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Dichiarazione del contraente e strumenti finanziari derivati degli enti territoriali

Di Valerio Sangiovanni, Avvocato (Italia) e Rechtsanwalt (Germania)

14 giugno 2010

 

SOMMARIO

1. - Il contesto normativo comunitario e per le società

2. – Il contesto normativo per le regioni e gli enti locali

3. - La prassi nella conclusione di contratti derivati

4. – L’ambito soggettivo di applicazione dei regolamenti

5. – I presupposti oggettivi di applicazione dei regolamenti

6. – La dichiarazione scritta

7. – La natura della dichiarazione scritta

8. – La tendenziale irrilevanza del dibattito sull’operatore qualificato

 

1. - Il contesto normativo comunitario e per le società

 

Negli ultimi anni è cresciuta la giurisprudenza in materia di strumenti finanziari derivati[1]. Nei casi affrontati dai giudici normalmente la contrapposizione è fra una società e un intermediario finanziario ed è concentrata prevalentemente sulla nozione di operatore qualificato[2]. Ma il problema dei contratti derivati è di grande rilievo anche per le regioni e gli enti locali. In particolare con l’art. 62, comma 4, del d.l. n. 112/2008 è stata imposta agli enti territoriali un’attestazione scritta di aver preso conoscenza dei rischi e delle caratteristiche degli strumenti finanziari derivati.

Gli strumenti finanziari derivati, proposti dagli intermediari finanziari, vengono utilizzati sia da società sia da regioni ed enti locali. In parte la disciplina varia a seconda che l’intermediario finanziario tratti con una società oppure con un ente territoriale. La normativa è inoltre distribuita su più livelli: quello legislativo e quello regolamentare. Cerchiamo qui di seguito d’individuare i rilevanti contesti normativi.

Volendo seguire l’ordine di gerarchia delle fonti, il punto di riferimento della disciplina vigente in materia di operatore qualificato è anzitutto la direttiva comunitaria n. 39/2004[3]. La direttiva n. 39/2004 è corredata da un allegato II, avente a oggetto i “clienti professionali ai fini della presente direttiva”. Tale allegato II distingue fra “categorie di clienti professionali” e “clienti che su richiesta possono essere trattati come professionali”. Con riferimento ai clienti che su richiesta possono essere trattati come professionali, la direttiva specifica i criteri d’identificazione e la relativa procedura. In particolare “i clienti … possono rinunciare alle protezioni previste dalle norme di comportamento solo una volta espletata la procedura seguente: - i clienti devono comunicare per iscritto all’impresa di investimento che desiderano essere trattati come clienti professionali, a titolo generale o rispetto ad un particolare servizio o operazione di investimento o tipo di operazione o di prodotto; - l’impresa di investimento deve avvertire i clienti, in una comunicazione scritta e chiara, di quali sono le protezioni e i diritti di indennizzo che potrebbero perdere; - i clienti devono dichiarare per iscritto, in un documento separato dal contratto, di essere a conoscenza delle conseguenze derivanti dalla perdita di tali protezioni”.

A livello di legislazione primaria, bisogna porre attenzione al dettato dell’art. 6, comma 2, TUF, il quale prevede che “la Consob, sentita la Banca d’Italia, tenuto conto delle differenti esigenze di tutela degli investitori connesse con la qualità e l’esperienza professionale dei medesimi, disciplina con regolamento gli obblighi dei soggetti abilitati”. Gli investitori non possono pertanto essere posti tutti sullo stesso piano dal punto di vista della protezione che l’ordinamento deve loro offrire. Vi sono difatti “differenti esigenze di tutela” che dipendono dalla qualità e dall’esperienza professionale dei risparmiatori. Il legislatore primario, in attuazione di quello comunitario, ritiene che gli operatori professionali non abbiano bisogno della stessa protezione di cui necessitano invece i soggetti incompetenti e inesperti. Gli operatori qualificati conoscono le caratteristiche e i rischi degli strumenti finanziari. L’attività informativa[4] (e, più in generale, il rispetto di norme di comportamento) da parte delle banche comporta dei costi. Se certi adempimenti sono sostanzialmente inutili rispetto agli obiettivi da perseguirsi (informazione della controparte a livello microeconomico; buon funzionamento dei mercati finanziari a livello macroeconomico), è sensato – per ragioni di economia – non obbligarvi gli intermediari finanziari. Il legislatore mira a realizzare una doverosa tutela dei piccoli investitori senza, con ciò, appesantire inutilmente l’attività delle banche.

Dal punto di vista regolamentare la disposizione di riferimento vigente in questa materia è l’art. 58, comma 3, reg. n. 16190/2007[5], secondo cui “alla prestazione dei servizi di investimento, e dei servizi accessori ad essi connessi, a controparti qualificate, non si applicano le regole di condotta di cui agli articoli da 27 a 56, ad eccezione del comma 2 dell’articolo 49”.

Il regolamento specifica che “sono controparti qualificate i clienti a cui sono prestati i servizi di esecuzione di ordini e/o di negoziazione per conto proprio e/o di ricezione e trasmissione ordini, definiti come tali dall’articolo 6, comma 2-quater, lettera d), numeri 1), 2), 3) e 5) del testo unico” (art. 58, comma 1, reg. n. 16190/2007). La disposizione di legge richiamata dal regolamento stabilisce che la Consob individua con regolamento “le norme di condotta che non si applicano ai rapporti fra soggetti abilitati che prestano i servizi di cui all’articolo 1, comma 5, lettere a), b) ed e)[6], e controparti qualificate, intendendosi per tali: 1) le imprese di investimento, le banche, le imprese di assicurazioni, gli OICR, le SGR, le società di gestione armonizzate, i fondi pensione, gli intermediari finanziari iscritti negli elenchi previsti dagli articoli 106, 107 e 113 del testo unico bancario, le società di cui all’articolo 18 del testo unico bancario, gli istituti di moneta elettronica, le fondazioni bancarie, i Governi nazionali e i loro corrispondenti uffici, compresi gli organismi pubblici incaricati di gestire il debito pubblico, le banche centrali e le organizzazioni sovranazionali a carattere pubblico; 2) le imprese la cui attività principale consista nel negoziare per conto proprio merci e strumenti finanziari derivati su merci; 3) le imprese la cui attività esclusiva consista nel negoziare per conto proprio nei mercati di strumenti finanziari derivati e, per meri fini di copertura, nei mercati a pronti, purché esse siano garantite da membri che aderiscono all’organismo di compensazione di tali mercati, quando la responsabilità del buon fine dei contratti stipulati da dette imprese spetta a membri che aderiscono all’organismo di compensazione di tali mercati; 4) le altre categorie di soggetti privati individuati con regolamento della Consob, sentita Banca d’Italia, nel rispetto dei criteri di cui alla direttiva 2004/39/CE e alle relative misure di esecuzione[7]; 5) le categorie corrispondenti a quelle dei numeri precedenti di soggetti di Paesi non appartenenti all’Unione Europea” (art. 6, comma 2-quater, lett. d, TUF).

Il regolamento prevede infine che “sono altresì controparti qualificate le imprese di cui all’allegato n. 3, parte I, punti (1[8]) e (2[9]) non già richiamate al comma 1, a cui sono prestati i servizi ivi menzionati, nonché le imprese che siano qualificate come tali, ai sensi dell’articolo 24, paragrafo 3, della direttiva n. 2004/39/CE, dall’ordinamento dello Stato comunitario in cui hanno sede o che siano sottoposte a identiche condizioni e requisiti nello stato extracomunitario in cui hanno sede. Gli intermediari ottengono da tali controparti la conferma esplicita, in via generale o in relazione alle singole operazioni, che esse accettano di essere trattate come controparti qualificate” (art. 58, comma 2, reg. n. 16190/2007).

Per completezza di esposizione si è appena illustrato l’assetto legislativo e regolamentare attualmente vigente in materia di operatore qualificato. Bisogna tuttavia osservare che la giurisprudenza degli ultimi anni ha dato applicazione a disposizioni più datate e, nel frattempo, abrogate. In particolare il regolamento n. 16190/2007 ha abrogato e sostituito il precedente regolamento n. 11522/1998, su cui si basa il grosso del contenzioso degli ultimi anni. Nel caso affrontato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 12138/2009[10] (unico precedente di legittimità in materia) è stato applicato un regolamento ancora più datato: si tratta del reg. n. 5387/1991. In effetti vi è stata una vera e propria successione di regolamenti in materia, in quanto al reg. n. 5387/1991 hanno fatto seguito il reg. n. 8859/1994, il reg. n. 10943/1997 e – infine - il reg. n. 11522/1998. D’ora in avanti, per semplificazione, faremo riferimento esclusivamente all’art. 31, comma 2, dell’ultimo regolamento ante MIFID (ossia al reg. n. 11522/1998), che si riferiva a “ogni società o persona giuridica in possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari espressamente dichiarata per iscritto”[11].

A livello di giurisprudenza è utile ricordare subito il principio di diritto stabilito dalla Corte di cassazione nella recente sentenza n. 12138/2009: in mancanza di elementi contrari emergenti dalla documentazione già in possesso dell’intermediario in valori mobiliari, la semplice dichiarazione, sottoscritta dal legale rappresentante, che la società disponga della competenza ed esperienza richieste in materia di operazioni in valori mobiliari – pur non costituendo dichiarazione confessoria, in quanto volta alla formulazione di un giudizio e non all’affermazione di scienza e verità di un fatto obiettivo – esonera l’intermediario stesso dall’obbligo di ulteriori verifiche sul punto e, in carenza di contrarie allegazioni specificamente dedotte e dimostrate dalla parte interessata, può costituire argomento di prova che il giudice – nell’esercizio del suo discrezionale potere di valutazione del materiale probatorio a propria disposizione e apprezzando il complessivo comportamento extraprocessuale e processuale delle parti (art. 116 c.p.c.) – può porre a base della propria decisione, anche come unica e sufficiente fonte di prova in difetto di ulteriori riscontri, per quanto riguarda la sussistenza in capo al soggetto che richieda di compiere operazioni nel settore dei valori mobiliari dei presupposti per il riconoscimento della sua natura di operatore qualificato.

 

2. - Il contesto normativo per le regioni e gli enti locali

 

Per gli enti locali, la materia degli strumenti derivati trova ora il suo fondamento nella l. n. 303/2008 (legge finanziaria 2009)[12]. L’art. 3 della l. n. 303/2008 prevede che l’art. 62 (“contenimento dell’uso degli strumenti derivati e dell’indebitamento delle regioni e degli enti locali”) del d.l. n. 112/2008 (convertito dalla l. n. 133/2008) sia sostituito. In particolare sono i commi da 3 a 6 dell’art. 62 del d.l. n. 112/2008 a contenere la disciplina degli strumenti derivati.

Secondo il nuovo testo del d.l. n. 112/2008 “il Ministero dell’economia e delle finanze … con uno o più regolamenti … individua la tipologia dei contratti relativi agli strumenti finanziari derivati previsti all’art. 1, comma 3, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, che gli enti di cui al comma 2 possono concludere, e indica le componenti derivate, implicite o esplicite, che gli stessi enti hanno facoltà di prevedere nei contratti di finanziamento. Al fine di assicurare la massima trasparenza dei contratti relativi agli strumenti finanziari nonché delle clausole relative alla predette componenti derivate, il medesimo regolamento individua altresì le informazioni, rese in lingua italiana, che gli stessi devono contenere” (art. 62, comma 3, d.l. n. 112/2008). Inoltre “ai fini della conclusione di un contratto relativo a strumenti finanziari derivati o di un contratto di finanziamento che include una componente derivata, il soggetto competente alla sottoscrizione del contratto per l’ente pubblico attesta per iscritto di avere preso conoscenza dei rischi e delle caratteristiche dei medesimi” (art. 62, comma 4, d.l. n. 112/2008). Infine “il contratto relativo a strumenti finanziari derivati o il contratto di finanziamento che include una componente derivata, stipulato dagli enti di cui al comma 2 in violazione delle disposizioni previste dal regolamento emanato in attuazione del comma 3 o privo dell’attestazione di cui al comma 4, è nullo. La nullità può essere fatta valere solo dall’ente” (art. 62, comma 5, d.l. n. 112/2008)[13].

In attuazione della delega del legislatore, il Ministero dell’economia e delle finanze ha predisposto uno schema di regolamento[14], che è stato oggetto di una pubblica consultazione. Allo stato attuale il regolamento non risulta ancora approvato, ma potrebbe essere approvato in tempi brevi.

Nel prosieguo ci occuperemo delle disposizioni che prevedono il rilascio da parte dell’ente locale di un’apposita dichiarazione di aver preso conoscenza dei rischi e delle caratteristiche degli strumenti finanziari derivati. Si tratta difatti della materia che, con riferimento alle società, è al centro del contenzioso degli ultimi anni. Non si può escludere che in futuro, anche per quanto riguarda gli enti locali, si andrà a discutere della validità delle dichiarazioni rilasciate dal soggetto competente per la sottoscrizione del contratto.

 

3. - La prassi nella conclusione di contratti derivati

 

Negli ultimi anni numerosi società ed enti territoriali hanno concluso contratti derivati con intermediari finanziari, contratti che – non raramente - mostrano perdite. Limitandoci in questa sede ai dati riguardanti regioni ed enti locali, al giugno 2009 vi erano in Italia 519 amministrazioni locali che avevano in forza contratti derivati con banche operanti in Italia che risultavano in perdita[15]. Fra le amministrazioni in perdita prevalgono i comuni (464); vi sono poi 28 province, 13 regioni e 14 amministrazioni locali di altro tipo. Dal punto di vista della distribuzione geografica, le regioni con il maggior numero di enti in perdita sono la Lombardia (53) e la Campania (52). Le regioni che presentano il valore di mercato negativo più elevato sono la Campania (216 milioni di euro) e il Piemonte (141 milioni di euro). Complessivamente il valore di mercato negativo per i 519 enti territoriali coinvolti è di 990 milioni di euro (per gli altri enti locali invece il mark to market è positivo per complessivi 148 milioni di euro). I dati statistici appena riportati devono considerarsi per difetto in quanto non tengono conto dei contratti derivati stipulati con intermediari finanziari esteri.

Quando i contratti derivati producono eccessive perdite potenziali (come, si è appena visto, succede frequentemente), le società e gli enti territoriali cercano di correre ai ripari. La prima possibilità è quella di risolvere il contratto. L’immediata cessazione del rapporto contrattuale imporrebbe però di pagare all’intermediario finanziario il differenziale dovuto e ciò significherebbe trasformare la perdita da potenziale a reale.

Per evitare questo risultato, insoddisfacente dal punto di vista economico, normalmente i contratti vengono rinegoziati con l’assistenza dello stesso intermediario. La rinegoziazione prevede in alcuni casi il pagamento di un c.d. “upfront”: l’intermediario, in connessione con la ristrutturazione del contratto, si impegna a pagare immediatamente una certa somma alla società o ente territoriale[16]. Questi soggetti, che – non si deve dimenticare – si trovano in una posizione debitoria, tendono ad accettare tale pagamento, in quanto esso rappresenta un momentaneo sollievo dalle loro ristrettezze economiche.

Il nuovo contratto derivato non fa però venir meno le perdite. Pertanto in alcuni casi si assiste a un succedersi di più contratti, ognuno dei quali va a sostituire il precedente, con l’auspicio che gli andamenti dei tassi consentano di migliorare la situazione finanziaria.

Quando però l’onere finanziario diventa intollerabile, capita che società ed enti territoriali – sfiduciati nei confronti dell’intermediario - si rivolgano all’autorità giudiziaria. L’obiettivo è quello di prospettare una qualche manchevolezza da parte della banca, al fine di far valere uno dei rimedi riconosciuti dall’ordinamento e – così - di azzerare le perdite.

Bisogna rilevare che, in linea di principio, gli intermediari finanziari non hanno interesse ad avere come controparti operatori non qualificati. In questo caso, difatti, le banche sono assoggettate a tutti i dettagliati doveri (informativi, ma non solo[17]) previsti nel regolamento Consob. L’intermediario ha invece interesse a “rimuovere” la natura di contraente debole del rapporto, suggerendo di sottoscrivere una dichiarazione in cui si autocertifica il “possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari”. Difatti, così facendo, non risulta più applicabile buona parte delle norme di comportamento del reg. n. 11522/1998.

Il testo della dichiarazione di essere operatore qualificato viene di norma predisposto dall’intermediario finanziario. Nella maggioranza dei casi il contenuto della dichiarazione non è oggetto di una negoziazione fra le parti; si tratta invece di un modello predisposto dalla banca di cui il legale rappresentante della società o dell’ente territoriale si limita a prendere atto, firmandolo. Gli amministratori privati e pubblici che si vedono proposto il contratto derivato non sempre verificano con attenzione il contenuto di tale dichiarazione prima di procedere alla sottoscrizione. Le ragioni di questa possibile superficialità sono molteplici. La complessità dei contratti, di cui la dichiarazione di essere operatore qualificato costituisce solo una parte, disincentiva uno studio analitico e attento degli stessi e di tutti i suoi allegati. Inoltre alle società e agli enti territoriali interessa la finalità essenziale del testo contrattuale che sottoscrivono (che è, di regola, la riduzione di certi rischi e il contenimento di determinati costi) e non è raro che i loro rappresentanti non si concentrino sul significato esatto di tutte le dichiarazioni che firmano. Al riguardo, ovviamente, non si può generalizzare e molto dipende dalle dimensioni delle società e degli enti territoriali coinvolti e dall’assistenza (o meno) di eventuali consulenti in occasione della conclusione dei contratti. In ogni caso, nella prassi, è probabile che - almeno in alcune occasioni - l’autocertificazione venga sottoscritta senza sapere esattamente quali siano i suoi reali effetti giuridici.

Se poi il contratto, al posto di ridurre le perdite (come si auspicava), le lascia invariate (o addirittura le incrementa), le società e gli enti territoriali contestano all’intermediario finanziario di non essere stati adeguatamente informati (e, più in generale, che non sono state osservate le norme di comportamento). A quel punto le banche, dal canto loro, eccepiscono che non erano obbligate a informare né a rispettare altre regole di condotta poiché avevano a che fare con operatori qualificati. Ecco gettate le basi per il contenzioso fra le parti.

 

4. - L’ambito soggettivo di applicazione dei regolamenti

 

La prima domanda da porsi è a chi si applichino le disposizioni regolamentari in esame.

Per quanto riguarda il reg. n. 11522/1998, l’art. 31, comma 2, di tale regolamento permetteva che si riconoscesse come operatore qualificato solo una società oppure una persona giuridica. Se Tizio era invece una persona fisica (e dunque né una società né una persona giuridica), non poteva essere considerato operatore qualificato, nemmeno laddove fosse in possesso di competenze ed esperienze in materia di operazioni in strumenti finanziari. La persona fisica veniva presunta dal regolamento come debole e destinataria forzata delle norme di comportamento degli intermediari. Un discorso diverso valeva invece per le società e le persone giuridiche, anche se bisogna notare che le relative nozioni erano particolarmente ampie. Esse erano atte a comprendere imprese che svolgono attività estremamente varie e di dimensioni niente affatto omogenee: dalla piccola società di persone con pochi dipendenti alla grande società di capitali con migliaia di dipendenti. Un punto che merita di essere sottolineato è che il regolamento n. 11522/1998 richiedeva la sussistenza di competenza e di esperienza, ma non specificava in capo a chi. Viene allora da chiedersi se dovesse essere la società o l’ente territoriale in sé a disporre di competenza ed esperienza oppure se dovessero esserlo le persone fisiche che operano – a qualche titolo – in seno ai medesimi. L’esperienza può - forse - essere imputata giuridicamente alla stessa società o ente territoriale, quando direttamente questi soggetti hanno posto in essere operazioni in strumenti finanziari. Lo stesso mi pare non possa dirsi del parametro della competenza. È difficile affermare che una società o un ente territoriale è competente in strumenti finanziari, poiché la conoscenza tende a essere legata alle persone fisiche che la possiedono (Tizio, piuttosto che Caio, che svolge una certa funzione in seno agli stessi). Vi sarebbe allora preliminarmente da stabilire quali persone possano ritenersi competenti ed esperte della materia ai fini dell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998. Ad esempio: solo i rappresentanti legali della società o dell’ente territoriale oppure possono bastare anche i dirigenti oppure anche i dipendenti oppure, addirittura, potrà bastare una competenza che faccia capo a consulenti esterni? Il regolamento purtroppo non offre elementi per rispondere con certezza a questa domanda.

Con specifico riguardo agli enti territoriali, l’art. 62, comma 2, d.l. n. 112/2008 individua le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano e gli enti locali come soggetti destinatari della normativa[18].

 

5. - I presupposti oggettivi di applicazione dei regolamenti

 

Si è appena visto quali siano i soggetti cui si applicano il reg. n. 11522/1998 e lo schema di regolamento MEF.

Nel caso del regolamento n. 11522/1998 non era tuttavia sufficiente essere una società o persona giuridica, ma – al fine di essere considerati come operatori qualificati - bisognava essere in possesso di “competenza” ed “esperienza”: “competenza” significa una conoscenza teorica della materia; “esperienza” in materia di operazioni in strumenti finanziari si riferisce al fatto di avere già compiuto operazioni in strumenti finanziari. Il problema sia per la competenza sia per l’esperienza è che il regolamento non specificava quale livello fosse necessario. Al riguardo bisogna distinguere fra una competenza superficiale e un’esperienza occasionale (che non assegnano la qualità di operatore qualificato) e una competenza profonda e un’esperienza continuata (che, invece, attribuiscono tale status). Il regolamento esigeva una competenza e un’esperienza “specifiche”[19]. E questo requisito va interpretato come necessità che competenza ed esperienza mostrino un certo livello di profondità. La legge, del resto, richiede non un’esperienza qualsiasi, bensì un’esperienza “professionale” (art. 6, comma 2, TUF).

L’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 richiedeva la sussistenza, in via cumulativa, sia di competenza sia di esperienza affinché la società potesse essere ritenuta operatore qualificato. Quando anche una sola di queste due circostanze non era riscontrabile nel caso di specie, non vi era operatore qualificato; il soggetto veniva considerato “debole” dall’ordinamento e – dunque - si applicavano tutte le norme di comportamento previste dal regolamento Consob.

La disposizione affermava che è operatore qualificato ogni società “in possesso” di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari. Sulla base del tenore di questa norma si deve ritenere che sia operatore qualificato esclusivamente il soggetto in reale possesso di competenza ed esperienza (viceversa: chi è privo di competenza ed esperienza non è operatore qualificato).

La definizione di operatore qualificato offerta dall’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 si esponeva a critiche per il fatto che competenza ed esperienza tendono a essere parametri variabili nel tempo. Questa variabilità sussiste sotto due profili. Da un lato essa dipende dalla presenza nella società delle rilevanti persone fisiche (amministratori, dirigenti, dipendenti o meri consulenti, a seconda dell’interpretazione più o meno restrittiva che si predilige). Se ad esempio il direttore finanziario di una società si dimette, la società potrebbe risultare priva dell’unica persona competente ed esperta in materia (e, conseguentemente, passare da operatore “qualificato” a operatore “non qualificato”). Ma la variabilità della qualità di operatore qualificato con il passare del tempo rileva anche sotto un altro profilo. La dichiarazione di essere operatore qualificato viene rilasciata in occasione del primo contatto fra le parti. Con il decorso del tempo, la situazione si può però modificare. Si supponga, ad esempio, che per quattro-cinque anni non venga compiuta alcuna operazione finanziaria. In un caso del genere è difficile ritenere che la società o ente territoriale possa ancora ritenersi esperta del settore. Il decorso di un lungo lasso di tempo senza il compimento di operazioni fa perdere competenza ed esperienza che, pure, potevano essere originariamente possedute.

 

6. - La dichiarazione scritta

 

La giurisprudenza in materia di operatore qualificato (da ultimo la Corte di cassazione con la sentenza n. 12138/2009) si occupa soprattutto della valenza giuridica da attribuirsi alla certificazione del rappresentante legale di una società attestante che essa è operatore qualificato. Dal momento che l’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 esigeva il “possesso” di competenza ed esperienza, non pare che si possa attribuire rilievo decisivo alla sottoscrizione di una dichiarazione in merito. L’espressa dichiarazione per iscritto del legale rappresentante non è idonea in sé (ossia indipendentemente dalla situazione sottostante) ad attribuire lo status di operatore qualificato. Tale condizione sussiste invece nel caso di reale possesso di competenza ed esperienza ed è preesistente alla dichiarazione (e da essa indipendente). La dichiarazione ha la sola funzione di certificare uno stato.

La soluzione che qui si prospetta si ricava, oltre che dal dato letterale, dalla ratio della disposizione regolamentare. Il legislatore (art. 6, comma 2, TUF) persegue l’obiettivo di tutelare l’investitore debole, risultato che viene conseguito imponendo all’intermediario finanziario di fornire al cliente tutte le informazioni necessarie per effettuare un investimento consapevole nonché di adottare tutti gli altri presidi comportamentali e organizzativi idonei a tale scopo. Se Tizio non è esperto conoscitore dei mercati finanziari, non può effettuare investimenti ragionevoli. Il fatto che firmi una dichiarazione in cui autocertifica competenze ed esperienze inesistenti non può far venir meno la tutela di cui egli deve godere. In altre parole non può essere l’investitore che “auto”-determina il proprio statuto e il livello di protezione di cui ha bisogno, ma è l’ordinamento che garantisce agli investitori che – oggettivamente – hanno scarsa competenza ed esperienza un livello di tutela più elevato. Una soluzione diversa finirebbe per svuotare di contenuti buona parte della disciplina (cogente!) dell’intermediazione finanziaria.

Con specifico riferimento agli enti territoriali risulta ora decisivo l’art. 62, comma 4, d.l. n. 112/2008, secondo cui “il soggetto competente alla sottoscrizione del contratto per l’ente pubblico attesta per iscritto di avere preso conoscenza dei rischi e delle caratteristiche” degli strumenti finanziari derivati (ma vedi anche l’art. 4 dello schema di regolamento MEF). Come risulta dello schema di regolamento, la dichiarazione deve essere riportata in calce al contratto; non pare pertanto possibile una dichiarazione rilasciata su di un documento separato. Dal punto di vista del contenuto, colpisce la difformità fra la previsione legislativa e quella regolamentare: mentre per la legge è sufficiente “aver preso conoscenza” di rischi e caratteristiche, per il regolamento si deve attestare di “avere pienamente compreso” le caratteristiche dell’operazione. In ogni caso, come nell’ipotesi dell’art. 31 reg. n. 11522/1998, si tratta di una auto-certificazione. Al fine di evitare i problemi che il regolamento Consob ha determinato, si può consigliare agli enti territoriali – laddove necessario – di ricorrere a consulenti prima della conclusione del contratto. Altrimenti sussiste il rischio di dichiarare il falso, ossia di certificare la comprensione di un’operazione che – in realtà – non si è compresa. La scelta di avvalersi di un consulente dipende dalla natura e dalla grandezza dell’ente che conclude il contratto derivato: se ha al proprio interno le risorse adatte, il controllo può essere effettuato all’interno dell’ente; altrimenti è necessario rivolgersi a consulenti esterni.

Ad avviso di chi scrive nel caso del reg. n. 11522/1998 la previsione secondo cui competenza ed esperienza devono essere “espressamente dichiarata[20] per iscritto” non rappresenta una circostanza costitutiva della fattispecie. Si tratta, al contrario, di un requisito formale che può anche mancare senza che ciò alteri la natura di operatore qualificato (oppure non qualificato) dell’interessato, natura che dipende esclusivamente dalla sussistenza (o meno) di competenza ed esperienza. Un’interpretazione del regolamento Consob teleologica (ossia orientata alla realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla legge) può portare ad affermare che dell’esistenza della dichiarazione scritta possa beneficiare solo il cliente e non l’intermediario finanziario. Secondo questa interpretazione, in assenza di una dichiarazione espressa il cliente deve automaticamente considerarsi come non qualificato, con applicazione delle norme di comportamento regolamentari. Nel diverso caso della presenza di una dichiarazione espressa, è invece sempre possibile la prova contraria.

Ancora più severa per gli intermediari finanziari è la soluzione da prospettarsi nel caso degli enti territoriali. Difatti l’art. 62, comma 5, d.l. n. 112/2008 (cui si aggiunge l’art. 5 dello schema di regolamento MEF) sancisce addirittura la nullità del contratto, nel caso di mancanza dell’attestazione. La nullità può essere fatta valere solo dall’ente. Ne consegue che l’intermediario finanziario che vuole fare affidamento sul contratto derivato stipulato con l’ente territoriale deve accertarsi che in calce al contratto sia contenuta l’attestazione in discussione, altrimenti l’ente può – in qualsiasi momento – richiamarsi alla nullità del contratto e invalidare l’intera operazione.

Sia il regolamento n. 11522/1998 sia il d.l. n. 112/2008 esigono che la dichiarazione venga resa “per iscritto”. Il requisito della forma svolge quelle che sono le sue funzioni tipiche. Il primo di tali obiettivi è quello di far riflettere chi sottoscrive sul significato dell’atto che sta per compiere. Nella materia dell’intermediazione finanziaria gli atti compiuti possono incidere in modo significativo sul patrimonio del soggetto che li pone in essere. Con il requisito della forma scritta si vuole che l’interessato rifletta in anticipo e in modo adeguato sulla gravità delle conseguenze che possono derivare dall’operatività in strumenti finanziari senza la tutela offerta dalle norme di comportamento.

 

7. - La natura della dichiarazione scritta

 

Giurisprudenza e letteratura si sono interrogate su quale sia la corretta qualificazione giuridica da attribuire alla dichiarazione espressa rilasciata dal rappresentante legale della società che conclude un contratto derivato.

Anzitutto si deve escludere che la dichiarazione del rappresentante legale che la società è un operatore qualificato costituisca una dichiarazione “di volontà”. La dichiarazione di volontà è, nel contesto di specie, qualcosa di diverso: è l’espressione dell’intenzione di concludere un contratto derivato con un certo contenuto.

La dichiarazione di possedere competenze ed esperienze, invece, è preliminare rispetto alla conclusione del contratto; essa precede addirittura le negoziazioni fra i contraenti. La sua funzione è quella di determinare, prima che si giunga a un contratto, il quantum dei doveri dell’intermediario finanziario nei confronti del cliente in relazione alle maggiori o minori competenze ed esperienze dell’investitore. La dichiarazione attesta uno stato di fatto (possesso di competenze ed esperienze) e, sotto questo profilo, deve qualificarsi come dichiarazione “di scienza”. La “scienza” consiste nel sapere che la società dispone di competenze ed esperienze in materia di operazioni in strumenti finanziari. Come è noto, una dichiarazione di scienza può corrispondere o meno al vero; in altre parole vi sono solo due possibilità: l’affermazione è vera oppure è falsa. Nel caso dell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 la dichiarazione corrisponde al vero quando la società dispone realmente di competenze ed esperienze in materia di strumenti finanziari. Al contrario: la dichiarazione non corrisponde al vero quando il cliente non dispone di tali competenze ed esperienze.

Si può però arrivare perfino a dubitare del fatto che la dichiarazione di possesso di competenze ed esperienze in materia di operazioni in strumenti finanziari sia una dichiarazione di scienza. Cosa vuole difatti dire “conoscere la e avere esperienza nella materia degli strumenti finanziari”? Le nozioni di “competenza” ed “esperienza” sono relative. Il vero problema è che mancavano, nell’art. 31 reg. n. 11522/1998, i parametri oggettivi cui commisurare le competenze ed esperienze della società. Quando si può dire che una persona conosce le ed è esperto nelle operazioni in strumenti finanziari? Qual è il livello minimo di competenze ed esperienze richiesto per far assurgere un determinato soggetto a operatore qualificato? Per dare maggiore certezza del diritto sarebbe stato opportuno indicare quali sono gli elementi, oggettivamente riscontrabili, che fanno affermare che la società è in possesso di specifiche competenze ed esperienze. Alla luce della mancanza di criteri oggettivi, la dichiarazione riguardante il possesso di competenze ed esperienze cessa di certificare un “fatto” (accertabile e provabile dalle parti) per scadere all’espressione di un semplice “giudizio” (od “opinione”)[21]. Si potrebbe pertanto arrivare alla conclusione che la dichiarazione di essere operatore qualificato non è nemmeno una “dichiarazione di scienza”. Si tratta della mera esposizione di un giudizio personale, di un’auto-valutazione del tutto arbitraria.

Cerchiamo ora di applicare questi ragionamenti al diverso contesto dei contratti derivati degli enti territoriali. Come deve qualificarsi la dichiarazione del contraente di cui all’art. 62, comma 4, del d.l. n. 112/2008? Anzitutto si deve escludere che essa costituisca una dichiarazione di volontà. Tale dichiarazione rappresenta invece una dichiarazione di scienza, in cui però il soggetto competente si limita ad attestare di avere preso conoscenza dei rischi e delle caratteristiche degli strumenti finanziari derivati. Diversa la soluzione per quanto riguarda l’art. 4 dello schema di regolamento MEF, dove si esige la “piena comprensione” delle caratteristiche dell’operazione. Una dichiarazione del genere, come nel caso dell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998, esprime un giudizio personale.

La Corte di cassazione, nella sentenza n. 12138/2009, ha affermato che la dichiarazione di essere operatore qualificato è la mera formulazione di un giudizio. Ne fa derivare la conclusione che la dichiarazione non può avere valore confessorio. Secondo il codice civile “la confessione è la dichiarazione che una parte fa della verità di fatti ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte” (art. 2730, comma 1, c.c.). La confessione può vertere solo su “fatti” e non su “giudizi”. Dal momento che, come si è visto, la dichiarazione di essere operatore qualificato non certifica un fatto, ma esprime un giudizio, essa non può essere oggetto di confessione. La Corte di cassazione ha statuito però che la dichiarazione rilasciata dal legale rappresentante può rilevare ai sensi dell’art. 116 c.p.c.: essa può costituire argomento di prova che il giudice può porre a base della propria decisione. Ciò nonostante è sempre possibile la prova contraria.

Rispetto alla decisione della Corte di cassazione, non pare che debba valere una soluzione diversa con riferimento ai contratti derivati degli enti territoriali. Dal momento che la dichiarazione della persona incaricata esprime un giudizio (di piena comprensione delle caratteristiche dell’operazione), deve essere sempre possibile dimostrare il contrario.

 

8. - La tendenziale irrilevanza del dibattito sull’operatore qualificato

 

L’errore in cui incorre parte della giurisprudenza è di non tenere presente che, nel nostro ordinamento, esiste una precisa gerarchia delle fonti. Il giudice deve anzitutto orientarsi a quello che le disposizioni di legge (e non le norme di regolamento) prescrivono. In altre parole, anche qualora dovesse operare l’art. 31 reg. n. 11522/1998 (e dunque non si applicasse parte del regolamento), non verrebbe per ciò meno l’applicazione delle disposizioni di legge e – conseguentemente - dei doveri degli intermediari finanziari che risultano direttamente dal testo legislativo. Del resto ciò è affermato in modo espresso dall’art. 31, comma 1, reg. n. 11522/1998, laddove stabilisce che l’esclusione delle norme di comportamento per gli operatori qualificati opera “a eccezione di quanto previsto da specifiche disposizioni di legge”.

Ne consegue che al dibattito sul valore dell’autocertificazione di essere operatore qualificato è stato attribuito negli ultimi anni un significato maggiore di quello che invece a ragione gli spetterebbe. Per comprendere meglio il senso del concetto che vorrei trasmettere, si immagini che non esistesse l’art. 31 reg. n. 11522/1998 (anzi, dico di più: si immagini che non esistesse lo stesso regolamento Consob nella sua interezza). Con ciò le norme di comportamento degli intermediari finanziari non sarebbero state sradicate dall’ordinamento, ma sarebbero continuate a sussistere in quanto risultanti direttamente dalla legge. Anche solo per questa ragione (attinente alla gerarchia delle fonti) le banche non possono ignorare le regole di condotta. Si tratta di norme imperative risultanti dalla legge, rispetto alle quali nulla può l’autonomia privata (e nemmeno quella regolamentare). Nella realtà dei fatti il regolamento n. 11522/1998, fino alla sua abrogazione a opera del successivo regolamento n. 16190/2007, ovviamente esisteva (e andava applicato), ma esso non poteva essere contrario alla legge. In altre parole, anche a voler ritenere, per qualsiasi ragione (ad esempio per il ricorrere dello status di operatore qualificato in capo al cliente), che non fosse applicabile una parte del regolamento Consob, l’intermediario finanziario era comunque assoggettato ex lege a certi doveri nei confronti degli investitori.

Proviamo allora a passare in rassegna alcune disposizioni di rango normativo dalle quali si può desumere un dovere di protezione dell’intermediario finanziario nei confronti del cliente debole.

A tutti gli operatori (sia ai qualificati sia ai non qualificati) si applica, ad esempio, l’art. 21, comma 1, TUF. Questa disposizione stabilisce, fra le altre cose, che - nella prestazione dei servizi e delle attività d’investimento e accessori - i soggetti abilitati devono “acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati” (art. 21, comma 1, lett. b, TUF). I doveri informativi dell’intermediario finanziario risultanti direttamente dalla legge hanno per oggetto: 1) anzitutto il significato e le conseguenze della dichiarazione di essere operatore qualificato; 2) e, solo in un secondo momento, le caratteristiche e i rischi delle operazioni che vengono compiute. Ci soffermeremo, qui di seguito, solo sul primo aspetto. Alla luce del dovere informativo degli intermediari finanziari risultante dall’art. 21, comma 1, lett. b, TUF, già in vigenza del precedente reg. n. 11522/1998 non appariva corretto l’approccio giurisprudenziale che rigettava le azioni in giudizio delle società per il solo fatto che esse si fossero autocertificate operatori qualificati. È ragionevole assumere che l’intermediario che proponeva al cliente di firmare una dichiarazione sulla competenza e sull’esperienza della società in materia di strumenti finanziari dovesse dapprima informarlo su quali sono le conseguenze di tale dichiarazione.

Oltre che in forza del dovere d’informazione, a questa conclusione conduce la necessità di dare applicazione anche alle seguenti ulteriori basi normative: a) il dovere di comportarsi con diligenza; b) il dovere di comportarsi con correttezza; c) il dovere di comportarsi con trasparenza; d) il dovere di servire al meglio l’interesse dei clienti (art. 21, comma 1, lett. a, TUF).

Ma l’obbligo dell’intermediario finanziario di esaminare insieme con il cliente il contenuto e le conseguenze della certificazione di essere operatore qualificato deriva da disposizioni di carattere più generale rispetto a quelle del TUF. Bisogna anzitutto menzionare l’art. 1175 c.c., secondo cui “il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza”. È difficile definire corretto il comportamento di un intermediario finanziario il quale omette di segnalare al cliente che la sottoscrizione della certificazione esenta la banca da una serie di doveri. È necessario inoltre richiamare l’art. 1176, comma 2, c.c., secondo cui “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”. È indubbio che questa disposizione si applichi anche all’intermediario finanziario. Vi è allora da chiedersi come si possa qualificare diligente il comportamento di una banca che, senza spiegazione alcuna, fa sottoscrivere al legale rappresentante di una società una dichiarazione atta a farla assurgere – in difformità dalla realtà delle cose - a operatore qualificato. L’obbligo dell’intermediario finanziario d’informare sul significato della certificazione può poi desumersi dall’art. 1337 c.c., secondo cui “le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede”. In sede di trattative e di formazione di un contratto derivato la buona fede impone d’informare in modo veritiero su significato e effetti della certificazione. Si noti che questo dovere fa capo all’intermediario finanziario prima della conclusione del contratto, quando si tratta di stabilire la natura (di operatore qualificato o meno) della controparte.

L’insieme delle diverse disposizioni che si sono elencate, contenute in parte nel TUF e in parte nel codice civile, imponeva all’intermediario finanziario – già in vigenza del reg. n. 11522/1998 - quantomeno di accertare in via preliminare se il cliente fosse o meno in possesso di competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari. Si noti, fra l’altro, che in alcuni casi l’assenza di tali competenze ed esperienze è certamente nota alla banca: si tratta dell’ipotesi in cui la società ha rapporti di lunga durata con l’intermediario. Il caso tipico è quello di una piccola impresa che si affida da anni alla filiale locale di una banca per la gestione di tutte (o quasi) le sue pratiche di natura finanziaria. Il funzionario che conosce bene la situazione in cui versa la società nonché le competenze ed esperienze di chi vi lavora non può ignorare tali circostanze e far sottoscrivere al rappresentante legale, a propria (apparente) autotutela, una certificazione di cui conosce la sostanziale non corrispondenza a verità. Se lo fa lo stesso, viola le disposizioni di legge che si sono elencate.

 

 


 

[1] Sui contratti derivati cfr. F. R. FANTETTI, I derivati: obblighi informativi e negoziazione di prodotti finanziari, in Dir. prat. soc., 2009, fasc. 11, 53 e segg.; V. PICCININI, La trasparenza nella distribuzione di strumenti finanziari derivati ed il problema dell’efficacia delle regole informative, in Contr. impr., 2010, 499 ss.; G. SALATINO, La diffusione dei contratti di swap nella prassi commerciale italiana: un nuovo scandalo finanziario, in Nuova giur. civ., comm., 2010, II, 116 e segg.; V. SANGIOVANNI, I contratti derivati fra normativa e giurisprudenza, in Nuova giur. civ. comm., 2010, II, 39 e segg.; V. SANGIOVANNI, Conclusione di contratti derivati e responsabilità degli amministratori, in Società, 2010, 26 e segg.; A. SIROTTI GAUDENZI, Il contratto di swap. Aspetti civilistici e responsabilità degli intermediari, in Foro pad., 2009, II, 51 e segg.

[2] Sul recente contenzioso avente a oggetto la nozione di operatore qualificato cfr. Aa.Vv., Derivati e swap. Responsabilità civile e penale, a cura di A. SIROTTI GAUDENZI, Maggioli, Santarcangelo di Romagna, 2009. V. inoltre M. AIELLO, L’operatore professionale: una qualificazione controversa, in Giur. it., 2009, 2713 e segg.; C. MOTTI, L’attestazione della qualità di operatore qualificato nelle operazioni in strumenti derivati fra banche e società non quotate, in Giur. it., 2008, 1167 e segg.; G. SALATINO, Contratti di swap. Dall’“operatore qualificato” al “cliente professionale”: il tramonto delle dichiarazioni “autoreferenziali”, in Banca borsa tit. cred., 2009, I, 201 e segg.; V. SANGIOVANNI, I contratti derivati e il regolamento Consob n. 11522 del 1998, in Giur. mer., 2009, 1516 e segg.; M. SESTA, La dichiarazione di operatore qualificato ex art. 31 reg. Consob n. 11522/1998 tra obblighi dell’intermediario finanziario ed autoresponsabilità del dichiarante, in Corr. giur., 2008, 1751 e segg.

[3] Direttiva 2004/39/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 aprile 2004, GUUE n. L 145 del 30 aprile 2004, 1 e segg. In relazione a questa direttiva cfr. Aa.Vv., La MiFID in Italia, a cura di L. ZITIELLO, itaedizioni, Torino, 2009; S. BASTIANON, L’integrazione dei mercati finanziari in Europa: la MiFID e la recente normativa italiana di recepimento, in Il Diritto dell’Unione Europea, 2008, 255 e segg.; F. REGALDO, La responsabilità delle banche nel collocamento di obbligazioni ai risparmiatori. Una comparazione tra Italia e Regno Unito in seguito all’adozione del sistema MIFID, in Dir. banca merc. fin., 2009, 211 e segg.; A. A. RINALDI, Il decreto Mifid e i regolamenti attuativi: principali cambiamenti, in Società, 2008, 12 e segg.; V. SANGIOVANNI, Gli obblighi informativi delle imprese di investimento nella più recente normativa comunitaria, in Diritto comunitario e degli scambi internazionali, 2007, 363 e segg.

[4] Una delle più importanti norme di comportamento degli intermediari finanziari consiste nel dovere d’informare gli investitori. In materia cfr. F. ACCETTELLA, Rivendita di obbligazioni collocate presso investitori istituzionali in assenza di prospetto informativo, in Banca borsa tit. cred., 2009, II, 454 e segg.; P. BARTOLOMUCCI, Ancora sugli obblighi informativi nel settore del mercato finanziario: tra doveri dell’intermediario e principio di autodeterminazione dell’investitore, in Nuova giur. civ. comm., 2009, II, 440 e segg.; F. GRECO, Obbligazioni Cirio e violazione dell’obbligo di informazione: un ulteriore tassello sul tavolo della roulette della giurisprudenza, in Resp. civ. prev., 2010, 428 e segg.; S. GUADAGNO, I confini dell’informazione precontrattuale e la “storia infinita” dei contratti di intermediazione finanziaria, in Riv. dir. comm., 2009, I, 241 e segg.; R. NATOLI, Le informazioni dei risparmiatori nella formazione del contratto “di risparmio”, in Contratti, 2010, 67 e segg.; V. SANGIOVANNI, Omessa informazione sulla rischiosità dell’investimento e risoluzione del contratto, in Corr. mer., 2009, 973 e segg.; F. SAVASTA, L’adeguatezza informativa ed operativa a fronte del rifiuto di fornire informazioni, in Società, 2009, 997 e segg.

[5] Delibera Consob 29 ottobre 2007, n. 16190. Adozione del regolamento recante norme di attuazione del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 in materia di intermediari. Fra gli autori che si occupano del reg. n. 16190/2007 cfr. F. DURANTE, Con il nuovo regolamento intermediari, regole di condotta “flessibili” per la prestazione dei servizi di investimento, in Giur. mer., 2008, 628 e segg.; V. ROPPO, Sui contratti del mercato finanziario, prima e dopo la MIFID, in Riv. dir. priv., 2008, 485 e segg.; V. SANGIOVANNI, Informazioni e comunicazioni pubblicitarie nella nuova disciplina dell’intermediazione finanziaria dopo l’attuazione della direttiva MIFID, in Giur. it., 2008, 785 e segg.; V. SANGIOVANNI, La nuova disciplina dei contratti d’investimento dopo l’attuazione della MIFID, in Contratti, 2008, 173 e segg.

[6] Secondo la legge per “servizi e attività di investimento” si intendono i seguenti, quando hanno per oggetto strumenti finanziari: a) negoziazione per conto proprio; b) esecuzione di ordini per conto dei clienti; c) sottoscrizione e/o collocamento con assunzione a fermo ovvero con assunzione di garanzia nei confronti dell’emittente; c-bis) collocamento senza assunzione a fermo né assunzione di garanzia nei confronti dell’emittente; d) gestione di portafogli; e) ricezione e trasmissione di ordini; f) consulenza in materia di investimenti; g) gestione di sistemi multilaterali di negoziazione (art. 1, comma 5, TUF).

[7] V. l’allegato n. 3 (denominato “clienti professionali privati”) al regolamento n. 16190/2007, che distingue fra clienti professionali di diritto e clienti professionali su richiesta (e recepisce quanto previsto dalla direttiva n. 39/2004).

[8] Allegato n. 3, parte I, punto 1: “i soggetti che sono tenuti ad essere autorizzati o regolamentati per operare nei mercati finanziari, siano essi italiani o esteri quali: a) banche; b) imprese di investimento; c) altri istituti finanziari autorizzati o regolamentati; d) imprese di assicurazione; e) organismi di investimento collettivo e società di gestione di tali organismi; f) fondi pensione e società di gestione di tali fondi; g) i negoziatori per conto proprio di merci e strumenti derivati su merci; h) soggetti che svolgono esclusivamente le negoziazione per conto proprio su mercati di strumenti finanziari e che aderiscono indirettamente al servizio di liquidazione, nonché al sistema di compensazione e garanzia (locals); i) altri investitori istituzionali; l) agenti di cambio”.

[9] Allegato n. 3, parte I, punto 2: “le imprese di grandi dimensioni che presentano a livello di singola società, almeno due dei seguenti requisiti dimensionali: - totale di bilancio: 20.000.000 euro; - fatturato netto: 40.000.000 euro; - fondi propri: 2.000.000 euro”.

[10] Cass., 26 maggio 2009, n. 12138, in Contratti, 2009, 869 e segg., con nota di F. AUTELITANO; in Corr. giur., 2009, 1611 e segg., con nota di M. SESTA; in Danno resp., 2009, 1067 e segg., con nota di V. SANGIOVANNI; in Riv. trim. dir. econ., 2009, II, 115 e segg., con nota di C. BRESCIA MORRA.

[11] L’art. 31 reg. n. 11522/1998 si componeva di due commi. Il comma 1 prevedeva che “a eccezione di quanto previsto da specifiche disposizioni di legge e salvo diverso accordo tra le parti, nei rapporti tra intermediari autorizzati e operatori qualificati non si applicano le disposizioni di cui agli articoli 27, 28, 29, 30, comma 1, fatta eccezione per il servizio di gestione, e commi 2 e 3, 32, commi 3, 4 e 5, 37, fatta eccezione per il comma 1, lettera d), 38, 39, 40, 41, 42, 43, comma 5, lettera b), comma 6, primo periodo, e comma 7, lettere b) e c), 44, 45, 47, comma 1, 60, 61 e 62”. Il comma 2 stabiliva che “per operatori qualificati si intendono gli intermediari autorizzati, le società di gestione del risparmio, le SICAV, i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i soggetti esteri che svolgono in forza della normativa in vigore nel proprio Stato d’origine le attività svolte dai soggetti di cui sopra, le società e gli enti emittenti strumenti finanziari negoziati in mercati regolamentati, le società iscritte negli elenchi di cui agli articoli 106, 107 e 113 del decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, i promotori finanziari, le persone fisiche che documentino il possesso dei requisiti di professionalità stabiliti dal testo unico per i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso società di intermediazione mobiliare, le fondazioni bancarie, nonché ogni società o persona giuridica in possesso di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari espressamente dichiarata per iscritto dal legale rappresentante”.

[12] Legge 22 dicembre 2008, n. 203. Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2009), GU n. 303 del 30 dicembre 2008, Supplemento ordinario n. 285/L, 5 e segg. In materia cfr. F. FONTANA, M. ROSSI, Maggiori i vincoli sull’utilizzo dei derivati, in Guida al diritto, 2009, fasc. 6, 57 e segg.

[13] Si prevede infine che “agli enti di cui al comma 2 è fatto divieto di stipulare, fino alla data di entrata in vigore del regolamento di cui al comma 3, e comunque per il periodo minimo di un anno decorrente dalla data di entrata in vigore del presente decreto, contratti relativi agli strumenti finanziari derivati. Resta ferma la possibilità di ristrutturare il contratto derivato a seguito di modifica della passività alla quale il medesimo contratto è riferito, con la finalità di mantenere la corrispondenza tra la passività rinegoziata e la collegata operazione di copertura” (art. 62, comma 6, d.l. n. 112/2008).

[14] Schema di regolamento ministeriale di attuazione dell’articolo 62 del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come sostituito dall’articolo 3 della legge 22 dicembre 2008, n. 203.

[15] Dati della Banca d’Italia riportati da M. FRISONE, In Campania primato di perdite, in Plus24, Il Sole 24 Ore, 7 novembre 2009, 20.

[16] L’upfront è definito come: “l’eventuale flusso di cassa del portafoglio finanziario strutturato che viene regolato al momento della conclusione dell’operazione in derivati” (art. 1, comma 3, lett. i, schema di regolamento MEF).

[17] Sul contenzioso degli ultimi anni fra investitori e intermediari finanziari dovuto all’inosservanza delle diverse norme di comportamento da rispettarsi nella prestazione dei servizi d’investimento cfr. i volumi di F. DURANTE, Intermediari finanziari e tutela dei risparmiatori, Giuffrè, Milano, 2009; B. INZITARI, V. PICCININI, La tutela del cliente nella negoziazione di strumenti finanziari, Cedam, Padova, 2008. V. inoltre F. AZZARRI, Contratti finanziari e categorie civilistiche, in Nuova giur. civ. comm., 2009, I, 672 e segg.; A. BOVE, La violazione delle regole di condotta degli intermediari finanziari al vaglio delle Sezioni unite, in Banca borsa tit. cred., 2009, II, 143 e segg.; G. COTTINO, La responsabilità degli intermediari finanziari. Un quadro ben delineato: con qualche novità e corollario, in Giur. it., 2010, 607 e segg.; I. DELLA VEDOVA, Sulla forma degli ordini di borsa, in Riv. dir. civ., 2010, II, 161 e segg.; P. FIORIO, Onere della prova, nesso di causalità ed operazioni non adeguate, in Giur. it., 2010, 343 e segg.; M. GUERNELLI, L’intermediazione finanziaria fra tutela del mercato, legislazione consumeristica e orientamenti giurisprudenziali, in Giur. comm., 2009, I, 360 e segg.; C. MARCHIANDI, La responsabilità degli intermediari nei confronti dell’investitore: il quadro giurisprudenziale, in Giur. comm., 2009, II, 376 e segg.; P. MORANDI, Violazione delle regole di condotta degli intermediari finanziari: rimedi esperibili, in Obbl. contr., 2009, 47 e segg.; D. I. PACE, Gli ordini di borsa tra forma e mera archiviazione, in Banca, borsa, tit. cred., 2010, II, 118 e segg.; E. RIGHINI, Recenti sviluppi della giurisprudenza di merito sulla tutela dell’investitore, in Giur. comm., 2009, II, 150 e segg.; V. SANGIOVANNI, Obbligazioni Lehman Brothers e tutele degli investitori, in Contratti, 2010, 221 e segg.; V. SANGIOVANNI, L’art. 23 T.U.F. e la sottoscrizione del contratto-quadro, in Giur. it., 2009, 1682 e segg.; V. SANGIOVANNI, La Cassazione interviene di nuovo sulle norme di condotta degli intermediari finanziari, in Danno resp., 2009, 503 e segg.; G. SERRAINO, Tutela dell’investitore e responsabilità dell’intermediario, in Dir. prat. soc., 2009, fasc. 3, 55 e segg.; F. SIGNORELLI, Violazione delle regole di comportamento dell’intermediario finanziario e risoluzione per inadempimento, in Società, 2009, 55 e segg.; E. VENTURI, L’adeguatezza delle operazioni di intermediazione finanziaria nelle prescrizioni della disciplina speciale e nell’orientamento della Cassazione, in Riv. trim. dir. econ., 2009, II, 11 e segg.

[18] Similmente lo schema di regolamento indica le regioni, le province autonome di Trento e Bolzano e gli enti locali di cui all’art. 2 del d.lgs. n. 267/2000 (art. 1, comma 1, schema di regolamento MEF). Il d.lgs. n. 267/2000, come è noto, è il testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali e, al suo art. 2, comma 1, prevede che “ai fini del presente testo unico si intendono per enti locali i comuni, le province, le città metropolitane, le comunità montane, le comunità isolane e le unioni di comuni”. Mentre l’art. 2, comma 2, d.lgs. n. 267/2000 stabilisce che “le norme sugli enti locali previste dal presente testo unico si applicano, altresì, salvo diverse disposizioni, ai consorzi cui partecipano enti locali, con esclusione di quelli che gestiscono attività aventi rilevanza economica ed imprenditoriale e, ove previsto dallo statuto, dei consorzi per la gestione dei servizi sociali”.

[19] Anche se bisogna evidenziare che il testo del regolamento n. 11522/1998 utilizzava il singolare: “specifica” competenza ed esperienza.

[20] Si fatica a comprendere la ragione per cui nell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 la Consob abbia utilizzato il termine singolare “dichiarata” in riferimento a due elementi: competenza ed esperienza. Sarebbe stato corretto utilizzare la dizione plurale “dichiarate”.

[21] Sulla nozione di “fatto” e sulla distinzione fra “fatto” e “giudizio” (od “opinione”) nel diritto dei mercati finanziari sia consentito il rinvio al mio lavoro monografico in lingua tedesca: V. SANGIOVANNI, Die Ad-hoc-Publizität im deutschen und italienischen Recht, Frankfurt am Main, 2003, 47 e segg. In lingua italiana cfr. V. SANGIOVANNI, L’informazione c.d. continua o permanente nel diritto tedesco del mercato dei capitali, in Banca, borsa, tit. cred., 1998, I, 593 e segg.

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Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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