Studio Legale Tidona e Associati

HOME

CONTATTO

CHI SIAMO

 

Magistra Banca e Finanza | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario

Rivista di Diritto Bancario e Finanziario
Per contattarci

CERCA ARTICOLI:

"False" valutazioni, "falso" qualitativo e false comunicazioni nel diritto penale societario

Di Giuseppe Losappio

Professore associato di diritto penale, Università di Bari

17 aprile 2008

 

''… we are not dealing with self-evident economic truths but with a particular economic interpretation with its roots in the intellectual world of nineteenth century''

(Tony Boyle)

 

 

1. Argomenti del tema e cenni sul metodo. – 2.  La formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni'' e la ''falsità delle valutazioni'' negli artt. 2621-2622 c.c.. – 3. La formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni'' e la ''falsità delle valutazioni'' nell’art. 2638 c.c.. – 4. Ricostruzione unitaria della formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni''. – 5. Irregolarità e decettività del falso. –  6. Il rilievo della nota integrativa: cenni.

 

 

1. Argomenti del tema e cenni sul metodo. – Il tema delle false valutazioni nelle comunicazioni alle pubbliche autorità di vigilanza può essere esaminato sotto molteplici profili.
Un indice non esauriente potrebbe comprendere la formula, "letterariamente pessima"([1]) "fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni"; la natura delle regole mediante le quali si formano alcune classi di dati oggetto delle comunicazioni alla Banca d’Italia; il problema della corrispondenza tra i concetti di falso e di valutazione ([2]), quello della configurabilità “ontologica” di valutazioni false ([3]), gli intricati nodi ermeneutici tra irregolarità e falso, da un lato, false valutazioni e “falso qualitativo”, dall’altro ([4]).

È del tutto evidente che bisogna operare una selezione e, quindi, una scelta di metodo che declini, nello specifico delle false comunicazioni sociali, le moralità metodologiche del diritto penale.

Il tormentato tessuto normativo del diritto penal-societario model-years 2001-2002 enfatizza la pregnanza dell’indirizzo ermeneutico che fa discendere dal principio di legalità la supremazia dell’interpretazione sulla (come nella) elaborazione concettuale e suggerisce al giurista di non manipolare i risultati dell’interpretazione contraddicendo (o svilendo) le indicazioni testuali in funzione delle esigenze di scopo (siano esse o meno in accordo con la voluntas legislatoris).

Il rifiuto vigile tanto della inversione metodologica quanto dell’interpretazione correttiva e (/o) teleologica (praeter e contra legem) oltre a dettare l’approccio alla materia segnala che lo studio deve procedere da un’accurata ricostruzione dei dati normativi, a partire dalla formula "fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni".
 
2.  La formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni'' e la ''falsità delle valutazioni'' negli artt. 2621-2622 c.c.. – Oggetto delle comunicazioni previste dagli artt. 2621-2622 e 2638 c.c. sono ''fatti materiali'' concernenti la ''situazione economica, patrimoniale o finanziaria'' di società ovvero ''di sottoposti alla vigilanza''. Parte di questa locuzione è di agevole lettura ([5]); altra, invece, è apparsa da subito molto problematica.

Ammesso che possa predicarsi la falsità di una valutazione, il punto saliente della discussione concerne appunto l’autonoma rilevanza – la tipicità, cioè – della valutazione falsa. In termini più espliciti si tratta di stabilire se la ''falsità della valutazione'' rileva solo se il fatto oggetto della valutazione è falso – id est, non esiste o comunque non esiste con le qualità o nelle qualità indicare nel bilancio –, oppure, la ''falsità della valutazione'' rileva per sé stessa, anche se il fatto oggetto della valutazione è vero.

L’intermittenza dei dati legislativi (a.), l’inconsistenza del testo (b.) e la rapsodicità delle motivazioni illustrate nei lavori preparatori (c.) complicano la risposta al quesito.

a. La riforma dei reati societari ha introdotto una straordinaria varietà di espressioni riferibili ai ''quadri di vita'' dell’informazione ''infedele'' ([6]). Negli artt. 2621-2622 c.c., oltre alla locuzione in esame, all’ultimo comma figurano, insieme con una soglia di rilevanza delle valutazioni estimative, due soglie quantitative che specificano il requisito di ''punibilità'' dell’''alterazione sensibile''. Simili disposizioni non compaiono nell’art. 2638 c.c. dove troviamo soltanto la formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni''. Soglie e requisito dell’alterazione sensibile sono assenti anche negli artt. 2624 c.c. (''Falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni delle società di revisione''), 173-bis – 174-bis del Tumf (rispettivamente ''Falso in prospetto'' e ''Falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni delle società di revisione'').

b. Se il sostantivo ''fatti'' del vecchio 2621 c.c. (e degli abrogati artt. 134 Tulb e 171 Tumf) non era per niente ''nitido e preciso'', risultando, piuttosto, ''oltremodo labile se non addirittura evanescente'' ([7]), la formula ''fatti materiali non rispondenti al vero'' non è più chiara e selettiva; anzi, è stata giudicata ''equivoca'' sin dalla sua comparsa nella legge delega ([8]).

c. Con specifico riferimento all’art. 2638 c.c., nel parere espresso dalla Commissione Giustizia della Camera al Governo sulla bozza del decreto legislativo, si legge che l’incidentale ''ancorché oggetto di valutazioni'' – assente nello schema di decreto presentato al Parlamento − veniva introdotta allo scopo di consentire ''la valutazione dei rischi insiti, ad esempio, nell’attività bancaria di intermediazione''; valutazioni – era altresì precisato – ''di fondamentale importanza per la conoscenza della situazione economica e patrimoniale degli intermediari''. Una glossa dell’ultima ora, dunque, motivata in termini pressoché opposti rispetto a quelli illustrati riguardo al testo degli artt. 2621-2622 c.c., dove la locuzione in esame era stata giustificata con l’esigenza di circoscrivere il fatto tipico alle ''valutazioni fraudolente'' di un fatto materiale falso ([9]).
In un quadro così precario e ambiguo, preludio di risultati parziali e insoddisfacenti, l’unico significato ''certo'', non opinabile, della formula in esame è la rilevanza delle comunicazioni relative a fatti materiali che ''non esistono'', ancorché espressi in termini numerico-monetari. L’appostazione di un immobile inesistente – si è esemplificato – non perde rilievo solo perché nel bilancio il bene è rappresentato mediante l’indicazione del suo valore ([10]). È di solare evidenza del resto che ''per poter effettuare una valutazione … dovrà certamente esistere una realtà (…) da valutare.

Diversamente, ove si “valutasse” un qualcosa di inesistente – nel senso di quantificare, attribuire un valore ad una realtà insussistente – si rientrerebbe, tout court, nell’esposizione di fatti non rispondenti al vero'' ([11]). Sarebbe assurdo attribuire alle valutazioni una sorta di efficacia scriminante del falso ideologico tout court. Ma se – come si è appena dimostrato – l’esposizione di fatti falsi rileva anche quando il fatto inesistente appare nel bilancio come l’oggetto di un giudizio, la logica impone che la soglia di rilevanza delle valutazioni estimative sia riferita alle valutazioni di fatti veri.

Quali intenzioni avesse in animo ([12]), il legislatore, circoscrivendo la rilevanza del falso estimativo, ha di fatto “resuscitato” la ''falsità delle valutazioni'' ([13]). Una soluzione differente sarebbe ancora una volta assurda. La previsione di soglie di punibilità del falso valutativo ha senso solo rispetto alla valutazione di fatti veri: la valutazione di un fatto falso è sempre falsa al 100 %. Per contro, non sembra cogliere nel segno la replica che addebita a questa conclusione il censurabile risultato di riabilitare le ''valutazioni pure" ([14]). Il punto è un altro. Se − come la stessa dottrina che replica in questi termini ritiene ([15]) − la formula in esame era funzionale all’obiettivo di escludere dal fatto tipico tutte le valutazioni di un fatto vero, la previsione di una soglia di rilevanza specificamente riferita alle valutazioni estimative denuncia irrimediabilmente che il legislatore, di sua mano, ha reso irrealizzabile il progetto al quale tendeva.
 

3. La formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni'' e la ''falsità delle valutazioni'' nell’art. 2638 c.c.. – Nell’art. 2638 c.c., l’assenza di una previsione relativa alla rilevanza delle valutazioni sembrerebbe preludere a risultati diversi. L’asimmetria ''testuale'' tra gli artt. 2621-2622 e l’art. 2638 c.c. parrebbe escludere dal fatto tipico le valutazioni false di fatti veri. Contro questa ipotesi, tuttavia, militano considerazioni di ordine teleologico (a.1.) e, soprattutto, dati testuali di segno opposto (a.2).

a.1. L’affermazione che nell’art. 2638 c.c. la ''falsità delle valutazioni'' non corrisponde al fatto tipico implica che gli ''elementi valutativi'' diventano irrilevanti proprio dove, più che altrove, rappresentano una pressante ''necessità gnoseologica'' ([16]). '' … gli elementi valutativi – si legge nella motivazione di una pregevole sentenza di merito ([17]) – rappresentano una necessità gnoseologica nella presentazione del reddito di esercizio e del capitale di bilancio degli intermediari finanziari''.

a.2. Una necessità tanto forte quanto docilmente inquadrabile nell’interfaccia tra un concetto di falso profilato in chiave schiettamente normativo-valutativa e un oggetto di tutela depatrimonializzato-istituzionale che si accorda senza particolare difficoltà con i dati normativi.

Le soglie quantitative, connesse al requisito dell’alterazione sensibile, sono segnali della voluntas legislatoris di ''tagliare l’erba sotto i piedi alla tanto discussa figura del falso qualitativo'' ([18]). Il requisito della rilevanza, unito a quello dell’alterazione sensibile (e, quindi, alle soglie quantitative), ''dissolve – si è scritto – ogni falsità sulla causale'' ([19]), ''spazza via la possibilità di un’applicazione della fattispecie alla falsità che si realizza mediante appostazioni non veritiere … nel titolo'' ([20]).

Il fatto che il legislatore nell’art. 2638 c.c. non abbia riferito la punibilità del falso ad elementi di ordine quantitativo-percentuale postula una conclusione opposta per le false comunicazioni alle autorità di vigilanza: qui il falso sulla causale ritrova pieno diritto di cittadinanza. Il ''ritorno'' del falso qualitativo spiana la strada alla ''falsità delle valutazioni''.

Se negli artt. 2621-2622 c.c. il legislatore ha sovraccaricato l’aspetto quantitativo del mendacio anche per estromettere dal fatto tipico il falso causale, l’art. 2638 c.c., che in merito nulla prescrive, è “aperto” al falso qualitativo.

La tipicità del falso qualitativo a sua volta implica quella delle false valutazioni. In assenza di specifiche indicazioni testuali di segno contrario, infatti, è ragionevole ritenere che la prima forma del falso comprenda la seconda. In altri termini, è plausibile che si punisca la ''falsità delle valutazioni'' e non il ''falso qualitativo''; non è ragionevole il contrario. Falso qualitativo e ''falsità delle valutazioni'' sottendono entrambi il riferimento ad un parametro normativo ulteriore rispetto all’obbligo di verità ([21]): nel falso qualitativo rileva la trasgressione di una regola sulla classificazione degli elementi del bilancio; nella ''falsità delle valutazioni'' l’inadempimento riguarda un criterio di commisurazione di un fatto concernente le condizioni economiche, patrimoniali e finanziarie della società; per tale motivo l’irregolarità del falso qualitativo, dove alla diversa qualificazione non corrispondano parametri di valutazione differenti, non incide sul risultato economico e non può essere causa diretta del danno patrimoniale previsto dall’art. 2622 c.c., mentre ''la falsità delle valutazioni'' è idonea ad alterare i risultati del bilancio e può cagionare conseguenze lesive per il patrimonio dei soci e dei creditori. Come il più contiene il meno, così la sicura rilevanza del falso qualitativo implica che anche il falso nelle valutazioni sia rilevante ex art. 2638 c.c.

Contro la statuizione di un trattamento penale differenziato tra false comunicazioni sociali e false comunicazioni dirette alle autorità di vigilanza gioca, altresì, un elemento solo apparentemente opposto al tema appena illustrato, ma in realtà ad esso succedaneo. Il riferimento è al rapporto tra falso valutativo e falso qualitativo. Non sempre il confine tra le due figure è netto. L’argomento è molto delicato e, per quanto possibile in questa sede, merita un seppur rapido approfondimento, anche perché la più autorevole dottrina sembrerebbe avere categoricamente smentito simile accostamento: '' … la falsa qualificazione − ha scritto il Crespi − non ha assolutamente nulla a che vedere con la falsità, quale precisamente richiesta dalla norma incriminatrice, sulle “condizioni economiche” della società''. Subito dopo il discorso dell’insigne Maestro, tuttavia, perde l’intonazione generale, e si specifica nell’osservazione ''che la qualificazione inveritiera di un costo effettivamente sostenuto non incide minimamente sulla esattezza del conto economico'' ([22]). Come dire che la qualificazione inveritiera è irrilevante se non incide sull’esattezza; è rilevante invece se incide.

Un esempio della prima ipotesi è il costo di una tangente falsamente illustrato in bilancio come spesa di rappresentanza o di pubblicità. Messa tra parentesi qualsiasi considerazione in ordine al significato da attribuire ad un fatto − la corruzione − che, pur non incidendo direttamente sulle condizioni economiche della società avrebbe, se reso noto, una valenza informativa di primissimo piano (anche in relazione ai rapporti tra chiarezza correttezza, completezza e verità del bilancio), sarebbe in effetti corretto affermare che la falsa classificazione del costo non incide sul conto economico.
La dissimulazione contabile della tangente fa capo ad una forma del falso qualitativo che non esaurisce la gamma di realizzazioni in cui il c.d. ''mendacio causale'' si può manifestare ([23]). I repertori di giurisprudenza offrono molti esempi di falso sulla causale che altera i risultati contabili. Si pensi ad es. alla classificazione degli immobili posseduti da una società immobiliare e destinati alla vendita che sono da considerare merci e non soggiacciono al criterio di valutazione delle immobilizzazioni (con esclusione, pertanto, tra i costi di produzione degli oneri relativi al finanziamento) ([24]).

In questo caso, come in quello più elementare dei crediti incagliati non equiparati alle sofferenze,  non solo emerge con evidenza la continuità tra falsa classificazione e falsità della valutazione, ma risulta altrettanto palese l’incidenza del mendacio sulle condizioni economiche della società ([25]).
 

4. Ricostruzione unitaria della formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni''. – L’affermata rilevanza (rectius tipicità) delle ''falsità delle valutazioni'' negli artt. 2621-2622 e 2638, comma 1, acuisce l’esigenza di una ricostruzione unitaria della evanescente formula ''fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni'' che restituisca un minimo di razionalità e coerenza ai rapporti tra le stesse fattispecie di false comunicazioni contenute nel codice civile (a.), trascenda gli inappaganti risultati sino a questo momento conseguiti dagli orientamenti prevalenti (b.) e sviluppi i germi positivi contenuti in una quarta opzione solo accennata da un’isolata dottrina (c.).

a. Un breve riassunto delle riflessioni svolte nei paragrafi precedenti illustra adeguatamente la confusione cui si è appena fatto cenno: negli artt. 2621-2622 c.c., il legislatore introduce l’espressione in esame per escludere dal fatto tipico la ''falsità delle valutazioni''. La stessa formula compare anche nell’art. 2638, comma 1, c.c., ma − si legge nella relazione del d.lgs. 66/2001 − non per escludere la punibilità delle valutazioni false, quanto bensì per renderla possibile. Sennonché, l’ultimo comma degli artt. 2621-2622, prescrive una soglia di rilevanza per le valutazioni estimative, e ciò implica inequivocabilmente la rilevanza delle ''valutazioni false''. Nell’art. 2638, invece, mancando una simile previsione sulla punibilità delle valutazioni estimative, la formula ''fatti materiali falsi ancorché oggetto di valutazioni'' sembrerebbe esprimere la naturale valenza selettiva nei confronti delle stime mendaci, che risulterebbero così estromesse dal fatto tipico. Sennonché sarebbe una soluzione irragionevole sotto diversi aspetti, il più significativo dei quali è − come si è accennato nel paragrafo precedente − la rilevanza del falso qualitativo nel delitto di false comunicazioni alle pubbliche autorità di vigilanza.

b. Le opzioni della dottrina e della giurisprudenza possono essere schematicamente ridotte a quattro indirizzi, tre dei quali in tutto o in parte insoddisfacenti.

b.1. La soluzione, seguita anche dalla sentenza qui annotata, che muove dalla premessa secondo cui ''nulla è cambiato'' rispetto alla disciplina model year 1942 e che la locuzione in esame rappresenta solo un’ininfluente ''superfetazione'' ([26]), trascura, in generale, l’entità della riforma e svilisce le incisive (ancorché censurabili) innovazioni in materia di false comunicazioni sociali. Tutto si può sostenere della nuova trama normativa degli artt. 2621-2622 c.c., tranne che la cesura con l’assetto della disciplina precedente non sia stata netta e radicale. La discontinuità rispetto al passato è notevole. Le novelle del codice non sono face lifting di modelli precedenti. Il design è profondamente mutato. Così tra l’interpretazione ''conservativa'' e il riconoscimento delle res novae, una lettura orientata in questa seconda direzione gode, in partenza, di maggiore credito. Simile orientamento, peraltro, è ulteriormente avvalorato dalla circostanza che la l. 262/2005, pur avendo introdotto numerose modifiche ai reati societari, comprese le disposizioni degli artt. 2621-2622 c.c., non ha “toccato” la formula in esame ([27]).

b.2. La stessa critica vale per l’opinione che attribuisce all’aggettivo in esame il compito di rimarcare l’atipicità delle congetture o delle mere dichiarazioni di volontà ([28]). Essa, infatti, svilisce il riferimento alla materiality rileggendo la formula con gli occhiali del vecchio 2621, n. 1. c.c. ([29]). Così intesa, peraltro, l’aggettivazione diventa inutile, posto che, a tal fine, sarebbe stata sufficiente la più semplice e lineare espressione “valutazioni di fatti”.

b.3. L’interpretazione, incentrata sulla netta contrapposizione tra fatti e valutazioni e fondata sull’assunto secondo cui sono ''materiali'' soltanto le “cose” suscettibili di percezione sensoriale o misurazione strumentale, secondo la quale rileva la ''falsità nelle valutazioni'' non la ''falsità delle valutazioni'' ([30]), si espone a quattro rilievi. Così intesa la formula sarebbe inutile: '' … se si voleva conferire rilievo solo ai fatti materiali non rispondenti al vero − è stato acutamente obiettato − che essi siano poi oggetto di valutazioni è, all’evidenza, del tutto indifferente'' ([31]). Vale osservare, ancora, che non hanno “fisicità” moltissimi fatti giuridici la cui esclusione dalla comunicazione societaria e alle autorità di vigilanza sarebbe del tutto irragionevole (es. l’avviamento). La tesi non dà conto, inoltre, della soglia relativa alle valutazioni estimative e, infine, appare ''velleitaria e fuorviante nella misura in cui trascura, a tacer d’altro, che le valutazioni sono parte essenziale del bilancio'' ([32]).

c. Sembra orientarsi meglio chi attribuisce alla formula ''fatti materiali'' lo scopo di ''circoscrivere il disvalore penale alle sole valutazioni dotate di concretezza'' ([33]). In questa prospettiva, una via di fuga dall’impasse si coglie leggendo la contrapposizione tra ''fatti materiali'' e ''valutazioni'' sotto due punti di vista: la distinzione tra l’elemento descrittivo e l’elemento nomologico di ogni valutazione e, quindi, la distinzione tra criteri fondanti e criteri assiologici (c.1.); la contrapposizione tra clausole generali, principi, da un lato, criteri, dall’altro (c.2.).

c.1. La circostanza che la formula parli di fatti-oggetto di valutazioni impone che le valutazioni abbiano ad oggetto fatti, siano essi materiali o meno, verificatisi durante (o comunque riferibili al)l’esercizio. Non è in gioco, pertanto, la distinzione tra valutazioni e fatti, né quella tra valutazioni ''vere'' e ''mere'' valutazioni; il focus sono le valutazioni che discendono dall’applicazione di criteri circoscritti ed assiologici, saldamente ancorate a fatti specifici, siano essi materiali o meno, e perciò verificabili.

Torna utile, per approfondire l’argomento, la classificazione delle valutazioni, elaborata dalla letteratura economico-aziendale, ovvero i valori numerico-monetari attribuiti alle voci del bilancio (conto economico e stato patrimoniale): valori certi, che riguardano prezzi che si sono realizzati; valori stimati che riguardano prezzi di fatti già (almeno in parte) verificatisi che, tuttavia, non si sono ancora realizzati; valori congetturati che si riferiscono ai prezzi che scelte gestionali ancora incompiute potranno conseguire ([34]). I valori congetturati di sicuro non sono ''materiali'', appunto, perché non si riferiscono a fatti, ma ad ipotesi doppiamente virtuali: perché futuro e incerto, come in ogni valutazione, è il valore certo in cui la stima si tradurrà e perché futuro e incerto è, anche, il fatto in relazione al quale quella stima è stata elaborata.

I parametri delle valutazioni, inoltre, devono essere ''assiologici'' e non ''fondanti'' ([35]). Se le valutazioni devono essere riferite a ''fatti materiali'', s’impone che l’elemento normativo delle stesse stime resti agganciato a quello descrittivo, e, quindi, che il parametro di giudizio della valutazione riguardi un dato rilevabile (rectius conoscibile) anche separatamente e indipendentemente dal giudizio stesso. Si pensi agli indici delineati dal Comitato di Basilea in ordine alla determinazione del valore di realizzo dei crediti: valore attuale dei flussi di cassa e stime dei flussi futuri; fair value delle garanzie reali, prezzo di mercato, ovvero altre informazioni come ritardi nei pagamenti in conto capitale e interesse, bilanci pubblicati, declassamento del merito di credito da parte di agenzie di rating e perdite di valore delle garanzie reali e personali. Valore attuale di cassa, ritardi nei pagamenti, bilanci e downgrade sono indici ''assiologici'' perché il precetto lega la valutazione ad un quid conoscibile anche separatamente e indipendentemente dal giudizio; è certamente ''fondante'' il criterio dei flussi futuri di cassa che implica un giudizio prognostico in cui è molto blando l’addentellato alla conoscenza di un fatto preesistente alla valutazione ([36]). Al limite tra le due categorie, si colloca il criterio del prezzo di mercato che assume carattere ''assiologico'' solo se il quid da valutare a tale stregua è oggetto di ''transazioni normali e accessibili agli operatori'' ([37]); altrimenti, è inevitabile che predomineranno le poco (o per niente) verificabili aspettative degli amministratori in ordine al prezzo di realizzo della cosa e si tratterà quindi di un criterio ''fondante''. In quest’ultimo caso, infatti, non si valuta un fatto sulla base di un prezzo che si conosce, ma si definisce un valore in relazione alla retribuzione che “ottativamente” si attribuisce all’oggetto della stima (come dire, che non si conosce, si vuole il prezzo).

c.2. Altresì atipiche, sono le valutazioni che non fanno capo ad un parametro di giudizio specifico e circoscritto, ma si riferiscono direttamente all’applicazione di una clausola generale, o di un principio privo di adeguata selettività. Non si intende discutere − sia ben chiaro − l’autonoma valenza precettiva dei canoni che prescrivono di redigere il bilancio con chiarezza, rappresentando ''in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria della società e il risultato economico dell’esercizio'' (2423, comma 2, c.c.). Ciò che si afferma, a prescindere da questo aspetto, è che la ''falsità della valutazione'' non è tipica se lo scostamento dal vero non trova preciso risconto nella violazione di ulteriori criteri siano essi ''norme tecniche'' o ''regole dell’arte'' ([38]). Le stesse considerazioni valgono anche per i principi generali di redazione del bilancio (art. 2324-bis c.c.), salvo che consentano di elaborare valutazioni senza la mediazione dei parametri strumentali appena richiamati. Si pensi al criterio del costo storico e a quello del fair value. Il primo consente, senz’altro, di elaborare  valutazioni, precise, circoscritte e verificabili; non così, per il secondo, che oltre ad essere oggetto di molteplici letture ([39]), senza il ricorso ad ulteriori criteri selettivi non consente di elaborare stime puntuali e controvertibili. 

Occorre precisare, infine, che rilevano solo le regole la cui inosservanza incide sulla “verità” del bilancio. Nell’ambito dei reati di false comunicazioni sociali, le violazioni di parametri che concretizzano altre clausole generali sono prive di autonomo significato, pur potendo assolvere una funzione sintomatica del mendacio, come avremo modo di illustrare nell’ultimo paragrafo riflettendo sulla nota integrativa. In ogni caso, ove la valutazione sia comunque corretta, l’inosservanza dell’art. 2423, comma 2, c.c., non integra un’alterazione dei valori economici del bilancio e, quindi, non corrisponde al fatto tipico.
 

5. Irregolarità e decettività del falso. ­­–  L’impegno di chiarificazione nomologica dei parametri di valutazione dei fatti veri rilevanti non deve distogliere l’attenzione da altre e non meno pregnanti questioni. Non bisogna trascurare in particolare la valenza che l’irregolarità (la violazione della regola, l’elemento nomologico della stima) assume nella ''falsità delle valutazioni''; tema cruciale se si considera che il rapporto irregolarità-falso è il terreno sul quale si evita o si consuma la ''diretta e globale trasposizione sul piano penalistico della disciplina della informazione societaria destinata all’organo di controllo'' ([40]).

''Intendiamoci'', ha esortato la migliore dottrina: ''sarebbe assurdo contestare che alle norme penali competa, nel quadro della legislazione commerciale, una funzione strumentale e subordinata. Ciò non significa che le medesime debbano limitare il loro apporto alla sanzione, e lasciare la definizione dei comportamenti alle disposizioni civili'' ([41]). È una prospettiva, quest’ultima, esiziale per il diritto penale, se vale l’osservazione che il canone dell’extrema ratio verrebbe del tutto frustrato qualora l’intervento penale ammantasse per intero le regole extrapenali in materia di contabilità, nobilitandole surrettiziamente al rango di beni giuridici ([42]); una prospettiva da respingere senza esitazioni; una prospettiva che si scongiura caratterizzando la proiezione offensiva del falso in termini di idoneità e rilevanza. Occorre, cioè, che la falsità non sia percepibile come tale; che la comunicazione abbia elevate probabilità di suscitare un’apparenza di verità-regolarità. Idonea ad ingannare è, appunto, solo quella comunicazione nella quale si paluda un’informazione falsa che il destinatario potrebbe considerare vera e corretta ([43]). Immutatio veri, imitatio veri. Rilevante, poi, è la falsità idonea ad indurre un errore per effetto del quale il destinatario della comunicazione con ogni probabilità terrà un comportamento diverso da quello che avrebbe mantenuto nel caso in cui non avesse ricevuto la falsa informazione ([44]); risultato, quest’ultimo, sul quale, il contesto globale della comunicazione mendace rileva più delle distinzioni tra falso qualitativo − falso quantitativo, da un lato, e ''falsità delle valutazioni'' − ''falsità nelle valutazioni'', dall’altro.
 

6. Il rilievo della nota integrativa: cenni. – Massima importanza assume in questa direzione la nota integrativa ([45]). Massimo rilievo riveste in particolare l’enunciazione dei criteri scelti per la classificazione-valorizzazione delle voci del (le altre parti del) bilancio e l’illustrazione delle ragioni alla base delle scelte operate, che devono essere esposte nel documento disciplinato dall’art. 2427 c.c. ([46]).

Il riferimento, pertanto, è alle c.d. indicazioni integrative, in senso proprio, con le quali gli amministratori chiariscono il significato delle scelte contabili operate nel bilancio; indicazioni che fanno corpo unico con le espressioni numeriche cui sono complementari ([47]). In questa sede non preme stabilire, infatti, se e in che limiti, il contenuto della nota integrativa possa essere considerato falso e quando tale falsità corrisponda alle previsioni degli artt. 2621-2622 e 2638 c.c. Qui non si discuterà la falsità della nota integrativa, ma il rapporto tra i contenuti della nota integrativa e gli elementi del mendacio, l’idoneità ingannatoria, in particolare; il modo, cioè, in cui le indicazioni della nota incidono sulla esistenza del falso (e sulla decettività, in particolare). Si tratta di argomenti tra loro strettamente collegati, ma concettualmente distinguibili con sufficiente nitidezza.

La falsità della nota integrativa riguarda le indicazioni supplementari e, in ogni caso, le situazioni in cui la falsità dei contenuti in essa presenti prescinde dal riferimento ad un altro elemento del bilancio. La relazione tra la nota e il falso concerne, invece, le situazioni in cui le indicazioni della nota stessa assumono rilievo strumentale ad altre componenti del bilancio e sono coessenziali, ma non sufficienti, al fatto del falso. Nota integrativa e ''falsità delle valutazioni'', sotto questo profilo, sono tra loro strettamente correlati  ([48]), in varie direzioni che, molto schematicamente possono essere ridotte a due situazioni-tipo: quella in cui sono false sia le ''motivazioni'' della nota che le valutazioni (nel senso basico che le valutazioni non sono corrette); quella in cui il criterio di valutazione non è corretto ma la nota indica il parametro effettivamente (ancorché scorrettamente) adottato.

Nel primo caso le false motivazioni di una ''falsa valutazione'' − id est, nel lessico seguito nelle pagine precedenti, la ''falsità della valutazione'' − enfatizzano la valenza decettiva del mendacio, agevolando, senz’altro, il giudizio di corrispondenza tra fatto-concreto e fatto-tipico; nel secondo la contrapposizione tra verità e irregolarità non è certo di agevole soluzione. L’art. 7, comma 2, del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, offre un’efficace introduzione del problema. La disposizione recita che  ''Non danno luogo a fatti punibili … le rilevazioni e le valutazioni estimative rispetto alle quali i criteri concretamente applicati sono stati comunque indicati in bilancio''. La disposizione riecheggia quella dottrina penalistica che da tempo aveva affermato con altrettanta nettezza che l’utilizzazione di criteri difformi da quelli previsti dalla normativa civilistica illustrata nella nota integrativa non integra un falso penalmente rilevante ([49]).

Una verifica attenta del postulato, nonostante l’avallo legislativo, conduce ad una convalida solo parziale. A tal fine è opportuno distinguere tra criteri non derogabili (a.), criteri derogabili (b.).

a. L’art. 2423, comma 3, c.c. che, come tutti sanno, consente ''in casi eccezionali'' di derogare i criteri di valutazione sanciti dal codice civile è disposizione non suscettibile di estensione analogica e, quindi, non si applica ai criteri inderogabili, come ad es., secondo parte della dottrina, quelli stabiliti per la valutazione dell’avviamento ([50]). In questo caso, l’indicazione nella nota del criterio effettivamente adottato non dovrebbe escludere il falso. La verità dell’informazione contenuta nella nota, tuttavia, non è completamente priva di effetto. Essa, infatti, può incidere sull’idoneità ingannatoria.

La decettività del falso, com’è noto, non è un termine di riferimento assoluto, ma relativo, che cambia a seconda del soggetto preso come termine di paragone, ovvero, più precisamente, della sua capacità di identificare le false informazioni contenute nel bilancio ([51]). Nel caso di comunicazioni dirette al pubblico, ovvero, a categorie indeterminate di soggetti, il livello di resistenza al mendacio, da assumere come parametro, non può che essere molto basso. Non corrisponde alla comune esperienza, infatti, che l’investitore retail sia uno scafato lettore di contabilità societaria. Naturalmente non si tratta di incoraggiare la dabbenaggine ovvero condotte spericolate, quanto piuttosto di rapportare la prognosi sull’inducibilità in errore del pubblico, dei soci e dei creditori non qualificati alle conoscenze, comunque estremamente ridotte, che dall’esponente di una di queste categorie è ragionevole attendere. Diverse considerazioni, invece, si impongono circa le comunicazioni dirette alle autorità di vigilanza. In questo caso è ragionevole supporre una ''resistenza'' al mendacio superiore. Le autorithies hanno poteri di auditing, che – adeguatamente esercitati – consentono loro di indurre i vigilati ad una maggiore chiarezza espositiva. Bisogna ritenere, del resto, che i criteri inderogabili riguardino informazioni di particolare rilievo, in ordine alle quali particolarmente attento dovrebbe essere il controllo esercitato dalle autorità. Tanto basta per affermare che, in quest’ultima situazione le indicazioni della nota vere ma scorrette (in altri termini: correttamente enunciative di un criterio che non poteva essere adottato) restino confinate nell’ambito delle mere irregolarità e, per se stesse, non assurgano al rango di falsità.

b. Quando i criteri sono derogabili la veritiera indicazione dei criteri di valutazione scorrettamente adottati non esclude la punibilità del falso se l’effetto comunicativo della valutazione mendace è ciononostante decettivo. Valgono al riguardo tre indici di giudizio: il destinatario della comunicazione (b.1.); la correttezza dell’informazione (b.2.); la verità dei fatti ai quali è riferita la deroga dei criteri standard (b.3.).

b.1. Nei delitti di falso erga omnes, quelli in cui i destinatari non sono indicati ovvero è segnalato solo il genus dei soggetti ai quali le comunicazioni mendaci sono indirizzate, qualsiasi irregolarità può rendere insidiosa la falsa rappresentazione delle condizioni economiche. Bisogna guardarsi, s’intende, dal rischio di facili generalizzazioni. Se i destinatari della comunicazione sono meglio profilati come ''soggetti non estranei ai lavori, nei quali si può ragionevolmente postulare ed esigere la cultura e la capacità necessarie per comprendere il linguaggio dei bilanci e dell’informazione economica'' ([52]), la misura della decettività dovrà essere acconciamente ricalibrata. Certo la situazione muta radicalmente, come nel caso dell’information flow diretto alla Banca d’Italia, quando il destinatario della comunicazione è precisamente individuato, la comunicazione si inserisce in una relazione intersoggettiva tra ricevente ed emittente e il primo ha capacità di selezione critica, di verifica ed approfondimento. In presenza di queste condizioni, l’oscurità e l’imprecisione dell’informazione non acquisiscono il carattere sintomatico della falsità apprezzabile nelle comunicazioni indirizzate a categorie aperte di soggetti.

b.2. La non chiarezza della nota integrativa può vanificare il significato positivo dell’endorcement relativo alla deroga. In questo caso, il principio di chiarezza non surroga quello di verità, posto che la falsità della valutazione assumerà rilievo solo se incide sulla esposizione delle condizioni economiche della società; dal punto di vista penalistico, il riferimento alla chiarezza non sarà autosufficiente, ma conserverà il carattere strumentale rispetto al principio di verità. La violazione del principio di chiarezza neutralizzerà piuttosto il valore delle indicazioni contenute nella nota dove si potrà dimostrare che esponendo scorrettamente i fatti anche la veritiera enunciazione della deroga partecipa all’immutatio veri e la rende persino più insidiosa, affinando l’imitatio veri.  

b.3. La previsione delle deroghe (al criterio di continuità e ai criteri standard), pur essendo finalizzata a realizzare interessi che non sono nella disponibilità degli amministratori, è legata, tuttavia, alla discrezionalità di cui godono gli esponenti societari nella conformazione stessa della realtà che il bilancio deve rappresentare ([53]); scelte che sono tra gli elementi da indicare nella motivazione della deroga, prescritta dall’art. 2423, comma 2, c.c.. Per tale ragione, se la nota indica fedelmente il criterio erroneamente adottato, ma i fatti posti alla base della deroga non sono veri, la veritiera indicazione del criterio non ridurrà la valenza decettiva del falso. 


 

([1]) Vassalli, L'art. 95 della legge bancaria. Un precetto primario e un'incriminazione secondaria, in Banca, borsa, tit. cred., 1959, I, p. 362 (a proposito del mendacio bancario ex art. 95 r.d.l. 12 marzo 1936, n. 375, convertito nella l. 1 luglio 1938, n. 141).

([2]) Problema, secondo un’efficace definizione, ''palestra di confronto'' di ''pressoché tutta la dottrina che ha trattato del falso societario'': Perini, Il delitto di false comunicazioni sociali, Padova, 1999, p. 343.

Sulla centralità della questione, per tutti: Nuvolone, Introduzione, in Il diritto penale delle società commerciali, a cura di Id., Milano, 1971, XI-XII.

([3] ) Secondo una prima parte degli autori, l’espressione ''fatti non rispondenti al vero'' del ''vecchio'' 2621, n. 1., c. civ., implicava l’atipicità delle valutazioni, che non sono fatti e che, in ogni caso, possono essere corrette o non corrette, ma non vere o false. ''Fatto'' è tutto e solo ciò che – collocandosi nel presente o nel passato – è accertabile e percepibile con i sensi, mentre la valutazione concerne una previsione, un giudizio circa accadimenti futuri; il ''fatto'' attiene al mondo dell’essere, mentre la valutazione quello del dover essere. I giudizi di valore, pertanto, sfuggono al concetto di falsità. Ex multis: Weiller, Fatto falso ed occultamento nei bilanci, in Riv. it. dir. pen., 1931, p. 376; Nappi, Falso e legge penale, Milano, 1989, p. 8; Morselli, Il reato di false comunicazioni sociali, Napoli, 1974, p. 240.

Un’altra parte della dottrina, invece, giudica che la compatibilità/incompatibilità tra falso/valutazioni è relativa ai dati normativi; concerne, cioè, un problema di tipicità. Sul punto, da ultimo, la breve ma efficace ricostruzione di Denora (Falsità documentali e valutazioni, in Giur. mer., 2005, p. 1475 e ss) che distingue ''falsità delle valutazioni'' (tesi), ''falsità nelle valutazioni'' (antitesi), ''falsità e valutazioni'' (sintesi). La locuzione ''falsità delle valutazioni'' esprime – secondo l’A. – ''una relazione tra falsità e valutazioni tale per cui, configurando il costrutto logico-grammaticale una relazione di specificazione, il determinatore (le valutazioni) ... connota in modo peculiare il determinato (la falsità), individuando un’ipotesi caratteristica di falsità''; la locuzione ''falsità nelle valutazioni'' allude invece alla circostanza che ''le valutazioni possono “ospitare” delle falsità'' materiali; la locuzione ''falsità e valutazioni'' cifra la conclusione secondo cui l’incompatibilità tra falso (ideologico) e valutazione non sarebbe “ontologica”, ma normativa (''dove il legislatore ha voluto … colpire anche classificazioni-misurazioni e valutazioni, lo ha detto chiaramente … '', si potrebbe chiosare con Caraccioli, Reati di mendacio e valutazioni, Milano, 1962, p. 28). Così, in particolare, con specifico riferimento alle false comunicazioni sociali: Antolisei, Manuale di diritto penale. Leggi complementari, I, Reati societari, bancari, di lavoro e previdenza, Milano, 1993, p. 131 (il legislatore con l’art. 2621, n. 1, c.c. non ha sancito la violazione delle norme del c.c. che dettano i parametri delle valutazioni ''come ha fatto quando ha voluto puramente e semplicemente rafforzare un comando con sanzione penale''). In termini Musco Enzo, Bilanci anomali e false comunicazioni sociali: identificazione inevitabile ?, in Giur. com., 1982, II, p. 508; Perini, ''Falso in bilancio'' e violazione dei principi di redazione del bilancio, in Giust. pen., 1994, II, c. 716. A quest’opzione ermeneutica può accostarsi quella di chi ha negato il rilievo delle false valutazioni, scorgendo nella soluzione positiva una resa alla funzione meramente sanzionatrice dell’art. 2621 n. 1. c.c. rispetto alla normativa civilistica regolamentante la redazione del bilancio: Lanzi, Note in tema di “tutela penale dell'informazione societaria”, in Giur. com., 1986, I, p. 607;

La giurisprudenza prevalente e con essa un’ulteriore quota della letteratura penalistica, invece, ammettevano senz’altro sia la corrispondenza tra il concetto di fatti e quello di valutazioni, sia la rilevanza, anzi la necessità, di attribuire rilievo alle false valutazioni.

Giurisprudenza e dottrina però si presentavano estremamente divise in ordine ai termini della dialettica vero-falso. L’espressione ''fatti non rispondenti al vero'' è – si argomentava in ordine al primo profilo – assai meno selettiva di quanto sembri e può, data la sua ''ricca polivalenza di significati'', essere riferita pure alle valutazioni. Così: Caraccioli, op. ult. cit., cit., p. 14. La citazione è ripresa da Napoleoni, I reati societari, vol. III, Falsità nelle comunicazioni sociali e aggiotaggio societario, Milano, 1996, p. 176, nota 35. Anche le valutazioni, peraltro, possono essere considerate fatti, nel senso di accadimenti della vita interiore. Così, tra le tante: Cass. pen., sez. V, 19 giugno 1992, in Cass. pen., 1994, 403 (''… “Fatti” sono non solo le singole componenti dell’attivo e del passivo, ma anche le loro valutazioni, essendo tali elementi entrambi necessari per stabilire la verità e la falsità del bilancio''). Il termine fatti si presta ­– tanto nel linguaggio comune quanto in quello tecnico – a ricomprendere non solo gli elementi obiettivi della realtà esteriore, bensì anche i fatti psichici come accadimenti attinenti alla vita interiore del dichiarante. Di più: la tipicità delle false valutazioni è implicita nella struttura-funzione del bilancio (amplius, § 3.c.). Sulla natura del vero che si oppone alla falsità della valutazione, tuttavia, si registravano ben tre orientamenti differenti: nettamente in minoranza era l’indirizzo, di matrice pressoché esclusivamente giurisprudenziale, secondo cui i criteri di redazione del bilancio ''determinano una vera e propria realtà obiettiva'', discostandosi dalla quale si realizza una vera e propria falsità (es. Corte. App. Roma, 11 ottobre 1982, in Cass. pen.,1983, p. 1230); si deve soprattutto a Conti (Diritto penale commerciale, Torino, 1980, p. 232) la tesi della ''verità relativa'', che si registrerebbe allorquando la falsità di un dato non è storica, ma dipende dall’inosservanza ''dei criteri civilistici di valutazione e delle norme tecniche che presiedono alla redazione di bilancio ed alle stime correlative''. Adde: Marinucci – Romano Mario, Tecniche normative nella repressione penale degli abusi degli amministratori di società per azioni, in Il diritto penale delle società commerciali, cit., p. 109; Bartulli, Tecnica di redazione del bilancio e norme incriminatrici, in Il diritto penale delle società commerciali, cit., p. 180; Bruno, La nuova disciplina del bilancio e i suoi riflessi penalistici, in Giur. it., 1995, VI, c. 196. La tesi della ''verità legale'', cui la dottrina commercialistica ha fornito fondamentali contributi (per tutti: Colombo, Il bilancio di esercizio nelle società per azioni, Padova, 1965, passim; G. Ferri, Le società, in Trattato di diritto civile italiano, vol. 10, III, Torino, 1971, p. 559; Fortunato, La certificazione del bilancio: profili giuridici, Napoli, 1985, passim; Id., Sanzioni civilistiche e sanzioni penali nella riforma del risparmio, in Riv. soc., 2004, p. 167), in ambito penalistico si deve in particolare a: Zuccalà, Il delitto di false comunicazioni sociali, Padova, 1954, pp. 27-56; Id., Le false comunicazioni sociali. Problemi antichi e nuovi, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1989, pp. 733-734. Adde, in part.: Bellini, Note sul falso in bilancio negli elementi valutativi, in Riv. pen., 1996, p. 149.

Da registrare, infine, la posizione della dottrina commercialistica che ha intravisto nel sistema delle valutazioni, delineato dall’art. 2424 c.c., ''una situazione del tutto artificiale e formale'' che non poteva, né doveva, riflettere ''l’effettiva situazione della società''; una ''minimale non verità “legale”e formalistica'': Simonetto, La valutazione di bilancio e la loro disciplina nella legge, in Dir. fall. soc. com., 1999, p. 890. Una posizione simile in precedenza era già stata declinata nel senso che la ''verità del bilancio'' dipende dalla verità del conto profitti e perdite. La verità del conto patrimoniale, invece, ''è per volontà dello stesso legislatore una non verità'': Ferri, Nuove posizioni in tema di irregolarità del bilancio, in Riv. dir. com., 1976, II, p. 303.

([4]) Ex multis, prima della riforma dei reati societari oltre agli autori già citati: Colombo, La ''moda'' dell’accusa di falso in bilancio nelle indagini delle Procure della Repubblica, in Riv. soc., 1996, 720-721; Pedrazzi, voce Società commerciali (disciplina penale), in Dig. disc. pen., vol XIII, 1997, p. 355; Caraccioli, Sulla rilevanza penal-tributaria del cosiddetto ''falso qualitativo'' in bilancio, in Il fisco, 1998, 14045.

Dopo, per tutti: Crespi, Le false comunicazioni sociali: una riforma faceta, in Riv. soc., 2001, pp. 1354-1355; Alessandri, I nuovi reati societari: irrazionalità e arretramenti della politica criminale nel settore penale, in Quest. giust., 2002, p. 7; Caraccioli, Una nuova figura di falso in bilancio. Il “falso quali-quantitativo”, in Impresa, 2002, 145; Pulitanò, False comunicazioni sociali, in Il nuovo diritto penale delle società. D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, a cura di Alessandri, Milano, 2002, pp. 148 – 153; Giunta, La vicenda delle false comunicazioni sociali. Dalla selezione degli obiettivi di tutela alla cornice degli interessi in gioco, in Riv. trim. dir. pen. ec., p. 635;  Mazzacuva, Il falso in bilancio. Casi e problemi, Padova, 2004, p. 122; Martiello, Verso un’autonoma rilevanza penale della nota integrativa ?, in Riv. trim. dir. pen. ec., 2005, pp. 316 – 324.

Con specifico riferimento al sotto-problema del rapporto irregolarità-falso, costituito dal “falso omissivo”, in part.: Napoleoni, Gli orizzonti liquescenti delle false comunicazioni sociali: il delitto di cui all'art. 2621, n. 1, cod. civ. come reato di pura omissione, in Cass. pen., 1999, pp. 295-296; Crespi, L’omessa indicazione in bilancio di debiti contestati, in Riv. soc., 2004, p. 1164. In una prospettiva più ampia rispetto a quella del diritto penale societario: Bartoli, Il falso per omissione e il falso c.d. implicito tra legalità ed esigenze di tutela, in Riv. it. dir. proc. pen., 2004, p. 521. 

([5]) Non è controverso che l’oggetto delle comunicazioni ''rilevanti'', negli artt. 2621-2622 c.c., come nell’art. 2638, comma 1, c.c., corrisponda ai dati del conto economico e dello stato patrimoniale: Napoleoni, op. loc. ult. cit., p. 228. Nell’art. 2638, alla pari dell’abrogato art. 134 del Tulb, l’''ambito elettivo'' dell’incriminazione resta, in ogni caso, circoscritto ''alle segnalazioni periodiche … sulla condizione delle partite anomale, incagli, sofferenze, crediti ristrutturati'', finalizzate ad ''accertare che la dilatazione dell'esposizione verso la clientela non superi una determinata soglia di rischio'': Ellero, Nordio, I reati societari e bancari, Padova, 1998, p. 282. L’estensione della formula ai dati patrimoniali e finanziari, operata con la riforma del 2001-2002, peraltro, non aggiunge nulla rispetto ai più stringati riferimenti ai soli dati economici del vecchio 2621 c.c. e delle disposizioni cui l’art. 2638 c.c. è succeduto (gli artt. 171 e 174 Tumf, in particolare). La locuzione ''condizioni economiche'', infatti, possedeva ''una decisa intonazione globale'': Pedrazzi, voce Società commerciali (disciplina penale), in Dig. disc. pen., vol. XIII, 1997, p. 355.

Con specifico riferimento all’art. 2638 c.c. si è sostenuto che l’assenza delle soglie di punibilità consentirebbe di attribuire rilievo anche ad ''informazioni particolari'', laddove, per i reati di false comunicazioni sociali (artt. 2621-2622 c.c.), le stesse soglie e la sostituzione del termine ''situazione'' con quello di ''condizioni''  dovrebbe ''inibire future interpretazioni fondate su una visione parcellizzata delle singole voci del bilancio e sull’interesse a conoscere la dinamica sottesa al procedimento che giunge a consuntivo'': Musco Enzo, I nuovi reati societari, Milano, 2002, p. 48. Sed contra è stato osservato: ''La modifica testuale non giustifica questa conseguenza: “situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società” è concetto idoneo a ricomprendere anche informazioni su aspetti particolari, rispetto ai quali può sensatamente porsi il problema della rilevanza e della “sensibilità” informativa'': Pulitanò, False comunicazioni sociali, cit., pp. 145-146.

Oltre alle notizie concernenti la ''situazione economica, patrimoniale o finanziaria'', sono oggetto ''tipico'' delle comunicazioni anche i dati e le informazioni concernenti i ''beni posseduti o amministrati dalla società per conto terzi''. Tale previsione, assente nel primo schema di decreto legislativo, è stata inserita dal legislatore delegato in base al parere delle Commissioni Giustizia della Camera e del Senato, per ''assicurare il mantenimento della tutela penale ... sulla gestione dei patrimoni mobiliari svolta per conto della clientela dalle banche e dagli altri intermediari finanziari'': Camera dei deputati. Commissione giustizia, Parere sullo Schema di decreto legislativo recante attuazione dell’articolo 11 della legge 3 ottobre 2001, n. 306, in tema di disciplina degli illeciti penali ed amministrativi riguardanti le società commerciali (Atto Camera, 7, 6 marzo 2002).

A differenza degli artt. 2621-2622, l’art. 2638, comma 1, c.c. non fa riferimento al ''gruppo''; ciononostante, l’applicabilità di quest’ultima disposizione al bilancio consolidato non può essere revocata in dubbio. Vale in tal senso osservare che, per un verso, l’art. 2638 c.c. riguarda qualsiasi comunicazione che ''in base alla legge'' deve essere inviata all’autorità di settore, per l’altro, che nel Tulb, nel Tumf, e nella disciplina dell’attività di intermediazione assicurativa e previdenziale, è fatto obbligo alle banche e agli altri soggetti sottoposti alla vigilanza di redigere il “consolidato” e di trasmetterlo all’authority. Così: Seminara, False comunicazioni sociali, falso in prospetto e nella revisione contabile e ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza, in Dir. pen. proc., 2002, p. 677.

Più problematica appare la classificazione come tipiche (o meno) di altre comunicazioni societarie: i c.d. bilanci intermedi, il rendiconto relativo agli affari dei patrimoni che ex art. 2447-septies deve essere allegato al bilancio. Cfr.: Scano, Falso in bilancio e nullità civile nella redazione del bilancio alla luce della riforma del diritto societario, in Giur. com., 2003, I, pp. 448 e pp. 464-465.

([6]) Simile florilegio si inserisce nel folto quadro di requisiti costitutivi che caratterizza le nuove fattispecie penal-societarie e costituisce l’ennesima espressione di quella ''ossessione della legalità'' che ha neutralizzato l’input – iscritto nei prolegomeni della riforma – ''di introdurre fattispecie'' chiare e ''semplici''. La ''triturazione'' del fatto tipico, determinata dall’eccessiva acribia descrittiva, infatti, ha generato indeterminatezza. ''L’incontrollata frenesia di tipizzazione'', dalla quale è stato posseduto il legislatore, ha costretto il governo ad emanare norme decisamente imprecise e – a tratti – indeterminate. Riferimenti, nell’ordine, a: Flora, Ossessione della legalità e insensibilità sistematica alle radici di una doverosa riforma, in Leg. pen., 2002, p. 533; Muscatiello, Pluralità e unità di reati. Per una microfisica del molteplice, Padova, 2002, p. 12; Alessandri, La legge delega n. 366 del 2001: un congedo dal diritto penale societario, in Corr. giur., 2001, p. 1545; Id., I nuovi reati societari: irrazionalità e arretramenti della politica criminale nel settore penale, cit., p. 6.

Per tutti sul rapporto tra ''vera frammentarietà'' e ''comprensione tipologica'': Papa, Le qualificazioni giuridiche multiple nel diritto penale. Contributo allo studio del concorso apparente di norme, Torino, 1997, passim.

([7]) Napoleoni, Valutazioni di bilancio e false comunicazioni sociali: lineamenti di un’indagine dopo l’attuazione della quarta direttiva CEE, cit., p. 416.

([8]) Flora, Ossessione della legalità e insensibilità sistematica alle radici di una doverosa riforma, cit., p. 534. In termini: Di Martino, commento 2621-2622, in Leg. pen., 2003, pp. 442-443; Comoli, Il falso in bilancio: principi di ragioneria ed evoluzione del quadro normativo, Milano, 2002, pp. 60-68.

Per la ''storia'' della locuzione vedi la nota successiva.

([9]) Cfr. Resoconto, 10 luglio 2001, Commissione Giustizia, Commissione Finanze, 8.

Nel corso dei lavori preparatori della riforma la locuzione in esame affiora, per la prima volta, nella relazione della P.L. n. 969 (XIII legislatura), figlia del c.d. progetto Mirone: il termine informazioni, utilizzato per individuare l’oggetto del mendacio, ''va sempre riferito a fatti materiali ancorché oggetto di valutazioni, esulando di necessità dall’ambito della fattispecie le previsioni, i pronostici, l’enunciazione di progetti o simili: ossia valutazioni di natura schiettamente soggettiva, alle quali non si attaglia un giudizio basato sull’antitesi vero – falso''. Nel testo dell’articolato, tuttavia, non v’è alcun cenno alle valutazioni.  Pare chiaro, quindi, che la formula aveva il solo scopo di orientare l’interpretazione in modo da ribadire l’insindacabilità dei giudizi personali.

Nel Disegno di legge n. 1137 (XIV legislatura), 3 luglio 2001, Delega al Governo per la riforma del diritto societario, a firma del nuovo ministro di Giustizia, Castelli, la locuzione scompare del tutto. Non se ne discuterà più fino all’esame congiunto dei testi in Commissione Giustizia, dove l’on. Pecorella farà rilevare che nella proposta governativa rimaneva ''irrisolta'' la questione ''della falsità delle valutazioni'' (Resoconto, 10 luglio 2001, Commissione Giustizia, Commissione Finanze, 8). A questa sollecitazione, l’on. Ghedini risponderà con l’emendamento 10.69 (successivamente assorbito nell’emendamento 10.2), cui si deve (in seguito all’approvazione da parte della  Commissione Giustizia della Camera, prima, e, dalle Assemblee poi) il testo degli artt. 2621-2622 c.c. qual è attualmente in vigore.

([10]) In tal senso: Caraccioli, Falso in bilancio: dietro le polemiche norme più aderenti alla realtà societaria, in Guida dir., 2001, n. 36, p. 10; Id., La riforma del falso in bilancio e i rapporti con i reati tributari, in Il fisco, 2002, pp. 2657-2658; Id., Le nuove false comunicazioni sociali e la crisi dei beni giuridici indeterminati, in Riv. trim. dir. pen. ec., 2002, p. 465.

([11])  Perini, Il delitto di false comunicazioni sociali, cit., p. 345.

Cfr. per un ulteriore richiamo in tal senso: Mazzotta – D’Avirro, Profili penali del controllo nelle società commerciali. Sindaci, revisori, autorità indipendenti, Milano, 2006, p. 160.

Risulta, pertanto, incomprensibile la figura del c.d. falso ''quali-quantitativo'' laddove con tale locuzione non si faccia riferimento alle situazioni in cui la falsa classificazione di un fatto vero comporta una falsa valutazione (postea § 4), ma a quella in cui un fatto materiale falso sia stato erroneamente classificato e, per conseguenza, erroneamente valutato. In quest’ultima accezione: Caraccioli, Una nuova figura di falso in bilancio. Il “falso quali-quantitativo”, cit., p. 145)

([12]) E’ appena il caso di ricordare che la voluntas legislatoris non vincola l’interprete: ''con l’atto legislativo … la legge si distacca dai suoi autori e viene elevata ad esistenza oggettiva'' (Engisch, Einführung in das juristische Denken, 1968 (IV ed.), trad. it., Milano, 1970, p. 140).

La voluntas legis può essere ''più intelligente del legislatore'': Kaufmann Arthur, Analogie und “Natur der Sache”. Zugleich ein Beitrag zur Lehre von Typus, 1965, trad. spagnola, Santiago, 1976, p. 87.

Sul tema con specifico riferimento alla materia in esame: Insolera, Democrazia, ragione e prevaricazione. Dalle vicende del falso in bilancio ad un nuovo riparto costituzionale nella attribuzione dei poteri ?, Milano, 2003, pp. 6-7.

([13]) Sull’argomento: Alessandri, I nuovi reati societari: irrazionalità e arretramenti della politica criminale nel settore penale, cit., pp. 2 e 5; Assumma, Un progetto senza coordinamento tra le diverse ipotesi di reato, in Guida dir., 2001, 36, p. 12; Manna, La riforma dei reati societari: dal pericolo al danno, in Foro it., 2002, V, 111, p. 7 (estratto); Pulitanò, La riforma del diritto penale societario, fra dictum del legislatore e ragioni del diritto, in Riv. it. dir. proc. pen., 2002, p. 935.

([14]) Caraccioli, La riforma del falso in bilancio e i rapporti con i reati tributari, op. loc. cit..

([15]) Caraccioli, opp. locc. ult. cit..

([16]) Zanotti, La tutela penale della vigilanza bancaria, cit., pp. 612-616; Giunta, Quale futuro per le false comunicazioni sociali, in Dir. pen. proc. 2001, p. 931.

([17]) Trib. Trani – 17 febbraio 2005 – Pres. Est. Miccoli, con nota mia, Falsità delle valutazioni, false comunicazioni sociali e false comunicazioni alle ''pubbliche autorità di vigilanza'', in Riv. Trim. Dir. Pen.Ec., 2007, p. 687.

([18]) Foffani, La nuova disciplina delle false comunicazioni sociali (artt. 2621 e 2622), in I nuovi reati societari: diritto e processo, a cura di Giarda, Seminara, Padova, 2002, p. 295.

In termini: Giunta, Quale futuro per le false comunicazioni sociali, cit., p. 931; Flora, Ossessione della legalità e insensibilità sistematica alle radici di una doverosa riforma, cit., p. 537.

([19]) Alessandri, La legge delega n. 366 del 2001: un congedo dal diritto penale societario, cit., p. 1548.

([20]) Alessandri, I nuovi reati societari: irrazionalità e arretramenti della politica criminale nel settore penale, cit., p. 7.

''In virtù di questi … due requisiti – incalza con un certo entusiasmo Caraccioli (Falso in bilancio: dietro le polemiche norme di aderenti alla realtà societaria, cit., p. 10) – non si assisterà più … alla contestazione di falsi di tipo “qualitativo”, relativi cioè a bilanci esatti sotto il profilo “consuntivistico” ma soltanto censurabili per la non perfetta qualificazione dell’“etichetta” attribuita a date voci''.

([21]) Sul tema: Napoleoni, L’obbligo di verità della società commerciale e i suoi limiti. I problemi della rilevanza dell’offesa e del nemo tenetur se detegere, in La società commerciale nel diritto penale, Incontro di studio, Frascati, 25 – 27 giugno 1998, p. 4 (http://appinter.csm.it/incontri/relaz/1614.pdf). Sul rapporto tra questo argomento e il nemo tenetur se detegere in senso sostanziale, in senso critico, per tutti: Pulitanò, Nemo tenetur se detegere: quali profili di diritto sostanziale ?, in Riv. it. dir. proc. pen., 1999, p.1282 (''Lungi dall’essere un principio di civiltà giuridica, l’ipotetica scusante generale del nemo tenetur se detegere darebbe luogo ad uno stravolgimento dell’ordine dei valori in gioco: la non punibilità sarebbe introdotta, in nome dell’inesigibilità, del comportarmento che, sul piano obiettivo, presenta una accentuata carica lesiva per l’interesse protetto, e, sul piano soggettivo, una colpevolezza non minore''). Contra: Muscatiello, Falso in bilancio e reati connessi: una moderna disapplicazione del  nemo tenetur se detegere, in Falso in bilancio, concussione e corruzione: esperienze a confronto (Aspetti sostanziali e processuali), Atti delll’incontro di diritto penale, Foggia, 21 aprile 1997, a cura di Manna, Bari, 1998, p. 143; Infante, Nemo tenetur se detegere in ambito sostanziale: fondamento e natura giuridica, in Riv. trim. dir. pen. ec., 2001, p. 831.

([22]) Crespi, Le false comunicazioni sociali: una riforma faceta, cit., pp. 1354-1355.

([23]) Sulla distinzione tra false classificazioni che non deformano il risultato economico (es. classificazione di crediti, salvo il caso in cui il credito debba essere equiparato ad una sofferenza, come nel caso dei crediti c.d. incagliati) e false classificazioni che deformano il risultato economico (opere di manutenzione ordinaria classificate come miglioramenti): Superti Fuga, Il falso in bilancio nella prospettiva economico-aziendale, in Giur. com., 1996, I, p. 228.

([24]) Trib. Perugia, 5 settembre 1998, in Rass. giur. umbra, 1999, p. 86. V. altresì Cass. civ., sez. I., 1 aprile 2005, in Società, 2006, p. 29 con commento di Balzarini (''Se in sede di redazione del bilancio, per i titoli trasferiti, si applica un criterio di valutazione  diverso da quello del precedente documento contabile ciò è solo la prima applicazione di una regola valutativa corrispondente al nuovo comparto'').

([25]) Tutto a voler concedere, infine, pur disconoscendo la validità dei precedenti argomenti, la ''falsità delle valutazioni'', estromessa dalla porta (nella metafora, s’intende, l’art. 2638, comma 1, c.c.), rientrerebbe dalla finestra (l’art. 2638, comma 2), come condotta di ostacolo alle funzioni di vigilanza. 

([26]) ''In definitiva – ha scritto uno dei più sensibili ed accreditati interpreti del diritto penale societario  – nell’economia delle nuove fattispecie, la locuzione “fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”  finisce col risultare in tutto e per tutto equivalente alla tradizionale espressione “fatti non rispondenti al vero”'': Foffani, La nuova disciplina delle false comunicazioni sociali (artt. 2621 e 2622), cit., p. 265. Più sfumata la posizione di: Seminara, False comunicazioni sociali, falso in prospetto e nella revisione contabile e ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza, cit., p. 677.

Trascende persino l’ipotesi interpretativa di una, più o meno limitata continuità tra la vecchia e la nuova disciplina delle false comunicazioni sociali, l’opinione secondo cui la sequenza legislativa ''l. 366/2001-d.lgs. 61/2002'' avrebbe riproposto una tecnica normativa risalente al codice penale, riscoprendo le origini del diritto penale societario, travisate nella disciplina model year 1930-1942. Come dire che la riforma dei reati societari sarebbe una sorta di interpretazione autentica a posteriori del vecchio diritto penale societario. Ma lasciamo parlare il testo: ''la creazione di una fattispecie di danno a carattere delittuoso e l’affiancamento ad essa di una fattispecie priva di danno a carattere contravvenzionale'' costituisce appunto una tecnica ''che si ritrova ampiamente adottata nel vigente codice penale, dove, ad. es., accanto ai “delitti contro il patrimonio” (artt. 624 ss. c.p.) esistono le “contravvenzioni concernenti la prevenzione di delitti contro il patrimonio” (artt. 705 ss. c.p.). Nel nuovo sistema penal-societario il momento principale della rilevanza viene individuato nella causazione di un danno ai soci od ai creditori, che è l’elemento caratterizzante della fattispecie delittuosa di cui all’art. 2622 c.c. ... Il bene giuridico protetto della norma in questione risulta, dunque, essere ora un bene di stretta natura “endosocietaria”, quale appunto il patrimonio dei soci o dei creditori. Un bene molto simile a quello caratterizzante i delitti contro il patrimonio, con la specialità, rispetto a quelli che si tratta del patrimonio di soggetti particolari, la cui lesione è provocata all’interno delle società commerciali. ... Tutto il resto (protezione della trasparenza societaria; caduta di credibilità per i potenziali investitori, correttezza dei rapporti tra potere economico e potere politico; e così via) appartiene ... alla sfera dell’opinabile e va tutelato in via indiretta attraverso fattispecie minori (delittuose o contravvenzionali che siano), pedisseque e strumentali rispetto alla fattispecie principale, incentrata sulla protezione del patrimonio dei soci''; cosa avvenuta, riconducendo le false comunicazioni nell’alveo originario, ''quale concepito dal legislatore del 1942'' con la parallela creazione degli artt. 2621, 2622 c.c.: Caraccioli, Le nuove false comunicazioni sociali e la crisi dei beni giuridici indeterminati, cit., 471-472..

Contra, per tutti: Marinucci, Falso in bilancio: con la nuova delega avviata una depenalizzazione di fatto, in Guida al diritto, 2001, n. 45, p. 11.

([27]) Una scelta questa  che non avvalora affatto l’infelice locuzione ''fatti materiali falsi ancorché oggetto di valutazioni''. Soffre di razionalismo la posizione della dottrina secondo cui si dovrebbe dedurre dal mancato intervento del legislatore l’assunto che l’espressione appena citata non ''è così oscura'': Caraccioli, Tutela del risparmio: dalle nuove sanzioni un efficace contrasto ai reati societari, cit., p. 12. Ma davvero il reale è razionale, ovvero repetita non iuvant perché ''due torti non fanno una ragione'' ?

([28]) Ex multis: Colombo, Il falso in bilancio e le oscillazioni del pendolo, in Riv. soc., 2002, p. 436; Biondi, Le false valutazioni estimative in bilancio e la recente riforma dell’art. 2621, n. 1, c.c., in Cass. pen., 2003, p. 2131 (in part.); Di Martino, commento 2621-2622, cit., pp. 442-443; Mazzotta – D’Avirro, Profili penali del controllo nelle società commerciali. Sindaci, revisori, autorità indipendenti, cit., p. 160; Donato, Mercati finanziari e sistema dei controlli. Il ruolo delle autorità di vigilanza, in La riforma del falso in bilancio e la tutela dei risparmiatori, Incontro organizzato dal CSM, Roma, 10-11 marzo 2005, dattiloscritto.

([29]) Per tutti: Crespi, Falsa comunicazione sociale e annuncio di progetto industriale non veritiero, in Studi di diritto penale societario, Milano, 2004, p. 282. Cfr. altresì l’aggiornata rassegna di Biondi, op. loc. ult. cit..

Per contro non vale osservare che sono fatti anche quelli ''psichici'' come le valutazioni. Così: Perini, Il delitto di false comunicazioni sociali, cit., p. 345. Ivi, nt. 6, ulteriori riferimenti bibliografici. L’obiezione trascura la distinzione tra falsa esposizione di una valutazione (l’esposizione cioè ideologicamente non vera di una valutazione – che in questa accezione senz’altro costituisce un fatto – mai formulata, o formulata in modo diverso) e valutazione falsa; e nemmeno considera che non si discute sui rapporti tra fatti e valutazioni, ma sulla distinzione tra valutazioni e mere opinioni/congetture/previsioni soggettive.  

([30]) Così, per tutti: Caraccioli, La riforma del falso in bilancio e i rapporti con i reati tributari, cit., pp. 2657-2658. L’A. distingue tre situazioni: il falso su fatto materiale, c.d. ''falso secco'' che si configura quando l’esposizione comporta ''l’esposizione di un fatto mendace'' (si afferma l’esistenza di un credito inesistente, o non si dichiara un credito esistente); il falso su fatto materiale costituente oggetto di valutazione, che si configura quando la valutazione corrisponde ad una circostanza di fatto falsa (perché taciuta o perché falsamente esposta); la valutazione errata/falsa di un fatto esistente, che ricorre quando il fatto oggetto della stima è correttamente descritto, ma il valore attribuito non è regolare. Sia la prima che la seconda situazione sono punibili. La seconda, in particolare, corrisponde esattamente alla formula in esame. Non è punibile la terza, invece, che allude proprio alle fattispecie-concrete che il legislatore ha inteso escludere dalla tipicità. In seguito: Id., Tutela del risparmio: dalle nuove sanzioni un efficace contrasto ai reati societari, cit., p. 12. In termini: Anello, Valutazione delle partecipazioni ''immobilizzate'': rilevanza penale prima e dopo la riforma dei reati societari, in Società, 2002, p. 676.

([31]) Flora, Ossessione della legalità e insensibilità sistematica alle radici di una doverosa riforma, cit., p. 534.

([32]) Giunta, Quale futuro per le false comunicazioni sociali, in Dir. pen. proc., 2001, p. 931. 

'' … se nel bilancio tutto (o quasi tutto) è risultato di valutazioni, e se le valutazioni … non sono “fatti”, dovremo concludere che il legislatore ha dettato una norma inutile, quando ha penalmente sanzionato l’esposizione di fatti falsi in bilancio'': Rossi, In tema di falso in bilancio e di nullità della relativa delibera assembleare, nota a Cass. civ., sez. I, 31 maggio 1966, n. 1450, in Giur. it., 1967, I, 1, c. 937. Cfr. in tal senso Bellini, Il falso in bilancio nella prospettiva ragioneristica, in Impresa, 2003, p. 333.

([33]) Giunta, op. loc. ult. cit..; Id., Dal doveroso recupero della legalità ai rischi di una trasfigurazione del bene giuridico, in Leg. pen., 2002, p. 538. 

In tal senso: Palmieri, L’idoneità della condotta tra i nuovi requisiti oggettivi del falso in bilancio, in Dir. prat. soc., 1999, n. 24, p. 11; Lunghini, La nuova disciplina delle false comunicazioni sociali, in Riv. trim. dir. pen. ec., 2001, 1009; Flora, op. loc. ult. cit. (solo come ipotesi).

([34]) Per tutti: Superti Fuga, Il falso in bilancio nella prospettiva economico-aziendale, cit.,  pp. 219-220. Amplius Id., Reddito e capitale nel bilancio di esercizio, Milano, 1991, pp. 45-49.

([35]) Cfr. Contento, Corso di diritto penale, Bari-Roma, 2004, I, p. 43.

([36]) Cfr. Linee guida concernenti il trattamento contabile dei crediti, l’informativa sul rischio di credito e le problematiche connesse, Documento a fini di consultazione pubblicato dal Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, Basilea, ottobre 1998.

Per una soluzione simile in tema di stima dei conferimenti di azienda, cfr. Mormando, Capitale sociale, conferimenti e legge penale, cit., pp. 90 – 93.

([37]) Così: Sottoriva, Le modifiche alla nota integrativa e alla relazione sulla gestione per l’informazione relativa al fair value, in Società, 2004, p. 761.

([38]) Su questa distinzione, per tutti: Fortunato,  Approccio legalistico e principi contabili in tema di scrittura e valutazioni di bilancio, in Giur. com., 1992, pp. 462-463.

Resta impregiudicata da questa soluzione, che intende soltanto registrare la “volontà della legge”, il problema della natura delle regole tecniche, di recente riproposto nelle declinazioni dell’opera di Stella Federico, Giustizia e modernità. La protezione dell’innocente e la tutela delle vittime, Milano, 2004.

Sul punto, fondamentale: Marinucci, Innovazioni tecnologiche e scoperte scientifiche: costi e tempi di adeguamento delle regole di diligenza, in Riv. it. dir. proc. pen., 2005, p. 29. V. anche Centonze, Scienza “spazzatura” e scienza “corrotta” nelle attestazioni e valutazioni dei consulenti tecnici nel processo penale, in Riv. it. dir. proc. pen., 2001, p. 1232; Infante, Salcuni, Diritto penale del comportamento e disvelamento della necessaria “politicità” del giudizio degli esperti. Abbandono dell’integrazione del precetto penale ad opera di fonti secondarie “tecniche” ?, in Annali della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Foggia, 2005, I, p. 1153 e ss.

In ogni caso, deve trattarsi di regole dell’arte (ovvero principi contabili) consolidati al tempo in cui il bilancio è stato formato. Basta in tal senso osservare che la mancanza di un criterio di valutazione comunemente accettato è, se non altro, indicativa di un ambito di materia in cui l’eventuale intervento penale, sia o meno intenzionalmente diretto a questo scopo, realizzerebbe un sindacato giudiziario sulla discrezionalità degli amministratori nel tradurre contabilmente le scelte di politica-societaria, di cui è abbastanza palese il contrasto con la ''libertà di impresa''.

([39]) Es.: valore corretto, equo, naturale, coerente, congruo, adeguato, normale. Così Sottoriva, Le modifiche alla nota integrativa e alla relazione sulla gestione per l’informazione relativa al fair value, cit., p. 761. Cfr. altresì: Cartozzolo, L’introduzione del ''fair value'' nella IV e VII direttiva comunitaria: una prima valutazione, in Società, 2002, p. 1340.

([40]) Melchionda Alessandro, voce Mercato dei valori mobiliari (tutela penale del), cit., p. 9.

([41]) Il virgolettato è tratto dall’opera di Pedrazzi, Considerazioni generali sulle sanzioni penali nel progetto di riforma delle società commerciali, in Riv. it. dir.  proc. pen., 1966, p. 781.

Con specifico riferimento al tema in esame: Id., Profili penali dell'informazione societaria, cit., pp. 1129-1130; Mazzacuva, Riflessi penalistici delle nuove norme in materia societaria introdotte con il D. Lgs. 9 aprile 1991, n. 127: prime osservazioni, cit, p. 637; Scano, Falso in bilancio e nullità civile nella redazione del bilancio alla luce della riforma del diritto societario, cit., p. 453; Sasso, Principio di continuità e irregolarità nei bilanci di esercizio e consolidati, in Giur. com., 2000, I, p. 716 (con particolare riferimento al bilancio consolidato); Salafia, Bilancio falso e bilancio irregolare, in Società, 2002, p. 533; Abriani, Riflessi civilistici del nuovo diritto penale commerciale, in La riforma del diritto societario e il nuovo diritto penale commerciale, Atti del Convegno, Pinerolo, 30 novembre 2002, pp. 2-3 (in www.associazionepreite.it/Asp/utility/visualize.asp?id=103).

Sul diritto penale societario in generale ex multis: Marinucci – Romano Mario, Tecniche normative nella repressione penale degli abusi degli amministratori di società per azioni, cit., pp. 93-94 (ivi, nota 1, riferimenti alla dottrina precedente); Alessandri, I reati societari: prospettive di rafforzamento e riformulazione della tutela penale, cit., p. 488.

([42]) Se la sfera dell'illecito extrapenale e quella dell'illecito penale coincidessero ''negheremmo la funzione del diritto penale. Il diritto penale è necessariamente selettivo. è sul criterio in base al quale operare la selezione che, naturalmente, deve ricercarsi il consenso: ma non possiamo pensare'' che un’intera disciplina ''riceva, attraverso una serie di rinvii e di regole, sanzione penale perché, in tal modo, avremmo già vanificato lo scopo della scelta'': Contento, Diritto penale, diritto di prevenzione e processo penale nella disciplina del mercato finanziario. Relazione di sintesi, 1994, in Scritti. 1964 – 2000, a cura di Spagnolo, Bari-Roma, 2002, pp. 319-320.

([43]) La relazione tra idoneità e rilevanza non si atteggia sempre allo stesso modo. V. § precedente.

([44]) Per meglio comprendere la distinzione tra idoneità e rilevanza può essere utile un esempio: le Istruzioni di vigilanza prevedono che ''le banche sono tenute all’osservanza di un limite quantitativo inderogabile'', il c.d.  “limite individuale di fido”, ''rapportato al patrimonio di vigilanza, per le posizioni di rischio nei confronti dei clienti''. Le stesse Istruzioni altresì prescrivono che il limite individuale di fido e gli altri parametri di rischio contemplati dalla disciplina sui ''requisiti patrimoniali sui rischi di mercato'' costituiscono termini di ''carattere prudenziale'', ''minimale'', che non esonerano le banche dall’adottare ''procedure e sistemi di controllo che assicurino una gestione sana e prudente dei rischi di mercato''.

Le banche devono segnalare trimestralmente i requisiti patrimoniali e, quindi, il limite individuale di fido. Gli esponenti bancari che comunicano un limite di fido diverso da quello reale, pur comunicando una notizia falsa, non sempre realizzano il fatto tipico delle false comunicazioni alla Banca d’Italia. Qualora il limite individuale di fido reale sia inferiore non solo al livello standard, ma anche al livello prudenziale, la falsa indicazione di una misura diversa, pur essendo idonea ad ingannare, non avrà alcuna rilevanza. Nell’esempio riportato, infatti, se anche la Banca d’Italia avesse conosciuto il dato reale, dolosamente taciuto dagli esponenti, comunque non avrebbe avuto motivo di intervenire.

([45]) In termini, prima della riforma, per tutti: Bartulli, Tecnica di redazione del bilancio e norme incriminatrici, in Il diritto penale delle società commerciali, cit., p. 249 (con riferimento, in particolare, alla corrispondenza tra la rappresentazione in bilancio di valori stimanti ed il criterio relazione che ne ha informato la stima). Sul preteso carattere riduttivamente ''sintattico'' di questa concezione della verità: Superti Fuga, Il falso in bilancio nella prospettiva economico-aziendale, cit., p. 225.

V. dopo la riforma: Pulitanò, False comunicazioni sociali, cit., pp. 152-153. Ulteriori riferimenti bibliografici in Martiello, Verso un’autonoma rilevanza del falso nella nota integrativa ?, cit, p. 316.

Sulla ''nota integrativa'' dopo la riforma del diritto societario: Paccapelo, Novità sul bilancio e nota integrativa, in Dir. fall. soc. com., 2004, p. 522; Sottoriva, Le modifiche alla nota integrativa e alla relazione di gestione per l’informazione relativa al fair value, cit., p. 759; Fico, Impatto della riforma societaria sulla nota integrativa al bilancio di esercizio, ivi, 2005, p. 229. In precedenza, per tutti: Lolli, La nota integrativa nel bilancio di esercizio delle S.p.a., Milano, 2003.

([46]) La migliore dottrina commercialistica rileva che la distinzione tra nota integrativa e relazione degli amministratori, ''netta'' e ''agevole in teoria'', può non esserlo nella pratica posto che il ''rendiconto di gestione costituisce l’eco-sistema di base delle valutazioni di bilancio'': Fortunato, Approccio legalistico e principi contabili in tema di scrittura e valutazioni di bilancio, cit., p. 462. Non è ipotesi remota, dunque, che indicazioni relative ai criteri di valutazione adottati concorrano alla trama del documento disciplinato dall’art. 2428 c.c.; nondimeno se le motivazioni da iscrivere nella nota sono contenute nel rendiconto è da escludere che si delineino conclusioni diverse rispetto a quelle cui perverremo esaminando la relazione tra nota integrativa e valutazioni di bilancio. Sotto il profilo penalistico è decisivo il rapporto tra motivazione delle scelte operate nelle valutazioni e criteri di valutazione effettivamente adottati, non certo il luogo dove le motivazioni sono illustrate. Ciò non toglie, tuttavia, che lo speaker corner possa assumere rilievo nel giudizio sull’idoneità ingannatoria della comunicazione. Un’accorta e maliziosa distribuzione tra nota e relazione delle informazioni relative ai criteri di valutazione, infatti, può incrementare l’attitudine decettiva del falso.

Sul rapporto tra relazione degli amministratori e (vecchio) art. 2621, n. 1, c.c.: Bruno, La nuova disciplina del bilancio e i suoi riflessi penalistici, cit., cc. 206-208.

([47])  Sulla distinzione tra ''informazioni complementari'' e ''informazioni supplementari'': Castellano Gaetano, L’allegato e la relazione al bilancio nella quarta direttiva comunitaria, in Giur. com., 1985, I, p. 8.

V. anche: Sacchi, La nota integrativa nel d.lgs. 127/1991, ivi, 1992, I, p. 62 (il quale avverte che nella nota integrativa il concetto di ''informazioni complementari'' non corrisponde all’omonima nozione dell’art. 2423, comma 2, c.c.); Superti Fuga, Reddito e capitale nel bilancio di esercizio, cit., pp. 144 (l’A. ulteriormente distingue le informazioni complementari in base alla funzione in informazioni aventi funzione descrittiva e informazioni aventi funzione esplicativa).

([48]) Sul rapporto tra ''principio di unità'' del bilancio, ''principio di topicità'' delle sue componenti, inscindibile unitarietà dello stato patrimoniale, del conto economico e della nota integrativa, permeabilità tra prospetti contabili e nota integrativa:  Fortunato, Approccio legalistico e principi contabili in tema di scrittura e valutazioni di bilancio, cit., p. 458.

([49]) Perini, ''Falso in bilancio'' e violazione dei principi di redazione del bilancio, cit., c. 716.

([50]) Jaeger, Deroghe alle valutazioni ''legali'' di bilancio in presenza di ''speciali ragioni'', in Giur. com., 1974, p. 3.

([51]) Cfr. per tutti sul punto: Predieri, Lo stato come riduttore di asimmetrie informative nella regolazione dei mercati finanziari, in Mercato finanziario e disciplina penale, Atti del Convegno di Courmayeur 12 - 15 dicembre 1992, a cura del Centro Nazionale di prevenzione e difesa sociale, Milano, 1993, p. 69.

([52]) Pulitanò, False comunicazioni sociali, cit., p. 153.

([53]) Es. Cass. civ., sez. I, primo aprile 2005, in Le società, 2006, p. 29, con commento di Balzarini.

Elenco completo degli articoli

 

Si iscriva alla Newsletter per ricevere gli approfondimenti

 

Raccolta di Giurisprudenza in Omaggio:

IL CONTENZIOSO SUL MUTUO BANCARIO

Clicca qui per richiedere la Raccolta in omaggio

 
 
 

© COPYRIGHT TIDONA

Tutti i contenuti sono protetti dal diritto d'autore. Ogni utilizzo non autorizzato sarà perseguito ai sensi di legge.

RIPRODUZIONE VIETATA

 

 

 

Vedi tutti gli articoli
NOTE OBBLIGATORIE per la citazione o riproduzione degli articoli e dei documenti pubblicati in Magistra Banca e Finanza
È consentito il solo link dal proprio sito alla pagina della rivista che contiene l'articolo di interesse.
È vietato che l'intero articolo, se non in sua parte (non superiore al decimo), sia copiato in altro sito;  anche in caso di pubblicazione di un estratto parziale è sempre obbligatoria l'indicazione della fonte e l'inserimento di un link diretto alla pagina della rivista che contiene l'articolo.
Per la citazione in Libri, Riviste, Tesi di laurea, e ogni diversa pubblicazione, online o cartacea, di articoli (o estratti di articoli) pubblicati in questa rivista è obbligatoria l'indicazione della fonte, nel modo che segue:
Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
Studio Legale Tidona | Diritto Bancario e Finanziario
 
In questo sito web utilizziamo cookies tecnici per migliorare la Sua navigazione. Continuando la navigazione acconsente al loro uso. Maggiori informazioni alla nostra cookie policy.

stampa questa pagina

© copyright 1998-2009 Studio Legale Tidona e Associati | Tidona.com |