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Rapporti utenti-banca: si consolida ulteriormente l’opinio dell’illegittimità dell’anatocismo bancario trimestrale

Di Rosanna Cafaro, Avvocato

14 giugno 2004

 
Nota a sentenza del Tribunale di Lecce, sezione di Nardò, n. 42 del 05/04/2004
 
Ancora una volta il Tribunale di Lecce (Cfr., Trib., ordinanze 21/10/1999; 29/10/1999 e 10/12/1999: r.o. nn. 690 e 753 del 1999, n. 44 del 2000; Trib. Sent. 352/2004; C. Appello, sent. 27/6/2000; C. Appello, sent. 22/10/2001; C. Appello 6/2/2001;) si è rivelato particolarmente sensibile alle istanze degli utenti bancari, in materia di contratti di conto corrente e di interessi passivi.
 
Per anatocismo si intende il fenomeno della produzione degli interessi sugli interessi, oppure interessi composti nell’ambito delle obbligazioni pecuniarie, nel senso che è possibile che interessi, scaduti per il decorso del termine di esigibilità, possano produrre a loro volta interessi, i quali pertanto andranno a computarsi su un importo comprensivo del capitale e degli interessi che su di esso sono maturati e che ad esso si incorporano (si capitalizzano), indicando la misura attuale della esposizione del debitore, anzichè sulla somma originariamente accreditata.
 
“Ad esempio, quando la banca anticipa al cliente, contro il pagamento degli interessi corrispettivi (ovvero di interessi dovuti quale corrispettivo del godimento che il debitore abbia dalla disponibilità del capitale per un periodo di tempo) nella misura contrattuale del 10% annuo, la somma di lire 10 milioni, il cliente divenuto debitore dei 10 milioni, una volta trascorso il periodo di capitalizzazione degli interessi (l’anno, il semestre, o, come sempre accade, il trimestre), dovrà restituire alla banca, oltre alla somma ed agli interessi corrispettivi maturati – nel caso qui richiamato 10 milioni di capitale e 1 milione di interessi – anche gli ulteriori interessi, appunto denominati anatocistici o composti; essi si sono prodotti non più sulla somma originaria ma sulla maggiore somma di 11 milioni (10 milioni di capitale e 1 milione di interessi prodotti e dunque capitalizzati).” (CAFARO R. – TANZA A., La tutela dei consumatori nel credito, nei servizi finanziari e bancari, Piacenza, 2003, 135).
 
Così, a parità di tasso di interesse corrispettivo, ad ogni scadenza del periodo di capitalizzazione, aumenta la somma di denaro su cui si producono e si calcolano gli interessi.
 
Sin dai tempi di Giustiniano le usurae usurarum erano viste con particolare disfavore ed il legislatore ha sempre condiviso tale punto di vista, così che nel codice civile del 1942 “all’art.1283, ha infatti previsto che gli interessi possano produrre nuovi interessi alle seguenti rigorose condizioni: 1) gli interessi che si vogliono portare a capitale devono essere scaduti da almeno sei mesi (quindi per i primi sei mesi l'anatocismo non opera); 2) deve essere presentata apposita e specifica domanda giudiziale; 3) (in alternativa alla domanda giudiziale) occorre stipulare idonea convenzione successiva alla scadenza degli interessi.
 
In mancanza della domanda giudiziale o della convenzione posteriore alla scadenza degli interessi, questi ultimi restano infruttiferi.” (Sempre, CAFARO R. – TANZA A., cit., 136)
Essendo l’art.1283 c.c. una norma imperativa, non derogabile dai privati, la violazione di essa produce la nullità delle relative pattuizioni anteriori alla scadenza degli interessi.
 
La sentenza in rassegna si segnala anche per il principio sancito in tema di contestazione/approvazione dell’estratto conto, documento certificato dal dirigente, il cui valore probatorio è limitato ai soli fini dell’ottenimento del decreto ingiuntivo.
 
Per unanime e consolidato orientamento giurisprudenziale, in un ordinario giudizio di cognizione, l’efficacia probatoria dell’ estratto conto è regolata dai principi generali (Trib. Genova, sent. 1/4/1999, Gius, 1999, pag. 2446; C.Cass., sent.10/8/1990, n. 8128, in Giustizia Civile, 1991, I, 51; Trib. Cagliari, sent. 4/7/1989, in Riv. Giur. Sarda, 1991, 75; Trib. Milano, sent.13/10/1988, in Banca, Borsa e titoli di credito, 1990, II, 213; inoltre, Trib. Alessandria, sent.13/5/1997, in Giur. It., 1998, 54, con nota di Ziino; Trib. Venezia, sent.4/6/1992, in Foro It., 1994, I, 289, secondo cui il saldaconto non costituisce neppure prova idonea per l’ingiunzione di pagamento.); mentre, “la migliore dottrina e giurisprudenza, attenendosi alla lettera della norma, hanno sottolineato il carattere eccezionale, circoscrivendo, tassativamente, il valore probatorio al procedimento monitorio; mentre si è riconosciuto al documento medesimo, nell’ambito del giudizio di cognizione, l’idoneità a fornire meri elementi di prova indiziaria atti a contribuire soltanto nel contesto di altri elementi ugualmente significativi alla formazione del libero convincimento del giudice.” (Ancora, CAFARO R. – TANZA A., cit., 122)
Di solito, nelle controversie fra banca e utente, la prima solleva solitamente la medesima eccezione per contestare la richiesta di ripetizione delle somme : l’eccezione è quella di decadenza per mancata contestazione dell’estratto conto.
In tal senso, deve delimitarsi l’estensione dell’effetto preclusivo, derivante dalla mancata tempestiva contestazione degli estratti conto ex artt.1832, 1857 c.c., nonché 119 T.U. legge bancaria.
 
Per giurisprudenza e dottrina ormai consolidate, l’approvazione del conto ex art.1832 c.c. (applicabile al conto corrente bancario in forza del richiamo operato dall’art.1857 c.c.) rende incontestabili le annotazioni in conto, derivanti dalla mancata impugnazione, nella loro realtà effettuale, ma non determina la decadenza da eventuali eccezioni relative alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori (contratto ed altre pattuizioni) da cui dette annotazioni derivano. (Cfr. Cass. 11/5/ 1998 n. 4735; Cass. 11/9/1997, n.8989; Cass. 16/1/1997 n.404; Cass. 10/10/1996, n.8851; Cass. 11/3/1996, n.1978; Cass. 15/6/1995, n.6736; Cass. 24/5/1991, n.5876; Cass. 13/1/1988, n.178; Cass. 24/7/1986, n.4735; Cass. 7/9/1984, n.4788; Cass. 14/2/ 1984, n.1112; Cass. 19/1/1984, n.452; Cass. 19/8/1983, n.5409, Cass. 10/4/1980, n.2095; ecc.).
 
“Il silenzio del correntista (perché in ciò si risolve la mancata contestazione) non può, quindi, essere interpretato come costitutivo di diritti di credito in realtà insussistenti, tanto più se si considera che, di norma, le contestazioni formulabili presuppongono un bagaglio di conoscenze tecnico - giuridiche delle quali, per comune esperienza, il normale cittadino è del tutto sprovvisto, né va sottovalutata la posizione dell'imprenditore che, avendo investito le somme oggetto di affidamento, è impossibilitato a restituire immediatamente le medesime qualora la banca, indispettita da pesanti contestazioni, revochi immediatamente l’affidamento stesso.” (Così, CAFARO R. – TANZA A., cit., 123)
 
Nel provvedimento in esame il Giudicante si sofferma sulla ‘storica’ questione dei c.d. “usi di piazza”, stabilendo che “il generico riferimento per relazionem alle condizioni praticate usualmente dalle Banche sulla piazza” non risulta ancorato ad un accordo di cartello a livello nazionale e che, quindi, va condiviso l’“orientamento rigoroso del Supremo Collegio”, secondo cui anche per i contratti di conto corrente anteriori all’entrata in vigore della Legge n.154 del 1992 gli interessi ultralegali vanno determinati per iscritto ex art. 1284 c.c. e per relationem solo mediante “il richiamo a criteri prestabiliti ed elementi estrinseci, purchè obiettivamente individuabili”.
 
Invero, la clausola di determinazione dell’interesse ultralegale, mediante riferimento al c.d. “uso di piazza”, è da ritenersi nulla e improduttiva di ogni effetto per violazione del disposto di cui agli artt.1284, comma 3°, c.c., 1346 e 1418, comma 2°, cod. civ.. La Suprema Corte sin nella sentenza n. 11042 del 10 novembre 1997 ha infatti inequivocabilmente osservato che “una clausola, la quale si limiti a far riferimento alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza, non è sufficientemente univoca e non può quindi giustificare la pretesa al pagamento di interessi in misura superiore a quella legale, in quanto, data l’esistenza di diverse tipologie di interessi, essa non consente, per la sua genericità, di stabilire a quale previsione le parti abbiano inteso concretamente riferirsi”.
 
Nel senso della dedotta invalidità a titolo nullità, in quanto contraria al disposto degli artt. 1284, comma 3°, c.c. e 1418, comma 2°, c.c., della clausola determinativa dell’interesse corrispettivo ultralegale mediante il rinvio "alle condizioni usualmente praticate dalle aziende di credito sulla piazza", si è sovente pronunciata la Corte di Cassazione sempre in senso uniforme (Cfr., C.Cass., Sez. I, sent. 14/1/1999 n. 348, inedita).
 
Per quanto riguarda la c.m.s. (commissione di massimo scoperto) anche il Tribunale di Lecce, nella sentenza in epigrafe, aderisce ad un’opinione ormai più che consolidata della giurisprudenza di merito e di legittimità (ex plurimis, l’inedita C.Cass., sent. 21/11/2000, n. 15024), nonché della dottrina : la ratio delle c.m.s. non può essere individuata in alcuna fonte normativa, poichè il nostro ordinamento non fa mai riferimento alla C.M.S., termine che, di fatto, è considerato un vera e propria integrazione del tasso nominale di interesse e che non ha una specifica giustificazione economico-tecnica. (BRUSASCA, Tecnica Bancaria, Milano; DELL’AMORE, Economia delle aziende di credito, Istituto di Economia Aziendale Università Bocconi di Milano, III, Le banche di deposito, 777; CAFARO R- TANZA A., cit. p.116)
 
Insomma, anche il Tribunale di Lecce, come altri sul territorio, si è avveduto che le banche riescono a “lucrare ulteriori competenze fittizie a proprio favore” (CAFARO R- TANZA A., cit. p.117) a scapito del cliente, che assiste ad una notevolissima – quanto ingiusta ed ingiustificata – ‘lievitazione’ dei conti attivi della banca, come “effetto di protrazione fittizia del presunto debito o decurtazione del periodo di durata del credito”. (CAFARO R- TANZA A., cit., ibidem, passim)
 
La pronuncia in esame, non definitiva, si conclude con un’importante affermazione del Giudicante, che, per la determinazione del saldo dare-avere fra le parti, rimanda “alla decisione definitiva all’esito di opportuni chiarimenti da parte del CTU”, ferme restando le “odierne statuizioni sulla nullità delle suindicate clausole contrattuali”: Egli ha ritenuto “nulla parimenti per violazione dell’art. 1283 c.c…. la clausola di applicazione della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, contenuta nel citato art. 7 Co. delle condizioni generali di contratto”.
 
La convenzione anatocistica, preventiva e trimestrale, potrebbe essere consentita, ex art. 1283 c.c., solo in presenza di un uso normativo, in forza del quale sia espressamente prevista la preventiva pattuizione della capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti.
 
Tuttavia, non esiste un uso normativo, anteriore all’entrata in vigore del vigente codice civile del 1942, né successivo a detta data, il cui contenuto consenta la preventiva pattuizione della capitalizzazione trimestrale degli interessi non ancora scaduti.
 
E, se, per assurdo, si fosse creato un tale uso successivamente all’entrata in vigore del codice civile, questo non avrebbe potuto validamente formarsi, in quanto contra legem.
 
Dunque, la pronuncia in rassegna conferma ancora una volta che la pretesa consuetudine normativa di capitalizzazione trimestrale degli interessi non soltanto è inesistente al momento dell’entrata in vigore del codice del 1942, ma anche successivamente, visto che le prime N.U.B. (Norme Bancarie Uniformi, gruppo di 15 condizioni elaborate dall’ABI), in tema di conto corrente, sono state adottate dal 1° gennaio 1952 (ma non erano presenti né nel 1942, né successivamente) e prevedevano, per la prima volta, la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori.
Per quanto riguarda gli “usi”, registrati dalle Camere di Commercio in sede provinciale (prima o in concomitanza con l’entrata in vigore del codice civile e delle “condizioni generali uniformi di banca” in tema di conto corrente), non contenevano previsioni circa la chiusura e la capitalizzazione trimestrale dei conti debitori a favore delle banche.
 
In conclusione, dunque, deve convenirsi che l’inserzione nei contratti bancari di conto corrente, ed in altri, di una previsione di capitalizzazione trimestrale non costituisce un uso normativo; al più, essa potrebbe costituire una tendenza (dettata dall’imposizione di un contraente forte) verso la costituzione di un uso negoziale (art. 1340 c.c.), la cui formazione peraltro non si sarebbe mai compiuta, considerato il contrasto di questa clausola con il divieto imperativamente stabilito dalla legge. (Così, CAFARO R. – TANZA A., cit., 103).

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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