuto di una società a responsabilità limitata che riproduce il contenuto dell'art. 2370 c.c. e subordina il diritto di voto del socio in assemblea all'iscrizione nel libro dei soci da almeno cinque giorni", Trib. Napoli, 14 giugno 2000, in Vita not. 2001, 324; "È omologabile la deliberazione assembleare adottata in assenza del preventivo deposito dei titoli azionari presso la sede sociale, atteso che tale deposito non è requisito di esistenza nè di validità della deliberazione medesima", App. Roma, 16 novembre 1999, in Foro it. 2000, I,1690.

[20] Ianniello, Diritto di intervento in assemblea e necessità del preventivo deposito delle azioni, in Società, 2000, 3, 313 e ss.

[21] Martines, Mancato deposito delle azioni e validità della deliberazione assembleare, in Contratto e Impresa, 1997, pag. 25.

[22] Restaino, sub. Art. 2370, in Sandulli - Santoro (a cura di), La riforma delle società. Commentario del D. Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, Torino, 2003, vol. I, pag. 305.

[23] Zanichelli,  I poteri del custode dei beni sottoposti a sequestro, in Fall., 2001, n. 6, p. 626; AA.VV., Custode azionario e denuncia al Tribunale delle irregolarità nell'amministrazione, in Diritto e pratica delle società, 1999, n. 8, p. \67; La Monica, Poteri del custode di azioni sequestrate, in Società, 1995, n. 8, p. 1052; Vanni, Il compenso al custode penale, in Cass. pen.,  1990, n. 3, p. 1336.

[24] Fiorio, sub. art. 2370, Cottino – Bonfante – Cagnasso - Montalenti, Il nuovo diritto societario, Bologna, 2004, Vol. 1,  pag. 534

[25] AA. VV., (Abriani e altri) Diritto delle società. Manuale breve, Milano, 2003.

[26] Bocca, sub. art. 2352, in Cottino – Bonfante – Cagnasso – Montalenti (a cura di), Il nuovo diritto societario, Bologna, 2004, Vol. 1,  pag. 346, dove evidenzia altresì che "la disposizione, in effetti, pare perfettamente compatibile e coerente con le disposizioni del codice di procedura civile che devolvono al sequestratario i compiti di custodia e conservazione (artt. 670 e 676) tra i quali può essere ragionevolmente ricondotto l'esercizio dei diritti corporativi connessi alle azioni".

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