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In ordine alla illegittimità della capitalizzazione periodica degli interessi debitori nei rapporti bancari (c.d. anatocismo bancario) così come sancito dalla giurisprudenza di legittimità e di merito

Di Maurizio Tidona, Avvocato

16 ottobre 2008

 

Si legga anche il recente articolo: La prescrizione del diritto del cliente di chiedere la restituzione degli interessi indebiti applicati dalla banca: la sentenza della Cassazione Civile, sez. U., n. 24418 del 2 dicembre 2010

 

Una illegittima capitalizzazione degli interessi determina - in luogo dell’applicazione di interessi passivi semplici, in quanto computati sul solo capitale originario - l’applicazione di interessi c.d. composti.
 

Con la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori infatti l’interesse diventa composto in quanto periodicamente diventa parte integrante della somma capitale ed oggetto di ulteriori interessi, i quali vengono pertanto conteggiati sul capitale così accresciuto.
 

L’interesse maturato in un dato periodo (in genere ogni trimestre) non viene ritirato dal creditore, ma viene portato in aumento del capitale (cioè viene capitalizzato), con la inevitabile conseguenza che nel trimestre successivo il nuovo interesse maturerà non solo sul capitale iniziale, ma anche sull’interesse - capitalizzato - del periodo precedente.
 

Da qui la evidente impossibilità, senza l’espletamento di una consulenza tecnica sulle risultanze contabili, di individuare l’ammontare originario del capitale.
In relazione alla capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito la Cassazione, con sentenze n. 2374/1999 e n. 3096/99 ha così statuito: “gli interessi scaduti non possono produrre altri interessi ogni trimestre: al contrario di quanto sostenuto dagli Istituti di credito non esiste un uso normativo che autorizzi il c.d. anatocismo al di fuori dei limiti imposti dalla legge. E’ quindi nulla la clausola inserita dalla banca nel contratto e fatta sottoscrivere al cliente. (...)” (Cass. civ. sentenze n. 2374/99 e n. 3096/99); ne consegue che le risultanze di un rapporto di conto corrente – sino a che l’Istituto non provveda alla dovuta sostanziale correzione – devono ritenersi errate.
 

Vi è da dire infatti che già in base all’art. 1283 del cod. civ. gli interessi su interessi erano ammessi – salvo usi contrari – solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di accordo successivo alla scadenza e sempre che fossero dovuti per almeno sei mesi.
 

Nessuna legge e nessuna norma del nostro ordinamento prevede che gli interessi passivi siano capitalizzati periodicamente, trattandosi unicamente di disposizioni di clausole negoziali inserite (unilateralmente) dalle banche nei contratti ed a loro esclusivo vantaggio.
 

Infatti nel nostro ordinamento non esiste quell’uso normativo che ex art. 1283 c.c. – laddove quest’ultimo prevede la presenza di c.d. usi contrari - autorizzi la capitalizzazione degli interessi. Non è pertanto dovuta nei rapporti oggetto del presente giudizio alcuna capitalizzazione.
 

Anche la giurisprudenza di merito così ha statuito sul punto: “È nulla, per violazione di norma imperativa, la clausola, contenuta in un contratto di conto corrente bancario stipulato anteriormente all'entrata in vigore della delibera con la quale il comitato interministeriale per il credito e il risparmio ha stabilito (in attuazione dell'art. 120, comma 2, d.lg. n. 385 del 1993, introdotto dall'art. 25, comma 2, d.lg. n. 342 del 1999) modalità e criteri per la disciplina dell'anatocismo nelle operazioni poste in essere nell'esercizio dell'attività bancaria, che prevedeva la chiusura trimestrale dei conti risultanti, anche saltuariamente, debitori; la nullità comporta l'esclusione di ogni forma di capitalizzazione degli interessi dovuti dal cliente” (Tribunale di Brindisi sent. del 13/05/2002, La Torre e altro c. Soc. Intesa Gestione Crediti). E ancora: “È nulla la clausola dei contratti bancari che prevede la capitalizzazione degli interessi, per cui sono dovuti gli interessi semplici, con esclusione anche della capitalizzazione annuale” (Tribunale di Brindisi sent. del 13/05/2002, La Torre e altro c. Soc. Intesa Gestione Crediti).
 

La capitalizzazione degli interessi da parte della banca non costituisce un uso normativo ma un uso negoziale, “essendo stata tale diversa periodicità della capitalizzazione (più breve rispetto a quella annuale applicata a favore dei clienti sui saldi di conto corrente), adottata per la prima volta in via generale su iniziativa dell’ABI nel 1952 e non essendo connotata la reiterazione del comportamento dalla opinio iuris ac necessitatis” (Cass. civ. sez. III, sent. 30/03/99 n. 3096) richiesta per gli usi normativi.
 

Difatti per l’esistenza di un uso normativo (o di una norma consuetudinaria) occorre la consapevolezza e la volontà dei consociati di obbedire ad una regola – anche se non scritta – dell’ordinamento giuridico.
Pertanto, mancando gli usi – non sono sufficienti gli usi contrattuali – non sono integrati i requisiti di legge di ammissibilità dell’anatocismo.
 

La Cassazione ha accolto in pieno questa impostazione declassando gli usi bancari da normativi a negoziali, facendo venire meno il fondamento giuridico della richiesta degli interessi a debito quattro volte l’anno (sentenza n. 2374/99 e n. 3096/99).
 

La Suprema Corte con sentenza n. 12507/99 ha ribadito la originaria illegittimità della clausola contrattuale che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi, in quanto in palese violazione con l’art. 1283 c.c. Ha in aggiunta stabilito – rispetto alle due precedenti e conformi pronunce – che tale invalidità non può certo essere resa inoppugnabile neppure da una mancata contestazione dell’estratto conto da parte dell’utente.
 

L’inesistenza di un uso normativo che autorizzi la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi è stata sancita altresì da una ulteriore pronuncia della Corte di Cassazione (sent. n. 1281 del 01/02/2002): “La clausola di un contratto bancario, che preveda la capitalizzazione di interessi dovuti dal cliente, è nulla in quanto si basa su un uso negoziale e non su un uso normativo, come esige l’art. 1283 c.c. La configurabilità di un uso normativo richiede il requisito oggettivo, della uniforme e costante ripetizione di un dato comportamento, e quello soggettivo della consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, a una norma giuridica, in modo che venga a configurarsi una norma avente i caratteri della generalità e della astrattezza”.
 

Si consideri anche che la contabilizzazione trimestrale comporta l’addebito al cliente di tutte le spese amministrative di chiusura del conto, che vanno ad aggiungersi al debito effettivo per interessi: interessi e spese quattro volte l’anno con una risultanza contabile spropositata ed illegittima rispetto a quella effettivamente dovuta.
 

Quanto alla giurisprudenza di merito, si evidenzia - tra le innumerevoli altre - una sentenza del Tribunale di Milano (sentenza del 07 giugno 2001 Iannuzzi Ida e Filippo Malcrida c. Cariplo e Intesa Gestioni Crediti SpA, in Giurispr. Milanese 12/2001) che ha accolto e si è uniformata alle antecedenti decisioni della Suprema Corte. Difatti così ha stabilito: “Ed infatti (...) non può ritenersi vigente nel nostro ordinamento un uso normativo che autorizzi gli istituti di credito a procedere alla capitalizzazione trimestrale, poiché un uso di tal portata non risulta essere esistente nel nostro ordinamento in epoca anteriore o coeva al 1942 anno di promulgazione del codice civile vigente; poiché le norme bancarie uniformi emesse dall’ABI non sono in realtà fonte di produzione del diritto ma solamente degli schemi contrattuali uniformi che l’associazione delle imprese di credito propone ai suoi associati; poiché di fronte alla pratica generalizzata degli istituti di credito di prevedere nei contratti bancari, per di più stipulati con condizioni generali stabilite su moduli prestampati a cura delle banche, la capitalizzazione trimestrale degli interessi, l’atteggiamento mentale della stragrande maggioranza dei clienti non è quello di accettazione di una pattuizione ritenuta conforme ad un precetto giuridico, ma piuttosto, realisticamente, quella di soggezione psicologica ad una clausola imposta al soggetto più debole dal contraente più forte”.
 

Il Tribunale – sulla base di tali principi – ha ritenuto la necessità di rimettere la causa in fase istruttoria per disporre la consulenza tecnica d’ufficio al fine “(...) di procedere alla ricostruzione del rapporto in oggetto con esclusione dell’incidenza della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi e facendo ricorso alla capitalizzazione dalla data della domanda ex art. 1283 c.c.”
Anche una pronuncia della Corte d’Appello di Lecce n. 598 del 22/10/2001, sempre in relazione alla giurisprudenza di merito, ha così statuito in ordine agli usi normativi: “Il cliente, nell'ambito dei contratti bancari, stipula sulla base delle condizioni generali, fissate dalla banca, ed il fatto stesso che si avverta la necessità di inserire - come nella specie - la clausola anatocistica tra quelle condizioni vale a dimostrare che l'uso in questione non è normativo, ma negoziale”.
 

L'uso normativo, infatti, operando come la norma, non ha bisogno di una previsione convenzionale (o imposta), sicché l'inserimento della capitalizzazione nel documento contrattuale è funzionale a trovare una base pattizia in assenza di una regola giuridica.
 

L'esclusione dell'uso normativo comporta la declaratoria di nullità della clausola, in quanto questa viene a porsi in contrasto con l'art. 1283 c.c.”.
Infine, la capitalizzazione degli interessi passivi è esclusa anche per il periodo successivo alla chiusura dei rapporti (Tribunale di Monza, sent. del 23-08-2002, Soc. Interiors International c. Banca Intesa gestione crediti). * * *
 

L’illegittimità degli interessi anatocistici - oltre che dall’autorevole giurisprudenza di legittimità di cui sopra - è stata definitivamente confermata dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 425/00, che ha sancito l’incostituzionalità dell’art. 25 comma 3 del d. lgs. 342/99 nella parte in cui stabiliva la validità ed efficacia delle clausole relative alla capitalizzazione degli interessi passivi contenute nei contratti anteriori al d. lgs. 342/99 (pro praeterito) e fino all’entrata in vigore della delibera del CICR (avvenuta in data 22/04/00), che ha stabilito le modalità ed i criteri per la produzione di interessi su interessi.
 

E ancora sul punto così ha disposto la pronuncia della Corte di Cassazione (Cass. Civ., sez. I, sent. n. 12222 del 20-08-2003): ”In tema di capitalizzazione trimestrale degli interessi sui saldi di conto corrente bancario passivi per il cliente, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 425 del 2000, con cui è stata dichiarata costituzionalmente illegittima, per violazione dell'art. 76 cost., la norma (contenuta nell'art. 25, comma 3, d.lg. 4 agosto 1999 n. 342) di salvezza della validità e degli effetti (fino all'entrata in vigore della delibera Cicr di cui al comma 2 del medesimo art. 25) delle clausole anatocistiche stipulate in precedenza, dette clausole restano disciplinate, secondo i principi che regolano la successione delle leggi nel tempo, dalla normativa anteriormente in vigore, alla stregua della quale esse - basate su un uso negoziale, anziché su una norma consuetudinaria - sono da considerare nulle, perché stipulate in violazione dell'art. 1283 c.c.”.
 

E poi le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 21095 del 04/11/2004) sono intervenute ancora a dissipare ogni eventuale dubbio – originato dalla circostanza che prima delle pronunce n. 2374/99 e n. 3096/99, la giurisprudenza di legittimità aveva ammesso gli interessi passivi capitalizzati - sulla illegittimità della capitalizzazione periodica degli interessi passivi addebitati al cliente, stabilendo la non ammissibilità della medesima in quanto non esiste un uso normativo che la autorizzi e stabilendo altresì che la illegittimità della medesima è rilevabile anche ex officio ed in ogni grado di giudizio.

 

In ultimo così ha statuito una delle più recenti pronunce della Corte di Cassazione (Cass. Civ., sez. I, sent. n. 4095 del 25/02/2005): “In tema di capitalizzazione trimestrale la clausola di un contratto bancario, che preveda la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, deve ritenersi nulla, in quanto si basa su un uso negoziale e non su un uso normativo, come invece esige l'art. 1283 del c.c., laddove prevede che l'anatocismo non possa ammettersi in mancanza di usi contrari”.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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