Premessa
Il promotore
finanziario svolge un ruolo centrale nel collocamento dei prodotti
finanziari, in particolare il private bankers in Italia sta
assumendo quel ruolo di consulenza tipico e orientato verso i
grandi patrimoni famigliari.
Il promotore
come consulente e consigliere, il private bankers come un “amico
di famiglia”.
I nuovi master
specialistici, fortemente voluti dagli istituti di credito, sono
orientati a creare una figura che testimoni fiducia e
professionalità. Un soggetto che agisce con discrezione e nel
contempo riesce ad essere necessariamente e sufficientemente
penetrante nell’intima necessità finanziaria di una struttura del
private, che tende sempre maggiormente a ritagliare soluzioni su
misura per una clientela facoltosa.
La sottile
mezzaria fra il consentito e il subliminale, l’essere indotto o
pilotato nella scelta, sono tematiche assolutamente
all’avanguardia. Scopo della valutazione che segue è quello di
apostrofare la tematica giuridica, nel contesto di una teoria
finanziaria, dimostrando che cosa sta facendo il promotore quando,
su di un foglio di carta, enuncia al potenziale cliente ove
impiegare i sui risparmi.
Indice
Il presente
lavoro si compone di un solo capitolo
Prima parte: L’opera svolta dal promotore nella scelta dei
prodotti finanziari
Nel 1952 lo studioso
Markowitz pubblicò sul Journal of Finance un articolo denominato
Portfolio Selection, passato successivamente alla storia come la
teoria di Markowitz sulla selezione del portafoglio. Precisiamo
fin d’ora che un portafoglio di titoli in sostanza è la naturale
conseguenza del principio della diversificazione, posto un
capitale da impiegare in prodotti finanziari lo si fraziona in
termini percentuali fra prodotti appartenenti alla medesima specie
(es. azioni) oppure a generi distinti (es. una parte in azioni e
una in obbligazioni). Ovviamente la spiegazione è celere e superficiale, tesa non
a ragguagliare quanto a rendere noto ai fini della presente
trattazione il concetto che tecnicamente sarebbe denominato asset
class[1].
In base a codesta
affermata teoria il modello elaborato dallo studioso si basa su
tre fattori dominanti:
-
Gli investitori
selezionano i portafogli sulla base di due indicatori prevalenti
quali il rendimento medio atteso e il rischio atteso.
-
L’orizzonte
temporale è uniperiodale.
-
Gli investitori sono
avversi al rischio e massimizzano l’utilità attesa.
Il rendimento e il
rischio sono definiti come “attesi”, se l’investitore agisce sulla
base di una spinta razionale e cioè, com’è logico, punta a
massimizzare il guadagno ricercando il minor rischio, ovviamente
questo termine “atteso” ha valore, dal punto di vista giuridico,
come “pronosticato”, orbene il pronostico in sé non può essere un
assoluto e incontestabile.
L’analisi finanziaria
si basa pertanto sulla traduzione dell’atteggiamento logico, in
termini economici e lo fa prevalentemente attraverso l’ausilio di
grafici ed equazioni.
In sostanza chiunque
prima di investire una somma si attende un guadagno: investire
significa rinunciare ad una parte della mia capacità di spesa
corrente. Se impiego la mia somma di danaro non compero, per es.
beni di consumo, pertanto ipoteco la somma stessa attendendomi un
ritorno di essa superiore rispetto al quantum che ho scelto di non
impiegare. Fondamentalmente investire significa privarsi di
qualcosa, rinunciare. L’investimento non è fine a se stesso, in
realtà, impiegando la somma l’investitore alimenta un altro
mercato, collegando il soggetto che risparmia con quello che
investe; il sistema finanziario svolge una funzione di
allocazione, estremamente importante, distribuisce anzitutto
risorse e nella specie il potere d’acquisto, che verranno
utilizzate per produrre beni e risorse in futuro. La funzione di
allocazione è basata su operazioni di credito (da ciò il fatto che
viene anche definita come funzione creditizia). Essa è
riconducibile alla necessità di collegare, in un normale circuito
del reddito, il risparmio dell’investimento. Il risparmio è un
deflusso dal circuito del reddito, mentre
l’investimento è un elemento aggiuntivo e autonomo rispetto alla
domanda di beni di consumo. In altri termini, le risorse reali non
consumate vengono utilizzate da coloro che investono. Perché
questo circuito si chiuda è necessario collegare il risparmio con
le possibili forme di utilizzo e in primo luogo con l’investimento[2].
Avendo quindi preso
atto di quanto sopra appare già abbastanza chiaro il motivo del
perché esistono le emissioni obbligazionarie, non solo, ma anche
il beneficio che per il tramite di questa colleganza fra
risparmiatori/investitori e soggetti emittenti si ripartisce fra
ambo i soggetti.
Il risparmiatore, in
contropartita dal rinunciare alla propria capacità di spesa
corrente ottiene un guadagno attualizzato e ponderato dal tasso
d’interesse applicato, onde scongiurare gli effetti
dell’inflazione attesa, le imprese beneficiano di risorse fresche
per sostenere il proprio business.
L’attività creditizia
degli intermediari è necessaria al fine di garantire che
all’offerente sia accostato un prenditore.
Osservata in questa
prospettiva l’operazione del cliente Tizio che si reca presso il
proprio consulente finanziario o come si preferisce qualificarli
attualmente, promotore, presso la filiale preposta e si siede
innanzi a costui per da questi sentire quali siano le possibilità
di impiego di una determinata somma, appare un operazione più
complessa e dai contenuti certamente meno parcellizzabili nella
vasta alea della truffa come si è soliti apostrofare il
piazzamento di prodotti finanziari ad alto rischio.
Il primo passo è
difatti proprio quello di delimitare, con il gergo economico, la
tendenza a massimizzare per poi contenere e quindi staticizzare
quanto la terminologia giuridica ha l’abitudine a ricondurre sotto
la fattispecie del raggiro. La violazione di norme imperative, a
ben guardare, assume un connotato distinto a seconda che si voglia
oggettivizzarla secondo una consuetudine economica oppure
giuridica, laddove utilizzo il termine consuetudine non a caso, ma
proprio per lasciare intendere cosa possa o meno verificarsi a
seconda della terminologia utilizzata.
Il modello di
Markowitz per calcolare il rischio stimato utilizza la deviazione
standard[3].
Il modello in
questione è inoltre statico, identifica un orizzonte temporale che
non viene modificato.
Il terzo passaggio
richiama il concetto di avversione al rischio e cioè punta
l’indice sul fatto che l’investitore razionale è avverso a
quest’ultimo e lo considera come una variabile negativa.
Mettendo assieme il
punto 1 con il punto 3 si ricava un principio fondamentale che è
quello della media varianza: tra due strategie di investimento è
da considerarsi preferibile quella che presenta un rendimento
atteso maggiore e una deviazione standard minore[4].
Questo porta alla
definizione, generalmente di ipotesi distinte di portafoglio
investimento. L’investitore Tizio desidera impiegare una
determinata somma e per il tramite del promotore finanziario gli
si prospettano differenti alternative per farlo, sulla base del
suo profilo di investitore. Attenzione: dalla lettura di quanto
sopra sappiamo già quale sarà il suo profilo, è il dato economico
a dircelo, la stessa teoria che, lo ripeto è stata pubblicata 50
anni or sono, ha già tracciato ed inserito in un conteso
l’avversione al rischio dell’investitore e ne ha dato una
definizione casistica molto più elaborata rispetto a quella che si
possa rinvenire dalla tripartizione: prudente, medio e aggressivo.
Domandare a un individuo: “Quanto vuole rischiare?” da un punto di
vista giuridico semplifica, ma da quello economico è una amenità,
giacché egli non è in grado di discernere alcunché, può al limite
avere un vago sentore, ma nulla di più. La sua reale volontà si
ricava dall’applicazione matematica di una serie di dati tesi
appunto a definire il suo comportamento da investitore.
In sostanza il
prospettato impiego è determinato dall’intuitus personae di
ciascun individuo con riferimento al concetto di media varianza.
Potremmo agevolmente sostenere che a parità di somma impiegata,
Caio ha un concetto della stessa, differente e come tale
effettuerà scelte distinte.
Alla fine possiamo
immaginare un investitore (Tizio) che deve effettuare con lo
stesso orizzonte uniperiodale un investimento e può scegliere tra
due strategie che prendono il nome di portafoglio A e B. In base
al modello sopra delineato ci sarà un portafoglio dominante e uno
non dominante, fondamentalmente questo accadrà con riferimento al
rendimento atteso e al rischio previsto e a parità di rendimento
sarà il rischio a determinare la scelta.
Questo accade sempre?
Assolutamente no, giacché nell’ipotesi di maggior rendimento, ma
con un più alto tasso di rischio l’avversione a questo e il
principio della media varianza non permettono di identificare un
portafoglio dominante e uno dominato in quanto il portafoglio più
rischioso è anche caratterizzato da un maggior livello di
rendimento atteso. La scelta, in questa ipotesi, non è quindi
oggettiva né estrapolabile dalle ipotesi alla base del modello di
Markovitz; la selezione è in tal caso da lasciare all’investitore
ed è riconducibile al livello di propensione al rischio o in altri
termini alla funzione di preferenza dell’investitore stesso. In
questo frangente che è una parte dell’operazione di proposizione
al cliente della natura dell’investimento rileva il suo profilo e
la responsabilità dell’istituto di credito. Ma, lo sottolineo o lo
ripeto, è una parte dell’operazione nel suo insieme, non è tutta
l’operazione.
Chi ama citare l’addescamento
del cliente, tratto in inganno dal momento in cui ha varcato la
soglia d’ingresso dell’istituto di credito fino alla sua firma in
calce al documento, tralascia questo elemento e massimizza tutto
quanto sopra. In sostanza tende a ricondurre la più gran parte
degli eventi prodottisi nell’alea della truffa.
Una semplificazione
del genere oltre che dannosa, è pericolosa.
Potenzialmente
potremmo ritagliarla su gran parte di quel che un individuo medio
fa nell’arco di una giornata, dall’elemento parcheggio, fino al
supermercato.
Gran parte
dell’apparato accusatorio nei confronti delle banche colpevoli, di
avere piazzato dei prodotti obbligazionari ad alto tasso di
rischio, senza rendere adeguatamente note informazioni che il
cliente avrebbe dovuto conoscere, per valutare in modo ponderato
ed adeguato il rischio nell’investimento, si basa su di un
sinallagma genetico del tipo: conoscenza uguale consapevolezza.
L’investitore è consapevole e quindi può tranquillamente fare ciò
che crede con il proprio denaro. Questo concetto è parzialmente
vero, in realtà è molto più facile ingenerare consapevolezza per
convincere piuttosto che farlo in costanza di aleatorietà e di
confusione: non v’è nulla di più chiaro e percepibile se non
l’evidenza del caos.
Ritorniamo a quanto
sopra e constatiamo che cosa sarebbe accaduto.
Abbiamo già dimostrato
che, se il promotore finanziario ha illustrato le ipotesi di
investimento al cliente, scrivendo a penna o a matita i valori
attesi, di svariati prodotti finanziari, su di un foglio di carta
questo altro non ha fatto se non ricercare tutti quelle ipotesi
non dominanti per escluderle.
Passaggio sul quale
voglio essere estremamente chiaro.
Alcuni scrivono che il
cliente è stato tratto in inganno, ma questo è falso, la ricerca
di portafogli non dominanti è basilare per procedere alla
selezione e come tale la stessa si attua fornendo delle
alternative. Anche un venditore di auto in un autosalone fornisce
al cliente innumerevoli opzioni, per quanto redditualmente solo
alcune di esse saranno accettabili, tuttavia, il calcolo della
rateizzazione in base al reddito percepito, non giustificherebbe
di per sé il precludere un offerta più sostanziosa. Potremmo
sostenere che il venditore avrebbe dovuto esimersi dall’offrire a
un potenziale compratore il prodotto, solo perché il reddito di
questo non era adeguato per tipologia e importo? Ovviamente no, in
alternativa dovremmo concepire una realtà nella quale ogni qual
volta si entra in un negozio di qualsivoglia natura il commesso ci
avvicina e domanda: “buongiorno, favorisca il 740 per cortesia”
oppure “salve, lei quanto ha guadagnato l’anno scorso?”
Quindi il promotore
non fornisce al cliente le ipotesi di investimento bensì
l’opposto, cerca di strutturare i portafogli non dominanti.
Difatti il primo e
principale problema della selezione del portafoglio è quello di
identificare tutti i portafogli non dominati da nessun altro, tali
sono detti portafogli efficienti che genericamente vengono
individuati a livello di grafico con la c.d. frontiera efficiente[5].
Abbiamo già chiarito
che se il dato statistico nulla dice in merito all’ipotesi di
rendimento/rischio, mettendoli cioè nella condizione di poter
giudicare, quel che resta è una valutazione di tipo soggettivo e
come tale influenzata dalle propensioni personali
dell’investitore. Orbene è pacifico che un investitore alle prime
armi potrebbe continuare a preferire e prediligere il dato
relativo al minor rischio, ma un l’investitore speculativo, con
esperienza alle spalle, tende a rendere più sottile questa
ipotesi. L’esperienza del resto paga. Se neghiamo questo fatto
neghiamo la soggettività e per lo più potremmo qualificare i c.d.
cassettisti coloro cioè che comperavano un buono del tesoro e lo
mettevano nel cassetto per almeno 30 anni.
Consideriamo un caso
molto tipico, le obbligazioni Parmalat e partiamo con alcune
considerazioni:
-
Il marchio della
società è noto e ampiamente conosciuto.
-
La società è
accreditata come una multinazionale, pur senza leggere alcun
bilancio è unanimemente considerata come profittevole.
-
La società è ricorsa
innumerevoli altre volte al mercato obbligazionario è ha un
ottima reputazione sul mercato giacché le principali case
d’affari gli concedono reiteratamente il credito e linee di
finanziamento.
Questi elementi
incidono sull’investitore che seppur inesperto trae una sua consapevolezza dalla
speculazione già compiuta. Ecco una valvola che influisce sul
concetto di informazione/speculazione: la pratica, l’esperienza
acquisita che si traduce in maggior certezza e sicurezza nei
propri mezzi. Orbene su questo dato i punti sopra esposti giocano
un ruolo molto influente. Quel che manca è il rating. Il cliente
avrebbe dovuto conoscere, avrebbe dovuto prendere visione della
scaletta di investment e non investment grade[6]
sulla base del rating attribuito a un prodotto finanziario. Quando
vuoi imparare l’inglese le società ti fanno vedere uno schemino
colorato con i numeri e ti dicono cosa succederà ad ogni step.
Ecco è questo che è
mancato, la tabellina dell’investment grade, se fosse stata lì,
sulla scrivania del promotore e questo avesse detto al cliente il
rating assegnato, poi con la punta della matita o della penna
avesse indicato dove si collocava, il cliente era informato.
Il sottoscritto
scrivente crede che, nel caso Parmalat, oltre il 90% dei
sottoscrittori avrebbe comunque proceduto all’acquisto. C’è chi ci
dice che nessuno lo avrebbe fatto. Il grande Sherlock Holmes ne il
Mastino dei Baskerville disse: “una volta considerato tutto ciò
che di possibile può essersi verificato, quel che rimane, per
quanto assurdo o improbabile, è la verità”[7].
* * *
Un
ringraziamento speciale al Professor Renzo Costi per essere
stato il mio relatore durante la tesi di laurea in Diritto dei
Mercati Finanziari con titolo: L’attività di collocamento dei
prodotti finanziari.
La deviazione standard o scarto quadratico medio è un
indice
di dispersione (vale a dire una misura di
variabilità di una popolazione o di una
variabile casuale) derivato direttamente dalla
varianza, che ha la stessa unità di misura dei
valori osservati (mentre la varianza ha come unità di misura
il quadrato dell'unità di misura dei valori di riferimento).
Il termine
deviazione standard è stato introdotto in
statistica da
Karl
Pearson (On the dissection of asymmetrical
frequency curves,1894)
assieme alla lettera greca σ che lo rappresenta.
Se non
indicato diversamente, è semplicemente la radice quadrata
della
varianza, la quale viene coerentemente
rappresentata con il quadrato di sigma (σ²).

dove
è
la
media
aritmetica.
Formalmente
lo scarto quadratico medio di una variabile casuale può essere
calcolato a partire dalla
funzione generatrice dei momenti (radice quadrata
della differenza tra il momento secondo ed il momento primo
elevato al quadrato).
Esistono argomenti teorici, soprattutto nell'ambito della
stima
ovvero nell'ambito della
statistica inferenziale, per rimpiazzare il fattore
1 / n con 1 / (n − 1) nella definizione,
ottenendo come nuova definizione:

Questa
correzione al denominatore fà si che la nuova definizione sia
un po' più grande della precedente, correggendo così la
tendenza della precedente a sottostimare le incertezze
soprattutto nel caso in cui si lavori con pochi dati (n
piccolo).
Osserviamo
il caso limite di n = 1, cioè quando effettuiamo una
sola misura: la prima definizione dà il risultato, sensato
nell'ambito della
statistica descrittiva ma non molto ragionevole
nell'ambito della inferenziale, σ = 0, mentre la nuova dà un
risultato non definito del tipo 0 / 0, rispecchiando così la
totale ignoranza inerente all'incertezza su una singola
misura.
Peraltro la
differenza tra le due definizioni è quasi sempre numericamente
insignificante: già nel caso di dieci misure la differenza tra
σ = 0.316 e σ = 0.301 è insignificante per la maggior parte
degli scopi.
In ambito
finanziario, lo scarto quadratico medio, viene usato per
indicare la variabilità di un'attività finanziaria e dei suoi
payoff (rendimenti). Esso fornisce quindi, implicitamente, una
misura della
volatilità dell'attività, quindi del suo
rischio.
Nell'ambito
del Capital Asset Pricing Model, fornendo un'idea della misura
di rischio, esso determina univocamente il prezzo sul mercato.
(Fonte: Wikipedia.org)
Si definisce frontiera efficiente l'insieme di quei
portafogli, cosiddetti dominanti, che a parità di rendimento
sono i meno rischiosi oppure che a parità di rischio sono
quelli più redditizi.
Tale insieme
di portafogli coincide con l'estremo superiore della regione
ammissibile sul piano (µ-s).

Dal punto di
vista formale, un portafoglio può dirsi efficiente solo se il
vettore dei pesi wp risulta essere soluzione del seguente
problema di minimizzazione quadratica:

dove e
denota il vettore a n componenti dei rendimenti attesi, con E[rp]
il rendimento atteso per il portafoglio p e con 1 il vettore
unità. La soluzione del sistema di equazioni (1.12) definisce
sul piano rischio/rendimento un insieme infinito di portafogli
ottimali, nel senso che ognuno di essi massimizza il rapporto
rendimento/rischio. Con riferimento alla figura seguente,
pertanto, si riconosce che la scelta del portafoglio A
piuttosto che B dipende dalla propensione al rischio
dell'investitore.

Un
investitore maggiormente propenso al rischio si ritroverà a
scegliere il portafoglio B, perché esprime un rendimento
atteso maggiore, mentre per un investitore meno propenso al
rischio la scelta ricadrà, presumibilmente sul portafoglio A
(Fonte: PerformanceTrading.it)
Gli investment grade sono titoli o azioni ritenuti degni di
fede da investitori istituzionali. Sono identificabili
attraverso il loro
rating,
in quanto, secondo le varie legislazioni nazionali, esiste un
limite minimo di valutazione sotto il quale gli istituzionali
non possono trattare.
Generalmente, nel caso delle azioni, sono compagnie che hanno
buoni bilanci,
capitalizzazione considerevole, e considerate tra
le migliori nel loro settore.
Nel caso di
reddito fisso, solitamente si considera come soglia limite
inferiore il rating BBB.
Implicitamente, la classificazione di investment grade
sottindende una qualità medio-alta dello strumento
finanziario.
Gli
investment grade si configurano quindi come investimenti
particolarmente sicuri e poco rischiosi. Ovviamente, essendo
il rating una classificazione dinamica, l'insieme degli
investment grade può modificarsi. Un titolo che scende nella
valutazione si dice falling angel.
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