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Clausole vessatorie e convenzione di Vienna

Di Caterina Panzarino

14 gennaio 2002

 

Introduzione

 

Con questo lavoro si vuole dare uno sguardo al rapporto tra la disciplina del nostro codice civile in tema di clausole vessatorie, e la convenzione di Vienna del 1980 sulla compravendita internazionale di beni mobili, per tentare di capire in quale rapporto esse si trovino.

Si procederà analizzando sia la disciplina dell’art. 1341 del nostro codice civile e poi quella dell’art. 1469 bis e seguenti, (introdotti in seguito al recepimento della direttiva comunitaria n°13 del 1993), per poterne valutare l’eventuale compatibilità con la disciplina sulla compravendita internazionale.

Prima però di passare a tale raffronto, si dovrà necessariamente dare conto dell’ambito di applicazione della convenzione di Vienna e poi, anche, della disciplina del nostro ordinamento in tema di clausole vessatorie.

E', tuttavia, necessario, chiarire, brevemente, che cosa sia una clausola vessatoria. Per poter valutare la vessatorietà di una determinata pattuizione contrattuale è necessario guardare al contenuto delle clausole ed ai soggetti coinvolti nell’attività contrattuale.

Saranno, così, vessatorie[1] quelle clausole che determineranno a carico di uno dei contraenti un significativo squilibrio contrattuale nei diritti e negli obblighi derivanti dall'assetto negoziale considerato.

A questo punto, è opportuno citare brevemente la disciplina degli artt. 1469 bis e seguenti del codice civile in tema di clausole vessatorie nei contratti dei consumatori. Essa non è altro che l'attuazione in Italia di una direttiva comunitaria, la nº13 del 1993, nella quale vi e la previsione di norme a tutela del cosiddetto “contraente debole”.

In particolare, la disciplina del capo XIV bis de codice civile contiene la disciplina delle clausole vessatorie nei contratti conclusi tra professionista (persona fisica o giuridica, pubblica o privata, che contrae nel quadro della sua attività professionale o imprenditoriale) e consumatore (persona fisica che contrae per scopi estranei all’attività professionale o imprenditoriale eventualmente svolta). Il nostro codice civile, in questi casi, prevede l’inefficacia relativa della clausola vessatoria che quindi non avrà effetto nei confronti del consumatore. Occorre comunque, per avere le idee più chiare richiamare alcune disposizioni di tale capo del codice:

“Nel contratto concluso tra il consumatore ed il professionista, che ha per oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi, si considerano vessatorie le clausole che, malgrado la buona fede determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto” (art. 1469 bis, 1°comma)

“Le clausole vessatorie ai sensi degli articoli 1469 bis e 1469 ter sono inefficaci, mentre il contratto rimane efficace per il resto.”(1469 quinquies).

 

L'ambito di applicazione della convenzione di Vienna

 

Prima di passare all’analisi del rapporto tra la convenzione di Vienna e le clausole vessatorie, come si e già detto, si deve comprendere quale sia l'ambito di applicazione della Convenzione di Vienna[2], anche perché in tal modo potremo dare risposta ad uno dei quesiti a cui ci siamo proposti di rispondere.

Dobbiamo fare riferimento, per prima cosa, all'articolo 1 della Convenzione rubricato, appunto ambito di applicazione secondo cui:

"La presente Convenzione si applica ai contratti di vendita di merci fra parti aventi la loro sede d'affari in Stati diversi:

1.       quando tali stati sono stati contraenti; oppure

2.       quando le norme di diritto internazionale privato portano alla applicazione della legge di uno stato contraente.

Non si terrà conto del fatto che le parti abbiano la loro sede d'affari in Stati diversi quando ciò non risulti né dal contratto, né da precedenti rapporti d'affari intercorsi tra di loro né da informazioni fornite dalle stesse in qualsiasi momento anteriore alla conclusione del contratto o al momento anteriore alla conclusione del contratto o al momento della sua conclusione.

Non si terrà conto per l'applicazione della presente convenzione né della nazionalità delle parti, né del carattere civile o commerciale delle parti o del contratto"

La convenzione di Vienna dello 11 aprile 1980 si applica, quindi, alle vendite internazionali ed il carattere dell’internazionalità viene dedotto con riferimento alla sede di affari delle parti contraenti, se essa si trova in due stati diversi allora si tratterà di vendita internazionale. Tuttavia, tale circostanza dovrà risultare dal contenuto del contratto di vendita, dalle trattative che lo hanno preceduto oppure dalle informazioni che le parti si sono reciprocamente scambiate prima della conclusione del contratto. Oltretutto, la norma sottolinea l’assoluta irrilevanza della nazionalità delle parti contraenti, della qualificazione giuridica, civile o commerciale e del tipo di vendita posta in essere dalle parti contraenti.

Ma quello che qui più interessa è l'articolo 2 della Convenzione rubricato Vendite escluse dalla convenzione:

"La presente convenzione non si applica alle vendite"

a) di merce acquistata per uso personale, familiare o domestico, a meno che il venditore in un qualsiasi momento anteriore alla conclusione del contratto o all momento della sua conclusione, non sapesse, ne fosse tenuto a sapere che la merce venisse acquistata per tale uso;

 

Il rapporto tra la Convenzione di Vienna e gli articoli 1469 e seguenti del codice civile

 

Si è già accennato agli articoli 1469 bis e seguenti del codice civile che concernono la disciplina delle clausole vessatorie nel caso dei contratti dei consumatori, è opportuno qui ricordare che a norma dell’art. 1469 bis viene considerato consumatore “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale e professionale eventualmente svolta”, mentre il professionista “è la persona fisica o giuridica, pubblica o privata che, nel quadro della sua attività imprenditoriale o professionale, utilizza il contratto che ha per oggetto la cessione di beni o la prestazione di servizi”.

Quindi, si tratta di una disciplina che ha dei limiti soggettivi molto precisi, e confrontando tale norma con l'articolo 2 della convenzione di Vienna che, come abbiamo detto, contiene l'elenco dei casi che non rientrano nella sfera di applicabilità della disciplina da essa dettata comprendiamo come, la disciplina degli articoli 1469 bis e seguenti del codice civile non sia applicabile alla compravendita internazionale di beni mobili. Tale inapplicabilità deriva dal fatto che la compravendita internazionale di beni mobili per uso personale, familiare o domestico, ossia quella vendita cosiddetta al consumo che vede come principale protagonista proprio il consumatore, è esclusa dall'ambito di applicazione della convenzione.

Il primo quesito che si e posto la dottrina e stato quello di capire il perché di tale esclusione. Diverse sono state le ipotesi formulate a questo proposito.

Alcuni autori[3] hanno sostenuto che tale esclusione sia giustificata dalla volontà, manifestata anche in sede di redazione dell'articolo 2, di non rendere questa disciplina applicabile "a situazioni che abbiano una importanza soltanto locale", altri[4] hanno sottolineato, invece, che tale esclusione sia motivata dal fatto che a livello internazionale le vendite di questo tipo siano piuttosto limitate.

Altri[5] ancora ritengono che si tratti di una scelta determinata dalla volontà di evitare qualsiasi contrasto tra la disciplina della convenzione e le norme dei singoli ordinamenti nazionali in tema di tutela dei consumatori (si deve a questo proposito ricordare che l'espressione usata nell'articolo 2 della Convenzione che parla di vendita per "uso personale, familiare o domestico" e stata introdotta sostituendo quella che era la terminologia utilizzata nei primi progetti che si riferiva espressamente alle vendite a consumatori).

Dopo aver compreso che le vendite a consumatori sono escluse dall’ambito di applicazione della Convenzione di Vienna, è necessario, però, soffermarsi sempre sull’articolo 2 lettera a) della stessa per comprenderne meglio l’inciso finale. Si è detto che la convenzione non si applica alle vendite di merce per uso personale, familiare o domestico, “a meno che il venditore in qualsiasi momento anteriore alla conclusione, non sapesse, ne fosse tenuto a sapere che la merce venisse acquistata per tale uso”. Questo significa che la destinazione al consumo dei beni mobili acquistati non porta all’inapplicabilità della Convenzione di Vienna nel caso in cui il venditore la ignorasse o non fosse in grado di conoscerla al momento della conclusione del contratto, non importa, invece, se il venditore ne venga a conoscenza successivamente.

Il criterio appena descritto della “riconoscibilità della destinazione al consumo del bene” è stato al centro di vivaci discussioni, in particolare concernenti l’onere della prova relativo all’operatività della Convenzione.

Secondo alcuni autori[6], l’onere della prova è accollato al venditore che deve essere in grado di provare di aver ignorato o di non essere stato in grado di conoscere la destinazione al consumo dei beni venduti.

Secondo altri[7], il problema dell’onere della prova andrà risolto nella maniera il più possibile flessibile, e non secondo le regole processuali nazionali, poiché, in alcuni casi, anche il compratore e non solo il venditore potrà essere interessato all’applicazione della Convenzione e quindi tale onere dovrebbe ricadere in capo a chi richieda l’applicazione della disciplina uniforme indipendentemente dal fatto che sia venditore o compratore.

Accanto al problema dell’onere della prova, si pone quello dei criteri di cosiddetta “riconoscibilità” della destinazione al consumo dei beni, diversi ne sono stati proposti[8].

Si è detto ad esempio che la destinazione al consumo di un bene possa essere dedotta dal fatto che quest’ultimo sia idoneo ad un uso prettamente personale, (si pensi all’abbigliamento o ad attrezzi sportivi). Altro indice utilizzato per dedurre la destinazione al consumo del bene o meno è quello della quantità acquistata. Naturalmente, nel caso in cui vi sia l’acquisto di più beni dello stesso genere, (anche se si tratta di abbigliamento o di attrezzi sportivi), si potrà presumere con un ragionevole grado di probabilità che non si tratti di vendita al consumo.

Infine, accanto ai criteri appena indicati, che attengono all’oggetto della vendita, ve ne sono altri connessi con la persona del compratore. Avremo, quindi, che per trattarsi di vendita al consumo, il compratore non dovrà operare in “veste d’affari” ossia ad esempio per conto di un’impresa commerciale o fornendo l’indirizzo di uno studio medico o legale o utilizzando carta intestata di un’impresa commerciale, o svolgendo le trattative nei locali di un’impresa commerciale.

 

Il rapporto tra la Convenzione di Vienna e l'articolo 1341 del codice civile

 

Anche in questo caso, prima di procedere all’analisi del rapporto tra l’articolo 1341 del codice civile e la Convenzione di Vienna, si deve dare uno sguardo proprio a tale norma del codice civile per comprendere la sua portata ed il suo valore.

Tale norma è rubricata proprio Condizioni Generali di Contratto e stabilisce che:

“Le condizioni generali di contratto predisposte da uno dei contraenti sono efficaci nei confronti dell’altro, se al momento della conclusione del contratto questi le ha conosciute o avrebbe dovuto conoscerle usando l’ordinaria diligenza.

In ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le dispone, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto, o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente: decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria”.

Le condizioni generali di contratto vengono, generalmente, predisposte unilateralmente da uno dei contraenti per regolare uniformemente una serie di rapporti contrattuali. Essendo questa la loro funzione, il predisponente, solitamente, ma non necessariamente sarà un imprenditore il quale avrà ogni interesse a fare sì che la contrattazione con la clientela e con i fornitori si mantenga uniforme.

Tuttavia tale normativa si deve dire, preliminarmente, fornisce una tutela solo formale a quello che può essere definito contraente debole. Infatti, sicuramente, una doppia firma, ossia il requisito richiesto dall’articolo 1341, 2° comma, non assicura che il contraente debole sia effettivamente consapevole degli obblighi che sta assumendo con la conclusione di un determinato contratto.

Passando ora ad analizzare il problema che concernente la possibilità di applicare la disciplina del 1341 codice civile alle compravendite internazionali che ricadono nell’ambito di applicazione della Convenzione di Vienna, si deve partire dalla analisi della disciplina dettata dalla stessa in tema di forma del contratto di compravendita. Si deve fare riferimento all’articolo n°11 della Convenzione in tema di compravendita internazionale che stabilisce che:

“Un contratto di vendita non necessita di essere concluso o provato per iscritto, e non sottoposto ad alcun altro requisito di forma.

Esso può venire provato con ogni mezzo, anche per testimoni”

La convenzione, quindi, lascia la massima libertà ai contraenti in tema di forma del contratto, e non contiene alcuna norma che faccia riferimento esplicito al trattamento da riservare alle clausole vessatorie, ecco perché questo è stato uno dei problemi più rilevanti posti da tale normativa.

E’ opportuno a questo punto fare due discorsi, uno per il 1341, 1° comma del codice civile e l’altro per il 1341, 2° comma del codice civile. Per quel che concerne il primo comma della disciplina codicistica richiamata, si deve dire che si trovano davanti ad una situazione in cui le condizioni generali predisposte da una parte o siano riprodotte a tergo o su un documento separato o non siano espressamente richiamate nel testo contrattuale ed in questo caso, come si è visto, il nostro codice civile stabilisce la loro efficacia solo se la controparte le conoscesse, ma anche se avrebbe dovuto conoscerle, usando l’ordinaria diligenza.

Viene sostenuto[9], che in tali situazioni, comunque, non sia applicabile la disciplina del 1341, 1° comma nel caso in cui si tratti di operazioni negoziali che rientrino nell’ambito di applicazione della convenzione di Vienna. Questo perché, la Convenzione richiamata, non contiene alcuna apposita disciplina in tal senso, e non lascia neppure spazio all’applicazione della disciplina nazionale. Inoltre tale autore ritiene che sia poco probabile che “condizioni generali di contratto non richiamate possano rientrare tra le pratiche instauratesi tra le parti (art. 9 comma 1 della convenzione di Vienna), se non in casi eccezionalissimi”.

Passiamo ora al discorso, sicuramente più complesso concernente l’articolo 1341, 2° comma che, come si è già detto, elenca una serie di clausole contrattuali appartenenti alla categoria delle clausole vessatorie le quali per poter entrare legittimamente a far parte di un assetto negoziale necessitano di essere approvate specificamente.

Si è anche già richiamato l’articolo 11 della Convenzione di Vienna in tema di libertà di forme ed è, infatti, proprio sulla base di questa norma che molti autori[10] hanno risolto il problema della compatibilità o meno dell’articolo 1341, 2° comma del codice civile rispetto alla Convenzione di Vienna.

A tale proposito, si deve premettere che la dottrina non è unanime e che differenti opinioni si sono scontrate, proprio a causa di una chiara lacuna della disciplina internazionale a questo proposito, come differenti sono le concezioni di partenza che hanno portato alle medesime conclusioni.

Una prima dottrina[11] parte da due presupposti, ossia dal fatto che la Convenzione di Vienna non contiene alcuna normativa esplicita in tema di clausole vessatorie e dal fatto che l’art, 11 della stessa stabilisce la assoluta libertà di forma da parte dei contraenti con riferimento ai contratti di compravendita internazionale che comporta la libertà di provarlo con ogni mezzo.

Da ciò deriva che le parti contraenti avranno la possibilità di derogare a tale norma (l’art. 11) avvalendosi della possibilità fornita dall’articolo 6 della convenzione e quindi della facoltà di utilizzare condizioni generali di contratto, le quali potranno anche prevedere il rispetto di forme particolari e determinate quali ad esempio l’accettazione scritta delle condizioni stabilite dal proponente.

Tuttavia, l’autore sottolinea che in simili ipotesi, le parti contraenti non saranno, comunque, “tenute al rispetto del requisito formale della doppia sottoscrizione previsto dall’articolo 1341, 2° comma del codice civile”.

Si deve, in ogni caso, precisare che per poter comprendere tale posizione, é necessario chiarire che tale autore considera il requisito della approvazione specifica tra i requisiti di forma dei contratti e quindi, non richiedendo la Convenzione di Vienna il rispetto di alcun requisito di forma, neppure quello richiesto dall’articolo 1341, 2° comma sarà necessario.

Secondo altra dottrina[12], che tuttavia giunge alle stesse conclusioni, l’inapplicabilità della disciplina prevista dall’articolo 1341, 2° comma alla compravendita internazionale sarebbe giustificata dal fatto che nei commerci e nei traffici internazionali anche la parte non predisponente, ossia quella che non ha partecipato alla redazione delle singole clausole vessatorie non necessiterebbe di una particolare tutela. Tale dottrina è stata criticata[13] poiché, come giustamente è stato affermato, il fatto di operare a livello internazionale non implica che vi sia una parità di potere economico e contrattuale tra i singoli operatori[14].

 Vale la pena a questo punto di annoverare un’altra importante posizione che è quella di M.J. Bonell[15] che seppure risalente nel tempo, (prima della entrata in vigore della Convenzione di Vienna, con riferimento alle clausole vessatorie sotto la vigenza della convenzione dell'Aja, che su questo tema in nulla si discostava dalla convenzione di Vienna ossia non conteneva nessuno specifico riferimento alle clausole vessatorie ed alla loro disciplina), conserva la sua attualità.

Il Bonell ritiene che l'articolo 1341, 2º comma non necessiterebbe di essere applicato in tutti quei casi in cui manchi quello che è l'elemento caratterizzante delle clausole vessatorie, ossia la predisposizione unilaterale da parte di uno dei contraenti e questo sarebbe il caso della compravendita internazionale, poiché nel commercio internazionale le condizioni generali di contratto vengano generalmente predisposte da organizzazioni internazionali o sopraregionali. In questi casi, la specifica approvazione delle singole clausole non sarebbe necessaria poiché le clausole vengono determinate da una istanza estranea alla volontà di entrambe le parti.  In presenza, quindi, di tale presupposto (la predisposizione da parte di terzi), vi sarebbero una serie di clausole per le quali non si ritiene necessario lo specifico requisito dell’approvazione apposita.

Tra queste, per la frequenza con cui ricorrono nella contrattazione internazionale e per le numerose discussioni che si sono affrontati sulle stesse, si ritiene che non necessitino di specifica approvazione per iscritto le clausole che stabiliscono ad esempio una deroga alla giurisdizione italiana a favore della giurisdizione di uno stato straniero o anche quelle che attribuiscono la competenza ad arbitri esteri o internazionali.

L’autore sottolinea che è vero che tale risultato “è raggiungibile, semplicemente, perché nel singolo caso concreto basterebbe considerare competente, ai sensi dell’articolo 26 delle disposizioni sulla legge in generale, una legge straniera”, tuttavia, anche nel caso in cui dovesse essere applicabile la normativa italiana, egli dice che, nonostante la applicabilità dell’articolo 2 del codice di procedura civile, e della normativa speciale in tema delle convenzioni internazionali in materia, per la validità di tali clausole sarebbe in ogni caso necessario un atto scritto. Ma per quel che concerne l’ulteriore esigenza della approvazione specifica a norma del 1341, 2° comma, egli sostiene richiamando il Gaia[16] che “tenuta conto la ratio e la lettera della norma si può escludere che debbano essere approvate specificamente le clausole che sono a vantaggio del contraente più forte e quelle che sono contenute in moduli o formulari predisposti non da una sola parte o da una categoria alla quale appartiene una sola parte, ma di uso frequente nel settore nel quale commerciano entrambe le parti”.

Altra teoria è quella del Ferrari[17], il quale ritiene che quello della applicabilità dell'articolo 1341 secondo comma del codice civile alla compravendita internazionale, deve essere considerato un problema di forma, per poter poi verificare se il requisito dell'approvazione specifica diventi superflua nel momento in cui tali clausole vessatorie vengano introdotte in un contratto di compravendita internazionale.

L’autore, a questo punto, richiama la dottrina già citata di Herber[18], il quale aveva sottolineato che l'articolo 11 della convenzione di Vienna, che sancisce il principio della libertà di forma, non fa altro che vanificare uno degli scopi principali delle disposizioni normative che richiedendo la forma scritta spingono le parti, in particolare l'acquirente aderente, a riflettere consapevolmente sul significato e sulle conseguenze giuridiche del negozio di cui sono parte. Da ciò, deriverebbe l'inapplicabilità della disciplina codicistica dell'articolo 1341 secondo comma del codice civile alla compravendita internazionale. Tuttavia, secondo il Ferrari[19], questa scelta non significa che se la legge applicabile, a quanto non espressamente disciplinato dalla convenzione, sia quella italiana il contraente debba essere vincolato a clausole vessatorie che "al momento della conclusione del contratto non gli erano note, seppure conoscibili".

Il Ferrari sottolinea che se la specifica sottoscrizione delle clausole vessatorie previste dall'articolo 1341 secondo comma del codice civile vuole ristabilire, in tali ipotesi la regola del consenso a cui invece fa eccezione il primo comma della stessa norma che invece richiede quale requisito per l'efficacia delle condizioni generali di contratto "la mera conoscibilità di tali clausole, non può negarsi che anche nel caso in cui il requisito della forma dovesse venire a mancare in virtù dell'operatività dell'articolo 11 della convenzione di Vienna, le clausole vessatorie debbano essere dal contraente aderente conosciute per potere entrare a fare parte del contenuto contrattuale". Non basta quindi la loro conoscibilità usando l'ordinaria diligenza.

Altra ipotesi[20], invece, parte da un presupposto completamente diverso, poiché ritiene che quello previsto nell’articolo 1341, 2° comma del codice civile sia un requisito sostanziale di validità del contratto e poi richiama l’articolo 4 della Convenzione, secondo cui:

“La presente Convenzione disciplina esclusivamente la formazione del contratto di vendita ed i diritti e gli obblighi del venditore e del compratore derivanti da tale contratto. In particolare, salvo espressa disposizione contraria contenuta nella presente convenzione, essa non riguarda:

3.       la validità del contratto, delle sue singole clausole o degli usi;

4.      gli effetti che il contratto può avere sulla proprietà delle merci vendute.”

Partendo da tali presupposti, non si può fare a meno di concludere che la disciplina dell’articolo 1341, 2° comma del codice civile debba essere ritenuta applicabile anche ai contratti di compravendita internazionale, sottolineando anche il fatto che vi è un dubbio in dottrina sulla possibilità di applicare l’articolo 4 alle norme imperative del diritto interno concernenti aspetti regolati dalla convenzione e quindi anche alla forma.

 

CONCLUSIONI

 

Dopo aver analizzato una serie di opinioni dottrinali, si può dire che la stragrande maggioranza degli autori esclude la possibilità di applicare l’articolo 1341 del nostro codice civile alla compravendita internazionale, lasciando quindi un vuoto di tutela evidente.

A questo proposito, si potrebbe affermare che per poter creare una situazione di maggiore equilibrio contrattuale si dovrebbe propendere per la applicazione di tale norma anche nel caso di contratti di compravendita internazionale. Tuttavia, forse, la soluzione migliore sarebbe quella di una normativa transnazionale apposita, in tema di clausole vessatorie, in modo da poter affrontare e risolvere il problema dello squilibrio tra le parti contrattuali nella maniera migliore e soprattutto più confacente a quella che è la compravendita internazionale che di sicuro è dotata di caratteri suoi propri che portano a differenziarla dallo stesso negozio concluso a livello nazionale.

Lo stesso discorso vale per l’articolo 1469 bis e seguenti che come abbiamo visto, non può essere applicato, per una vera e propria impossibilità normativa, nel caso di compravendita internazionale di beni mobili, anche in questo caso sarebbe opportuno un intervento specifico in grado di dare soluzione definitiva e adeguata a tale problematica.


 

[1] GAZZONI F. Manuale di Diritto Privato, Milano, 1996, pag.852.

[2] CARBONE S. L’ambito di applicazione ed i criteri interpretativi della Convenzione di Vienna sulla Vendita Internazionale, in Atti del Convegno di S. Margherita Ligure, 1980, pag. 513.

[3] HERBER  Kommentar zum Einheitlichen, 1979, pag. 57.

[4] BONELL M. J. La revisione del diritto uniforme della vendita internazionale, in Giurisprudenza commerciale, 1980, volume I, pag.123.

[5] MEMMO Il contratto di Vendita internazionale nel diritto uniforme, in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, 1983, pag. 193.

[6] CARBONE S. L’ambito di applicazione ed i criteri interpretativi della Convenzione di Vienna sulla Vendita Internazionale, in Atti del convegno di S. Margherita Ligure, 1980, pag.513.

 

[7] FERRARI F. La vendita internazionale di beni mobili (artt. 1-13), supplemento al commentario del codice civile Scialoja/Branca, Bologna-Roma, 1994, pag. 65.

[8] FERRARI F. La vendita internazionale di beni mobili (artt. 1-13), supplemento al commentario del codice civile Scialoja/Branca, Bologna-Roma, 1994, pag. 66.

[9] BORTOLOTTI F. Diritto dei contratti internazionali, Padova, 1997, pag. 154.

[10] Tra gli autori che si sono interessati a tale tematica abbiamo: BONELL M. J. Le condizioni generali in uso nel commercio internazionale e la loro valutazione sul piano transnazionale, in Le condizioni generali di contratto a cura di Bianca M., Milano, 1981, pag. 117; BORTOLOTTI F. Diritto dei contratti internazionali, Torino, 1997, pag.154; FRIGO M. L’efficacia delle condizioni generali di contratto alla luce della Convenzione di Roma e di Vienna del 1980, in Diritto del Commercio Internazionale, 1993, pag. 521; FERRARI F. La vendita internazionale di beni mobili (artt.1-13), in supplemento al commentario del codice civile Scialoja/Branca, Bologna-Roma,1994, pag. 216. 

[11] FRIGO M. L’efficacia delle condizioni generali di contratto alla luce delle Convenzioni di Roma e di Vienna del 1980, in Diritto del Commercio Internazionale,1993, pag. 521.

[12] GIULIANO M. La giurisdizione civile italiana e lo straniero, Milano, 1970, pag. 190.

[13] GAJA G. La deroga alla giurisdizione italiana, Milano, 1971, pag. 190.

[14] A questo proposito, si deve dire, che quanto affermato dal Gaja (nell’ op. cit. pag. 190) era più corretto nel momento in cui lo ha affermato rispetto ad oggi, si pensi al commercio elettronico che attualmente permette a chiunque voglia di commerciare a livello internazionale.

[15] BONELL M.J. Le regole oggettive del commercio internazionale: clausole tipiche e condizioni generali, Milano, 1976, pag. 127.

[16] GAJA G. La deroga alla giurisdizione italiana, Milano, 1971, pag. 274.

[17] FERRARI F. La vendita internazionale di beni mobili (artt. 1-13), Supplemento a Commentario del Codice Civile Scialoja/Branca, Bologna-Roma, 1994, pag. 216.

[18] HERBER Kommentar zum Einheitlichen Kaufrecht,1979, pag. 36.

[19] FERRARI F. La vendita internazionale di beni mobili (artt. 1-13), Supplemento a Commentario del Codice Civile Scialoja/Branca, Bologna-Roma, 1994, pag. 218.

[20] BORTOLOTTI F. Diritto dei contratti internazionali, Padova, 1997, pag. 155. Tale soluzione alternativa è proposta dal Bortolotti nel suo manuale. Tale autore , tuttavia, aderisce ad altra teoria già enunciata.

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