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Il significato dell’espressione “capitale diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite”. Interpretazione giuridica ed economica degli artt. 2446-2447 c.c.

Di Vincenzo Di Vilio

21 gennaio 2002

 
1 Le finalità della riduzione del capitale per perdite.
 
Le società per azioni possono subire perdite di entità tale da ridurne il patrimonio netto a valori inferiori al capitale sociale. In tale ipotesi il capitale, a seconda dei casi, può o deve essere ridotto, per essere adeguato al patrimonio netto.
In relazione alla disciplina dettata dal legislatore, si devono distinguere tre ipotesi: perdita di capitale inferiore al terzo del capitale stesso; perdita di capitale superiore al terzo; perdita di capitale superiore al terzo ma di importo tale da ridurre il capitale al di sotto del limite legale.
Il primo caso non è espressamente regolato dalla legge; ad esso non si applica la disciplina degli artt. 2446 e 2447 c.c.. L’eventuale riduzione del capitale, di conseguenza, resta meramente facoltativa. Tale facoltà, prevista dall’art. 2433, 3° comma , c.c. corrisponde all’interesse dei soci alla ripartizione degli utili; la disciplina del secondo e del terzo, che costituiscono le ipotesi di riduzione obbligatoria del capitale sociale, è contenuta negli articoli 2446 e 2447 c.c. Più precisamente l’art. 2446 contempla l’ipotesi in cui la perdita del capitale è superiore al terzo, ma il valore del patrimonio netto residuo è uguale o superiore al capitale sociale minimo; quando invece la perdita non solo è superiore al terzo del capitale, ma riduce il valore del patrimonio netto al di sotto del minimo legale, trova applicazione l’art. 2447.
Sulla funzione delle norme che disciplinano la riduzione del capitale per perdite, la dottrina non è giunta a formulare conclusioni definitive.
In una recente massima del Tribunale di Grosseto si legge che l’obbligo, posto a carico degli amministratori, di convocare “senza indugio” l’assemblea per l’adozione degli “opportuni provvedimenti”, allorché si verifichino i presupposti dell’art. 2446, 1° comma, c.c., è volto “alla tutela dei soci e dei terzi aventi causa, dal pericolo del compimento di spregiudicate manovre da parte degli amministratori nel momento in cui la società è priva di tutto o della maggior parte del proprio capitale sociale”[1].
La ratio della norma individuata dal Tribunale non appare convincente; non si vede, infatti, come la tempestiva convocazione dell’assemblea possa tutelare i soci ed i terzi rispetto a spregiudicate operazioni degli amministratori in un momento di squilibrio finanziario della società, posto che i provvedimenti che l’assemblea dovesse assumere non potrebbero comunque limitare l’autonomia di gestione di questi ultimi e non potrebbero, in definitiva, impedire il compimento da parte loro di atti pregiudizievoli. Anche nell’ipotesi in cui l’assemblea deliberasse di ripianare le perdite di gestione, riportando la società in una situazione di equilibrio finanziario, gli atti di “mala gestio” conserverebbero tutta la loro potenzialità lesiva e potrebbero quindi riportare la società in una situazione di grave crisi finanziaria un momento dopo che la stessa ne fosse uscita.
I soci e i terzi saranno tutelati, rispetto alle operazioni poste in essere dagli amministratori, da altre norme del codice civile e, principalmente, dagli artt. 2392 e ss., che dettano condizioni e modalità di esercizio delle azioni di responsabilità che i soci ed i creditori sociali possono esperire nei confronti degli amministratori per atti di mala gestio. Il compimento di tali atti potrà inoltre essere giusta causa di revoca degli amministratori e costituisce comunque il presupposto dei provvedimenti che il Tribunale può assumere ai sensi dell’art. 2409 c.c. una volta che tanti soci che rappresentino un decimo del capitale sociale ovvero il pubblico ministero, a ciò sollecitato dai creditori sociali, denuncino gravi irregolarità di gestione.
Più correttamente, dunque, la ratio dell’obbligo di tempestiva convocazione dell’assemblea sancito dall’art. 2446 va individuata, conformemente alla migliore dottrina, nelle finalità di “informazione interna”, rivolte agli azionisti, affinché essi possano deliberare sulle eventuali iniziative da assumere per eliminare la situazione di squilibrio patrimoniale e contabile[2]: i soci, resi edotti dagli amministratori della situazione in cui versa la società, potranno decidere quali provvedimenti assumere per fronteggiare tale situazione oppure potranno limitarsi a prendere atto di essa, rinviando sino all’assemblea di approvazione del bilancio relativo all’esercizio successivo ogni tipo di provvedimento. 
Tuttavia, tradizionalmente, la riduzione del capitale per perdite è stata collegata con l’interesse dei creditori, in quanto sembrerebbe l’unico in grado di giustificare l’imposizione addirittura di un obbligo di ridurre il capitale quando ricorrano la fattispecie dell’art. 2446, 2° comma, oppure quella dell’art. 2447[3].
 
Non si vede, infatti, come la riduzione del capitale possa soddisfare i creditori della società, ai quali viene sottratto, almeno parzialmente, uno strumento per permettere la ricostituzione di quella parte della loro garanzia patrimoniale che si è venuta nel corso della gestione perdendo[4]. Infatti, con la riduzione del capitale la società potrà distribuire quegli utili di esercizio che, altrimenti, avrebbero dovuto essere vincolati a capitale fino al completo riassorbimento delle perdite.
Quanto poi ai creditori futuri, si osserva ancora che il loro interesse è sufficientemente tutelato dall’art.2250 c.c. (il quale impone di indicare negli atti e nella corrispondenza della s.p.a. non solo il capitale sociale, ma anche quello versato ed esistente), con la conseguenza che neppure da questo punto di vista si potrebbe spiegare l’obbligatorietà della riduzione del capitale per perdite oltre il terzo.
Più in generale, dunque, le finalità della riduzione del capitale per perdite viene comunemente individuata nella necessità di adeguare la cifra nominale del capitale alla sua entità reale, così da evitare che i terzi, che dovessero intrattenere rapporti con la società, si trovino a fare affidamento su  un capitale sociale in realtà inesistente[5].
Vi è sostanziale concordia, infine, sul fatto che la riduzione del capitale, anche quando non sia obbligatoria, da un lato, corrisponde all’interesse dei soci, in quanto rende possibile la distribuzione degli utili successivamente conseguiti che sarebbe altrimenti vietata, ai sensi dell’art. 2433 c.c., fino a che le perdite non venissero interamente coperte; dall’altro, realizza l’interesse della società che, effettuata la riduzione, potrà più agevolmente aumentare il proprio capitale e rivolgersi al mercato per collocare le azioni di nuova emissione.
 
1.2 Il concetto di perdita del capitale
 
1.2.1 Le ipotesi sostenute in dottrina. 
 
Nel corso della vita aziendale il manifestarsi di perdite di esercizio è, purtroppo, un fenomeno non infrequente. Non sono rare infatti le situazioni in cui, a causa di eventi interni o esterni all’azienda, può venire meno la condizione di equilibrio economico.
Queste situazioni richiedono, ovviamente, l’adozione di adeguati provvedimenti da parte della direzione, al fine di ricercare le cause della perdita e, quando ciò sia possibile, rimuovere le stesse e riportare la gestione in una posizione di equilibrio[6].
Il legislatore, come ricordato in precedenza,  rende obbligatorio l’intervento di amministratori e sindaci, quando le perdite abbiano superato un determinato limite. Il superamento di questo limite avviene “quando risulta che il capitale è diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite” (art. 2446, 1° comma, c.c.).
L’espressione adottata dal legislatore si può prestare a diverse interpretazioni in quanto il termine “capitale” è senza dubbio molto generico, e può essere oggetto di molteplici configurazioni (capitale sottoscritto, capitale versato, o anche patrimonio netto). Inoltre, una volta chiarito il significato di “capitale”, occorre stabilire la relazione esistente tra perdite e capitale per potere comprendere quando quest’ultimo “risulta diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite”.
Il problema è stato a lungo sottovalutato dagli studiosi e dalla giurisprudenza. In epoca più recente, invece, alcune decisioni giurisprudenziali, oltretutto contrastanti, hanno ravvivato il dibattito e lo hanno reso d’attualità.
In sostanza, le interpretazioni che, in un modo o nell’altro, emergono da questo dibattito sono le seguenti:
1) secondo una prima ipotesi, che potremmo definire “tradizionale”, la norma deve essere letta nel senso che la perdita vada calcolata sul capitale dopo che abbia eroso del tutto le riserve;
2) secondo una seconda ipotesi, più recente, la perdita vada calcolata sul capitale ancorché vi siano riserve intatte;
3) infine secondo una terza accezione la perdita va calcolata sull’ammontare del capitale sociale e delle riserve, cioè del patrimonio netto.
La prima ipotesi, risolve quindi i problemi interpretativi posti dalla norma in questo modo:
1) per “capitale” si deve intendere il capitale sociale;
2) I il capitale sociale diminuisce in conseguenza di perdite solo quando non esistono riserve o queste non sono sufficienti a coprire le perdite.
In altre parole, ciò significa che il valore del patrimonio netto che ha come componenti positivi il capitale sociale e le riserve e come componenti negativi le perdite dei vari esercizi, deve risultare inferiore ai due terzi del capitale sociale.
Quella descritta, è l’interpretazione “tradizionale” poiché in effetti è quella che più frequentemente si può riscontrare negli studi giuridici ed economico aziendali[7]. Gli studiosi di diritto l’avevano proposta già in epoca anteriore all’entrata in vigore del Codice Civile del 1942[8]. Successivamente essa è stata ribadita dalla maggioranza della dottrina giuridica[9] ed economico-aziendale. Per un lungo periodo, inoltre, nessuno ha mai contestato la validità di questa ipotesi ed infatti, come accennato, il dibattito sul problema è stato  a lungo inesistente.
Questa interpretazione è tuttora quella condivisa dalla maggior parte della dottrina e dalla giurisprudenza dominante[10].
Vediamo ora in concreto con un esempio a quale risultato può condurre l’interpretazione appena enunciata. Supponiamo di trovarci di fronte ad una società per azioni che abbia un patrimonio netto così composto:
 
capitale sociale
L.     900 milioni
Riserve varie
L.   1.500 milioni
Patrimonio netto
L.    2.400 milioni
 
In base alla prima ipotesi, l’intervento degli amministratori diventa obbligatorio quando la somma delle perdite dei vari esercizi supera il seguente limite:
 
Totale delle riserve
L.    1.500 milioni +
1/3 del capitale sociale
L.        300 milioni =
Ammontare delle perdite
L.      1.800 milioni
 
La seconda ipotesi, risolve, invece, il problema interpretativo in un altro senso: infatti, fermo restando, che, per capitale si deve intendere sempre il “capitale sociale”, si sostiene che quest’ultimo diminuisce in conseguenza di perdite non appena dette perdite si verificano, e ciò anche in presenza di riserve.
Secondo questa interpretazione, quindi, gli amministratori dovranno convocare “senza indugio” l’assemblea non appena il valore della perdita ha superato il valore del capitale sociale di oltre un terzo, a prescindere dall’esistenza o meno di riserve. Questa soluzione è stata in passato proposta molto raramente [11]. In epoca più recente, al contrario, parte della dottrina ed anche parte della giurisprudenza[12] ne hanno ribadito la validità.
In un intervento nel dibattito tra magistrati sul tema della “riduzione del capitale in misura superiore al terzo” un eminente giurista, Rordorf, sostenne che “la perdita vada riferita al capitale in senso stretto, e non anche al patrimonio netto della società, cioè alla somma del capitale e delle riserve di cui questa dispone. Quest’ultima interpretazione, infatti, non trova appiglio, non solo nel testo letterale della norma, ma neppure nella ragione ispiratrice di essa, che è rivolta alla tutela dei terzi (e dei creditori, in particolare), prima ancora dei soci, come è confermato anche dall’intervento del P.M., previsto dall’ultimo comma dello stesso art. 2446, e dalla sanzione comminata dal successivo art. 2630, comma secondo, n.2, che attribuiscono all’intera fattispecie un inconfondibile rilievo pubblicistico. Dunque, poiché nel sistema delineato dal legislatore, al capitale è attribuita indubbiamente una funzione di garanzia verso i terzi, assai più specifica ed accentuata che non alle semplici riserve delle società, sembra logico ritenere che la previsione dell’art. 2446 (nonché quella del successivo art. 2447) sia riferita proprio ed unicamente al capitale.
Tale conclusione , prosegue l’Autore, può apparire paradossale in alcune situazioni, nelle quali società che, avendo perso poco più del terzo del loro capitale, dispongano tuttavia di cospicue riserve di importo magari venti volte superiore a quello del capitale. ma in questi casi l’anomalia nasce proprio dall’esistenza di un rapporto, tra capitale e riserve, sicuramente diverso da quello tipico immaginato dal legislatore; ed allora l’apparente paradosso si risolve facilmente utilizzando l’esuberante riserva per reintegrare il capitale perduto e quindi, in definitiva, ripristinando un rapporto tra capitale e riserve più adeguato alla garanzia dei terzi”[13].
Questo discutibile orientamento è stato di recente riproposto da una sentenza della Corte d’Appello di Milano[14], la quale ha ripetuto che “l’entità delle perdite va posto a confronto con il capitale sociale nominale; e ciò anche in presenza di riserve di ammontare superiore alle perdite, qualora non sia stata specificamente deliberata dall’assemblea la copertura delle perdite stesse mediante utilizzazione delle riserve”.
Riferendoci allo stesso esempio fatto a proposito della prima interpretazione, qualora si adottasse questa seconda ipotesi, il limite da non superare sarebbe dato semplicemente da L. trecento milioni, cioè un terzo del capitale sociale a prescindere dalle riserve.
Secondo la terza ipotesi invece, per “capitale” bisogna intendere il patrimonio netto, che diminuisce, ovviamente, non appena si verificano la perdite.
Questa interpretazione ha trovato spazio solo in epoca recente. A dire il vero, anzi, nessun autore l’ha citata come propria, ma ne ha riportato il contenuto attribuendone la paternità ad altri e in ogni caso alla dottrina aziendalistica[15]. In realtà, questa è nata da un equivoco nell’interpretazione di una sentenza resa dal Tribunale di Udine, la quale affermando, coerentemente con la tesi tradizionale, che le perdite “incidono prima sulle riserve nell’ordine seguente, cioè facoltative, statutarie, legale, e solo successivamente sul capitale originario”, aggiungeva che gli artt. 2446 e 2447 c.c., “operano quando il patrimonio netto della società, comprensivo di tutte le riserve, ha un valore inferiore ai due terzi del valore del capitale nominale”.
Alcuni hanno equivocato l’espressione “patrimonio netto sceso al di sotto dei due terzi del capitale sociale”, facendo pensare a una contrapposizione tra “giuristi” e “aziendalisti”. In realtà l’espressione non deve essere intesa come “patrimonio netto diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite”, ma, significa che il valore delle perdite d’esercizio ha superato il valore delle riserve più un terzo del capitale sociale.
Peraltro, non si è registrata nessun altra decisione giurisprudenziale favorevole a questa interpretazione.
Tuttavia, questa ipotesi identifica in un terzo dell’ intero patrimonio netto il limite, superato il quale è obbligatorio l’intervento degli amministratori; nel nostro esempio le perdite dovrebbero essere superiori a ottocento milioni (un terzo di L. 2.400 milioni, cioè del patrimonio netto).
Appare dunque evidente come il limite del valore delle perdite oltre il quale scattano gli obblighi previsti dall’art. 2446 c.c. risulti molto diverso a seconda delle varie interpretazioni che si vogliono adottare. Nell’esempio fatto risulta: nell’ipotesi sub 1)  L. 1.800 milioni; nell’ipotesi sub 2) L. 300 milioni; nell’ipotesi sub 3) L. 800 milioni.
Si tratta, evidentemente, di valori molto divergenti tra loro. È quindi notevole l’importanza che assume il problema: una cosa è provvedere quando le perdite superano il valore di L. 1.800 milioni ed altro è essere costretti a provvedere quando esse superano L. 300 milioni o L. 800 milioni.
 
1.2.2  Conclusioni
 
Per individuare la corretta chiave di interpretazione della norma è necessario risolvere i problemi cui abbiamo accennato nel paragrafo precedente. In particolare, si tratta di chiarire il significato del termine capitale e il momento in cui le perdite causano una diminuzione del capitale.
Il primo problema non appare di difficile risoluzione. La regola fondamentale per l’interpretazione della legge stabilisce che “nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dall’intenzione del legislatore” (art. 12, disposizioni preliminari al c.c.). Nel nostro caso si tratta quindi di individuare che cosa intende il legislatore quando adotta il termine “capitale”.
Come è stato visto, in precedenza, finora vi sono state due diverse interpretazioni: da una parte chi ha attribuito al termine “capitale” il significato di “capitale sociale”; da un’altra chi ha ad esso attribuito il significato di “patrimonio netto”.
Da una breve disamina della normativa giuridica che disciplina le società per azioni, si giunge facilmente alla conclusione che il significato costantemente attribuito dal legislatore al termine “capitale” è quello di capitale sociale.
A tale proposito sarà sufficiente fare il seguente esempio: l’art. 2242 c.c. (passaggio di riserve a capitale) dispone che “l’assemblea può aumentare il capitale, imputando allo stesso la parte disponibile delle riserve e dei fondi speciali inscritti in bilancio”. Appare dunque evidente come il capitale cui imputare “la parte disponibile delle riserve” non può che essere il capitale sociale e certamente non è il patrimonio netto. Sarebbe infatti contraria ad ogni logica economica l’espressione “aumentare il patrimonio netto imputando ad esso le riserve”, in quanto le riserve già per loro natura costituiscono una componente positiva dello stesso patrimonio netto.
A conforto di questa tesi vi sono, poi, oltre all’art. 2442, numerose altre disposizioni del codice civile nelle quali l’uso del termine “capitale” sottende palesemente il concetto di “capitale sociale”[16]. Inoltre, allo stesso modo, quando il legislatore ha inteso riferirsi al concetto di patrimonio netto lo ha fatto esplicitamente[17].
Alla luce di queste considerazioni si può trarre una prima conclusione. Avendo infatti stabilito che per “capitale” si deve intendere il capitale sociale, viene a cadere il principale presupposto su cui si basava la terza delle ipotesi considerate nel paragrafo precedente. Essa infatti riferiva le perdite non al capitale sociale ma al patrimonio netto e per tale motivo non può costituire una valida chiave di lettura del primo comma dell’art. 2446.
Esclusa dunque la terza ipotesi, restano a contendersi il campo le altre due ipotesi. Per poter individuare quella più corretta è necessario risolvere il secondo problema. Si deve cioè comprendere in che modo le perdite possono causare una diminuzione del capitale sociale.
Il problema non è di difficile risoluzione; si tratta infatti di studiare quali sono le funzioni principali delle riserve e in quale ordine di relazione si pongano queste nei confronti del capitale sociale. In tal modo si potrà stabilire se le perdite incidono prima sulle riserve e poi sul capitale ovvero se accade l’esatto contrario. 
La dottrina ragionieristica, come detto nel precedente capitolo, ha da tempo individuato le due principali funzioni delle riserve: esse sono l’autofinanziamento e, quella che più propriamente ci interessa ai fini del nostro esame, l’autoassicurazione. Dunque, è fuor di dubbio, che la ritenzione di mezzi economici sotto forma di riserve serva a creare un cuscinetto protettivo del capitale sociale, onde affrontare determinate eventualità negative della dinamica futura[18]. Tra queste eventualità negative un posto di primo piano spetta, ovviamente, alle perdite d’esercizio.
Se dunque uno dei principali scopi delle riserve è quello di proteggere il capitale sociale dal rischio di essere intaccato dalle perdite, possiamo concludere che, finché esistono le riserve, il capitale sociale non potrà subire alcuna diminuzione in caso di perdite d’esercizio.
In conclusione, l’art. 2446 c.c., va letto in questo senso: ”Quando risulta che le perdite hanno raggiunto un ammontare pari alla totalità delle riserve più oltre un terzo del valore del capitale sociale”.
Bisogna aggiungere che l’applicazione concreta della norma in base alla seconda ipotesi sarebbe causa di numerosi inconvenienti e porterebbe a situazioni certamente contrarie allo spirito della norma.
In primo luogo, sarebbero trattate in modo uguale società aventi una situazione patrimoniale diversa; ad esempio una società con capitale pari a 1000, riserva legale pari a 0 e perdita pari a 1000 (e quindi con patrimonio netto uguale zero), verrebbe trattata come un’altra società avente 1000 di capitale, 1000 di riserva legale e 1000 di perdita, con un patrimonio netto uguale a 1000.
In secondo luogo, potrebbe prestarsi ad abusi in violazione del precetto dell’art. 2445 c.c., atteso che in questo modo, dopo aver ridotto il capitale per perdite, l’assemblea potrebbe deliberare la distribuzione ai soci delle riserve disponibili, ottenendo la stesso risultato concreto che si sarebbe raggiunto con una riduzione volontaria del capitale sociale, ma senza soggiacere alle formalità procedurali disposte dalla predetta norma e soprattutto all’alea dell’opposizione dei creditori.
Paradossalmente, poi, i creditori sociali, vedrebbero notevolmente indebolita la loro posizione. Infatti, se è vero che il capitale ha una funzione di garanzia assai più accentuata delle riserve, la diminuzione dello stesso significherebbe intaccare la posta più idonea a fungere da garanzia, lasciando intatte le riserve, che costituiscono la parte disponibile del netto, e perciò distribuibili in qualsiasi momento.
Infine, gli stessi azionisti o soci assenti o dissenzienti verrebbero ingiustamente espropriati di una parte della loro partecipazione nella società. Ingiustamente, in quanto la presenza di riserve non renderebbe assolutamente necessario un simile provvedimento. 
In una sentenza della Corte d’Appello di Milano del 1996, si sosteneva, inoltre, la necessità dell’intervento dell’assemblea per deliberare in sede ordinaria il riporto delle perdite a fronte delle riserve esistenti, in quanto queste ultime non coprirebbero automaticamente dette perdite. Tuttavia, richiedere che venga comunque convocata l’assemblea affinché questa provveda a coprire le perdite con le riserve perché altrimenti non si sa se il capitale è perduto o no, significa ammettere che sarebbe possibile ridurre il capitale per perdite pur in presenza di riserve, col brillante risultato – per i creditori – di rendere immediatamente dopo distribuibili le riserve, a capitale ridotto: aggirando comunque la norma sul rimborso del capitale.
Ai soci non è nemmeno consentito scegliere di far gravare le perdite su parti del netto maggiormente vincolate: dunque una decisione assembleare sulle parti del netto da utilizzare per la copertura delle perdite è pensabile solo con riguardo alla scelta tra parti di netto con eguale grado di vincolo, non tra parti di netto con diverso grado di vincolo. Ciò perché far gravare le perdite su uno strato caratterizzato da un più intenso vincolo di garanzia dei creditori, significa ridurre la garanzia di costoro, perché poi nulla impedirà ai soci di far uscire dal patrimonio sociale valori corrispondenti agli strati disponibili[19].
Pertanto, le prime ad essere intaccate saranno le riserve facoltative, e tra queste, quelle non destinate a scopi particolari. Ne consegue che se le perdite non superano l’ammontare delle riserve facoltative, le altre riserve rimarranno intatte. Solo dopo l’intero esaurimento delle riserve disponibili, verrà intaccata la riserva statutaria. Solo dopo questa, la riserva legale e da ultimo il capitale.
 
[1] Trib. Grosseto, Sez. Penale, 20 dicembre 1999, in Le società, n.10/2000, p. 1251.
[2] Così Nobili-Spolidoro, La riduzione di capitale, op. cit., p. 282.
[3] In tal senso Spada, Reintegrazione, op. cit., p.37; Belviso, Le modificazioni dell’atto costitutivo, op. cit., p. 131; Olivieri, op. cit., p. 130 e ss.
[4] Fenghi, La riduzione del capitale, Milano, 1974, p. 64.
[5] Sul punto, Ferrara-Corsi, Gli imprenditori e le società, Milano 1999, P. 644; Belviso, Le modificazioni dell’atto costitutivo nelle società per azioni, in Trattato di diritto privato, diretto da Rescigno, Torino, 1985, p.135, il quale osserva che “la riduzione del capitale sociale può vedere diversamente coinvolti gli interessi dei soci esistenti e di quelli futuri. Lasciando inalterato il capitale sociale, un aumento dello stesso porterebbe i sottoscrittori di nuove azioni ad accollarsi una parte del deficit societario preesistente al loro ingresso; consentendo di abbattere il capitale sociale, la perdita per contro verrebbe del tutto assorbita dai vecchi azionisti, l’operazione di aumento verrebbe quindi ad essere sterilizzata di un effetto che, se non conosciuto, potrebbe attribuirle un carattere addirittura truffaldino”; Campobasso, Diritto commerciale, II, Torino, 1999, p. 469; Quatraro - D’Amora, Le operazioni sul capitale, Milano, 1994, p. 321. In giurisprudenza, si veda, App. Milano 19 Gennaio 1999, in Le società, 2000, p.724.
[6] Fiori, La riduzione del capitale per perdite, 1989, p. 1.
[7] Fiori, La riduzione del capitale per perdite, 1989, p.3.
[8] Vivante, Istituzioni di diritto commerciale, vol. II, Milano, 1923,  p. 315: “Per decidere se la perdita raggiunga i limiti segnati dalla legge si deve porre a confronto la somma indicata nello statuto come capitale ed il valore presente del patrimonio sociale”.
- Navarrini, Delle società e delle associazioni commerciali, Milano, 1924, p. 785. “La riserva è un aumento del patrimonio sociale su cui verranno anzitutto a riversarsi le perdite della società.
- Soprano, Trattato teorico pratico delle società commerciali, Torino, 1934, vol. II, p. 704: “Le perdite della riserva non vulnerano mai il capitale sociale, ma soltanto la garanzia ausiliaria che quel fondo è destinato a costituire”.
- De Gregorio, Delle società e associazioni commerciali, Torino, 1938, p. 314: “Si pensi ad una società che abbia un milione di capitale ed ottocentomila lire di riserve varie: se non si dovesse tener conto (ai fini di stabilire se vi è stata la perdita di un terzo) del solo capitale nominale, nel caso di una perdita di un milione, e quindi di una rimanenza di sole 800.000 lire del capitale nominale, si avrebbe lo scioglimento di diritto se l’assemblea non deliberasse di reintegrarlo o di limitarlo”. La citazione di De Gregorio è particolarmente significativa perché mentre per gli autori precedenti poteva essere dubbio se il discorso si riferisse solo alla riserva legale o a tutte le riserve, in quest’ultimo autore, il cenno a 2800.000 lire di riserve varie” è assolutamente esplicito. Non vi è perdita di capitale fino a che le perdite incontrano, ed intaccano, delle riserve.
[9]Brunetti, Trattato del diritto delle società, II, Milano, 1948, p. 482;
Graziani, Diritto delle società, Napoli, 1959, p. 299: “Sembra chiaro che il complesso meccanismo degli artt. 2446 e 2447 deve entrare in funzione allorquando in conseguenza di perdite il valore di bilancio dell’attivo patrimoniale della società è inferiore di oltre un terzo al capitale sociale”. È chiaro che, menzionando l’attivo patrimoniale, l’autore intenda riferirsi, con terminologia impropria, al “netto patrimoniale”.
Ferrara, Gli imprenditori e le società, Milano, 1980, p. 544: “La norma si applica quando in conseguenza di perdite il patrimonio netto della società scende al di sotto dei due terzi del capitale sociale”.
Fenghi, La riduzione del capitale, Milano, 1974, p. 69: Tutto nasce quando risulta che il capitale è diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite ; quando cioè le perdite sono tali da intaccare le riserve e in più, per un terzo, il supplemento di garanzia rappresentato dal capitale”.
Cottino, Diritto commerciale, vol I, Padova, 1976, p. 742: “Non ogni perdita obbliga la società a provvedere. Anzitutto per la presenza di riserve, destinate, a fungere da cuscinetto ammortizzatore della congiuntura sfavorevole”.
Ferri, Le società, Torino, 1971, p. 323 e 581: “Le riserve accantonate sono destinate ad essere riassorbite nel caso in cui si verifichino perdite d’esercizio. Il riassorbimento è l’automatica conseguenza dell’emergenza delle perdite dal bilancio approvato dall’assemblea”.
Frè, Società per azioni, Roma, 1982, p. 820: “ fino a che queste (le perdite) sono assorbite dalle riserve, esse si manifesteranno attraverso la riduzione o la scomparsa delle cifre che indicano le riserve stesse nel bilancio: quando invece l’ammontare delle perdite supera quello delle riserve, esse intaccheranno il capitale”.
Ceccherelli, Le funzioni professionali del commercialista, Milano, 1974, p. 471
[10] Trib. Udine del 19 febbraio 1983: “Agli effetti degli artt. 2446- 2447 c.c., non occorre la riduzione del capitale sociale quando la perdita venga assorbita dalle riserve”, in Il diritto fallimentare, 1983, pt. II, p. 734; App. Trieste del 16 febbraio 1985: “Per calcolare la misura della perdita del capitale sociale, al fine dell’applicazione degli artt. 2446 e 2447 c.c., si deve preventivamente stabilire se la perdita può essere coperta dalle riserve e verificare se l’eventuale eccedenza sia superiore al terzo del capitale nominale o riduca questo al disotto del minimo legale”, in Le società, 1985, p. 971 ess., con nota di Vincenzo Salaria; App. Napoli, 29 gennaio 1988, in Le società, 1988, 736; Trib. Genova, 2 febbraio 1987, in Le società, 1987, 526 (con nota di Salaria, che in tal modo rivede la posizione dalui espressa in precedenti occasioni; nel senso che le perdite intacchino prima le riserve e poi il capitale); Trib. Brescia, 6 dicembre 1988 e App. Brescia, 20 marzo 1989, in Le società, 1989, 603; Trib. Napoli, 20 febbraio 1991, in Le società, 1991, 1236; Trib. Cassino, 21 novembre 1990, in Le società, 1991, 655; Trib. Genova, 6 giugno 1989, in Le società, 1990, 59; Trib. Napoli, 1° marzo 1994, in Le società, 1994, p. 959; App. Milano, 21 febbraio 1986 in Le società, 1986, p. 1231; Trib. Roma 16 maggio 1986, In Le società, 1986, p. 1317; Trib. Roma, 16 dicembre 1996, in Riv. dir. comm., p. 3036.
[11] In passato ha sostenuto questa tesi l’Amaduzzi, che prevedeva l’obbligo di convocare l’assemblea non appena le perdite avessero superato di un terzo il valore del capitale nominale. Tuttavia la posizione dell’Autore è da considerarsi una via intermedia tra la prima interpretazione e la seconda. Infatti l’Amaduzzi, pur sostenendo l’obbligo di convocazione dell’assemblea da parte degli amministratori, esclude tassativamente che, nel caso in cui vi siano riserve ad integrazione del patrimonio netto, si debba procedere alla riduzione del capitale sociale. In proposito si veda Amaduzzi- Paolone, I bilanci di esercizio delle imprese, Torino, 1986, p. 210; Amaduzzi, Le gestioni comuni, Torino, 1978, p. 234.
[12] Si veda la sentenza emessa dal Trib. di Trieste il 22 dicembre 1984: “Per calcolare la misura della perdita del capitale sociale, al fine dell’applicazione dei procedimenti previsti dagli artt. 2446 e 2447 c.c., la perdita deve essere riferita esclusivamente all’entità del capitale sociale, senza tenere in conto anche le riserve”. Da notare però che questa sentenza è stata capovolta dalla Corte d’Appello di Trieste che, nell’ambito dello stesso caso, ha accolto la prima tesi.
[13] Intervento di Rordorf nel dibattito tra megistrati, La riduzione del capitale sociale in misura superiore ad un terzo, pubblicato in Le società, 1983, p. 783.
[13] Intervento di Rordorf nel dibattito tra megistrati, La riduzione del capitale sociale in misura superiore ad un terzo, pubblicato in Le società, 1983, p. 783.
[14] App. Milano, 6 febbraio 1996, in Le società, 1997, p. 663
[15] Questa è l’opinione di Salafia, La riduzione del capitale per perdite va riferita al capitale nominale o al patrimonio netto?, in Le società, 1983, p. 1279.
[16] Si vedano gli artt. 2327, 2328, 2332, 2333, 2351, 2359, 2360, 2369, 2369-bis, 2372, 2374, 2397, 2410, 2420-bis, 2433, 2439, 2440, 2441, 2444, 2445 e 2448 c.c.
[17] Si vedano gli artt. 2325, 2350, 2353, 2394, 2403, 2437 e 2441 c.c.
[18] Caramiello, L’azienda: operazioni di gestione e dinamica dei valori,  Milano, 1986, p. 177.
[19] Colombo, Il bilancio e le operazioni sul capitale, in Aumenti e riduzioni di capitale, Milano, 1984 p. 47. Contrariamente a quanto detto, una parte della dottrina sostiene che l’assemblea è libera di scegliere quale tra le riserve ridurre per la copertura delle perdite. Unica eccezione sarebbe la riserva legale, che il legislatore ha posto quale baluardo a difesa del capitale dalle perdite, e che quindi non può essere ridotta se esistono riserve facoltative, statutarie, o la riserva sopraprezzo azioni.
 

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