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Contratti petroliferi iracheni: quale è il loro "status" giuridico?

Di Fabio Galletti

17 gennaio 2005

 
La vicenda trattata in questo articolo riguarda i contratti di sfruttamento delle risorse petrolifere venuti ad esistenza sotto il regime saddamita, rispetto ai quali si pongono una serie di interrogativi in merito al loro valore legale.

Sgombriamo subito il campo da equivoci: non verranno discusse le inchieste aperte nelle sedi nazionali (numerose sono le commissioni istituite in seno al Congresso Usa) od internazionali (la commissione Onu presieduta da Paul Volcker, ex governatore della Fed) sui retroscena che portarono alla conclusione dei contratti petroliferi relativi al programma umanitario "Oil for Food". Piuttosto si tratterà di capire che importanza possano avere le risultanze delle indagini, specie quella internazionale, sullo status degli accordi intercorsi tra il governo deposto e le compagnie petrolifere, al momento dello scoppio del secondo conflitto irakeno.

Prima di procedere alla verifica di ciò, occorre brevemente delineare l'ambito di analisi ed il sostrato politico-commerciale sul quale si è eretta la costruzione giuridica delle transazioni aventi ad oggetto lo sfruttamento delle risorse energetiche del Paese. Bisogna osservare che, pur essendo l'Irak uno Stato con potenzialità enormi a livello di commodities energetiche, l'industria estrattiva irachena non ha mai brillato per efficienza produttiva.
 
Anzi, al contrario, si può notare una contrazione progressiva della produzione petrolifera causata sia dal conflitto con il confinante Iran, che, successivamente, dalla sciagurata invasione kuwaitiana (dai 3,5 milioni degli inizi degli anni '80, si è giunti ad una estrazione di 2,4 antecedentemente alla Guerra del Golfo, per attestarsi intorno agli 800 mila barili a metà 2003, cifra del tutto arbitraria ed aleatoria a causa della situazione di instabilità in cui versa il Paese). Per ovviare a questa situazione deficitaria, il regime saddamita aveva provveduto a stipulare, con importanti compagnie, contratti di sfruttamento di campi petroliferi ad altissima potenzialità energetica, siti nelle zone a nord (area curda) e a sud (zona di Bassora) del Paese.
 
Sul contenuto degli stessi non si conoscono moltissimi dettagli ma certamente la loro validità era vincolata al venir meno del regime di embargo decretato dall'Onu. Per citare qualche caso concreto e noto, era stato concluso un contratto con la russa Lukoil per lo sviluppo dei campi di West Qurna (contratto che pare sia stato novato dal Governo provvisorio in carica, lo scorso settembre, coinvolgendo però anche la multinazionale Conoco-Philips in joint-venture con la società russa). Era stato anche congelato un contratto stipulato con la società statale cinese China National Petroleum Corp. per il campo di Al Ahdab; era stato infine raggiunto un accordo con la francese Total SA per Bin Umar e Manjoon e pare fossero stati imbastiti contratti minori, qualche decina, con altri operatori.


Attualmente, tenuto conto dell'esistenza di accordi pregressi, ci si interroga avanzando una domanda: "pacta sunt servanda"?

Per risolvere l'arduo quesito occorre porsi in un'ottica bifocale, quella del diritto pubblico e privato internazionale, analizzando la situazione riguardante la formazione dei contratti, per approdare al vaglio di validità degli stessi in conseguenza del mutamento politico intervenuto.

Quando si affronta la tematica dello sfruttamento delle risorse petrolifere di un Paese, si possono osservare varie metodologie di disciplina della stessa. E' possibile che lo Stato si riservi il diritto di proprietà sull' intero patrimonio delle risorse energetiche di cui dispone; in questo caso, l'industria produttiva è interamente nazionalizzata. La presenza di privati è pertanto vincolata al rilascio di concessioni amministrative che permettano all'operatore beneficiario di produrre e commerciarcializzare la materia prima pagando dei diritti amministrativi e, da un punto di vista fiscale, ottemperando alle obbligazioni tributarie che solitamente incidono in modo ordinario sull'impresa. All'esatto opposto di tale regime, si collocano i tentativi di privatizzazione (spesso parziale) delle risorse, come avvenuto in Nigeria o Kazakistan, in cui l'operatore diviene totalmente o parzialmente (nel caso di joint venture) titolare del bene.
 
Questi accordi possono essere particolarmente profittevoli per i soggetti privati che intendano investire nel settore. Tuttavia necessitano di una regolamentazione e di un controllo adeguato dello sfruttamento delle risorse, di una stabilità politica nel lungo termine, che alcuni Paesi, l'Irak ma anche altri di coloro che già sperimentano il sistema, non possono spesso garantire. V'è infine una soluzione intermedia, che pare quella preferita dalla maggioranza dei Paesi esportatori di materie prime: la stipulazione di un profit sharing agreement (PSA). Il PSA è uno strumento contrattuale molto flessibile, che consente di accordarsi sugli aspetti legati all'estrazione, alla produzione, alla commercializzazione delle commodities.
 
Solitamente con esso il privato e lo Stato, quale controparte, definiscono elementi attinenti alle tecniche di copertura ed alla ripartizione dei costi, alle modalità di distribuzione dei profitti, alle forme e al livello di tassazione a cui essi saranno sottoposti e financo all'applicazione di misure ambientali, da attuarsi al fine di circoscrivere le esternalità negative provocate da tale tipo di attività economica.


La regolamentazione irakena faceva riferimento a questa tipologia.
Più precisamente, il ministro del Petrolio, nonostante esistesse un monopolio naturale gestito attraverso la Irak National Oil Company (INOC), aveva il potere di concludere autonomi PSAs, che si sarebbero poi dovuti sottoporre a ratifica del Consiglio della Rivoluzione e rendere esecutivi con decreto presidenziale. Questa era la prassi. Questa era la regola.
Come si può arguire se si approccia la materia da un punto di vista del diritto internazionale, si è in presenza di un'attività che legalmente è qualificabile come "iure privatorum", cioé di diritto privato, nella quale lo Stato è solo una delle parti ed agisce come tale. Ci si potrebbe allora domandare se il mutamento di un regime, la caduta di un regime, possa ritenersi causa di influenza tale alterare le dinamiche contrattuali fino ad invalidarle.
 
La risposta può arrivare da un precedente, un "case law", che offrirebbe qualche spunto significativo di riflessione.
 
Correva l'anno 1917 quando in Costa Rica il ministro della Difesa Federico Tinoco Granados assunse la guida del Paese con un colpo di stato. Dopo un biennio il dittatore venne rovesciato e fu promulgata dal nuovo governo una legge nota come Laws of Nullities, che abrogava e tutti gli atti che risultassero imputabili al deposto governo. Tra questi rientravano alcuni accordi intercorsi tra Tinoco ed una banca inglese, che in cambio dell'appoggio finanziario, aveva ottenuto dei beni ed altre concessioni nel Paese caraibico. Per dipanare la contraversia insorta tra l'istituto di credito britannico ed i successori del ministro golpista, venne istituito un arbitrato internazionale, presieduto dal Ministro della Giustizia statunitense William H. Taft, il quale stabilì espressamente che <<il mutamento di un regime non costituisce di per sè condizione sufficiente per invalidare un contratto>>, rispetto al quale può considarsi avvenuta una semplice "successione della parte", seppur sui generis.
 
Anche a voler affrontare la materia con un approccio giuridico più recente, si può notare come la vicenda negoziale possa essere ricondotta ai principi di diritto internazionale privato (Unidroit), i quali sanciscono che un contratto possa essere annullato nel caso in cui sia "oggetto di errore, dolo, minaccia, eccessiva sproporizione nelle condizioni tra le parti" (esattamente quanto ritroviamo nel nostro ordinamento in tema di annullamento e rescissione contrattuale).
 
Nessuna di queste cause pare possa essere azionata nelle fattispecie dei contratti analizzati. Il fatto che tali intese fossero state raggiunte in pendenza delle risoluzioni Onu (661/90, 706/91, 986/95) che inibivano la conclusioni di accordi, lo svogimento di attività indirizzate all'export di petrolio se non autorizzate, potrebbe essere qualificato semplicemente come una conditio iuris per l'esecuzione dei medesimi. Ossia, più semplicemente, rimossa la condizione ostativa, i patti spiegherebbero piena efficacia. Allo stesso modo potrebbe apparire sterile un ricorso all'"impossibilità soppravenuta", in modo da consentire al Governo di transizione o, in specie, a quello che si insedierà una volta che si terranno le elezioni, di non osservare le pattuizioni. Infatti, il fattore risolutivo degli impegni incorsi tra le parti potrebbe essere scongiurato dalle norme di diritto internazionale privato, le quali stabiliscono che una prestazione possa essere ineseguita e dar origine allo scioglimento contrattuale per fatti sopravvenuti, qualora vi sia un'alterazione pari almeno al 50% del valore della prestazione (art. 6.2.2 cmt 2 delle disposizioni Unidroit).
 
Ora, tale ipotesi, già difficile da ponderare ed applicare, non pare essere pertinente al caso specifico. Un'altra via di uscita potrebbe essere quella di procedere ignorando in toto i precedenti accordi e nazionalizzando tutto il settore petrolifero. Questa soluzione però potrebbe esporre a richieste di indennizzo, secondo quanto stabilito a livello internazionale con la risoluzione ONU 1803 del 1962 nella quale si chiarì che gli interventi di nazionalizzazione o rinazionalizzazione delle risorse energetiche costringono il Paese che li attua a risarcire gli operatori stranieri che a causa di essi riportino danni di natura economica .

Rimarrebbero all'orizzonte due strade percorribili: la prima, ovvia nella prospettazione ma di non semplice realizzazione, sarebbe quella di affrontare politicamente la vicenda, coinvolgendo tutte le parti in gioco, tenuto conto che la maggior parte dei soggetti interessati sono imprese a partecipazione statale; la seconda, che pare quella seguita, è di dimostrare come molti dei soggetti coinvolti abbiano utilizzato tangenti ed altre forme di corruzione per pervenire alla conclusione degli accordi.
 
Questa conclusione giuridica determinerebbe non già l'annullamento dei contratti ma la nullità ex tunc dei medesimi, trattandosi di accordi raggiunti contra ius. La soluzione, vantaggiosa per il subentrante Governo, qualora fosse conseguita attraverso le indagini in corso, e mi riferisco a quella condotta dalla commissione presieduta da Volcker, non è detto però che sarebbe automaticamente accolta dai vari Paesi coinvolti, non avendo l'organo funzione arbitrale, ed è pressochè impossibile configurare ora l'impatto che le risultanze dell'indagine internazionale avrebbero sugli accordi petroliferi pregressi conclusi sotto il regime di Saddam Hussein.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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