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Le forme di “alternative dispute resolution” nel sistema finanziario italiano a seguito dell’entrata in vigore del D. Lgs. n. 28/2010.

Di Giuseppe de Gennaro, Avvocato - Giurista d'Impresa
 

22 Febbraio 2011

 

Il Legislatore è di recente intervenuto, con il D. Lgs. 4 marzo 2010, n. 28, sulla “mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali” al fine di introdurre anche in Italia una disciplina unitaria su questo istituto che trae le proprie origini dagli ordinamenti di Common Law.

La mediazione è quel complesso di attività svolte da un soggetto terzo ed imparziale, finalizzate ad assistere due o più parti nella ricerca di un accordo amichevole o nella formulazione di una proposta per la risoluzione di una determinata controversia.

Il Legislatore ha introdotto 3 (tre) diversi tipi di mediazione: a) obbligatoria; b) facoltativa; c) delegata.

Ai sensi di quanto previsto dall’art. 5 del D. Lgs. n. 28/2010, infatti, “chiunque intenda esercitare in giudizio un’azione relativa ad una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto d’azienda risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli e natanti, da responsabilità medica e dalla diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto preliminarmente ad esperire il tentativo di mediazione ai sensi del D. Lgs. 28/2010, ovvero il procedimento di conciliazione e arbitrato presso la Consob ovvero il procedimento istituito presso Banca d’Italia attraverso l’Arbitro Bancario e Finanziario, per le materie ivi regolate” (c.d. “mediazione obbligatoria”).

Per le controversie rientranti nelle materie suindicate, il procedimento di mediazione costituisce quindi “conditio sine qua non” per l’esperibilità della domanda giudiziale, atteggiandosi dunque, a condizione di accesso alla tutela giurisdizionale.

In ogni altra materia non espressamente contemplata dall’art. 5 del summenzionato decreto, la mediazione può essere liberamente scelta dalle parti sia prima del processo che nel corso del medesimo purchè la controversia abbia ad oggetto diritti disponibili (c.d. “mediazione facoltativa”) (art. 2 D. Lgs. 28/2010).

Infine, il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, prima dell’udienza di precisazione delle conclusioni ovvero prima della discussione della causa, nel caso in cui detta udienza non sia prevista, può invitare le parti a procedere alla mediazione (c.d. “mediazione delegata”) (art. 5, 2° co., D. Lgs. 28/2010).

Il procedimento di mediazione non può avere una durata superiore a quattro mesi, decorsi i quali il processo eventualmente instaurato dovrà proseguire; detto termine, che non è soggetto a sospensione feriale, decorre dalla data di avvenuto deposito della domanda (di mediazione), ovvero dalla scadenza di quello fissato dal giudice alle parti per il deposito della stessa.

Il procedimento di mediazione si articola in una serie di principi generali dettati dal D. Lgs. 28/10:

a)      la domanda di mediazione è presentata mediante deposito di un’istanza presso un Organismo senza alcun criterio di scelta che sia dettato da motivi di competenza (art. 4, 1° co.);

b)      all’atto della presentazione dell’istanza, il responsabile dell’Organismo designa un mediatore e fissa un primo incontro tra le parti non oltre 15 giorni dal deposito della domanda (art. 8, 1° co.);

c)       dal momento della comunicazione della domanda alle altre parti, la domanda medesima produce sulla prescrizione gli effetti della domanda giudiziale e dalla stessa data, impedisce, per una volta sola, la decadenza (art. 5, 6° co.);

d)      gli atti del procedimento non sono soggetti ad alcun formalismo (art. 3, 3° co.);

e)      il procedimento di mediazione si svolge senza formalità presso la sede dell’Organismo o presso altra sede indicata dal regolamento dell’Organismo (art. 8, 2° co.);

f)       il mediatore deve adoperarsi affinché le parti raggiungano un accordo amichevole di definizione della controversia (art. 8, 3° co.);

g)      tutti gli atti, documenti e provvedimenti relativi al procedimento di mediazione sono esenti dall’imposta di bollo e da ogni spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie o natura (art. 17, 2° co.).

La mancata partecipazione della parte al procedimento di mediazione, senza giustificato motivo, è circostanza non priva di possibili conseguenze negative per la parte nel successivo giudizio, posto che, ai sensi di quanto previsto dall’art. 8, 5° co. “dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’art. 116, 2° co., del codice di procedura civile”.

All’esito del procedimento, potranno verificarsi le seguenti ipotesi:

  1. accordo amichevole raggiunto dalle parti (c.d. “mediazione facilitativa”);

  2. proposta di conciliazione formulata dal mediatore a seguito di richiesta congiunta delle parti in tal senso (c.d. “mediazione valutativa o aggiudicativa”); diversamente, il mediatore può formulare una proposta alle parti, qualora lo ritenga opportuno, informando preventivamente le stesse circa le possibili conseguenze sul piano delle spese processuali nell’ipotesi in cui il provvedimento che definisce il giudizio corrisponda interamente al contenuto della proposta del mediatore;

  3. verbale di mancata conciliazione.

Il verbale debba essere sottoscritto dalle parti e dal mediatore, il quale è autorizzato a certificare l’autografia della sottoscrizione delle parti.

Per l’ipotesi in cui le parti raggiungano un accordo in via “amichevole” o in via di “adesione” alla proposta del mediatore, si forma processo verbale nelle forma indicata di cui sopra, ma se con l’accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti previsti dall’art. 2643 del c.c., per procedere alla trascrizione dello stesso accordo, la sottoscrizione del processo verbale dovrà essere autenticata da un notaio o da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

In entrambe le ipotesi di raggiungimento di un accordo sub 1) e sub 2), il mediatore dopo aver redatto processo verbale e certificato la sottoscrizione delle parti, dovrà previo accertamento della sua regolarità formale (cioè rispetto dell’ ”ordine pubblico” e delle “norme imperative”), essere omologato con decreto del Presidente del Tribunale nel cui circondario ha sede l’organismo di mediazione.

Detto verbale, a seguito dell’omologa, avrà valore di titolo esecutivo per: a) l’espropriazione forzata, b) per l’esecuzione in forma specifica e c) per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.

Se il provvedimento conclusivo del giudizio di merito corrisponderà integralmente al contenuto della proposta, formulata nel corso del procedimento di mediazione e non accettata dalla parte risultante vincitrice, il giudice escluderà la ripetizione delle spese che sono state sostenute da quest’ultima, riferibili al periodo successivo alla formulazione della predetta proposta e la condannerà, altresì, alla ripetizione delle spese processuali, relative allo stesso periodo, sostenute dalla parte soccombente, nonché al pagamento di una somma corrispondente al valore del contributo unificato.

Ad oggi in Italia le procedure di risoluzione dei conflitti alternativi al giudizio (ovvero di “alternative dispute resolution” secondo il termine anglosassone) in materia di diritti soggettivi disponibili, sono rappresentati dalla mediazione e dall’arbitrato.

La mediazione ha trovato riconoscimento normativo dapprima attraverso l’emanazione del D.Lgs. n. 28/10, in virtù della Legge delega n. 69/09, e successivamente con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 258 del 4 novembre 2010 del Decreto Ministeriale, 18 ottobre 2010 n. 180, dal titolo “Regolamento recante la determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché l’approvazione delle indennità spettanti agli organismi, ai sensi dell’articolo 16 del decreto legislativo n. 28 del 2010”.

Il Legislatore delegato, ritenendo essenziale il preventivo ricorso alla mediazione, tanto per i relativi costi contenuti, che per la concentrazione ed oralità del procedimento (caratteristiche proprie dello stesso processo civile), ha previsto addirittura all’art. 5 del D.Lgs. n. 28/10, che il tentativo di mediazione divenga condizione di procedibilità della domanda giudiziale a partire dal 20 marzo 2011 per un preciso elenco di materie caratterizzate dalla loro elevata litigiosità, tra cui figurano anche i contratti assicurativi, bancari e finanziari.

In precedenza, il Legislatore era già intervenuto nella materia dei contratti bancari e finanziari attraverso l’art. 29 della Legge n. 262/05 (c.d. “Legge sul risparmio”) che ha introdotto l’art. 128-bis del T.U.B. che istituisce “procedure di risoluzione stragiudiziale delle controversie con la clientela in materia di trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari”, demandando al C.I.C.R. (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio), sentita la Banca d’Italia, la determinazione dei criteri di svolgimento delle procedure conciliative.

Successivamente il C.I.C.R., con delibera n. 275 del 28 luglio 2008, sentita la Banca d’Italia, ha fissato i criteri di svolgimento delle procedure di risoluzione delle controversie e ha istituito l’Arbitro Bancario Finanziario.

Inoltre il Legislatore ha successivamente istituito, attraverso il D. Lgs. n. 179/07, anche il Sistema di conciliazione e arbitrato presso la Consob, con funzioni di amministrazione dei procedimenti per la risoluzione delle controversie tra intermediari ed investitori diversi dai clienti professionali aventi ad oggetto la violazione da parte di questi degli obblighi di informazione, correttezza e trasparenza nei rapporti contrattuali con gli investitori (art. 2, comma 1, D.Lgs. 179/07).

In altre parole, il Legislatore è intervenuto con il preciso intento di far sì che le Autorità preposte al controllo del sistema finanziario italiano dovessero dotarsi di sistemi di risoluzione delle controversie alternative al processo civile, concedendo loro dei poteri sanzionatori nei confronto di soggetti controllati inadempienti.

Ricapitolando, quindi, le “alternative dispute resolution” esistenti nel sistema finanziario italiano possono così elencarsi:

1.    la procedura innanzi all’Arbitro Bancario e Finanziario presso la Banca d’Italia;

  1. la procedura di conciliazione e di arbitrato in materia di servizi di investimento innanzi la Camera di Conciliazione ed Arbitrato presso la Consob;

  2. le procedure di mediazione e di arbitrato innanzi agli altri organismi pubblici e privati iscritti presso il registro degli organismi di conciliazione del Ministero della Giustizia.

La creazione dell’Arbitro Bancario e Finanziario (di seguito “A.B.F.”) presso la Banca d’Italia è stata prevista come detto dall’art. 128-bis del T.U.B. introdotto dalla Legge sul risparmio (Legge n. 262/2005). Secondo questa norma, le banche e gli altri intermediari finanziari sono obbligati ad aderire a sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie con la clientela.

Il C.I.C.R. (Comitato Interministeriale per il Credito e per il Risparmio) – che opera presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze – con una delibera del 29 luglio 2008, ha stabilito i criteri per lo svolgimento delle procedure di risoluzione delle controversie ed ha affidato alla Banca d’Italia il compito di curarne l’organizzazione ed il funzionamento.

All’A.B.F. è demandata dal 15 ottobre 2009 la risoluzione di tutte le controversie in materia di “operazioni e servizi bancari e finanziari”.

L’A.B.F. può, pertanto, essere definito quale sistema di risoluzione stragiudiziale delle controversie, affidato ad un organo giudicante, la cui finalità è quella di arrivare ad una decisione (comunque inidonea a sostituirsi a quella dell’autorità giudiziaria) cui le parti restano libere di aderire.

Sulla base delle novità introdotte dal D. Lgs. 28/2010, a decorrere dal 20 marzo 2011, un cliente che vorrà intraprendere un’azione giudiziaria nei confronti di un intermediario finanziario (o banca) dovrà obbligatoriamente esperire il tentativo di conciliazione gestito dagli organismi autorizzati dal Ministero della Giustizia oppure potrà rivolgersi all’A.B.F. nel caso in cui la controversia abbia ad oggetto operazioni e servizi bancari e finanziari (c.d. “condizione di procedibilità alternativa”).

Viceversa, qualora sia l’intermediario a doversi rivolgere al Giudice, lo stesso potrà esclusivamente far ricorso alla procedura di mediazione di cui al D. Lgs. 28/2010, dato che la procedura gestita dall’A.B.F. può essere esperita esclusivamente dal cliente, mentre l’intermediario può essere chiamato in causa solo quale convenuto.

In ogni caso, qualora la richiesta del cliente abbia ad oggetto la corresponsione, a qualunque titolo, di una somma di denaro, la controversia potrà rientrare nella cognizione dell’A.B.F. a condizione che l’importo richiesto non sia superiore a 10.000 Euro.

L’art. 4 della delibera C.I.C.R. n. 275/2008 ha, inoltre, introdotto, quale condizione di procedibilità della domanda davanti all’A.B.F. la necessità che il ricorso sia preceduto dalla proposizione di un reclamo all’intermediario.

Il cliente, qualora non sia soddisfatto dell’esito della procedura di reclamo ovvero lo stesso sia rimasto senza esito, potrà presentare il proprio ricorso, dandone tempestiva comunicazione all’intermediario, purchè non siano decorsi più di 12 (dodici) mesi dalla presentazione del reclamo stesso. Entro 30 (trenta) giorni dalla ricezione della comunicazione del cliente, l’intermediario deve presentare le proprie controdeduzioni, unitamente a tutta la documentazione in suo possesso relativa alla posizione del cliente insoddisfatto.

L’A.B.F. è tenuta a pronunciarsi nel termine di 60 (sessanta) giorni dalla presentazione delle controdeduzioni. Tale termine può essere sospeso una o più volte per la richiesta di chiarimenti da ambo le parti. In caso di accoglimento totale o parziale del ricorso, l’intermediario deve adempiere alla decisione entro 30 (trenta) giorni dalla pronuncia ovvero entro il diverso termine ivi previsto. Qualora si verifichi un inadempimento o anche un semplice ritardo nell’adempimento da parte dell’intermediario, tale condotta sarà resa pubblica sul sito internet dell’A.B.F., su quello della Banca d’Italia e su due quotidiani ad ampia diffusione nazionale.

Il provvedimento emesso dall’ Arbitro Bancario e Finanziario non è in alcun modo vincolante né per il cliente nè per l’intermediario. Quest’ultimo, però, qualora sia soccombente in tutto in parte e non adempia spontaneamente, è soggetto a veder reso pubblico il suo inadempimento.

In estrema sintesi, la procedura innanzi all’A.B.F. è una procedura volontaria che può essere azionata esclusivamente dal cliente di un intermediario ex art. 115 T.U.B. (per quelle controversie il cui valore non sia superiore ad Euro 100.000) ed il cui provvedimento successivamente emesso dall’A.B.F. non è vincolante per le parti, salvo la pubblicità negativa che ne deriva nei confronti dell’intermediario in caso di non adempimento a quanto deciso dall’Arbitro stesso.

Esaminando più da vicino questa procedura ci si rende conto che la stessa è una procedura c.d. aggiudicativa (e cioè che dà ragione ad una parte) differente dalla procedura di mediazione e, pur essendo molto simile all’arbitrato, il provvedimento che ne deriva non è vincolante per le parti come il lodo arbitrale.

Il procedimento innanzi all’A.B.F., pertanto, così com’è strutturato è molto simile ad una procedura di A.D.R. nota nel mondo anglosassone, esattamente nella realtà americana, con il nome di “Mini-trial”.

Il Mini-trial, infatti, è una procedura privata alternativa al processo in cui le parti presentano le loro ragioni e le loro prove davanti ad un terzo, esperto e neutrale, che dirige un breve ed informale “processo”, emettendo un provvedimento non vincolante per le parti, che avrebbe la funzione di “predire” alle parti l’esito di un giudizio vero e proprio (il c.d. “Advisory verdict” ovvero un anticipazione circa il possibile esito del processo).

L’intento, quindi, dell’A.B.F. è quello di fornire alle parti, in particolare al cliente, un provvedimento non vincolante in diritto sul caso specifico, a costi molto contenuti ed in tempi ragionevolmente brevi, come metro di paragone per un eventuale successivo giudizio.

La Camera di Conciliazione ed Arbitrato presso la Consob è stata istituita con il D. Lgs. 197/07 ed il regolamento è stato adottato successivamente in data 29 dicembre 2009 con delibera Consob n. 16763.

I soggetti che possono ricorrere alla Camera di Conciliazione sono esclusivamente gli investitori diversi dalle controparti qualificate di cui all'articolo 6, comma 2-quater, lettera d) e dai clienti professionali di cui ai successivi commi 2-quinquies e 2-sexies, del D. Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, che vogliono agire nei confronti degli intermediari per la “violazione da parte di questi degli obblighi di informazione, correttezza e trasparenza previsti nei rapporti contrattuali con gli investitori medesimi”.

La Conciliazione è una delle procedure di A.D.R. amministrate dalla Camera e segue un proprio regolamento.

La procedura è attivata dall’investitore per controversie che non siano state sottoposte ad altre procedure e per le quali l’investitore abbia preventivamente esperito, ove previsto, il reclamo previsto dall’intermediario.

Una volta attivata la procedura di Conciliazione si articola come segue: la Camera invita l’intermediario ad aderire, quest’ultimo provvede a depositare il proprio atto di replica corredato di tutti i documenti contrattuali. Al fine di garantire il diritto al contraddittorio, tutti gli atti e documenti depositati dall’intermediario sono inviati all’investitore a cura di questi.

Tratti essenziali della procedura di conciliazione presso la Camera di Conciliazione sono: a) la neutralità ed imparzialità del Conciliatore; b) l’assoluta assenza di formalità procedurali; e c) l’obbligo di riservatezza in capo a tutte le parti che prendono parte alla procedura di conciliazione.

Il procedimento, diretto nella più ampia libertà di azione dal Conciliatore, può durare al massimo 60 (sessanta) giorni dalla data di presentazione dell’istanza di conciliazione, salvo 3 (tre) casi eccezionali:

a) si siano verificati oggettivi impedimenti del conciliatore o delle parti;

b) sia emersa la necessità di acquisire informazioni e documenti indispensabili ai fini dell’esperimento del tentativo di conciliazione;

c) via sia la ragionevole possibilità di un esito positivo della procedura di conciliazione.

La conciliazione diretta dalla Consob è una c.d. procedura facilitativa, quindi non è aggiudicativa, né valutativa, - salvo che le parti chiedano al Conciliatore di formulare una proposta -, che si conclude con un “contratto inter partes”, ovvero con la redazione di un sintetico verbale di mancato accordo. Qualora la procedura si concluda con un accordo positivo, viene redatto processo verbale: al riguardo si rileva che questo veniva omologato dal Presidente del Tribunale e diventava titolo esecutivo ai sensi dell’art. 40 d. lgs. n. 5/03, ed ora, ai sensi dell’art. 12 D.lgs. 28/10: Il verbale di accordo, il cui contenuto non e' contrario all'ordine pubblico o a norme imperative, e' omologato, su istanza di parte e previo accertamento anche della regolarità formale, con decreto del presidente del tribunale nel cui circondario ha sede l'organismo. Nelle controversie transfrontaliere di cui all'articolo 2 della direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, il verbale e' omologato dal presidente del tribunale nel cui circondario l'accordo deve avere esecuzione. 2. Il verbale di cui al comma 1 costituisce titolo esecutivo per l'espropriazione forzata, per l'esecuzione in forma specifica e per l'iscrizione di ipoteca giudiziale».

L’accordo di conciliazione beneficia delle medesime agevolazioni fiscali previste all’art. 17 del D. Lgs. 28/10.

Qualora, invece, la procedura non si concluda con l’accordo, se le parti lo richiedono, ovvero lo ritiene il conciliatore, quest’ultimo formula una proposta alle parti alle cui conclusioni ritiene che si debba conciliare.

Di questa proposta ne terrà conto il giudice per la liquidazione delle spese di lite, liquidando le spese a carico della parte che non ha conciliato, se il giudizio corrisponde interamente alla proposta.

In conclusione, riassumendo la Camera di Conciliazione ed Arbitrato istituita presso la Consob prevede la facoltà, ma non l’obbligo, per l’investitore di instaurare una procedura di conciliazione ed il cui accordo è assoggettato alla disciplina del D. Lgs. 28/10, in virtù dell’ abrogazione della conciliazione societaria operata dall’art. 23 del D.Lgs. 28/10 e sostituita, ope legis, con le nuove norme del richiamato decreto.

Ultima forma di A.D.R. presente nella legislazione nazionale è il Conciliatore Bancario istituito dall’Associazione Bancaria Italiana (di seguito “A.B.I.”).

Il Conciliatore Bancario, costituito dall’Associazione Bancaria Italiana, è un’associazione privata per la soluzione stragiudiziale delle controversie in materia bancaria, finanziaria e societaria ed è iscritto al registro degli organismi di conciliazione presso il Ministero della Giustizia.

Il Conciliatore Bancario costituisce un sistema di risoluzione stragiudiziale delle controversie che fornisce servizi di conciliazione e arbitrato.

Al suo interno opera l’Ombudsman– Giurì Bancario quale organo per la decisione di tutte quelle controversie che non rientrano nella competenza dell’A.B.F.

Lo stesso costituisce una sorta di giudice di appello avverso i procedimenti di reclamo interni alle banche per contesti relativi ai “servizi ed alle attività di investimento e le altre tipologie di operazioni non assoggettate al titolo VI del T.U.B.” e di conseguenza escluse dalle controversie di competenza dell’A.B.F.

Il funzionamento di questo organismo è stabilito dal regolamento per la trattazione dei reclami e dei ricorsi in materia di servizi e attività di investimento e le sue decisioni sono vincolanti per i soli istituti di credito e non per i clienti, ai quali viene sempre garantita la possibilità di adire la giustizia ordinaria.

In conclusione dal 20 marzo 2011 la parte che vorrebbe agire, “rebus sic stanti bus”, nei confronti di un’altra in ambito finanziario dovrebbe:

a) proporre il reclamo secondo le regole del singolo istituto;

b) in caso di mancato risposta al reclamo o insuccesso dello stesso, potrebbe agire innanzi all’Arbitro Bancario e Finanziario, all’Ombudsman – Gran Giurì Bancario (nella veste di giudice di appello a seguito del reclamo), ovvero instaurare la procedura di conciliazione presso la Camera di Conciliazione della Consob ovvero presentare istanza presso un organismo di conciliazione iscritto presso il registro del Ministero della Giustizia per esperire il tentativo obbligatorio di conciliazione ex art. 5 del D. Lgs. 28/2010;

c) solo all’esito della procedura di mediazione avviata la parte potrebbe incardinare il giudizio vero e proprio.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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