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Gli interessi automatici nelle transazioni commerciali ed i possibili conflitti con la normativa anti-usura

Di Cecilia Trevisi

9 dicembre 2002

 
Il decreto legislativo n. 231 del 2002, attuativo della Direttiva 2000/35/Ce del 29 giugno 2000 sugli interessi moratori nel caso di mancato adempimento di obbligazioni pecuniarie.
 
 
Il codice civile vigente non detta alcuna definizione di “interesse” così come non prevede alcuna classificazione dei tipi di interesse esistenti e della loro diversa applicabilità.
 
Tuttavia, esistono “norme-chiave” con funzione distintiva delle diverse tipologie di interessi, rientrano in questa categoria gli artt. 1224, rubricato “Danni nelle obbligazioni pecuniarie”, 1282, “Interessi nelle obbligazioni pecuniarie” e 1815 “Interessi”.

Sinteticamente gli interessi possono essere classificati in:

- interessi legali (previsti dalla legge)
- interessi convenzionali (pattuiti dalle parti)
- interessi corrispettivi (rappresentano il prezzo dell’uso del denaro in relazione ai crediti liquidi ed esigibili)
- interessi moratori (hanno funzione risarcitoria)
- interessi compensativi (hanno funzione di compenso sulla cosa venduta)
- interessi semplici (maturano anno per anno, restando invariata la somma a debito)
- interessi composti (si producono allorché gli interessi maturati su una certa somma vengono aggiunti al capitale e sul totale vengono nuovamente calcolati gli interessi)


Il tasso di interesse e il problema inflazionistico

Nel caso di interessi dovuti al mancato adempimento di obbligazioni pecuniarie si pone il problema del ruolo svolto dall’inflazione e della sua capacità di alterare il tasso di interesse.

Fino agli anni ’70-’80 l’orientamento predominante era quello di ignorare il fenomeno inflazionistico nella determinazione dei tassi di interesse da obbligazioni pecuniarie, il danno da mancato adempimento era, pertanto, quantificato nell’importo degli interessi; tuttavia veniva riconosciuta la prova di un maggior danno sofferto che permetteva al creditore di soddisfarsi per il mancato adempimento. Questo orientamento trovava giustificazione nella considerazione che il fenomeno inflazionistico non può essere valutato come un danno, ma come un normale “effetto” di politiche economiche in cui i soggetti obbligati contrattualmente sono incapaci di influenzarlo, inoltre la considerazione dell’inflazione in via indiretta avrebbe, secondo questa corrente, comportato l’incremento dello stesso fenomeno inflazionistico.

Questo orientamento cambiò drasticamente a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 quando in Italia si verificò una forte spinta inflazionistica; di conseguenza il danno da mancato adempimento di un’obbligazione pecuniaria veniva quantificato nell’importo degli interessi moratori ma era altresì ammessa la prova di un maggior danno, la prova, quindi, del danno che il creditore aveva sofferto in seguito al fenomeno inflazionistico. Cambiava, quindi, la natura dell’obbligazione pecuniaria: da obbligazione di valuta diveniva obbligazione di valore e per tale ragione veniva riconosciuta la prova, e di conseguenza la risarcibilità, di un maggiore danno.

Dal 1990 questa regola ha cominciato ad essere disattesa, il tasso di interesse legale venne aumentato, quasi raddoppiato, quindi era in grado di ricoprire anche l’eventuale danno da inflazione sofferto dal creditore insoddisfatto.

Nel 1996 l’inflazione nel nostro Paese subì un inflessione, tale da determinare il tasso di interesse fisso, questo permise la risarcibilità del danno da rivalutazione monetaria.

La situazione attuale prevede l’esclusione del cumulo tra rivalutazione e interessi, quindi tra interesse e danni da svalutazione monetaria nel caso di mancato adempimento di un’obbligazione pecuniaria (con l’unica eccezione in materia di lavoro) e la motivazione alla base di questo recente orientamento risiede nella volontà di escludere che il danno da mancato adempimento di un’obbligazione pecuniaria venga risarcito due volte.


D.lgs. 231/02 interessi automatici nelle transazioni commerciali

Il decreto legislativo n. 231 del 2002, attuativo della Direttiva 2000/35/Ce del 29 giugno 2000, ha riformato la disciplina dell’applicazione degli interessi moratori nel caso di mancato adempimento di obbligazioni pecuniarie.

Importante è evidenziare che la nuova disciplina ha un campo di applicazione che non ricopre tutte le obbligazioni pecuniarie ma solo i pagamenti effettuati a titolo di corrispettivo per una transazione commerciale, dove per “transazioni commerciali” si intendono i contratti tra imprese o tra imprese e pubbliche amministrazioni, che comportano, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o la prestazione di servizi, contro il pagamento di un prezzo (art. 2, lett.a, d.lgs. 231/02).

Il decreto non disciplina, invece, i contratti dei consumatori, i debiti oggetto di procedure concorsuali aperte a carico del debitore, i contratti conclusi prima dell’8 agosto 2002, richieste di interessi inferiori a 5 euro (art 1 d.lgs. cit.).

La ratio del decreto risiede nella tutela del creditore al pagamento del corrispettivo delle predette transazioni commerciali. I debitori, infatti, sfruttano le indagine giudiziarie per prolungare il pagamento del proprio debito. Inoltre, i ritardi di pagamento possono comportare problemi di contrazione dei posti di lavoro nell’impresa creditrice e difficoltà di solvibilità rispetto alle obbligazioni assunte dall’impresa stessa.

Le modifiche introdotte con il decreto in esame sono sintetizzabili secondo lo schema qui di seguito riportato:

1) è previsto che il provvedimento di ingiunzione ex art. 633 del c.p.c. sia adottato dal giudice nel termine di trenta giorni dalla data di presentazione del ricorso;

2) è prevista l’abrogazione dell’ultimo comma dell’art. 633 del c.p.c., il quale non consente, allo stato, di utilizzare il procedimento monitorio ove la notifica debba eseguirsi all’estero. L’abrogazione di tale disposizione consentirà di utilizzare il procedimento monitorio anche per le operazioni transfrontaliere;

3) sono previsti nuovi termini per la notifica del decreto e per la proposizione dell’opposizione nel caso in cui il debitore si trovi al di fuori del territorio della Repubblica, modificando, a tal fine, le disposizioni di cui agli artt. 641 e 644 c.p.c. Consegue che, in caso di notifica di decreto ingiuntivo di pagamento in uno degli Stati europei, il termine di cui all’art 642, comma primo, è di cinquanta giorni (che può essere ridotto fino a venti ed aumentato vino a sessanta quando concorrono giusti motivi), mentre in caso di notifica in altri Stati lo stesso termine non può essere inferiore a trenta giorni né superiore a centoventi giorni, per tale motivo viene abrogato il secondo periodo del secondo comma dell’art. 641 c.p.c.;

4) è previsto che nell’ipotesi disciplinata dall’art. 648 c.p.c., comma primo, il giudice istruttore conceda l’esecuzione provvisoria parziale del decreto ingiuntivo non opposto, in relazione alle somme non contestate, tranne nei casi in cui l’opposizione riguarda aspetti procedurali;

5) è previsto il coordinamento della nuova disciplina con le disposizioni dettate in materia di subfornitura delle attività produttive (L. 18.6.1998, n. 192), in modo da uniformare il saggio degli interessi moratori al livello degli interessi di mora (tasso legale);

6) sono previste azioni di accertamento esperibili dalle associazioni di categorie degli imprenditori presenti nel Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e altresì azioni inibitorie, promosse dalle stesse associazioni, riguardo ai comportamenti abusivi da parte dei debitori.

Una tra le maggiori novità introdotte dal decreto in esame riguarda i termini legali di pagamento (art 4 d.lgs. 231/02), questo è fissato in giorni trenta che decorrono automaticamente, senza necessità di alcuna intimazione scritta, dalla data di ricevimento della fattura da parte del debitore o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente a quello di una fattura, in mancanza, dalla data di ricevimento delle merci o dalla data di prestazione dei servizi (questi i criteri fondamentali per il computo del termine dei trenta giorni, gli altri sono elencati nello stesso articolo 4). Allo scadere del termine di trenta giorni scatta, quindi, automaticamente il decorrere degli interessi legali.

Le parti possono, tuttavia, stabilire un termine diverso per il pagamento del debito a patto che questo non sia iniquo e arrechi, quindi, pregiudizio al creditore. Laddove si verificasse quest’ultima ipotesi, il giudice, anche d’ufficio, dichiara la nullità dell’accordo e applica automaticamente il termine “legale” di trenta giorni oppure riconduce ad equità il contenuto dell’accordo medesimo. L’automaticità del tasso di interesse svolge una funzione deterrente e risarcitoria nei confronti del debitore inadempiente.

La tutela del creditore per il mancato pagamento del debito nei termini pattuiti si concretizza oltre che nel pagamento degli interessi anche nel risarcimento dei costi ulteriori, cioè dei costi affrontati dal creditore per il recupero delle somme spettanti a titolo di corrispettivo; l’importo delle spese ha come parametro di riferimento quello delle tariffe degli avvocati in materia stragiudiziale (cioè quelle per i contratti e gli accordi). Oltre al recupero di detti costi, il creditore può richiedere il risarcimento del maggiore danno subito (es. danno da chance perduta), in ogni caso, è fatta salva l’ipotesi in cui il ritardo non sia imputabile al debitore (grava su quest’ultimo l’onere della prova).

Per quanto riguarda il tasso di interesse praticato è previsto dall’art. 5 del d.lgs. 231/02 un sistema di pubblicità legale, a tutela dell’affidamento dei contraenti, che consiste nella pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del saggio di interesse, maggiorato di sette punti percentuali.


Gli interessi in materia bancaria e il divieto di anatocismo

In seguito alle recenti normative in tema di “trasparenza bancaria” l’applicazione di interessi ultralegali nei rapporti con i correntisti necessita della firma per iscritto, questo vale soprattutto se si tiene presente che i contratti bancari sono contratti di durata e, per tale ragione, la determinazione del tasso di interesse risente delle variazioni che avvengono nel ciclo economico.

Particolare attenzione deve essere rivolta, in materia bancaria, al fenomeno dell’anatocismo, cioè al caso in cui gli interessi applicati ai contratti bancari vengono capitalizzati. La regola generale è quella del divieto dell’anatocismo per tutti i contratti bancari ad eccezione di quelli di conto corrente bancario per cui è prevista una capitalizzazione trimestrale o semestrale. Quindi, mentre per i contratti di conto corrente ordinario l’anatocismo è vietato, diversamente accade, per i contratti di conto corrente bancario. La ragione che sta alla base della diversità di disciplina applicata alle due tipologie contrattuali risiede nella diversità della natura contrattuale degli stessi contratti. Infatti, mentre il contratto di conto corrente ordinario (anche se scarsamente utilizzato) è un contratto tipico e come tale previsto e disciplinato dalle norme del codice civile (artt. 1823 e ss. del c.c.), stessa cosa non può dirsi per il contratto di conto corrente bancario, che è, invece, un contratto atipico la cui disciplina può rinvenirsi nelle norme che regolano il mandato (artt. 1703 del c.c.). L’anatocismo può essere a favore della banca e/o del cliente. Nel primo caso il vantaggio acquisito dalla banca risiede nella capitalizzazione trimestrale o semestrale degli interessi sulle somme versate sul conto corrente; nel secondo caso, invece, l’interesse è legato alle attività o passività del correntista, cioè se il saldo del conto è in attivo, gli interessi producono a loro volta capitale, se, invece, il saldo del conto è in passivo, gli interessi aumentano il debito.


Dubbi e perplessità in merito alla nuova normativa introdotta dal d.lgs 231/02

1) Il nuovo d.lgs. 231/02 sembra essere in conflitto con la disciplina anti-usura. Infatti se la ratio della recente normativa è quella di tutelare il creditore dal mancato adempimento dell’obbligazione pecuniaria del debitore, opposta è la ratio della normativa anti-usura che è invece quella di proteggere il debitore.

Si porrebbe, a questo, punto un problema di legittimità costituzionale della nuova normativa per violazione dell’art. 3 della Cost.

Cosa succede se le due normative, quella introdotta con il recente decreto legislativo e quella anti-usura, entrano in conflitto? Cioè, cosa succede se il tasso di interesse automatico pattuito dalle parti e considerato non iniquo supera il la “soglia” oltre la quale il tasso di interesse viene considerato usuraio?

Il conflitto potrebbe risolversi facendo riferimento alle fonti delle rispettive norme, quindi, visto che il d.lgs 231/02 ha la sua fonte in una direttiva comunitaria dovrebbe prevalere sulla normativa anti-usura. Per alcuni è difficile che questo problema possa sorgere concretamente perché il “tasso soglia” fissato dalla normativa anti-usura è così alto che difficilmente il tasso di interesse scelto dalle parti, per l’inadempimento delle transazioni commerciali, potrà superarlo, probabilmente potrà solo avvicinarsi. Una soluzione potrebbe, pertanto, essere quella di aumentare il “tasso soglia” così da escludere qualsiasi rischio di conflitto normativo.

2) Può un contratto di mutuo essere considerato lecito, se al momento della stipulazione del contratto il tasso di interesse era al limite della liceità e, poi, nel corso dello svolgimento del contratto ha subito delle modifiche tali da comportare il superamento del “tasso soglia”? Il contratto è lecito perché nel momento in cui è stato stipulato gli interessi pattuiti erano inferiori al “tasso soglia”.

Quando un contratto sorge lecito non ci può essere una sopravvenuta illiceità. Si ricordi, inoltre, che il “tasso soglia”, individuato dalla normativa anti-usura, non è un tasso medio ma un tasso massimo.

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Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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