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Foreign Sales Corporation: l'oggetto dello scontro commerciale UE-USA

Di Fabio Galletti

28 gennaio 2002

 
E' notizia di questi giorni  l' accoglimento del WTO (l' Organizzazione  del Commercio Mondiale) del ricorso europeo contro la legislazione statunitense sugli "incentivi", secondo l'ottica europea avallata dall'istituzione internazionale, previsti per i produttori americani.
Mi è parso quindi interessante ricostruire l'evoluzione del regime fiscale sulle esportazioni di beni e servizi americani, al fine di comprendere le ragioni che hanno condotto alla decisione del WTO, che potrebbe avere notevoli ripercussioni economiche e politiche, allorchè l ' UE optasse per un atteggiamento intransigente, mettendo in atto le misure di rappresaglia contro i prodotti americani (sanzioni fino a 4, 4miliardi di euro), nel caso in cui  l'Amministrazione americana non riducesse i dazi sulle importazioni dal vecchio continente oppure modificasse la normativa interna.
Circa vent'anni fa, nel 1984, l'amministrazione reaganiana, decise di introdurre una riforma fiscale che permettesse alle imprese commerciali (C-corporation, comparabile fiscalmente alla nostra società per azioni) di internazionalizzarsi, potendo beneficiare di un'imposizione fiscale più leggera sui profitti derivanti dalle vendite estere di beni o servizi formati per più del 50%, secondo il loro valore di mercato, da componenti americani.
Per realizzare ciò, era però necessario costituire delle società commerciali in Paesi qualificati, cioè Paesi che avessero concluso accordi con gli USA al fine di garantire un flusso di informazioni per l'autorità fiscale americana e permettere controlli sul loro operato. Quindi, in modo trasparente e con preventiva conoscenza del fisco americano, le società potevano commercializzare i loro prodotti al di fuori del territorio, costruendo , nei Paesi qualificati attraverso convenzioni con gli USA, strutture commerciali che venivano a beneficiare di un regime di esenzione fiscale, qualora risultassero delle "branches", ossia controllate da società americane, oppure di un regime di esenzione sui dividendi conseguiti dalle partecipazioni al capitale, allorchè possedessero una loro autonomia organizzativa e gestionale. In tal modo, le imprese esportatrici americane potevano ottenere una contrazione della pressione fiscale con una riduzione dell'aliquota, approssimativamente, dal tradizionale 35% al 29,75% o anche al di sotto di tale percentuale, in base al volume di vendite sui mercati esteri.
Fu durante gli anni '90 che multinazionali quali General Electric, Motorola, Microsoft, solo per citarne alcune, approfittarono di questo incentivo per ottimizzare i costi, usufruendo di un vantaggio  significativo rispetto ai concorrenti europei. Si decise quindi a scendere in campo, forse tardivamente, l'UE, presentando un ricorso al WTO contro la normativa americana sulle FSCs, ritenuto poi legittimo e del tutto fondato.
E' a questo punto importante enucleare le motivazioni della decisione della Corte d' Appello del WTO che hanno indotto a qualificare come "subsidy" la legislazione statunitense sulla Foreign Sales Corporation e ad indurre ad una riforma della medesima nei giorni scorsi nuovamente censurata.
L' organo giudiziario reputò il regime FSC come l ' equivalente di un aiuto di Stato dal momento che tale effetto si produce, riportando il testo della decisione, " ogni qual volta, verificandosene i presupposti, l'erario non eserciti la sua potestà impositiva, rinunciando ad essa e determinando un regime di esenzione fiscale ". La difesa degli Usa si reggeva sul fatto che formalmente era palese che si fosse in presenza di soggetti ubicati al di fuori del territorio nazionale e soggetti pertanto all ' imposizione dello Stato in cui erano stati costituiti. Ma proprio questo contribuì a rendere evidente la finalità dello strumento. Pur potendo creare delle strutture commerciali in Paesi a fiscalità ordinaria come la Francia, la Germania, tutti Paesi "qualificati" per la normativa FSC, i colossi dell'economia americana preferirono insediarsi in tax havens, in " rifugi fiscali", che consentissero di porre in essere strutture off shore gravate da un prelievo minimo quando non inesistente. Il dato statistico corrobora tale interpretazione: più del 50% delle FSCs furono costituite nelle Isole Vergini statunitense, la parte residua negli altri territori o Stati caraibici, offerenti  opportunità fiscali notevoli. Tale scelta di pianificazione fiscale assolutamente legittima risultava peraltro condizionata dall'assenza di un  credito sulle imposte locali assolte dalla FSC mentre, per converso, veniva riconosciuta l ' esenzione,  sui redditi generati e sui dividendi elargiti, dalla legislazione fiscale americana.
Nel corso del novembre 2000 vi fu una novazione legislativa che  avrebbe dovuto condurre al superamento delle agevolazioni per le esportazioni americane. Il nuovo regime, definitivamente in vigore dal 1 gennaio 2002, impedirebbe la costituzione di una FSC, conformandosi a quanto statuito dal WTO. Posta l ' abrogazione de iure del regime della FSC, possiamo con certezza affermare un superamento de facto? La risposta data dagli europei, condivisa a quanto pare dal Wto, è negativa. Una premessa comunque è obbligatoria: i beneficiari della nuova disciplina non sono solo gli statunitensi, benchè in primis siano loro a godere dei vantaggi, ma qualunque produttore straniero qualificato per il fisco americano, che venda prodotti al di fuori del mercato statunitense  prevalentemente composti da beni o servizi di origine statunitense. In tali frangenti, il soggetto straniero verrebbe assoggettato all ' imposizione americana ma potrebbe beneficiare dell'esenzione maggiore selezionata tra: a) il 30% sul reddito da vendite o locazioni dei beni o servizi; b) il 15% sul reddito complessivo delle transazioni estere; c)l ' 1,2% delle entrate lorde derivanti dai commerci esteri, con un massimale del 200% del valore determinato con il parametro prima esposto alla lettera b).
Il nuovo regime, noto come ETI (extraterritorial income), ripresenta, per gli esportatori americani, gli stessi vantaggi della previgente normativa. Ratione materiae è ugualmente prevista la non tassazione dei redditi ricavati dall ' esportazione di prodotti o, addirittura, a vantaggio delle multinazionali, l ' esenzione sui prodotti realizzati all ' estero direttamente, senza che vi sia il minimo contatto con il territorio americano, purchè si rispetti la percentuale sulla composizione già menzionata. Ratione personae si può invece notare un ' estensione a tutti gli operatori, siano essi S-Corporation ( società con 75 o meno azionisti ), che operano sul mercato interno e che hanno un regime comparabile a quello che è previsto dalla legislazione tributaria italiana per le società di persone, o anche  partnership od imprenditori individuali.
Appare pertanto evidente come la nuova legislazione possa favorire un ' espansione verso i mercati internazionali della piccola e media imprenditoria statunitense, conservando nella sostanza i benefici pregressi per le strutture d' impresa che già dispongono di una dimensione multinazionale.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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