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L’adeguatezza degli investimenti prima e dopo la Mifid

Di Valerio Sangiovanni, Avvocato e Rechtsanwalt

2 dicembre 2010

 

 

Si riproduce per gentile concessione di Ipsoa Wolters Kluwers

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Buona parte del contenzioso degli ultimi anni in materia di servizi d’investimento riguarda l’inosservanza del principio di adeguatezza degli investimenti finanziari. In attuazione della direttiva Mifid tale regola ha subito delle significative modificazioni, dovendosi ora distinguere fra “adeguatezza” e “appropriatezza” delle operazioni. In questo articolo si esamina l’evoluzione che tale principio ha subito negli ultimi anni, soffermandosi sulla questione di quali siano le conseguenze della sua inosservanza.

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Introduzione

Gli intermediari finanziari sono tenuti a osservare una serie di norme di comportamento[1]. Le principali regole di condotta consistono in doveri informativi nei confronti dei clienti e nella necessità di porre in essere operazioni adeguate.

In questo articolo ci concentreremo in particolare sul principio di adeguatezza. Al riguardo bisogna subito osservare che tale regola ha subito significative modifiche negli ultimi anni, in attuazione della direttiva comunitaria Mifid[2]. Segnatamente il canone unico della “adeguatezza” si è ora sdoppiato in “adeguatezza” e “appropriatezza”. Mentre in relazione alle disposizioni vigenti prima della riforma del 2007 si rinviene copiosa giurisprudenza in materia, le nuove norme non risultano finora oggetto di interventi giurisprudenziali. In questo articolo esamineremo sia la disciplina previgente, avendo essa ancora oggi rilevanza pratica, sia quella attualmente in vigore.

 

Il divieto di compiere investimenti inadeguati (art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998)

Nella prassi giudiziaria una delle contestazioni che viene più frequentemente mossa dall’investitore all’intermediario finanziario concerne il compimento di investimenti inadeguati[3].

Per comprendere cosa si intenda per “adeguatezza” degli investimenti, non basta fermarsi al dettato del TUF, ma è necessario fare riferimento alla disciplina di carattere secondario che regola il comportamento degli intermediari finanziari. Sorprendentemente, la regolamentazione di livello legislativo non si occupava (né si occupa oggi) di questa materia, rendendo necessaria un’analisi delle fonti di livello secondario. Attualmente le disposizioni in materia di adeguatezza delle operazioni finanziarie sono contenute nel reg. Consob n. 16190/2007[4]. Prima di questo regolamento era in vigore il reg. Consob n. 11522/1998, su cui si fonda ancora gran parte del contenzioso in materia.

Vediamo allora di comprendere cosa prevedesse il reg. Consob n. 11522/1998 in materia di adeguatezza. Anzitutto esso stabiliva che “gli intermediari autorizzati si astengono dall’effettuare con o per conto degli investitori operazioni non adeguate per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione” (art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998). Questa disposizione si componeva di due parti: da un lato essa statuiva un vero e proprio divieto di operare (aspetto di cui ci occuperemo nel paragrafo successivo, soprattutto al fine di comprendere di quale rimedio disponga l’investitore vittima di un investimento inadeguato); dall’altro la norma indicava i quattro criteri (tipologia, oggetto, frequenza e dimensione) di cui si deve tenere conto al fine di affermare che un’operazione è adeguata.

Il regolamento Consob non si premurava però di chiarire cosa si dovesse intendere esattamente con i parametri di “tipologia”, “oggetto”, “frequenza” e “dimensione”.

Con riferimento al primo di tali criteri, il Tribunale di Milano ha recentemente affermato che un investimento era inadeguato per “tipologia”, in quanto l’acquisto era avvenuto quando era già intervenuto un primo significativo declassamento del rating dal quale poteva ragionevolmente desumersi la crisi economica sussistente all’interno del Paese (l’Argentina) e la conseguente difficoltà di tale Stato estero ad adempiere agli impegni economici assunti[5]. Sotto questo profilo, forse, più che di “tipologia” errata dell’investimento si dovrebbe parlare di “tempistica” sbagliata del medesimo.

L’“oggetto” dell’investimento è il tipo di strumento finanziario che viene concretamente acquistato. Si pensi al caso in cui il contratto di intermediazione finanziaria (e in particolare il profilo di rischio dell’investitore) non consentirebbe di acquistare certi strumenti finanziari particolarmente rischiosi (come i contratti derivati[6]), ma – ciò nonostante – essi vengano acquistati.

Gli investimenti possono poi essere inadeguati per “frequenza”. Questa fattispecie si realizza tipicamente quando il portafoglio del cliente viene movimentato in modo eccessivo (perseguendo l’intermediario il fine di guadagnare commissioni), senza che le operazioni poste in essere abbiano una reale giustificazione economica.

Con riguardo infine al criterio della “dimensione”, la già menzionata sentenza del Tribunale di Milano ha avuto modo di stabilire che è inadeguata sotto tale profilo un’operazione che comporti l’impiego di circa un terzo del patrimonio complessivo dell’investitore[7]. Al riguardo mancavano criteri precisi nella legge e nel regolamento, per cui la valutazione sul quantum dimensionale che fa scattare l’inadeguatezza era lasciata all’autorità giudiziaria che affrontava il singolo caso[8]. Ciò comportava, evidentemente, una considerevole incertezza del diritto. Il principio a cui devono ispirarsi gli intermediari è la riduzione del rischio, nella misura massima possibile, risultato che si può raggiungere solo con una appropriata diversificazione degli investimenti. Però, come detto, cosa ciò significhi concretamente lo può stabilire solo la giurisprudenza nei singoli casi. Al riguardo rileva anche l’ammontare del portafoglio gestito in termini assoluti. Nel caso di patrimoni ingenti è più facile conseguire un’elevata diversificazione, mentre nel caso di un portafoglio modesto la diversificazione comporta dei costi eccessivi. Se, ad esempio, il patrimonio di un certo soggetto ammonta a 1.000.000 euro, è facile distribuirlo fra una ventina di emittenti, senza con ciò rendere il servizio eccessivamente costoso. Lo stesso risultato non può raggiungersi con un patrimonio di, si supponga, 10.000 euro, caso in cui la frammentazione dell’investimento complessivo imporrebbe dei costi per l’investitore, in termini di commissioni, troppo elevati.

Infine si noti che il regolamento Consob previgente prevedeva che “ai fini di cui al comma 1 [= valutazione dell’adeguatezza], gli intermediari autorizzati tengono conto delle informazioni di cui all’articolo 28[9] e di ogni altra informazione disponibile in relazione ai servizi prestati” (art. 29 comma 2 reg. n. 11522/1998). In altre parole la valutazione di adeguatezza comportava (così come comporta tuttora) il preliminare dovere di assumere informazioni dai clienti. Inoltre, anche in mancanza di dati e notizie forniti direttamente dagli investitori, gli intermediari dovevano comunque tenere conto di tutte le altre informazioni di cui disponevano.

Sul punto merita di essere segnalata una sentenza del Tribunale di Catania, secondo la quale la valutazione di adeguatezza può essere effettuata sulla base di dati e informazioni relative ad altre operazioni finanziarie compiute dal cliente, nonostante questi abbia rifiutato di fornire informazioni sulla propensione al rischio e sui propri obiettivi d’investimento[10]. Secondo questa autorità giudiziaria il rifiuto di fornire informazioni dovrebbe (prudenzialmente) far considerare l’investitore quale soggetto con basso profilo di rischio. Tuttavia la banca potrebbe utilizzare la propria conoscenza d’investimenti diversi per collocare il cliente a un più elevato profilo di rischio. Nel caso di specie fu accertato che l’investitore aveva posto in essere investimenti di rischio medio-alto e questa circostanza è stata ritenuta sufficiente a far ritenere che operazioni con tale livello di rischio fossero adeguate.

Seguendo il ragionamento del Tribunale di Catania, si può affermare che - in assenza di informazioni provenienti dal cliente e altresì in assenza di informazioni reperibili in altro modo sulla sua situazione patrimoniale e propensione al rischio – si possono (al più) ritenere come adeguate solo le operazioni di basso livello di rischio. Difatti non si comprende come l’intermediario finanziario, in assenza di qualsivoglia informazione proveniente dall’investitore, sia in grado di proporre un investimento adeguato a un soggetto di cui ignora praticamente tutto. Ma vi è, forse, di più: in assenza di qualsiasi informazione fornita dal cliente diventa pressoché impossibile per l’intermediario suggerire un’operazione ragionevole. Si potrebbe pertanto arrivare a sostenere la tesi che anche prima della riforma del 2007, in assenza di informazioni sul cliente, non fosse possibile per gli intermediari dar seguito agli investimenti richiesti dal cliente. Mi rendo conto che questa tesi è radicale, e potrà forse essere tacciata di essere illiberale, ma a me pare che le esigenze di tutela del risparmio debbano prevalere rispetto alle pur legittime aspettative degli intermediari di trarre lucro dal compimento di operazioni d’investimento.

Se è corretta quest’ottica di tutela degli investitori, non deve sorprendere la posizione ora assunta dalla Consob, la quale – come vedremo meglio sotto – con l’art. 39 comma 6 del vigente reg. n. 16190/2007 vieta agli intermediari (con riferimento ai servizi di consulenza e di gestione) di effettuare operazioni se prima non sono state raccolte le dovute informazioni dal cliente.

 

Le conseguenze dell’inosservanza del divieto di compiere investimenti inadeguati

Accertata in un caso concreto l’inosservanza del principio di adeguatezza, che l’intermediario finanziario sarebbe tenuto a rispettare, il compito del civilista è quello di chiedersi quali siano le conseguenze di tale violazione (problematica della corretta individuazione dei “rimedi”).

Il legislatore comunitario, che ha introdotto le norme di comportamento degli intermediari finanziari (poi attuate in tutti i Paesi membri), non ha definito le sanzioni civilistiche per il caso di loro inosservanza. Dal punto di vista del diritto comunitario ciò è comprensibile, in quanto le direttive comunitarie devono trovare applicazione in tutti gli Stati membri e - dal momento che le tradizioni giuridiche dei singoli Stati membri divergono parecchio da ordinamento a ordinamento - sarebbe stato difficile pre-determinare e imporre a tutti lo stesso tipo di sanzione civilistica.

Mentre, però, il legislatore comunitario è a ragione silente sul punto, quello italiano avrebbe potuto adottare un approccio diverso e individuare espressamente la sanzione appropriata. Ciò avrebbe evitato i disorientamenti della giurisprudenza degli ultimi anni. La legge italiana invece, diversamente da quanto succede in altri ordinamenti[11], non si è premurata di stabilire espressamente quali siano le conseguenze delle inosservanze delle norme di comportamento degli intermediari finanziari (i recenti interventi legislativi sarebbero stati un’utile occasione per fare chiarezza al riguardo, ma – anche ora – il legislatore non indica quale sia la sanzione appropriata per l’inosservanza delle regole di condotta).

Passando al livello regolamentare, le cose non migliorano, nel senso che nemmeno il previgente regolamento Consob stabiliva quali fossero le conseguenze della violazione dell’art. 29 reg. n. 11522/1998.

L’interprete (in primis, il giudice civile chiamato a decidere di specifiche controversie fra investitori e intermediari finanziari) si trovava allora dinanzi a un dilemma, che doveva risolvere applicando i principi generali del diritto civile.

L’inosservanza dell’art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998 consiste nel compimento di un’operazione inadeguata.

Nelle celebri sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007[12], la Corte di cassazione ha affermato il principio di diritto secondo cui la violazione dei doveri d’informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi d’investimento finanziario può dar luogo a responsabilità precontrattuale, con conseguente obbligo di risarcimento dei danni, ove tali violazioni avvengano nella fase precedente o coincidente con la stipulazione del contratto d’intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti fra le parti; può invece dar luogo a responsabilità contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione del predetto contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti le operazioni d’investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto d’intermediazione finanziaria. In nessun caso, in difetto di previsione normativa in tal senso, la violazione dei suaccennati doveri di comportamento può però determinare la nullità del contratto d’intermediazione, o dei singoli atti negoziali conseguenti, a norma dell’art. 1418 comma 1 c.c.

Secondo le Sezioni Unite, dunque, l’inosservanza di norme di comportamento configura un inadempimento dell’intermediario finanziario che determina l’obbligo di risarcire il danno (e nei casi più gravi la risoluzione del contratto). La responsabilità della banca si fonda sull’art. 1218 c.c. secondo cui “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno”. L’applicazione dell’art. 1218 c.c. presuppone che in capo all’intermediario vi sia l’obbligo di effettuare una prestazione. La “prestazione dovuta” dal debitore ai sensi dell’art. 1218 c.c. è quella che risulta dall’assetto contrattuale pattuito espressamente dalle parti, ma anche da tutto quello che le norme applicabili al caso di specie impongono. Se l’intermediario viola un dovere che gli fa capo e non esegue dunque esattamente la prestazione dovuta, in applicazione del dettato dell’art. 1218 c.c. è tenuto a risarcire il danno che l’investitore patisce. Nei casi più gravi, l’intermediario non è tenuto al solo risarcimento del danno, ma è lo stesso contratto a poter essere risolto. Secondo la disposizione generale del codice civile, peraltro, “il contratto non si può risolvere se l’inadempimento di una delle parti ha scarsa importanza, avuto riguardo all’interesse dell’altra” (art. 1455 c.c.). Ne consegue se che l’inadempimento ha non scarsa importanza, il contratto può essere risolto.

Nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 la Corte di cassazione si riferisce però non a tutte le norme di comportamento, ma ai soli doveri d’informazione. Vi è allora da chiedersi se (non tanto l’inosservanza degli obblighi informativi, quanto piuttosto, più radicalmente) il compimento di operazioni inadeguate non debba portare alla nullità del contratto, invece che al risarcimento del danno e alla risoluzione del contratto. Occorre insomma distinguere fra i singoli comportamenti che la legge richiede agli intermediari finanziari di porre in essere e, per ciascuna violazione, identificare l’esatta conseguenza giuridica. Mentre per l’inosservanza di doveri informativi il rimedio della nullità pare effettivamente fuori luogo, una soluzione diversa può essere prospettata in relazione alla regola di adeguatezza e - più in generale - agli obblighi degli intermediari di astenersi dal compiere operazioni.

L’art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998 pone un vero e proprio divieto di agire (letteralmente: “gli intermediari autorizzati si astengono dall’effettuare … operazioni non adeguate”): le parole “si astengono” vanno interpretate nel senso che “devono astenersi”. L’inosservanza di questa norma di comportamento consiste nella “non-astensione”, cioè nel porre in essere un’operazione inadeguata, ossia nel concludere un contratto con cui vengono compravenduti strumenti finanziari. Si tratta di capire quali siano gli effetti dell’inosservanza di tale divieto, ossia della conclusione di un contratto vietato da un regolamento Consob.

Non essendoci disposizioni specifiche in merito, diventa necessario andare a esaminare altre aree dell’ordinamento per comprendere se è possibile un’applicazione analogica. Nel sistema, in effetti, sono rinvenibili altri casi in cui sussiste un divieto di contrarre. L’art. 1471 comma 1 c.c. stabilisce che certi soggetti non possono essere compratori: “non possono essere compratori nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona: 1) gli amministratori dei beni dello Stato, dei comuni, delle province o degli altri enti pubblici, rispetto ai beni affidati alla loro cura; 2) gli ufficiali pubblici, rispetto ai beni che sono venduti per loro ministero; 3) coloro che per legge o per atto della pubblica autorità amministrano beni altrui, rispetto ai beni medesimi; 4) i mandatari, rispetto ai beni che sono stati incaricati di vendere”. E il legislatore, in questo contesto, stabilisce le conseguenze dell’atto di compravendita posto in essere nonostante il divieto: “nei primi due casi l’acquisto è nullo; negli altri è annullabile” (art 1471 comma 2 c.c.). Se si ritenesse applicabile in via analogica questa disposizione al caso degli investimenti inadeguati degli intermediari finanziari si potrebbe giungere alla conclusione che il compimento di un’operazione in violazione del divieto fissato dal regolamento Consob porta alla nullità oppure all’annullabilità del contratto (e dunque a conseguenze diverse dal risarcimento del danno).

In alternativa si può pensare all’applicazione dell’art. 1711 comma 1 c.c. secondo cui il mandatario non può eccedere i limiti fissati nel mandato, con la conseguenza che l’atto che esorbita dal mandato resta a carico del mandatario. Qualificando il contratto d’intermediazione finanziaria come un mandato (o comunque ritenendo applicabili in via analogica alcune delle disposizioni in materia di mandato), il compimento di un’operazione inadeguata può essere interpretata come un atto eccedente i limiti dell’incarico ricevuto.

Forse, però, si può prescindere dall’applicazione dell’art. 1471 c.c. oppure dell’art. 1711 c.c. Nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 la Corte di cassazione dice espressamente che l’area delle norme inderogabili, la cui violazione può determinare la nullità del contratto in conformità al disposto dell’art. 1418 comma 1 c.c., è più ampia di quanto parrebbe a prima vista suggerire il riferimento al solo contenuto del contratto medesimo: vi sono ricomprese anche le norme che vietano la stipulazione stessa del contratto. Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio – continuano le Sezioni Unite - che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni ancora più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo. Questo passaggio delle sentenze della Corte di cassazione indica che, quando la “norma di comportamento” si sostanzia in un divieto di contrarre, e – ciò nonostante – l’intermediario finanziario contrae, il contratto può essere ritenuto nullo.

Questa nullità del contratto da violazione di un dovere di astenersi si desume dal disposto dell’art. 1418 comma 1 c.c.: si tratta di un contratto contrario a disposizione imperativa. La norma imperativa è l’art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998. La contrarietà è data dal fatto che l’ordinamento non tollera che venga posto in essere un contratto inadeguato (per tipologia, oggetto, frequenza o dimensione).

cosa si intende per disposizione “imperativa” (ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c.)? Al riguardo bisogna considerare che, nella materia dell’intermediazione finanziaria, si rinvengono sia disposizioni finalizzate alla tutela d’interessi pubblici sia norme preposte alla tutela d’interessi privati. In questo senso appare significativo l’enunciato dell’art. 5 comma 1 TUF secondo cui “la vigilanza sulle attività disciplinate dalla presente parte ha per obiettivi: a) la salvaguardia della fiducia nel sistema finanziario; b) la tutela degli investitori; c) la stabilità e il buon funzionamento del sistema finanziario; d) la competitività del sistema finanziario; e) l’osservanza delle disposizioni in materia finanziaria”. La lettura di questa disposizione fa emergere chiaramente due categorie di obiettivi della vigilanza: l’una pubblicistica (fiducia, stabilità, buon funzionamento e competitività del sistema finanziario), l’altra privatistica (tutela degli investitori). A questa impostazione si potrebbe contestare che l’art. 5 comma 1 TUF è una disposizione sulla vigilanza ed è dunque indirizzata alle autorità di vigilanza e non alle banche. L’obiezione è corretta, ma bisogna tenere conto che la duplicità degli obiettivi di tutela (pubblicistici e privatistici) trova un riscontro espresso nel contesto delle norme di comportamento degli intermediari finanziari, e segnatamente nell’art. 21 comma 1 lett. a TUF, dove si stabilisce - fra le altre cose - che “nella prestazione dei servizi e delle attività di investimento e accessori i soggetti abilitati devono: a) comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati”. “Interesse dei clienti” e “integrità dei mercati” esprimono, rispettivamente, il profilo di tutela privatistico e quello pubblicistico nel contesto normativo che qui interessa; si tratta di due obiettivi che convivono nella materia in esame. La legge stabilisce dunque espressamente che le norme di comportamento degli intermediari finanziari sono finalizzate anche alla realizzazione di interessi pubblici (oltre che degli interessi dei singoli investitori). Chi scrive condivide pertanto quanto ha stabilito la Corte di cassazione nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007, secondo le quali le norme di comportamento degli intermediari finanziari vanno considerate come disposizioni imperative alla luce degli interessi di carattere pubblicistico che intendono tutelare.

Tornando specificamente al principio di adeguatezza, che qui interessa, si può pertanto concludere che l’investimento inadeguato violava un divieto di agire posto dal regolamento Consob e che, siccome tale disposizione era imperativa, la sua inosservanza determinava nullità del contratto.

 

L’autorizzazione del cliente a compiere investimenti inadeguati (art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998)

Nella prassi - talvolta - è in contestazione dinanzi all’autorità giudiziaria non tanto il compimento di un investimento inadeguato, ma il fatto che esso non sia stato debitamente autorizzato dal cliente. Il reg. n. 11522/1998 non vietava difatti in assoluto operazioni inadeguate; al contrario: le consentiva quando l’investitore era stato previamente informato e prestava il suo consenso.

L’intermediario finanziario doveva realizzare una vera e propria “procedura”, al fine di garantire la prestazione di un consenso informato da parte del cliente. Se l’investimento chiesto dall’investitore risultava inadeguato, l’intermediario non poteva compierlo (art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998). Se tuttavia l’investitore insisteva per il compimento dell’operazione, la banca era tenuta a un’informativa specifica: doveva spiegare non solo che l’operazione era inadeguata, ma anche i motivi per cui essa risultava inadeguata. Se il cliente insisteva ulteriormente per il compimento dell’investimento, il corrispondente ordine doveva essere dato (per iscritto oppure registrato[13]) con esplicito riferimento alle avvertenze ricevute. Solo a questo punto l’operazione poteva essere compiuta (art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998). In altre parole, con il consenso informato dell’investitore era possibile compiere un investimento inadeguato.

Le condizioni di applicabilità dell’art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998 sono state oggetto di diversi interventi giurisprudenziali, sia di legittimità sia di merito.

A livello di giurisprudenza di legittimità la Corte di Cassazione ha stabilito nel 2009 che l’obbligo di segnalare la non adeguatezza delle operazioni di investimento si applica anche ai servizi di investimento nei quali l’intermediario opera senza alcuna discrezionalità[14]. Ma già nel 2008 la Corte di cassazione era intervenuta sul punto affermando che l’ambito oggettivo delle disposizioni concernenti le operazioni non adeguate è destinato a trovare applicazione anche là dove il servizio prestato dall’intermediario consista nell’esecuzione degli ordini dell’investitore[15]. Più specificamente la Cassazione ha deciso che la regola, in base alla quale in presenza di un’operazione non adeguata l’intermediario deve astenersi dal dare esecuzione all’operazione se prima non abbia avvertito l’investitore e ottenuto dal medesimo l’espressa autorizzazione ad agire ugualmente sulla base di un ordine contenente l’esplicito riferimento alle informazioni ricevute, trova applicazione con riferimento a tutti i servizi d’investimento prestati nei confronti di qualsiasi investitore che non sia un operatore qualificato, sia con riguardo ai servizi di investimento nei quali sia ravvisabile una discrezionalità dell’intermediario (come ad esempio nei contratti di gestione di portafogli di investimento) sia là dove l’operazione avvenga su istruzione del cliente (come, appunto, quando venga prestato il servizio di negoziazione o di ricezione e di trasmissione di ordini). All’operatività di questa regola non è di ostacolo il fatto che il cliente abbia in precedenza acquistato un altro titolo a rischio, perché ciò non basta a renderlo operatore qualificato ai sensi della normativa regolamentare dettata dalla Consob.

Anche la giurisprudenza di merito ha avuto occasione di occuparsi più volte di adeguatezza degli investimenti. La Corte di appello di Milano, ad esempio, ha ribadito che l’obbligo di segnalare la non adeguatezza delle operazioni d’investimento si applica anche ai servizi d’investimento nei quali l’intermediario opera senza alcuna discrezionalità[16]. Con riferimento all’onere della prova, la medesima Corte di appello ha affermato che l’intermediario non può fornire la prova di aver segnalato la non adeguatezza delle operazioni d’investimento mediante dichiarazioni testimoniali, dovendo invece provare l’adempimento di tale obbligo mediante la produzione in giudizio dell’ordine d’investimento nel quale sia fatto esplicito riferimento anche alle ragioni per le quali l’operazione è inadeguata.

Il comma 3 dell’art. 29 reg. n. 11522/1998 appare in grado di mettere in dubbio la natura imperativa del comma 1 del medesimo articolo: se difatti il divieto di compiere investimenti inadeguati rappresenta una disposizione derogabile con il consenso dell’investitore, allora - nella valutazione della Consob – tale divieto non aveva natura cogente. Si potrebbe quindi argomentare nel senso che l’art. 29 comma 1 reg. n. 11522/1998 non era una disposizione imperativa, con la conseguenza che la sua violazione non poteva determinare nullità del contratto ai sensi dell’art. 1418 comma 1 c.c. È vero che l’imperatività non si misura con la derogabilità a opera delle parti, bensì con la natura dell’interesse tutelato (secondo il seguente schema: interesse privato = disposizione non imperativa; interesse pubblico = disposizione imperativa)[17]. È però altrettanto vero che la previsione normativa della possibilità di derogare a un divieto (quello di compiere investimenti inadeguati) in presenza del consenso della parte interessata (l’investitore) è un significativo indizio che l’interesse tutelato non è di carattere pubblico. Altrimenti il regolatore secondario non avrebbe consentito tale deroga.

Si tratta qui di comprendere le vere ragioni per cui un sistema che, in astratto, era fortemente improntato alla tutela degli investitori consentisse che la parte debole del rapporto contrattuale desse il consenso a un investimento inadeguato. È stato correttamente osservato che questo assetto normativo era paradossale[18].

Bisogna però rilevare che non era la legge, bensì un regolamento, a consentire il compimento di investimenti inadeguati, e dunque ad aprire una falla nella tutela degli investitori Si potrebbe allora argomentare nel senso che, forse, la Consob ha compiuto un errore nell’attuare la disciplina legislativa. Volendo, difatti, procedere con il ragionamento che sto cercando di svolgere, vi è da chiedersi che senso avesse che il regolamento Consob consentisse il compimento di investimenti inadeguati. Sto cioè alludendo al fatto che, in ipotesi, l’art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998 potrebbe ritenersi contrario alla legge. I fini cui deve ispirarsi la Consob (art. 5 TUF) e cui devono ispirarsi gli intermediari (art. 21 TUF) sono quelli di tutelare gli investitori (profilo privatistico) e l’integrità dei mercati (profilo pubblicistico). Si badi bene che sono disposizioni di rango legislativo (e non regolamentare) a fissare questi obiettivi. Il regolamento consentiva invece al cliente “cocciuto” d’insistere per il compimento di un investimento inadeguato. A me pare che il risultato che ne deriva (= compimento di un’operazione inadeguata) sia incompatibile con gli obiettivi che la disciplina legislativa impone di perseguire. Sembra pertanto esserci un conflitto fra disposizioni di legge e disposizioni di regolamento. Se questa interpretazione è corretta, ne deriva che i giudici sono legittimati a disapplicare quelle parti del regolamento n. 11522/1998 che permettono il compimento di investimenti inadeguati (anche in presenza del consenso dell’investitore). Se la giurisprudenza dovesse seguire questo approccio, si aprirebbero nuovi scenari di tutela degli investitori. Perfino nel caso in cui l’investitore avesse consentito il compimento dell’operazione inadeguata, tale operazione dovrebbe ritenersi nulla, in quanto i doveri dell’intermediario finanziario gli avrebbero imposto di non darvi seguito, al fine di realizzare “ad ogni costo” l’interesse dei clienti e l’integrità dei mercati.

A un esito simile a quello da me esposto (nullità del contratto in caso di operazioni inadeguate) è giunto il Tribunale di Venezia, anche se con un iter argomentativo diverso[19]. L’autorità giudiziaria veneziana pone l’accento sul fatto che la regola di adeguatezza è una regola di forma. Il regolamento Consob prevedeva che all’ordine inadeguato potesse darsi seguito solo in presenza di una esplicita dichiarazione di volontà da parte del cliente. Dall’assenza di questa dichiarazione il Tribunale di Venezia fa discendere la nullità dell’ordine. A questa soluzione si può peraltro obiettare che la forma è requisito del contratto solo quando risulta che è prescritta dalla legge sotto pena di nullità (art. 1325 n. 4 c.c.)[20]. Nel caso di specie non è la legge a prescrivere una certa forma, ma un regolamento Consob. Né risulta che il requisito sia prescritto a pena di nullità da parte del regolamento. Mi pare pertanto che la via della nullità per contrarietà a disposizione imperativa debba preferirsi rispetto a quella della nullità per difetto di forma.

 

Il principio di adeguatezza nel regime vigente

A seguito delle riforme di attuazione della direttiva Mifid, il principio di adeguatezza è stato modificato[21]. La materia, a dire il vero abbastanza sorprendentemente, non è disciplinata nel testo della legge, ma solo in via regolamentare. Ciò sorprende in quanto parrebbe opportuno che uno dei cardini essenziali dell’attività d’investimento venisse codificato a livello di disciplina primaria.

La materia risulta invece ancora relegata a livello regolamentare. Con la riforma del 2007 il reg. Consob n. 11522/1998 è stato abrogato e sostituito con il reg. Consob n. 16190/2007. La riforma ha sdoppiato il principio di adeguatezza, che risulta ora consistere di una regola di adeguatezza e di una regola di appropriatezza[22].

Gli intermediari finanziari sono ora chiamati in alcuni casi a valutare l’adeguatezza dell’investimento, in altri a valutarne solo l’appropriatezza. La profondità dell’esame dipende dal tipo di servizio di investimento che viene prestato[23]. Nel caso dei servizi di consulenza[24] e di gestione del portafoglio, bisogna controllare l’adeguatezza; nelle altre fattispecie è sufficiente valutare l’appropriatezza. L’adeguatezza è un esame più severo della mera appropriatezza. Questa disparità di trattamento si giustifica con il fatto che la consulenza e la gestione sono servizi in cui rileva maggiormente la discrezionalità dell’intermediario finanziario. Nel caso della consulenza l’intermediario dà raccomandazioni personalizzate al cliente, potendolo – in ipotesi - spingere a effettuare investimenti particolarmente rischiosi. Nel caso poi della gestione la discrezionalità dell’intermediario è di tutta evidenza, avendo il potere di gestire con autonomia il patrimonio che gli viene affidato. Di qui l’esigenza di una particolare tutela preventiva del cliente, che trova espressione nel principio di adeguatezza.

Per quanto riguarda l’appropriatezza, basteranno in questa sede pochi cenni. Si tratta di un iter che si compone di due fasi: 1) la raccolta di informazioni dai clienti (art. 41 reg. n. 16190/2007) e 2) la valutazione di appropriatezza (art. 42 reg. n. 16190/2007). Con riferimento alla raccolta d’informazioni, il regolamento prevede che “gli intermediari, quando prestano servizi di investimento diversi dalla consulenza in materia di investimenti e dalla gestione di portafogli, richiedono al cliente o potenziale cliente di fornire informazioni in merito alla sua conoscenza e esperienza nel settore d’investimento rilevante per il tipo di strumento o di servizio proposto o chiesto” (art. 41 reg. n. 16190/2007). Il giudizio di appropriatezza consiste nella verifica, da parte dell’intermediario, che “il cliente abbia il livello di esperienza e conoscenza necessario per comprendere i rischi che lo strumento o il servizio di investimento offerto o richiesto comporta” (art. 42 comma 1 reg. n. 16190/2007). Il regolamento continua precisando che “qualora gli intermediari ritengano, ai sensi del comma 1, che lo strumento o il servizio non sia appropriato per il cliente o potenziale cliente, lo avvertono di tale situazione. L’avvertenza può essere fornita utilizzando un formato standard” (art. 42 comma 3 reg. n. 16190/2007). Infine “qualora il cliente o potenziale cliente scelga di non fornire le informazioni di cui all’articolo 41, o qualora tali informazioni non siano sufficienti, gli intermediari avvertono il cliente o potenziale cliente che tale decisione impedirà loro di determinare se il servizio o lo strumento sia per lui inappropriato. L’avvertenza può essere fornita utilizzando un formato standardizzato” (art. 42 comma 4 reg. n. 16190/2007).

Con riferimento alla materia che qui più interessa (cioè la valutazione di adeguatezza), va anzitutto rilevato che anche tale valutazione può essere compiuta solo una volta che siano state raccolte informazioni dal cliente. Questo significa che il primo dovere dell’intermediario finanziario non è tanto quello di dare, bensì quello di raccogliere informazioni (“know your customer rule”). Questo obbligo è sancito dall’art. 39 comma 1 reg. n. 16190/2007, laddove si stabilisce che “al fine di raccomandare i servizi di investimento e gli strumenti finanziari adatti al cliente o potenziale cliente, nella prestazione dei servizi di consulenza in materia di investimenti o di gestione di portafoglio, gli intermediari ottengono dal cliente o potenziale cliente le informazioni necessarie in merito: a) alla conoscenza ed esperienza nel settore di investimento rilevante per il tipo di strumento o di servizio; b) alla situazione finanziaria; c) agli obiettivi di investimento”[25].

Il nuovo regolamento Consob si preoccupa poi di cosa debba succedere quando il cliente non fornisce le informazioni richieste: “quando gli intermediari che forniscono il servizio di consulenza in materia di investimenti o di gestione di portafogli non ottengono le informazioni di cui al presente articolo si astengono dal prestare i servizi menzionati” (art. 39 comma 6 reg. n. 16190/2007). Viene statuito, come nel regime previgente, un divieto di agire. Questo dovere di astenersi trova la propria giustificazione nel fatto che, se l’intermediario non può valutare l’adeguatezza dell’investimento, la raccomandazione (servizio di consulenza) o l’operazione (servizio di gestione) verrebbe - rispettivamente - data o posta in essere in assenza della dovuta base informativa e, dunque, con caratteri di casualità. L’ordinamento non può però tollerare che gli intermediari gestiscano, professionalmente, il patrimonio di altri con tale superficialità. Ne consegue che la banca deve fermarsi e non può prestare il servizio d’investimento. Va tuttavia evidenziata una significativa differenza rispetto al sistema previgente. Prima della riforma del 2007, l’art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998 consentiva di compiere l’investimento inadeguato, purché vi fosse il consenso informato e scritto dell’investitore. Con il nuovo regolamento Consob, in assenza d’informazioni da parte del cliente (e dunque nell’impossibilità di emettere un giudizio di adeguatezza), l’operazione non può essere compiuta. Il livello di tutela dell’investitore è dunque cresciuto.

Di norma sarà possibile ottenere informazioni dal cliente e procedere, così, alla valutazione di adeguatezza. L’art. 40 comma 1 reg. n. 16190/2007 prevede che “sulla base delle informazioni ricevute dal cliente, e tenuto conto della natura e delle caratteristiche del servizio fornito, gli intermediari valutano che la specifica operazione consigliata o realizzata nel quadro della prestazione del servizio di gestione di portafogli soddisfi i seguenti criteri: a) corrisponda agli obiettivi di investimento del cliente; b) sia di natura tale che il cliente sia finanziariamente in grado di sopportare qualsiasi rischio connesso all’investimento compatibilmente con i suoi obiettivi di investimento; c) sia di natura tale per cui il cliente possieda la necessaria esperienza e conoscenza per comprendere i rischi inerenti all’operazione o alla gestione del suo portafoglio”.

Sulla base delle informazioni raccolte dal cliente, l’intermediario deve garantire che l’investimento soddisfi determinati criteri. Il primo è che l’operazione deve corrispondere agli obiettivi d’investimento. La previa raccolta d’informazioni dal cliente ha consentito di determinare il suo profilo di rischio. Una volta definiti gli obiettivi d’investimento, le successive operazioni devono mantenersi entro tali limiti, pena la loro inadeguatezza. Il secondo dei criteri cui commisurare l’adeguatezza dell’operazione è che essa sia di natura tale che il cliente sia finanziariamente in grado di sopportare qualsiasi rischio connesso all’investimento. Con questa precisazione il regolamento vuole evitare che le operazioni d’investimento possano rovinare finanziariamente il cliente. Se l’operazione è troppo rischiosa in relazione ai mezzi dell’investitore, essa è inadeguata. Il terzo dei criteri utilizzati dalla Consob è la sussistenza di conoscenza ed esperienza per comprendere i rischi. Il regolatore vuole che l’investitore sia consapevole delle conseguenze che possono derivare dall’operazione che compie (altrimenti l’operazione è inadeguata).

Abbiamo fin qui delineato quali sono le ipotesi nelle quali un investimento può ritenersi inadeguato. Quello che però il regolatore non dice è quali siano le conseguenze del compimento di un’operazione inadeguata. Dopo le riforme attuate in sede di attuazione della direttiva MIFID si ripropongono insomma i medesimi quesiti con cui giurisprudenza e dottrina si sono dovute confrontare prima del 2007. Come si è visto sopra, la questione era alquanto complessa già prima delle riforme. La Corte di cassazione nelle sentenze nn. 26724 e 26725 del 2007 non si è occupata direttamente d’inosservanza del principio di adeguatezza, ma solo della violazione di doveri informativi. Secondo una parte della dottrina il compimento di investimenti inadeguati sarebbe idoneo a produrre un effetto più ampio del dovere di risarcire il danno: esso comporterebbe la nullità dell’operazione.

Le probabilità che vengano compiuti investimenti inadeguati sono oggi scarse, in quanto i sistemi informatici degli intermediari finanziari rifiutano gli ordini se prima non sono stati posti in essere alcuni adempimenti, fra cui quelli relativi alla raccolta d’informazioni dall’investitore. Nell’ipotesi comunque in cui ciò avvenisse, si può distinguere in base al tipo di servizio prestato. Nel caso del servizio di consulenza, l’attività dell’intermediario finanziario consiste nel raccomandare un investimento. La violazione del dovere di raccolta d’informazioni implica che la consulenza viene resa senza la dovuta base informativa. Si tratta di un inadempimento dell’intermediario che comporta l’obbligo di risarcire il danno che ne fosse derivato. Nel caso invece del servizio di gestione, l’attività dell’intermediario consiste nell’amministrare in autonomia il patrimonio del cliente. Non raccogliere previamente le informazioni dall’investitore significa gestire il suo patrimonio senza la necessaria base informativa. A tale contratto si applicano le disposizioni in materia di mandato. Secondo un’opinione che mi pare condivisibile[26], ne consegue che l’operazione posta in essere senza previa raccolta delle informazioni esorbita dai limiti del mandato, restando a carico dal mandatario (in applicazione dell’art. 1711 comma 1 c.c.).

 

 


 

[1] L’ampio contenzioso fra investitori e intermediari finanziari, generato soprattutto dai casi Argentina, Cirio e Parmalat, ha determinato grande attenzione della dottrina alla materia delle norme di comportamento degli intermediari (e della connessa responsabilità civile). Al riguardo cfr. i volumi di G. Bersani, La responsabilità degli intermediari finanziari, Torino, 2008; F. Greco, Informazione pre-contrattuale e rimedi nella disciplina dell’intermediazione finanziaria, Milano, 2010; B. Inzitari-V. Piccinini, La tutela del cliente nella negoziazione di strumenti finanziari, Padova, 2008; M. Pellegrini, Le controversie in materia bancaria e finanziaria, Padova, 2007. Inoltre v., a vario titolo, F. Accettella, Rivendita di obbligazioni collocate presso investitori professionali in assenza di prospetto informativo, in Banca borsa tit. cred., 2009, II, 454 ss.; F. Azzarri, Contratti finanziari e categorie civilistiche, in Nuova giur. civ. comm., 2009, I, 672 ss.; P. Bartolomucci, Ancora sugli obblighi informativi nel settore del mercato finanziario: tra doveri dell’intermediario e principio di autodeterminazione dell’investitore, in Nuova giur. civ. comm., 2009, II, 440 ss.; A. Bertolini, Negoziazione degli strumenti finanziari in grey market e violazione della disciplina sulla sollecitazione all’investimento, in Resp. civ. prev., 2008, 2096 ss.; R. Bruno, L’esperienza dell’investitore e l’informazione “adeguata” e “necessaria”, in Giur. comm., 2008, II, 391 ss.; V. Bulfaro, La responsabilità contrattuale dell’intermediario per violazione del dovere di informazione, in Nuova giur. civ. comm., 2007, I, 1092 ss.; I. A. Caggiano, I doveri d’informazione dell’intermediario finanziario nella formazione ed esecuzione del contratto. Violazione e rimedi, in Dir. giur., 2006, 453 ss.; V. Crescimanno, Obblighi di informazione del fornitore di servizi finanziari e nullità del contratto: la disciplina francese tra code de la consommation e code civil, in Eur. dir. priv., 2008, 483 ss.; A. di Majo, Prodotti finanziari e tutela del risparmiatore, in Corr. giur., 2005, 1282 ss.; E. A. Emiliozzi, Vendita alla clientela retail di titoli prima dell’emissione ed omessa acquisizione da parte dell’intermediario dell’offering circular, in Giur. it., 2007, 1673 ss.; A. Gentili, Inadempimento dell’intermediario e vizi genetici dei contratti di investimento, in Riv. dir. priv., 2009, fasc. 3, 23 ss.; F. Greco, Obbligazioni Cirio e violazione dell’obbligo di informazione: un ulteriore tassello sul tavolo della roulette della giurisprudenza, in Resp. civ. prev., 2010, 428 ss.; Id., Verso la contrattualizzazione dell’informazione precontrattuale, in Rass. dir. civ., 2007, 1140 ss.; S. Guadagno, I confini dell’informazione precontrattuale e la “storia infinita” dei contratti d’intermediazione finanziaria, in Riv. dir. comm., 2009, I, 241 ss.; M. Guernelli, L’intermediazione finanziaria fra tutela del mercato, legislazione consumeristica e orientamenti giurisprudenziali, in Giur. comm., 2009, I, 360 ss.; A. M. Mancini, La tutela del risparmiatore nel mercato finanziario tra culpa in contrahendo e vizi del consenso, in Rass. dir. civ., 2007, 51 ss.; C. Marchiandi, La responsabilità degli intermediari nei confronti dell’investitore: il quadro giurisprudenziale, in Giur. comm., 2009, II, 376 ss.; V. Mariconda, Regole di comportamento nella trattativa e nullità dei contratti: la criticabile ordinanza di rimessione della questione alle sezioni unite, in Corr. giur., 2007, 635 ss.; G. Meruzzi, La responsabilità precontrattuale tra regola di validità e regola di condotta, in Contr. impr., 2006, 944 ss.; P. Morandi, Violazione delle regole di condotta degli intermediari finanziari: rimedi esperibili, in Obbl. Contr., 2009, 47 ss.; S. Panzini, Violazione dei doveri d’informazione da parte degli intermediari finanziari tra culpa in contrahendo e responsabilità professionale, in Contr. impr., 2007, 982 ss.; M. Pellegrini, La responsabilità dell’intermediario per “solidarietà creditoria” in un orientamento giurisprudenziale in tema di prestazione di servizi finanziari, in Banca, borsa, tit. cred., 2008, II, 171 ss.; L. Picardi, Nuovi sviluppi giurisprudenziali in tema di responsabilità degli intermediari, in Dir. giur., 2007, 192 ss.; E. Righini, Recenti sviluppi della giurisprudenza di merito sulla tutela dell’investitore, in Giur. comm., 2009, II, 150 ss.; V. Sangiovanni, Obbligazioni Lehman Brothers e tutele degli investitori, in Contratti, 2010, 221 ss.; Id., Omessa informazione sulla rischiosità dell’investimento e risoluzione del contratto, in Corr. mer., 2009, 973 ss.; Id., Il caso “My Way” e il contratto aleatorio unilaterale”, in Giur. mer., 2008, 3116 ss.; Id., Acquisto di obbligazioni e risoluzione del contratto, in Contratti, 2008, 5 ss.; Id., Emissioni di obbligazioni e scandali finanziari fra diritto internazionale privato e diritto comunitario, in Società, 2007, 547 ss.; Id., La violazione delle regole di condotta dell’intermediario finanziario fra responsabilità precontrattuale e contrattuale, in Contratti, 2006, 1133 ss.; Id., Sollecitazione all’investimento, nullità del contratto e frode alla legge, in Giur. mer., 2006, 1389 ss.; Id., Scandali finanziari: profili di responsabilità dell’intermediario, in Danno resp., 2006, 874 ss.; Id., La responsabilità dell’intermediario nel caso Cirio e la recente legge per la tutela del risparmio, in Contratti, 2006, 686 ss.; Id., La responsabilità dell’intermediario nel caso Parmalat e la recentissima legge per la tutela del risparmio, in Società, 2006, 605 ss.; C. Scognamiglio, Regole di validità e di comportamento: i principi ed i rimedi, in Eur. dir. priv., 2008, 599 ss.; G. Serraino, Tutela dell’investitore e responsabilità dell’intermediario, in Dir. prat. soc., 2009, fasc. 3, 55 ss.; F. Signorelli, Violazione delle regole di comportamento dell’intermediario finanziario e risoluzione per inadempimento, in Società, 2009, 55 ss.; M. Ticozzi, Violazione di obblighi informativi e sanzioni: un problema non solo degli intermediari finanziari, in Contratti, 2007, 363 ss.; M. Todorova, Violazione delle regole di comportamento degli intermediari finanziari. Responsabilità precontrattuale o risoluzione per inadempimento, in Giur. it., 2008, 1307 ss.

[2] Sulla Mifid e sulla relativa normativa di attuazione cfr. AA.VV., La MiFID in Italia, a cura di L. Zitiello, Torino, 2009; AA.VV., Strumenti finanziari e regole MiFID, a cura di F. del Bene, Milano, 2009; E. Guerinoni, La nuova disciplina dei contratti di investimento, Milano, 2008. V. inoltre S. Bastianon, L’integrazione dei mercati finanziari in Europa: la MiFID e la recente normativa italiana di recepimento, in Il Diritto dell’Unione Europea, 2008, 255 ss.; F. Durante, Con il nuovo regolamento intermediari, regole di condotta “flessibili” per la prestazione dei servizi di investimento, in Giur. mer., 2008, 628 ss.; F. Regaldo, La responsabilità delle banche nel collocamento di obbligazioni ai risparmiatori. Una comparazione tra Italia e Regno Unito in seguito all’adozione del sistema MIFID, in Dir. banca merc. fin., 2009, 211 ss.; A. A. Rinaldi, Il decreto Mifid e i regolamenti attuativi: principali cambiamenti, in Società, 2008 12 ss.; V. Roppo, Sui contratti del mercato finanziario, prima e dopo la MIFID, in Riv. dir. priv., 2008, 485 ss.; V. Sangiovanni, Informazioni e comunicazioni pubblicitarie nella nuova disciplina dell’intermediazione finanziaria dopo l’attuazione della direttiva MIFID, in Giur. it., 2008, 785 ss.; Id., La nuova disciplina dei contratti di investimento dopo l’attuazione della MIFID, in Contratti, 2008, 173 ss; Id., Gli obblighi informativi delle imprese di investimento nella più recente normativa comunitaria, in Dir. com. scambi int., 2007, 363 ss.

[3] In materia di adeguatezza delle operazioni finanziarie cfr. F. Greco, Intermediazione finanziaria: rimedi ed adeguatezza in concreto, in Resp. civ. prev., 2008, 2556 ss.; V. Sangiovanni, Informazione sull’adeguatezza dell’operazione finanziaria e dovere di astenersi, in Corr. giur., 2009, 1257 ss.; Id., Operazioni inadeguate e doveri informativi dell’intermediario finanziario, in Giur. comm., 2009, II, 557 ss.; Id., Inadeguatezza della operazione finanziaria, risoluzione del contratto per inadempimento e risarcimento del danno, in Corr. giur., 2006, 1569 ss.

[4] Il reg. n. 16190/2007 è riprodotto in C. M. De Iuliis, Principi di diritto del mercato finanziario, Torino, 2008, 240 ss.

[5] Trib. Milano, 18 febbraio 2009, in Giur. it., 2010, 338 ss., con nota di P. Fiorio.

[6] Anche la materia dei contratti derivati è stata oggetto di numerosi interventi giurisprudenziali negli ultimi anni. Fra i numerosi contributi apparsi cfr. AA.VV., Derivati e swap. Responsabilità civile e penale, a cura di A. Sirotti Gaudenzi, Santarcangelo di Romagna, 2009; M. Aiello, L’operatore professionale: una qualificazione controversa, in Giur. it., 2009, 2713 ss.; F. Autelitano, Il contratto di investimento dell’operatore qualificato, in Contratti, 2009, 869 ss.; C. Brescia Morra, I limiti della responsabilità degli intermediari nei confronti di società che stipulano un contratto di swap dichiarando di essere operatori qualificati, in Riv. trim. dir. econ., 2009, II, 133 ss.; F. Bruno, Derivati OTC e incomprensibile svalutazione dell’autocertificazione del legale rappresentante della società acquirente, in Corr. mer., 2008, 1261 ss.; P. Fiorio, La nozione di operatore qualificato per l’investitore persona giuridica, in Giur. it., 2008, 2241 ss.; D. Magno-S. Dodaro, Operatore qualificato: la Cassazione accoglie la “tesi formalistica” con qualche correttivo, in Società, 2010, 328 ss.; V. Mariconda, Intermediario finanziario non autorizzato e nullità del contratto di swap, in Corr. giur., 2001, 1066 ss.; C. Motti, L’attestazione della qualità di operatore qualificato nelle operazioni in strumenti derivati fra banche e società non quotate, in Giur. it., 2008, 1167 ss.; V. Piccinini, La trasparenza nella distribuzione di strumenti finanziari derivati ed il problema dell’efficacia delle regole informative, in Contr. impr., 2010, 499 ss.; A. Piras, Contratti derivati: principali problematiche al vaglio della giurisprudenza, in Resp. civ. prev., 2008, 2219 ss.; G. Salatino, La diffusione dei contratti di swap nella prassi commerciale italiana: un nuovo scandalo finanziario, in Nuova giur. civ. comm., 2010, II, 116 ss.; Id., Contratti di swap. Dall’“operatore qualificato” al “cliente professionale”: il tramonto delle dichiarazioni “autoreferenziali”, in Banca borsa tit. cred., 2009, I, 201 ss.; V. Sangiovanni, Conclusione di contratti derivati e responsabilità degli amministratori, in Società, 2010, 26 ss.; Id., I contratti derivati fra normativa e giurisprudenza, in Nuova giur. civ. comm., 2010, II, 39 ss.; Id., I contratti di swap, in Contratti, 2009, 1133 ss.; Id., La Cassazione si pronuncia sulla nozione di operatore qualificato del regolamento Consob, in Danno resp., 2009, 1067 ss.; Id., I contratti derivati e il regolamento Consob n. 11522 del 1998, in Giur. mer., 2009, 1516 ss.; Id., Contratti derivati e dichiarazione del rappresentante legale, in Corr. mer., 2008, 41 ss.; Id., Contratto di swap e nozione di operatore qualificato, in Contratti, 2007, 1093 ss.; M. Sesta, L’operatore qualificato del regolamento Consob arriva in Cassazione, in Corr. giur., 2009, 1614 ss.; Id., La dichiarazione di operatore qualificato ex art. 31 reg. Consob. n. 11522/1998 tra obblighi dell’intermediario finanziario ed autoresponsabilità del dichiarante, in Corr. giur., 2008, 1751 ss.; A. Sirotti Gaudenzi, Il contratto di swap: aspetti civilistici e responsabilità degli intermediari, in Foro pad., 2009, II, 51 ss.; R. Tarolli, Trasferimento del rischio di credito e trasparenza del mercato: i credit derivatives, in Giur. comm., 2008, I, 1169 ss.

[7] Trib. Milano, 18 febbraio 2009, in Giur. it., 2010, 338 ss., con nota di P. Fiorio.

[8] Per riferimenti alla giurisprudenza in materia d’inadeguatezza per dimensione degli investimenti cfr. P. Fiorio, Onere della prova, nesso di causalità ed operazioni non adeguate, in Giur. it., 2010, 343.

[9] L’art. 28 comma 1 reg. n. 11522/1998 prevedeva che “prima della stipulazione del contratto di gestione e di consulenza in materia di investimenti e dell’inizio della prestazione dei servizi di investimento e dei servizi accessori a questi collegati, gli intermediari autorizzati devono: a) chiedere all’investitore notizie circa la sua esperienza in materia di investimenti in strumenti finanziari, la sua situazione finanziaria, i suoi obiettivi di investimento, nonché circa la sua propensione al rischio. L’eventuale rifiuto di fornire le notizie richieste deve risultare dal contratto di cui al successivo articolo 30, ovvero da apposita dichiarazione sottoscritta dall’investitore; b) consegnare agli investitori il documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari di cui all’allegato n. 3”.

[10] Trib. Catania, 19 giugno 2008, in Società, 2009, 997 ss., con nota di F. Savasta.

[11] Ad esempio nell’ordinamento austriaco si prevede espressamente che l’inosservanza delle norme di comportamento dell’intermediario finanziario fa sorgere l’obbligo di risarcire il danno. Al riguardo sia consentito il rinvio a V. Sangiovanni, La responsabilità dell’intermediario finanziario nel diritto austriaco sullo sfondo del diritto comunitario e un suggerimento al legislatore italiano, in Danno resp., 2006, 1182 ss.

[12] Cass., 19 dicembre 2007, nn. 26724 e 26725. Le sentenze (o almeno le relative massime) sono state pubblicate, fra l’altro, in Corr. giur., 2008, 223 ss., con nota di V. Mariconda; in Banca borsa tit. cred., 2009, II, 133 ss., con nota di A. Bove; in Contratti, 2008, 221 ss., con nota di V. Sangiovanni; in Danno resp., 2008, 525 ss., con note di V. Roppo e di F. Bonaccorsi; in Dir. giur., 2008, 407 ss., con nota di A. Russo; in Giur. comm., 2008, II, 604 ss., con nota di F. Bruno-A. Rozzi; in Giust. civ., 2008, I, 2775 ss., con nota di T. Febbrajo; in Società, 2008, 449 ss., con nota di V. Scognamiglio. In diretta relazione alle sentenze nn. 26724 e 26725 cfr. anche A. Gentili, Disinformazione e invalidità: i contratti di intermediazione dopo le Sezioni Unite, in Contratti, 2008, 393 ss.; D. Maffeis, Discipline preventive nei servizi di investimento: le Sezioni Unite e la notte (degli investitori) in cui tutte le vacche sono nere, in Contratti, 2008, 403 ss.; F. Prosperi, Violazione degli obblighi di informazione nei servizi di investimento e rimedi contrattuali (a proposito di Cass., sez. un., 19 dicembre 2007, nn. 26724 e 26725), in Contr. impr., 2008, 936 ss.

[13] Più precisamente l’art. 29 comma 3 reg. n. 11522/1998 prevedeva che l’ordine fosse “impartito per iscritto ovvero, nel caso di ordini telefonici, registrato su nastro magnetico o su altro supporto equivalente”. Si trattava di una disposizione mirante a garantire la prova che l’ordine era stato effettivamente dato dal cliente e che erano state date dall’intermediario finanziario le avvertenze richieste.

[14] Cass., 17 febbraio 2009, n. 3773, in Danno resp., 2009, 503 ss., con nota di V. Sangiovanni; in Dir. prat. soc., 2009, fasc. 11, 53 ss., con nota di F. Romana Fantetti; in Giur. it., 2010, 338 ss., con nota di P. Fiorio.

[15] Cass., 25 giugno 2008, n. 17340, in Foro it., 2009, I, 189 ss., con nota di E. Scoditti; in Riv. trim. dir. econ., 2009, II, 11 ss., con nota di E. Venturi.

[16] App. Milano, 15 aprile 2009, in Giur. it., 2009, 338 ss., con nota di P. Fiorio.

[17] Per un approfondimento di questo ragionamento, seppure in un contesto normativo diverso, sia consentito rinviare a V. Sangiovanni, Diritto di controllo del socio di s.r.l. e autonomia statutaria, in Notariato, 2008, 671 ss.

[18] F. Autelitano, La natura imperativa delle regole di condotta degli intermediari finanziari, in Contratti, 2008, 1160.

[19] Trib. Venezia, 27 marzo 2008, in Nuova giur. civ. comm., 2008, I, 1276 ss., con nota di R. Maragno.

[20] Sulla nullità del contratto d’intermediazione finanziaria (e/o dei successivi ordini) per difetto di forma cfr. A. Barenghi, Disciplina dell’intermediazione finanziaria e nullità degli ordini di acquisto (in mancanza del contratto-quadro): una ratio decidendi e troppi obiter dicta, in Giur. mer., 2007, 59 ss.; D. I. Pace, Gli ordini di borsa tra forma e mera archiviazione, in Banca borsa tit. cred., 2010, II, 118 ss.; L. Pontiroli-P. Duvia, Il formalismo nei contratti dell’intermediazione finanziaria ed il recepimento della MiFID, in Giur. comm., 2008, I, 151 ss.; V. Sangiovanni, L’art. 23. T.U.F. e la sottoscrizione del contratto-quadro, in Giur. it., 2009, 1682 ss.; Id., Mancato aggiornamento del contratto-quadro e “nullità sopravvenuta”, in Contratti, 2008, 653 ss.; Id., Contratto di negoziazione, forma convenzionale e nullità per inosservanza di forma, in Contratti, 2007, 778 ss.; Id., La nullità del contratto di gestione di portafogli di investimento per difetto di forma, in Contratti, 2006, 966 ss.; Id., La nullità del contratto per inosservanza di forma nel caso delle obbligazioni argentine, in Corr. mer., 2006, 737 ss. Più in generale sulle forme nel diritto dei contratti v., di recente, G. Colacino, Le forme negoziali nel nuovo diritto dei contratti: le c.d. forme di protezione, in Studium iuris, 2010, 253 ss.

[21] In tema di adeguatezza nella direttiva MIFID cfr. L. Frumento, La valutazione di adeguatezza e di appropriatezza delle operazioni di investimento nella Direttiva Mifid, in Contratti, 2007, 583 ss.; V. Sangiovanni, Operazione inadeguata dell’intermediario finanziario fra nullità del contratto e risarcimento del danno alla luce della direttiva MIFID, in Contratti, 2007, 243 ss.; F. Sartori, Le regole di adeguatezza e i contratti di borsa: tecniche normative, tutele e prospettive MiFID, in Riv. dir. priv., 2008, 25 ss.

[22] Basterà infine un cenno all’attività di mera esecuzione o ricezione di ordini, in riferimento alla quale l’intermediario finanziario è svincolato dal rispetto sia del principio di adeguatezza sia della regola di appropriatezza. Più specificamente “gli intermediari possono prestare i servizi di esecuzione di ordini per conto dei clienti o di ricezione trasmissione ordini, senza che sia necessario ottenere le informazioni o procedere alla valutazione di cui al capo II, quando sono soddisfatte tutte le seguenti condizioni: a) i suddetti servizi sono connessi ad azioni ammesse alla negoziazione in un mercato regolamentato, o in un mercato equivalente di un Paese terzo, a strumenti del mercato monetario, obbligazioni o altri titoli di debito (escluse le obbligazioni o i titoli di debito che incorporano uno strumento derivato), OICR armonizzati ed altri strumenti finanziari non complessi); b) il servizio è prestato su iniziativa del cliente o potenziale cliente; c) il cliente o potenziale cliente è stato chiaramente informato che, nel prestare tale servizio, l’intermediario non è tenuto a valutare l’appropriatezza e che pertanto l’investitore non beneficia della protezione offerta dalle relative disposizioni. L’avvertenza può essere fornita utilizzando un formato standardizzato; d) l’intermediario rispetta gli obblighi in materia di conflitti di interesse” (art. 43 reg. n. 16190/2007).

[23] Alla luce della definizione legislativa, per servizi e attività di investimento si intendono: “a) negoziazione per conto proprio; b) esecuzione di ordini per conto dei clienti; c) sottoscrizione e/o collocamento con assunzione a fermo ovvero con assunzione di garanzia nei confronti dell’emittente; c-bis) collocamento senza assunzione a fermo né assunzione di garanzia nei confronti dell’emittente; d) gestione di portafogli; e) ricezione e trasmissione di ordini; f) consulenza in materia di investimenti; g) gestione di sistemi multilaterali di negoziazione” (art. 1 comma 5 TUF).

[24] La consulenza in materia d’investimenti viene definita dalla legge come “la prestazione di raccomandazioni personalizzate a un cliente, dietro sua richiesta o per iniziativa del prestatore del servizio, riguardo a una o più operazioni relative a un determinato strumento finanziario” (art. 1 comma 5-septies TUF). In materia di consulenza finanziaria cfr. V. Sangiovanni, Aspetti contrattuali della nuova consulenza finanziaria, in Contratti, 2010, 175 ss; A. Sciarrone Alibrandi, Il servizio di “consulenza in materia di investimenti”: profili ricostruttivi di una nuova fattispecie, in Dir. banca mer. fin., 2009, 383 ss.

[25] I successivi commi 2-4 dell’art. 39 reg. n. 16190/2007 specificano in maggiore dettaglio quali siano le informazioni da ottenersi dai clienti.

[26] R. Natoli, Le informazioni dei risparmiatori nella formazione del contratto “di risparmio”, in Contratti, 2010, 72.

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Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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