Studio Legale Tidona e Associati

HOME

CONTATTO

CHI SIAMO

 

Magistra Banca e Finanza | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario

Rivista di Diritto Bancario e Finanziario
Per contattarci

CERCA ARTICOLI:

Il ruolo degli investitori istituzionali nel collocamento dei prodotti finanziari ad alto rischio: considerazioni in merito al concetto di efficienza

Di Marco Solferini

19 dicembre 2002

 

Premessa

 

Il nostro sistema di vigilanza e controllo, partorito nel 1974 e da allora molto innovato, spesso sulla scia delle Direttive europee, si è oggi attestato su di un orientamento concepito per finalità in forza del quale ogni autorità presidia un obiettivo a prescindere quindi dalla forma giuridica del soggetto vigilato o dalle attività da questi svolte. Questo è il metodo determinante l’opera che le tre principali istituzioni, Banca d’Italia, Consob e Antitrust, sono chiamate a svolgere in rapporto appunto alla finalità cui una determinata o quanto meno determinabile istituzione si prefigge lo scopo di raggiungere.

 

Poco importa se questo modello è minoritario rispetto agli altri paesi d’Europa ove, lo ricordiamo esiste un principio del mutuo riconoscimento, il c.d. passaporto europeo, laddove a qualche autore è parso trattasi di un paradosso ricercare l’amalgama fra mutuo riconoscimento e un differente approccio nell’indagine ispettiva, informativa, prudenziale, regolamentare ma soprattutto strutturale.

 

Di fatto dal testo dell’art. 5 del Testo unico Bancario e dall’art. 5 del Testo Unico Finanziario ricaviamo che il controllo sulla stabilità, trasparenza e concorrenza sulle banche è esercitato dalla Banca d’Italia, il controllo sulle Società di Intermediazione Mobiliare (c.d. Sim) circa la stabilità è esercitato dalla Banca d’Italia, in merito alla trasparenza dalla Consob e per quanto attiene alla concorrenza dall’Antitrust.

 

Orbene è agevolmente ricavabile dal testo delle norme come la stabilità sia intima parente dell’efficienza.

 

Scopo della presente valutazione è insinuare il sospetto che nel caso in cui si verifichi un trauma a livello finanziario che destabilizza questo sistema non necessariamente potrebbe essere dovuto a una mancanza di efficienza, è altresì possibile che la causa sia l’opposto: un eccesso di efficienza. E’ possibile che il sistema del controllo per finalità scagioni l’imputato nell’ipotesi prospettata?

 

Indice

 

Il presente lavoro si compone di un'unica parte

 

Prima parte: il contesto entro il quale opera il concetto di efficienza

 

Nel precedente articolo abbiamo focalizzato la nostra attenzione sull’opera svolta dal promotore finanziario e l’abbiamo inserita in un contesto di scelte, passando attraverso la definizione di portfolio selection così come definita dalla teoria di Markovitz. Posto l’elemento basilare che il cliente è portatore di un bene della vita quale è il suo risparmio e tutela la sua legittima rinuncia alla spesa corrente per commutarla in un guadagno futuro, ponderato attraverso la relazione fra rendimento/rischio atteso, spostiamo l’attenzione sul grande imputato nel c.d. piazzamento di prodotti ad alto tasso di rischio: l’investitore istituzionale.

 

Sappiamo, perché la norma ce lo spiega con estrema precisione, che un certa categoria di prodotti finanziari può essere indirizzata solo ad investitori istituzionali perché unicamente quest’ultimi posseggono le competenze per valutare i rischi ad essi connessi. In altre parole, per quanto informato possa essere il cliente risparmiatore, il legislatore tutela in ultima analisi il suo bene della vita e ci dice che esistono prodotti, ammessi alla negoziazione, ma talmente rischiosi che per natura possono essere valutati solo dagli istituzionali.

 

Poniamoci due interrogativi:

 

1. Perché se sono così rischiosi ed è concreto il pericolo che, come si è verificato, attraverso il meccanismo del consorzio di collocamento, siano lo stesso piazzati nei portafogli dei risparmiatori, questi prodotti non vengono proibiti?

2. Che cosa significa essere efficienti in questo frangente?

 

Sostanzialmente in nostro sistema finanziario si basa su di una contrapposizione fra domanda e offerta e difatti quello che osserviamo nei mercati è la domanda e l’offerta di specifiche attività finanziarie, cioè l’intermediazione fra utenti, famiglie e imprese, e operatori del sistema finanziario. Ciascuna attività finanziaria è collegabile ad uno specifico servizio richiesto ed è l’oggetto di una funzione di domanda e offerta[1].

 

Fondamentalmente il sistema finanziario offre dei servizi fra i quali vi è l’impiego intermediato di risorse; il prodotto fondamentale è il deposito bancario ed esso comporta un “pooling delle risorse”: i depositanti versano i loro fondi in un serbatoio (la banca) e questa li convoglia alle imprese mediante concessione di prestiti (in sostanza altro non è se non la celebre favola dell’orafo che tutti gli studenti di Giurisprudenza hanno letto). Un altro modo per definire il “pooling dei fondi” è quello di sottolineare la divisibilità che caratterizza il servizio. Ciascun risparmiatore partecipa pro quota ad un portafoglio di prestiti alle imprese. La possibilità di raccogliere depositi consente di attrarre nel circuito dell’intermediazione fondi che altrimenti rimarrebbero inattivi. Questo aumenta la possibilità di rendere attivo il risparmio[2].

 

Appare quindi evidente, al lettore, che per realizzare questa operazione il livello di efficienza di una banca dev’essere alto o comunque accettabile. Cosa significa? In Cina i depositi bancari sembrerebbero, ad un operatore occidentale, arcaici, tuttavia in rapporto al sistema in cui sono inseriti e all’assenza di competizione sono uno standard accettabile.

 

Il livello di efficienza alto significa invece che lo stesso sarà applicato ad una fattispecie, il deposito, indipendentemente dal sistema di riferimento e cioè sia che a richiedere il servizio sia un privato cittadino sia che a farlo sia una multinazionale.

 

Oggi le banche sono in grado di offrire un alto livello di efficienza e lo stanno migliorando, introducendo tecnologie che tendono a massimizzare il rendimento delle prestazioni.

 

Orbene per intervenire nei singoli apparati e segmenti la banca compie una sorta di diagnostica del personale, suddividendolo sempre più in virtù di settori specifici, divisioni su divisioni, segmenti isolati e ancora frammentati, sempre più parcellizzati.

 

Efficienza uguale minuziosità e precisione.

 

L’eccessiva divisione delle competenze rende la banca paradossalmente meno competente perché se vero è che guadagna in meticolosità e precisione, perde dal punto di vista del dato evolutivo che solo la visione di insieme è in grado di offrire. La dimostrazione evidente di ciò è dovuta al fatto che gran parte dell’offerta è in sostanza un riciclare la stessa identica formula. Lo possiamo chiamare in modo differente, ma ci sarà sempre un interesse, una scadenza, un rischio e via dicendo. L’innovazione soffre per questo eccesso di efficienza. Alcune grandi banche hanno compiuto dei pesanti interventi sul personale e hanno riorganizzato i loro organici, da un lato per esigenze di gestione in bilancio, ma anche per cercare una formula di efficienza che non vada a scapito della competitività quando si verifica l’appiattimento.

 

Un soggetto economico sceglie un attività finanziaria emessa da una banca perché la ritiene meno rischiosa rispetto a quella emessa dalle imprese. Egli delega alla banca, dunque, implicitamente il compito di impiegare i fondi raccolti, valutare quindi la rischiosità e allocare al meglio le risorse disponibili, siamo in presenza della fattispecie nota come “delegated monitoring”.

 

Il tipo di investimento che il risparmiatore può compiere in riferimento alle risorse è un impiego diretto o intermedio.

 

La banca svolge invece un ruolo di finanziamento tipico dell’intermediario. L’impresa si rivolge alla banca per ottenere il prestito ed ella, sulla base di una serie di valutazioni del merito di credito, decide se concederlo e a che condizioni farlo. La banca può anche realizzare una forma di finanziamento diretto mediante l’emissione di titoli, organizzata da intermediari specializzati e/o apposite sezioni e l’emissione può essere rivolta al pubblico, oppure solo ad investitori istituzionali (su questo abbiamo già detto in precedenza).

 

Da tutto quanto sopra emerge come la banca svolga un ruolo dominante in tutti i meccanismi, ella valuta, emette, funge da raccordo. In giurisprudenza si parte subito da un presupposto che invece dovrebbe essere la logica conseguenza, cioè che: la banca è efficiente e come tale sapeva. Falso, al massimo è sostenibile la tesi che se la banca avesse saputo allora vuol dire che era efficiente.

 

Se è vero che il sistema bancario soffre di un eccesso di efficienza organizzativa allora è tanto più evidente quanto è potenzialmente falsa l’affermazione che la banca non poteva non sapere.

 

Poteva eccome, nel momento in cui si dimostri, che all’apparenza efficiente, non era nella condizione di valutare, con realismo, le dirette conseguenze per un problema di coordinamento interno che nulla a che vedere con l’attività svolta, difatti la sua efficienza è funzionale, ma con il regime della circolazione di informazioni, che è cosa del tutto distinta.

 

Insomma il deposito bancario funziona a meraviglia, l’analisi del rischio su credito anche, ciò che stenta è qualcosa di cui non necessariamente la banca ha bisogno, ma del quale ella percepisce di avere una necessità: eccesso di efficienza, perdita di identità e conseguente distanziamento rispetto alla reale volontà sottesa alle necessità del cliente. Un corpo, malgrado affetto da malattia, non necessariamente si ferma, può continuare a funzionare, senza nemmeno saperlo. Lo stesso dicasi per la banca. La dimostrazione è proprio nel ruolo di centralità, a livello di intermediazione, che ella svolge.

 

Se noi partiamo dal presupposto che vi fosse una inefficienza non percepibile e di cui nemmeno la banca poteva semmai possedere un minimo sentore, la stessa è sollevata da responsabilità circa le informazioni da rendere al cliente perché ella le ha veramente rese, è stata efficiente, così tanto efficiente da non esserlo del tutto. Ma di questo non possiamo incolpare nessuno se non il luogo comune; come dire che siccome sono vegetariano non ingrasso? Ma chi lo ha stabilito? Nessuno, difatti non è così.

 

Nel contempo la risposta al primo interrogativo è che i prodotti finanziari anche se rischiosi, non possono essere negati al sistema perché sono parte integrante dello stesso e in particolare della componente rischio/rendimento. Il problema è di chi li acquista non di chi li offre e nemmeno di chi ne favorisce la circolazione semmai il punto nevralgico della questio è che la consapevolezza dell’acquirente è dovuta al grado di efficienza dell’offerente e solo dimostrando quest’ultima può successivamente ammettersi che ha deliberatamente taciuto informazioni essenziali.

 

Non darei mai per scontato che un istituzione è perfetta e come tale efficientissima.

 

Esiste un inefficienza scusabile, se è cogenita al sistema all’interno del quale agisce. Il concetto espresso è perfettamente allineabile con quello della delega in forza della best execution come del resto espresso dal D.lgs 58/1998 e Regolamento Consob 11522 infatti la stessa delega da un lato offre al delegante la possibilità di avvalersi dei servizi del delegato che sono più precisi e concordanti e dall’altra impone a quest’ultimo di adoperarsi nell’esclusivo interesse dell’investitore. In altri termini la delega è rivolta ad ottenere null’altro che efficienza, la best execution è efficienza, l’esclusivo interesse dell’investitore è efficienza. Le banche hanno offerto proprio questo: efficienza solo che la stessa non ha prodotto i risultati attesi.

 

A questo punto è lecito domandarsi se, in un sistema dove il controllo è orientato per finalità, a pagare non dovrebbe essere colui che aveva il compito di vigilare e questo compito non ha assolto. Questi è stato inefficiente?

 

 

Un ringraziamento speciale al Professor Renzo Costi per essere stato il mio relatore durante la tesi di laurea in Diritto dei Mercati Finanziari con titolo: L’attività di collocamento dei prodotti finanziari.

Elenco completo degli articoli

 

Si iscriva alla Newsletter per ricevere gli approfondimenti

 

Raccolta di Giurisprudenza in Omaggio:

IL CONTENZIOSO SUL MUTUO BANCARIO

Clicca qui per richiedere la Raccolta in omaggio

 
 
 

© COPYRIGHT TIDONA

Tutti i contenuti sono protetti dal diritto d'autore. Ogni utilizzo non autorizzato sarà perseguito ai sensi di legge.

RIPRODUZIONE VIETATA

 

 

 

 
Vedi tutti gli articoli
NOTE OBBLIGATORIE per la citazione o riproduzione degli articoli e dei documenti pubblicati in Magistra Banca e Finanza
È consentito il solo link dal proprio sito alla pagina della rivista che contiene l'articolo di interesse.
È vietato che l'intero articolo, se non in sua parte (non superiore al decimo), sia copiato in altro sito;  anche in caso di pubblicazione di un estratto parziale è sempre obbligatoria l'indicazione della fonte e l'inserimento di un link diretto alla pagina della rivista che contiene l'articolo.
Per la citazione in Libri, Riviste, Tesi di laurea, e ogni diversa pubblicazione, online o cartacea, di articoli (o estratti di articoli) pubblicati in questa rivista è obbligatoria l'indicazione della fonte, nel modo che segue:
Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
Studio Legale Tidona | Diritto Bancario e Finanziario
 
In questo sito web utilizziamo cookies tecnici per migliorare la Sua navigazione. Continuando la navigazione acconsente al loro uso. Maggiori informazioni alla nostra cookie policy.

stampa questa pagina

© copyright 1998-2009 Studio Legale Tidona e Associati | Tidona.com |