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Azione revocatoria fallimentare e fusione per incorporazione

Di Giovanna Cucinella - Dottoranda di ricerca in Diritto delle Imprese in Crisi dell'Università degli Studi di Napoli Federico II nonchè assegnista di ricerca presso la Facoltà di Economia dell'Università degli studi di Palermo

3 febbraio 2003

 

I. IL QUESITO. Dell’esperibilità, ed entro quali limiti, dell’azione revocatoria fallimentare degli atti solutori compiuti dalla incorporata nell’occasione del fallimento della incorporante.

II. LA SENTENZA.  Cassazione Civile, 26 luglio 2000, n.9796 – Pres. REALE – Rel. MORELLI – Fall. Soc. Fornace Laterizi Crestini c. Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

III. Il Commento.

 

La sentenza della Cassazione Civile, 26 luglio 2000, n.9796, in commento, riguarda lo spinoso tema della esperibilità dell’azione revocatoria, secondo i dettami del 1° comma dell’art.67 del Regio Decreto 16 marzo 1942 n.267, da parte del curatore di una fallita società incorporante nei confronti degli atti solutori posti in essere, prima dell’incorporazione ma nel cosiddetto “periodo sospetto”, dalla società incorporata.

La sentenza si pronuncia argomentando sulla base dei seguenti assunti:

a) la vicenda dell’incorporazione comporta, sul piano oggettivo, ai fini della corretta individuazione dell’incapienza patrimoniale cui riconnettere lo stato di insolvenza (art.5 L.F.) – e dunque il fallimento – della società incorporante, una “valutazione globale che ha tenuto automaticamente conto anche dei rapporti patrimoniali già imputati all’incorporata e nei quali è subentrata l’incorporante”[1]; sul piano soggettivo, che la medesima incorporante cui è riferito il fallimento costituisca, appunto, il “nuovo centro di imputazione dei rapporti già facenti capo alla incorporata, della quale, per tale profilo, la prima, continua, in un certo qual modo, la soggettività che  ha così in sé inglobato”[2];  

b) peraltro, non si può invocare a sostegno della tesi della inammissibilità della revocatoria fallimentare, la limitazione della vicenda successoria dei rapporti giuridici attivi e passivi facenti capo alla incorporata meramente a quelli pendenti all'atto della incorporazione, posto che costituisce essenza stessa dell’azione revocatoria la reviviscenza degli effetti di quegli atti solutori che, in quanto anomali o anormali ai sensi del 1° comma dell’art. 67 della L.F., hanno provocato una alterazione della par condicio creditorum.

Nella fattispecie concreta il curatore della incorporante, ammessa al concordato preventivo, prima, e dichiarata fallita, poi, cita in giudizio una nota Cassa di Risparmio invocando la revoca dell’atto solutorio compiuto dalla incorporata, in epoca antecedente alla incorporazione ed estintivo di un proprio debito contratto nei confronti dell’istituto bancario medesimo.

L’atto de quo è consistito nella estinzione di un debito contratto dalla incorporata nei confronti dell’Istituto bancario avente causa con un credito dalla stessa vantato nei confronti di altra società e riconosciuto con decreto ingiuntivo emesso dal Presidente del Tribunale di Roma.

La cessione del credito, avvenuta nella fattispecie pro – soluto, a favore della Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, rientra, per ormai consolidato orientamento dottrinario e giurisprudenziale, tra i mezzi anormali di pagamento delle obbligazioni contratte e, pertanto, revocabile ai sensi del n.2 del comma 1 dell’art. 67 della L.F. per il quale, appunto, sono revocate, salvo che l’altra parte provi che non conosceva lo stato di insolvenza del debitore, “gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili non effettuati con denaro o altri mezzi normali di pagamento, se compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento”.

Non ci si sofferma, dunque, in questa sede, sul carattere di anormalità dell’atto solutorio di un debito mediante cessione di un credito posto che la fattispecie è ormai pacifica in dottrina ed in giurisprudenza[3]. Ai fini, però, di quanto verrà argomentato nel prosieguo, si rilevi come in tema di revocatoria fallimentare, l’art.67, 1° comma legge fallimentare, consideri gli atti non normali nella prassi commerciale come sintomatici del dissesto del debitore, poi fallito, e tali da giustificare la presunzione iuris tantum che l’altro contraente ne conoscesse lo stato d’insolvenza al momento della conclusione del contratto o dell’accettazione del pagamento, con la conseguenza che su tale contraente graverebbe l’onere di fornire la prova contraria[4]. Parimenti, non ci si addentrerà sulla vicenda della consecuzione, senza soluzione di continuità, del fallimento subentrato al concordato preventivo in ordine alla corretta individuazione del “periodo sospetto” che va effettuata, appunto, a ritroso dalla data di ammissione al concordato preventivo predetto[5]. Pertanto, l'atto solutorio de quo,  essendo stato compiuto nel biennio anteriore al decreto di ammissione al concordato preventivo, rientra nella rigorosa prescrizione di cui al n.2 del comma 1 dell’art. 67 della L.F.

Ciò che, invece, lascia perplessi nella presente vicenda giudiziaria è la univoca ed immediata verificabilità dell’elemento oggettivo ossia l’animus del terzo convenuto in revocatoria di nuocere, in collusione con la “futura” società incorporanda, la par condicio creditorum.

Sono, pertanto, due gli aspetti della questione sui quali mi sembra utile richiamare l’attenzione:

a) la prova della inscientia decoctionis che il terzo convenuto in revocatoria è tenuto a fornire;

b) la controversa natura giuridica della fusione ai fini della individuazione dei rapporti giuridici attivi e passivi della incorporata alla definizione dei quali subentra l’incorporante.

Relativamente al primo punto, certamente, non si può non tacere della particolare qualificazione giuridica e professionale dell’accipiens, una banca, appunto, nel percepire come dietro alla anomala cessione del credito potesse trincerarsi, quanto meno, una situazione di “non regolarità” nelle modalità di adempimento delle obbligazioni da parte del proprio dante causa; rilevazione, questa, tra l’altro, agevolmente esperibile stante la particolare natura dei rapporti intrattenuti da una banca con un proprio cliente[6].

Già nel 1998, la Corte di Cassazione (12 maggio 1998 n.4769) in tema di revocatoria di pagamenti così si esprimeva: “la certezza logica di tale stato soggettivo (decozione dell’impresa) può legittimamente dirsi acquisita (…)da parte di quello specifico creditore (…) quando la probabilità della ‘scientia decoctionis’ trovi il suo fondamento nei presupposti e nelle condizioni (economiche, sociali, organizzative, topografiche, culturali) nelle quali si sia concretamente trovato ad operare, nella specie, il creditore del fallito”, ponendo, dunque, nel dovuto risalto le peculiarità soggettive del creditore ai fini della percezione dello stato di insolvenza del debitore.

Sentenze relativamente più recenti[7] si inseriscono nel medesimo solco di pretesa conoscibilità dello stato di insolvenza derivante dalla connotazione professionale del creditore, per cui si afferma che la conoscenza e/o la conoscibilità dello stato di insolvenza da parte del terzo contraente deve essere effettiva e non meramente potenziale, assumendo rilievo la concreta situazione psicologica della parte al momento della accettazione dell’atto poi impugnato e non anche la semplice conoscibilità oggettiva ed astratta delle condizioni economiche della controparte. In particolare, la conoscenza dello stato di insolvenza di una società di capitali può essere desunta da un operatore economico di particolare avvedutezza tecnica, quale una banca, dai bilanci depositati a norma di legge della società con la quale intrattiene rapporti di conto corrente, anche in assenza, di altri sintomi di dissesto.

Orbene, nel caso giudiziario portato all’attenzione della Suprema Corte, ciò che manca è proprio la ricorrenza che l’accipiens abbia compiuto un atto revocabile con il fallito, e quindi in danno dei creditori di questi, poiché, la dichiarazione di fallimento è intervenuta in capo all’incorporante e non in capo all’incorporata. Ne consegue che, l’Istituto bancario, al di là di qualunque valutazione circa la censurabilità o meno del comportamento addotto nell’accettare la cessione del credito da parte del proprio debitore, ha operato con un soggetto in bonis e che, per di più, ha mantenuto anche in seguito tale status, il fallimento essendo occorso in capo all’incorporante.

La sentenza, in argomento, colpisce, perciò, perché causerebbe una “deviazione dai presupposti e dai confini del sistema revocatorio”[8], ancora più vistosa se si considera che tale sistema, voluto dal legislatore fallimentare, riveste carattere di eccezionalità soprattutto laddove priva di efficacia ex post atti pienamente validi ed efficaci (e magari persino doverosi se si pensa al pagamento di debiti scaduti) preferendo sacrificare l’interesse del singolo creditore nel rispetto del superiore interesse alla par condicio creditorum, principio e cardine di tutto l’impianto normativo fallimentare.

La sentenza della Corte di Cassazione giunge alla fine di un controverso dibattito instauratosi nelle aule delle due giurisdizioni di merito. In particolare, mentre il Tribunale adito si era pronunciato per l’ammissibilità dell’azione revocatoria esercitata dal curatore della fallita incorporante anche avverso gli atti posti in essere ante - fusione dalla incorporata; la Corte d’Appello, competente per territorio, si era posta di contrario avviso eccependo che il “sistema delle presunzioni di cui al menzionato art. 67 della L.F. non risulta estensibile alla fattispecie nella quale lo stato di insolvenza cui si rivolga la presunzione, non riguardi il soggetto fallito e sia perciò incompatibile con la fattispecie fusione – estinzione”.

Ed è qui che si inserisce il secondo punto della mia riflessione in merito alla portata del fenomeno successorio avvenuto in conseguenza della fusione e dunque, sulla definizione della natura giuridica della fusione, stessa.

Occorre preliminarmente riferire che, la disciplina attuale dell’istituto della fusione risale al d. lgs. del 16/01/91 n.22 emanato in attuazione della III direttiva comunitaria in tema di società.

In essa direttiva si afferma che la fusione attui “il trasferimento a titolo universale dell’intero patrimonio attivo e passivo”. Premesso che a tale regola la dottrina non ha inteso dare alcun rilievo definitorio dell’istituto in esame, altrettanto, nella Relazione alla direttiva, il legisaltore comunitario precisa che si è avuto cura di non prendere posizione sulla annosa questione della natura giuridica della fusione[9] se debba, cioè, essere considerata come una successione tra enti oppure come una mera modifica dell’atto costitutivo.

La tesi della successione, già formatasi nel vigore dello abrogato codice di commercio, troverebbe fondamento nella lettera dell’art.2504 del C.C. per il quale “la società incorporata o quella che risulta dalla fusione assume i diritti e gli obblighi delle società estinte”.

Per questo effetto successorio, dunque, tutti i rapporti facenti capo alle società fuse si trasferirebbero alla nuova società o alla incorporante, mentre le prime si estinguerebbero; inoltre, tale successione avverrebbe a titolo universale visto che nulla la legge specifica in merito al trasferimento di singoli rapporti giuridici.

A favore di tale tesi si è pronunciata nel tempo una certa parte della dottrina[10]. Ora, se la successione dei rapporti è qualificabile come successione mortis causa[11] l’estinzione delle società fuse è causa del fenomeno successorio, se, viceversa, si propende per una qualificazione inter vivos della successione l’estinzione sarebbe l’effetto di essa.

Delle due appare maggiormente condivisibile la seconda,  perché anche sotto un profilo meramente pratico, la fusione lungi dall’essere rivolta all’estinzione delle società è diretta, piuttosto, al loro potenziamento, alla loro crescita nell’ambito di un complesso sistema economico che propugna dimensioni aziendali sempre maggiori ed economie di scala sempre più grandi[12]: si potrebbe concludere, dunque, che la fusione è un “contratto di vita”[13].

D’altronde, non può aversi estinzione della società se non ricorre lo scioglimento del rapporto sociale e dal 1942 con l’avvento del nuovo codice civile, la fusione non è annoverata più tra le cause di scioglimento previste dall’art.2448 del codice medesimo.

Per le motivazioni brevemente addotte, nel corso degli ultimi anni anche per il concorso dell’attuazione della III direttiva CEE, si è fatta largo la tesi secondo la quale la fusione estremizzerebbe una mera modifica dell'atto costitutivo e, tra l’altro, anche una di quelle meno gravi[14].

A sostegno di tale tesi si invoca la circostanza che nella fusione le delibere inerenti il trasferimento del patrimonio sociale “vengono adottate da società che possono validamente disporne[15] “l’estinzione delle stesse ricorrendo meramente “sotto il profilo giuridico - formale, mentre in realtà le società continuano a vivere sotto il profilo economico nella società risultante dalla fusione[16].

La fusione si concreta, dunque, come fenomeno di integrazione reciproca dei contratti sociali preesistenti poiché la “fusione incide fondamentalmente sulla struttura delle imprese societarie interessate ed è direttamente preordinata a modificare l’organizzazione delle relative attività”[17]. Le deliberazioni di fusione provocano la modifica di ciascuno degli atti costitutivi, poi, l’atto di fusione, riveste la natura di atto esecutivo delle deliberazioni separatamente adottate dalle società partecipanti alla fusione.

Peraltro, è del tutto evidente che i sostenitori dell’una e dell’altra tesi di fatto giungano alle medesime conclusioni, allorché si tratti di risolvere problemi pratici[18].

Ed, infine, non sono mancate tesi di compromesso[19] come quella secondo la quale se è vero che la fusione è qualificabile come vicenda modificativa dell’atto costitutivo, è altrettanto vero che essa produce un effetto successorio, prima, ed estintivo, immediatamente, dopo: in altre parole, non bisogna confondere la fattispecie con i suoi effetti perché, anzi, proprio nella “conciliazione normativa tra continuità ed estinzione” risiederebbe l’essenza stessa della fusione.   

Tornando alla questione di cui alla sentenza in commento, e alla luce di quanto sin qui detto, si può agevolmente concludere della continuità della incorporata e dei suoi rapporti, nella incorporante.

Ora, se è pacifico che tale “successione” dell’incorporante nei rapporti giuridici attivi e passivi avvenga ipso jure per quelli pendenti alla data della fusione a meno che non  consti che i creditori abbiano fatto opposizione, altrettanto pacifica dovrebbe essere la non inerenza di quegli atti compiuti anteriormente alla fusione e che abbiano, pertanto, in epoca risalente già esaurito i loro effetti.

Se ciò è vero per la legge in generale, la speciale legge fallimentare, nel perseguimento del superiore interesse pubblico alla parità di trattamento tra i creditori, con la previsione dell’azione revocatoria rimette in discussione proprio gli effetti di quegli atti che a loro tempo li avevano esauriti per il solo fatto di essere stati compiuti nell’anno o nel biennio anteriori alla dichiarazione di fallimento[20].

E poiché il legislatore ha presunto juris et de jure lo stato di insolvenza se determinati atti siano stati compiuti nel periodo sospetto, ecco che, per quelli di cui al primo comma dell’art. 67, è data solo al convenuto la possibilità di provarne la non conoscenza.

Ora, tale conoscenza da parte del terzo contraente dello stato di insolvenza dell’imprenditore del quale sia stato, poi, dichiarato il fallimento deve essere effettiva e non meramente potenziale[21], come è già stato argomentato, vedi supra; ne consegue che, ancora più eclatante debba apparire la sentenza in discussione atteso che lo stato di insolvenza di cui si pretende la conoscibilità è proprio di un soggetto diverso da quello con cui l’atto è stato posto in essere.

Come già anticipato, la Suprema Corte ha motivato la propria sentenza adducendo che la incapacità patrimoniale della incorporante risulterebbe da una valutazione complessiva che tiene conto anche dei rapporti patrimoniali già imputati all’incorporata e che, trasfusi alla o nella incorporante, ne avrebbero provocato o aggravato la decozione. E ciò anche sull’assunto che sovente le fusioni per incorporazione avvengono proprio al fine di rilevare imprese già in crisi nello strenuo tentativo di risollevarne le sorti.

Peraltro, se è condivisibile che l’autorità giudiziaria attui una valutazione complessiva della situazione patrimoniale dell’incorporante, ciò non basta a far concludere di un accertamento puntuale dell’esistenza del presupposto oggettivo dell’insolvenza a carico dell’incorporata.

Se, infatti, ciò si verificasse, ricorrendone i presupposti temporali (art. 10 L. F. ) ben potrebbe il tribunale dichiarare il fallimento dell’incorporata quale procedura autonoma e distinta da quella in capo alla incorporante.

Un altro motivo di perplessità va ravvisato in quella che è la funzione propria della revocatoria e di quella fallimentare, in particolare.

L’azione revocatoria ha la funzione generica di conservare la garanzia patrimoniale del creditore ex art. 2740 del C.C. e tale funzione assolve rendendo inopponibile al creditore quella modificazione che il debitore abbia prodotto nel suo patrimonio e che ne pregiudica il soddisfacimento.

Infatti, eventuali atti dispositivi o pagamenti realizzati sono sanzionati di inefficacia affinché sui beni o sul denaro che formano oggetto dell’atto impugnato, il creditore istante possa promuovere le legittime azioni esecutive o conservative nei confronti dei terzi acquirenti.

Orbene, con riguardo ad un imprenditore commerciale, la consapevolezza del pregiudizio da parte del debitore si pone non con riferimento ad uno o più creditori determinati ma, genericamente ed impersonalmente, con riferimento alla massa dei creditori anteriori e successivi all’atto che vedono alterare la capacità dell’imprenditore di essere solvente.

Nel rispetto della par condicio creditorum l’azione revocatoria nel fallimento è esercitata dal curatore con le presunzioni di legge e per la mera ricorrenza che l’atto dispositivo sia stato compiuto nel cosiddetto periodo sospetto con l’evidente scopo, per il debitore, di favorire taluno o tal’ altro dei creditori, ma non tutti in equa misura.

Dunque, la revocatoria ha natura meritoriamente redistributiva delle ragioni creditorie ma, proprio per questo dovrebbe essere scontato che tale obiettivo va perseguito “in favore dei creditori concorrenti, non di altri, e nella misura in cui l’impugnativa è necessaria per riparare la lesione, ma non oltre”[22].

In questo caso, sembrerebbe proprio che si sia andato “oltre” posto che in nome della soddisfazione della platea dei creditori concorrenti dell’incorporante si attribuisce danno al pagamento operato dalla società ormai estinta, quando che, magari nel contesto suo proprio, si sarebbe potuto escludere.

In conclusione, appare condivisibile l’opinione di chi[23] propende esclusivamente per la esperibilità, ad opera del curatore, dell’azione revocatoria ordinaria nei confronti degli atti compiuti dalla incorporata.

Infatti, ai sensi dell’art. 66 della L. F. “il curatore può domandare che siano dichiarati inefficaci gli atti compiuti dal debitore in pregiudizio dei creditori, secondo le norme del Codice civile”.

Ossia, il curatore deve solo dimostrare che i crediti ammessi allo stato passivo preesistevano rispetto al momento del compimento dell’atto e che, per il compimento dello stesso, la consistenza del patrimonio del debitore si sia considerevolmente ridotta. Non essendoci, dunque, prova della scientia o inscientia decoctionis, non si può obiettare (siccome nel contesto attuale si obietta) la mancanza del presupposto del giudiziale accertamento dello stato di insolvenza in capo all’incorporata e ciò che è uscito dalla porta può ben rientrare dalla finestra.

Invero, la sentenza in commento ha dimostrato ancora una volta come si presenti particolarmente rigida la norma dell’art.67 L.F. rispetto alle attuali esigenze del mercato e alle istanze di tutela della ricchezza di ogni complesso produttivo. Infatti, con l’aumento delle deroghe “legislative” alla par condicio creditorum si potrebbe concludere che oggi la revocatoria costituisce “una eccezione alla tutela del credito, piuttosto che uno strumento di realizzazione di tale tutela[24]”, per cui la stessa finisce con l’essere invocata proprio nei soli confronti degli istituti di credito e dei fornitori. Consci di tale punto di debolezza della normativa sulla revocatoria fallimentare, nelle relazioni ai disegni di legge è più volte rimarcata la volontà di bilanciare tutti gli interessi coinvolti nel dissesto di una impresa anche mediante il “temperamento dell’ccessivo rigore con cui tali azioni vengono applicate”[25].

IV: LA MASSIMA: “E’ ammissibile l’azione revocatoria fallimentare proposta dal curatore del fallimento della società incorporante contro gli atti solutori compiuti, prima dell’incorporazione, dalla società incorporata, salva la possibilità per il convenuto di provare la mancata conoscenza, o l’insussistenza, dello stato di insolvenza di quest’ultima”.

 

BIBLIOGRAFIA

1)Gianfranco Campobasso “Manuale di diritto commerciale”, pagg. 515 e ss., UTET;

2)Franco Di Sabato “Manuale delle società”, pagg. 756 e ss., UTET

3)Franco Di Sabato “La nuova disciplina della fusione” in Rivista di Diritto dell’Impresa, 1992;

4)Francesco Ferrara, “Il Fallimento”;

5)Francesco Galgano “Trattato di Diritto Civile e Commerciale”,       vol. III, CEDAM;

6)Bartolomeo Quatraro “La Revocatoria Fallimentare e le presunzioni dell’art.67, primo e secondo comma legge fallim.” In Rivista di Diritto Fallimentare, pagg. 1338 e ss., 2001;

7)Pietro Rescigno “Trattato di diritto privato”, vol. XVII, pagg.336 e ss., UTET;

8)Antonio Serra, Marco Saverio Spolidoro “Gli effetti della     fusione” in Fusioni e Scissioni di società dei Quaderni di Diritto Commerciale Europeo a cura di Carlo Angelici e Giorgio Marasà, Giappichelli Editore, Torino;

9)Giuseppe Zizzo voce “Fusione” in Digesto delle Discipline Privatistiche, Sezione Commerciale, UTET;

 

1)        Cassazione Civile, sez. I, 7 luglio 1999, n.7064 ne Il Fallimento, 2000, pagg.1003 e ss.;

2)        Tribunale di Napoli, 30 luglio 1999 ne il Diritto Fallimentare, 2000, II, pagg.188 e ss.;

3)        Tribunale di Pescara 14 settembre 1999 in P.Q.M., 2000 in tema di consecuzione delle procedure concorsuali e computo del periodo sospetto;

4)        Cassazione civile, sez. I, 29 settembre 1999, n.10792 in tema di consecuzione delle procedure concorsuali e computo del periodo sospetto ne il Fallimento, 2000, pagg. 1251 e ss.;

5)        Cassazione civile, sez. I, 10 novembre 1999, n.12451 in tema di presuntività della scientia decoctionis in Diritto e Pratica delle Società, 2000, fasc.16, pagg.63 e ss.;

6)        Corte D’Appello di Bologna, 13 aprile 2000 ne Il Diritto Fallimentare, 2000, II, pagg.782 e ss.;

7)        Cassazione Civile, sez. I, 19 maggio 2000, n.6530 in tema di carattere presuntivo della scientia decoctionis ne Il Fallimento n.4/2001;

8)        Cassazione civile, sez. I, 21 luglio 2000, n.9578 in tema di prova della scientia decoctionis ne Il Fallimento n.9/2001;

9)        Cassazione Civile, sez. I, 7 febbraio 2001, n.1719 in tema di accertamento della scientia decoctionis ne Il Fallimento n.6/2001.


 

[1] Tratto dalla sentenza medesima.

[2] idem

[3] Si veda per tutti, Ferrara, Il Fallimento, secondo il quale la “normalità dei mezzi di pagamento si giudica in base a criteri astratti secondo la concezione del commercio”. Per cui sono da considerare “normali”, mezzi di pagamento quali il denaro, le cambiali, gli assegni bancari e circolari, i giroconti ed i bonifici bancari; sono, a contrario, da considerare mezzi “anomali” di pagamento le datio in solutum e le cessioni di crediti con il solo limite, secondo taluna giurisprudenza (per tutti, Cass. 18/07/1987 n.6467 in Foro It., 1988,1215) della previsione in contratto del mezzo anomalo con espressa pattuizione in tal senso tra le parti. 

[4] Da ultimo, Cass., 21/07/2000 n.9578 in Foro it., 2001, 1090;

[5] Si vedano per tutti, T. Pescara 14/09/1999 in P.Q.M., 2000, p.45 e Cass. 29/09/1999 n.10792 in Foro it., 2000, p.1251 ss. per le quali, infatti, nel caso di consecuzione di procedure concorsuali, il termine a ritroso per il computo del “periodo sospetto” di cui all’art.67 legge fallim. Decorre dalla data del provvedimento di ammissione della prima procedura;

[6] Rapporto di C/C, con o senza anticipazione, con o senza anticipo su fatture, ecc, da cui discende la possibilità per le banche di apprendere i bilanci dei propri clienti per, tra gli altri, ricavare dati sintomatici di conoscenza dello stato di insolvenza (Rebecca – Sperotti, La Revocatoria di rimesse Bancarie, Milano, 1998, p.21 ss).

[7] Fra le altre, Cass. 7/07/1999 n.7064 in Il fall., 2000, p.1251 ss. e Cass. 10/11/1999 n.12451 in Dir. e prat. Soc., 2000, fasc.16, p.63 ss. ed ancora, T. Napoli 30 luglio 1999 in Dir. Fall., 2000, p.188 ss., App. Bologna 13/04/2000 in Dir. Fall., 2000, p.782 ss.;

[8] G. Tarzia nota Cass. 26/07/2000 n. 9796, in Foro It., 2001, I, p. 1296 ss.;

[9] Nell’art.13 della Relazione allo schema di legge delegata, viene giustificata la scelta di riprodurre integralmente il comma 4° dell’art. 2504 c.c. affermando che “una descrizione maggiormente analitica e dettagliata degli effetti della fusione è sembrata da un lato superflua, dall’altro inopportuna, in base all’assunto che il compito del legislatore è quello di disciplinare il procedimento di fusione, piuttosto che quello di definire la natura giuridica dell’istituto”;

[10] Oppo, Quatraro e Salafia e numerosa giurisprudenza fino ai primi anni ’90, tra la quale T. S. Maria Capua Vetere, 7/02/91 in Riv. Notar., 1992, p.638; Cass. 5/7/1993 n. 7321, ined. e Cass. 11/02/1992 n.1528 in Foro it., 1993, p.178;

[11] Taluni autori, tra i quali Rescigno, Trattato di Diritto Privato, vol.17, Utet, p.336 e ss., parlano di successione ereditaria al pari di quanto si verifica in capo alle persone fisiche ma, posto che, con la fusione si realizza il trasferimento di tutti i rapporti giuridici comprese le partecipazioni sociali si arriverebbe al paradosso di avere soci che “succedono a se stessi” (Galgano);

[12] Invero, per Di Sabato, Manuale delle società, Torino, 1999, p.756 ss., “questa scelta di politica legislativa viene poi utilizzata con notevole frequenza, (…) unicamente per conseguire risparmi di imposte, come accade quando una impresa in utile incorpora una impresa che ha subito perdite negli esercizi precedenti”;

[13] Cottino, Diritto Commerciale, I, Padova, 1994, p. 631 ss.. A tal proposito appare suggestiva l’immagine utilizzata da Di Sabato, Manuale delle Società, cit.): così come dall’unione di due molecole di idrogeno ed una di ossigeno viene fuori una sostanza nuova, l’acqua, appunto, così con la fusione, le società incorporate perdono la loro individualità nel nuovo organismo ma lo caratterizzano con il portato della unificazione dei loro patrimoni e delle loro strutture organizzative. 

[14] Infatti, non sono previste né la garanzia di una maggioranza qualificata né la possibilità di esercizio del diritto di recesso da parte dei soci dissenzienti, tranne che per il caso di fusione in società non quotata in Borsa se la società fusa o incorporata si caratterizzava per la quotazione delle proprie azioni;

[15] Calì, Questioni in tema di scissione nei Quaderni di Giurisprudenza commerciale, 1997, p.36 ;

[16] Stefano Valerio, Natura giuridica della fusione: fenomeno successorio o modificazione dell’atto costitutivo?, Giur. Comm. , 1996, p.470 ss, nota a Cass. n.833/94, idem;

[17] Bavetta, La scissione nel sistema delle modificazioni societarie, Giur. Comm., 1994, p.352 ss.;

[18] Di Sabato, La Nuova disciplina della fusione in Riv. Di Dir. Imp., 1992;

[19] Campobasso, Manuale di Diritto Commerciale, cit.;

[20] Ecco perché la banca convenuta è risultata soccombente allorché adduceva, tra l’altro, a sostegno della propria estraneità ai fatti de qua, il fatto che la cessione fosse avvenuta pro soluto, paventando, inoltre, una soppressione a suo carico del diritto di difesa ai sensi dell’art. 24 della Costituzione posto che, essendo esauriti gli effetti della cessione, non si era neppure potuta opporre alla fusione.

[21] Assume, cioè, rilievo agli effetti della dichiarazione di inefficacia dell’atto, la concreta situazione psicologica della parte al momento della stipula dell’atto poi impugnata, e non anche la semplice conoscibilità oggettiva ed astratta delle condizioni economiche della controparte; in tal senso, Cass. 10/11/1999 n.12451 in Dir. e prat. Soc., 2000, fasc.16, p.63 ss. e Cass. 07/07/99 n.7064, cit.;

[22] G. Tarzia, idem.

[23] Tarzia, cit.

[24] Massimo Fagiani, La revocatoria fallimentare nelle prospettive di riforma, Foro it., 2001, n.9, p. 253 ss.;

[25] Così testualmente dalla relazione governativa.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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