1. Introduzione - 2. La vigente disciplina legislativa sui punitive
damages. - 3. I danni esemplari nelle controversie riguardanti i
rapporti contrattuali. – 4. L’applicazione dell’istituto nelle
ipotesi di responsabilità del produttore. - 5. Conclusioni. - 6.
Nota Bibliografica. - 7. Riferimenti Giurisprudenziali.
1. Introduzione.
Le diverse componenti della condanna pecuniaria inflitta al
responsabile di un illecito civile, sono abbastanza simili in tutti
i paesi di common law, poiché si possono distinguere in base
agli scopi che tendono a perseguire, in risarcimenti aventi una
finalità riparatoria e restitutoria (compensatory damages) e in
reintegrazioni con un fine punitivo e deterrente o solamente
simbolico (non compensatory damages).
Infatti le funzioni svolte dalla prima categoria di danni, vengono
soddisfatte con il ricorso agli “special damages” che l’attore deve
chiedere esplicitamente e di cui è tenuto a provare l’ammontare e ai
“general o presumptive damages”, comprendenti le condanne per il
danno morale e soggettivo (damages for pain and suffering), che
invece non richiedono la riprova della loro concreta entità.
Invece gli “exemplary o vindicative damages”, mettono in atto una
risposta punitiva verso il responsabile della lesione di un diritto
e vengono concessi sia in funzione satisfattoria dell’attore
danneggiato, sia per prevenire il ripetersi di uno stesso
comportamento in futuro.
Mentre nel Regno Unito le Corti hanno dettato alcuni criteri
restrittivi del campo d’applicazione dell’istituto, la costante
prassi giurisprudenziale statunitense ha fornito un’ampia conferma
della legittimità e della sua forza espansiva, segnalando anche un
allontanamento del rimedio dagli originali caratteri strutturali e
funzionali.
L’azione repressiva e special-preventiva svolta dai punitive damages
è subordinata alla verifica dello stato soggettivo doloso o
gravemente colposo dell’offensore, accompagnato alla realizzazione
di specifiche forme lesive ritenute socialmente dannose, come quelle
appartenenti alle categoria degli illeciti civili.
Il tradizionale impiego delle condanne esemplari era rappresentato
dai casi di diffamazione (vedasi New York Times v. Sullivan, 1965),
di violazione volontaria dell’integrità fisica e della proprietà e
in misura sempre maggiore riguarda altre ipotesi, come la
responsabilità del produttore, le infrazioni degli obblighi
contrattuali commessi in mala fede, nonché la lesione di diritti
civili e le trasgressioni di specifiche norme di legge.
Negli Stati Uniti tuttavia l’ammissibilità delle sanzioni
dichiaratamente penali in campo civile è stata criticata da molti
giuristi, come un’incongruenza che sconvolge la simmetria della
legge, perché costituisce un’ingiustificata invasione di campo del
diritto penale nel settore civile, anche se in realtà va
sottolineato come una rigida distinzione tra i due campi non
costituisca una caratteristica propria del diritto anglo-americano,
visti i reciproci legami tra “crime” e “tort” (Cook v. Ellis, N.Y
S. Ct., 1844).
I giudici hanno costantemente affermato una doppia ragione
giustificatrice dei punitive damages, basata sull’intento di
impedire che il danneggiante torni a ripetere il proprio
comportamento lesivo, ma anche sulla funzione retributiva rispetto
alla condotta antisociale attuata dall’offensore.
Non tutti gli Stati riconoscono questa ricostruzione del rimedio e
infatti presso alcune corti statunitensi, i danni esemplari
mantengono ancora una natura solamente risarcitoria oppure, vengono
dichiarati apertamente dichiarati contrari alle ragioni di “public
policy” che informano le decisioni giudiziarie.
Le corti di common law definiscono la figura giuridica come
un “private remedy rather than a public criminal sanction”,
ponendone in secondo piano gli aspetti penalistici e ne ammettono il
riconoscimento, non tanto nei casi in cui l’illecito civile sia
stato commesso unicamente con colpa, visto che una funzione
ammonitoria è gia svolta dall’istituto dei “tort”, ma quando
l’azione sanzionabile sia posta in essere con “evil motive”,
“fraudolent purposes” e con “reckless”, tali da determinare grave
inosservanza e disprezzo dei diritti dei terzi.
Il requisito soggettivo della “malice”, paragonabile al dolo
continentale è stato interpretato in senso meno severo e
restrittivo, richiedendo non la prova della sua diretta esistenza,
ma solo l’accertamento da parte della giuria, organo alla cui
discrezione spetta in prima battuta la decisione sull’ “an” e sul
“quantum” della pena pecuniaria, dell’esistenza di una “malice”
implicita, ricavabile dalla natura oggettiva dei fatti.
Quando l’attore chiede il risarcimento dei danni monetari, ha
solitamente il diritto di ottenere un dibattimento svolto con
l’intervento della giuria, alla quale compete la definizione delle
questioni di fatto, mentre al giudice spetta la decisione delle
questioni di diritto.
Ricevuto l’incarico, i giurati si ritirano e deliberano in segreto
fino all’emissione del verdetto che è raggiunto con un voto a
maggioranza, quando il convincimento dell’opinione maggioritaria
raggiunge un definito standard di prova.
Mentre il procedimento penale per l’affermazione della
responsabilità richiede la “prova sopra ogni ragionevole dubbio”,
il giudizio civile si basa sulla dimostrazione di un’evidenza
preponderante”, ossia sulla documentazione di una maggiore
probabilità che il comportamento del convenuto costituisca l’origine
del danno.
Invece il carico probatorio richiesto dai punitive damages, pur
basandosi sul riscontro di un’alta probabilità della responsabilità
del convenuto, risulta intermedio rispetto a quelli appena
descritti, poiché richiede un’evidenza chiara e convincente che
l’accusato sia colpevole di oppressione, frode o malevolenza”.
Non è infine richiesta all’attore, la prova della persistenza
attuale dell’elemento soggettivo della “malice” del danneggiante o
della sua intenzione di cagionare lo specifico danno effettivamente
realizzatosi, ma dalle Corti è ritenuta sufficiente la sola
dimostrazione della “malevolenza o della connotazione impropria
della condotta”.
Dopo il verdetto della giuria, la parte soccombente può
intraprendere un nuovo dibattimento, basandosi sulla commissione di
errori procedurali da parte del giudice nel disporre l’ammissione
delle prove o nell’istruire la giuria o sulla base di un verdetto
contrario alle risultanze processuali evidenziate.
Se il giudice conclude che il risarcimento concesso dalla giuria è
irragionevolmente basso, oppure al contrario eccessivo, attraverso
il “remittitur” può aggiungere o sottrarre un adeguato ammontare e
se il mutamento non è accettato dalle parti, disporre anche un nuovo
dibattimento (si veda Honda Motor e Co. v. Oberg, 1994).
Le Corti hanno il dovere di istruire la giuria al fine di giungere
ad una definizione equa e ragionevole dei danni puntivi basandosi
su punti di riferimento quali: la natura della condotta illecita
dell’imputato, il suo effetto sull’attore e sui terzi, nonché
l’effettivo ammontare dei danni compensativi.
Un’ulteriore parametro adottato è costituito dalla presenza di multe
o altre sanzioni penali, ulteriori voci di danno o restituzioni
pagate dall’imputato in conseguenza delle proprie azioni, ma anche
il valore dei profitti o guadagni
ottenuti dal convenuto in eccedenza di quelli probabilmente
raggiunti in mancanza del comportamento illegittimo.
Inoltre un principio più volte enunciato dai giudici americani è
quello per il quale i danni punitivi presuppongo necessariamente un
rapporto di proporzione con quelli compensativi, con lo status
economico dell’offensore e un legame con l’entità delle spese
processuali (Uniform Law Commissioner’s Model Punitive Damages Act,
Section 7, 1995).
Con l’applicazione dell’ American Rule, la sentenza pone a
carico di ciascuna parte, le spese sostenute per la propria difesa
in giudizio, anche se in base a particolari disposizioni, il giudice
può derogare a questo principio, per sanzionare determinate condotte
dei contendenti.
Nel sistema statunitense, il meccanismo dei “contingent fees” (pactum
de quota litis) addossa all’avvocato il rischio e le spese del
processo, ma in caso di successo, proprio in virtù di tale accordo,
gli attribuisce una quota del ricavato complessivo e in particolare,
il 25% se la controversia troverà una soluzione stragiudiziale, un
terzo nel caso che la vertenza venga decisa dal giudice di primo
grado e la metà nell’ipotesi che la sentenza favorevole venga
conseguita in sede di appello.
Di conseguenza, una rilevante percentuale del valore della condanna,
può essere concretamente incassata dagli avvocati, che per tali
ragioni sono sospettati di promuove questa categoria di liti, al
solo fine di profittare dell’oggetto della contesa.
Rappresentano poi un oggetto di considerazione alcune misure
riparatorie adottate od omesse dal convenuto e l’acquiescenza o
l’inadempienza ai modelli di condotta applicabili al caso specifico,
stabiliti da un ente governativo o da un’agenzia o
un’organizzazione, la cui funzione sia di stabilire livelli minimi
di sicurezza per l’esercizio di attività pericolose o lesive.
Per determinare il valore dell’obbligazione è rilevante il grado di
colpevolezza dell’offensore e quindi le conseguenze risarcitorie
sono differenti a seconda che la lesione sia stata inflitta con dolo
o colpa grave.
La possibile eccessività della penale può essere valutata sulla base
dei criteri guida, enunciati dalla Corte Suprema Federale, nella
recente sentenza BMW v. Gore 517 U.S. 559 (1996).
I giudici hanno affermato l’impossibilità di definire una volta per
sempre una regola matematica ed assoluta per la definizione
dell’entità della penale, ma che tuttavia il controllo giudiziario
sulle determinazioni della giuria debba verificarsi nel rispetto di
tre criteri fondamentali, per individuare l’inadeguatezza della
risposta punitiva e deterrente: il grado di reprensibilità della
condotta dell’imputato, il rapporto tra il danno effettivo o
potenziale sofferto dal soggetto leso e l’ammontare del premio
punitivo.
Il rispetto di queste linee guida permetterebbe al successivo
controllo da parte della Trial Court di evitare il formarsi di
“un’incontrollata area di potere delle giurie” ed eludere la
violazione della clausola “due process” (XIV emendamento), il
divieto di “double jeopardy” ovvero di sanzionare più volte uno
stesso comportamento illecito (V emendamento), oppure il divieto
costituzionale di imporre sanzioni pecuniarie eccessive (VIII
Emendamento).
2. La vigente normativa legislativa sui punitive damages.
Quando a partire dagli anni Settanta, i danni punitivi sono stati
comminati anche in materia di responsabilità del produttore, questo
fenomeno innovativo ha determinato risultati di sovracompensazione,
con danni all’industria e al sistema assicurativo americano, oltre a
comportare un’evoluzione della struttura e delle funzioni
dell’istituto, al quale si rimprovera di essere indeterminato nella
definizione dell’ammontare delle condanne, senza le garanzie del
procedimento penale, con conseguente incertezza degli operatori sui
possibili esiti dei processi paragonabili a vere e proprie lotterie.
Un recente studio del Pacific Research Institute, basato su
1024 controversie presentate presso la Corte d’Appello di San
Francisco (California) ha dimostrano che: 1) i danni punitivi sono
richiesti in circa il 27 per cento dei casi in cui sarebbe
ipotizzabile il loro recupero; 2) i convenuti appartenenti alle
categorie delle grandi imprese private e delle amministrazioni
pubbliche che vengono citati in giudizio sono in media quattro volte
in più dei soggetti individuali; 3) le controversie che includono la
richiesta di danni esemplari hanno una durata di circa un terzo
maggiore delle altre cause che non li prevedono (ventuno mesi); la
probabilità dell’irrogazione della condanna nelle azioni nelle quali
si procede al giudizio per danni punitivi si attesta intorno al
quattordici per cento. I dati complessivi che emergono da inchieste
svolte da istituti di ricerca giuridica specializzati (The
Reason Foundation) nelle
giurisdizioni più rappresentative per popolazione, confermano il
trend di crescita delle condanne con fini punitivi e deterrenti. I
risarcimenti attribuiti dalle Corti delle contee del Texas, degli
Stati di New York e Illinois segnalano un aumento delle condanne
dagli 800.000 dollari del periodo compreso tra 1968-71, ai 312
milioni di dollari del periodo compreso tra il 1988 e il 1991.
Per eliminare le ipotesi di abuso dell’istituto giuridico che hanno
interessato il sistema americano della responsabilità civile,
numerosi Stati hanno emanato provvedimenti limitativi, tendenti a
fornire una diversa disciplina sia sotto il profilo dei massimali
che dei soggetti destinatari della penale, ma anche dei meccanismi
procedurali di determinazione dei punitive damages.
In particolare, non tutte le legislazioni statunitensi riconoscono
la natura punitiva e deterrente dei danni esemplari, poiché alcuni
tribunali emettono questa condanna solo a scopo risarcitorio o nei
casi esplicitamente previsti dalle proprie disposizioni normative (Connetticut,
Michigan, Missouri, New Hampshire, Washington).
Dal punto di vista delle misure restrittive dell’entità delle
condanne, poche normative hanno adottato tetti stabiliti in valore
assoluto (Virginia, Code Ann. Section 8.01-38.1, 1992), poiché la
maggior parte delle discipline si riferisce a limiti diversi
costituiti da un valore multiplo dei danni compensativi, oppure ad
una ragionevole relazione tra gli stessi danni patrimoniali e
punitivi (Minnesota, S. 489, 79th Leg. Sess).
In particolare il Colorado, con una modifica normativa risalente al
1987, ha limitato l’ammontare dei danni esemplari al valore degli
“actual damages” (Rev. Stat. Sections 13-21-102(1)(a)), mentre la
Florida (Stat. Sections 768.73(1), ha ridotto il valore della penale
irrogabile al triplo dei “compensatory damages”.
La soluzione adottata dallo Stato della Georgia (Code Ann. Sections
51-12-5.1) è stata quella di contenere il valore della penale alla
somma di 250.000 dollari nella azioni genericamente intentate nei
casi di illecito civile e di proibire la concessione successiva e
multipla, fondata sulla medesima condotta in predicato, per i casi
di “product liability.”
La disciplina di alcuni Stati assume come valore limite della
condanna, la minor somma tra il reddito annuo lordo del colpevole e
i 5 milioni di dollari (Kansas, Stat. Ann. Sections 60-3701 1994),
mentre altre disposizioni collegano il valore del massimale alla
gravità dello stato soggettivo riscontrato nell’imputato (Oklahoma,
Stat. Tit. 23, Sections 9.1 (B)-(D), 1996).
Per quanto riguarda il soggetto destinatario dell’ammontare della
penale, molte legislazioni hanno stabilito la concessione di una
quota compresa tra il 30% e il 75% a beneficio di agenzie statali,
create con scopi assistenziali e previdenziali nei confronti di
specifiche categorie di cittadini, colpiti dalla commissione del
crimine o dall’illecito.
Infatti alcuni Stati hanno istituito organizzazioni come il Fondo di
compensazione per le vittime di crimini violenti, a cui nelle
ipotesi previste vengono deferiti i tre quarti del valore della
condanna (Indiana, H. 1741, 109th Reg. Sess, 1995), mentre in altre
occasioni il giudice ha ottenuto il compito di ripartire pro quota
il risarcimento punitivo, tra l’attore, il suo avvocato e altri
aventi diritto (Illinois, Comp. Stat. C.h. 735, section 5/2-1207,
1994).
Per esempio il Montana, con un intervento legislativo risalente al
1995, ha scelto di destinare il 48% della somma devoluta a titolo di
danni punitivi, al Fondo Statale per il sitema Universitario e
un’ulteriore 12% a beneficio delle scuole destinate ai sordo ciechi,
mentre più genericamente una disposizione vigente in Oregon (Ore.
Rev. Stat. Section 41.315), permette di allocare il 60% del valore
della condanna al c.d “Criminal Injuries Compensation Account”,
mentre una legislazione piuttosto severa dello Stato dello Utah,
dispone la devoluzione completa della somma eccedente i 20.000
dollari alle casse erariali.
Dal punto di vista procedurale, le riforme del sistema di
irrogazione dei punitive damages hanno introdotto la bipartizione
del giudizio di fatto, per la separata determinazione della
responsabilità dell’imputato e la successiva valutazione
dell’ammontare della condanna (Georgia, Code Ann. Section
51-12.1(d), 1995).
Tale meccanismo procedurale, collegato alla domanda di una o di
entrambe le parti, in alcuni Stati riguarda anche la definizione
preventiva dei danni compensativi rispetto a quelli esemplari,
poiché la mancata concessione dei danni esemplari impedisce la
successiva condanna punitiva (North Dakota, Cent. Code Section
32.03.2-11(2), 1995).
Tuttavia mentre alcune legislazioni hanno incentratto questo
procedimento bifasico nelle competenze della giuria (Missouri, Rev.
Stat. Sections 510.263 (1) e (3), 1994), altri ordinamenti locali
hanno attribuito alla corte la competenza della definizione sull’
“an” e alla giuria la decisione sul “quantum” della condanna
(Virginia, H. 1070, 1994-1995 Reg. Sess.).
Viceversa per ragioni di segno opposto, altri Stati hanno giudicato
più equo invertire l’ordine delle attribuzioni, affidando alla corte
il giudizio sulla “liability” dell’imputato e alla giuria la
successiva decisione sull’ “amount” della penale (Ohio, Rev. Code
Ann. Section 2315.21(C)(2), 1995).
Per quanto riguarda il tema della dell’irrogazioni di danni punitivi
diretti a sanzionare la commissione di uno stesso corso di condotte
realizzate dall’imputato, la dottrina giuridica ha sostenuto la
necessità di tenere conto dell’esistenza di precedenti verdetti
emessi contro il convenuto, in modo da ridurre proporzionalmente
l’ammontare della prevista condanna, anche se le soluzioni
legislative concrete adottate sull’argomento, sembrano far prevalere
il divieto di condanne successive relative allo stesso illecito,
specie se riguardanti i casi di “products liability” (Georgia Code
Ann. Section 51-12-5.1, 1995).
La prassi giuridica statunitense si dimostra favorevole al
riconoscimento della condanna punitiva ipotesi di responsabilità
vicaria, anche se più controversa è la questione dell’assicurabilità
della penale, inflitta al soggetto direttamente o vicariamente
responsabile, dal momento che lo scopo punitivo e deterrente della
sanzione civile verrebbe a mancare se le polizze ne coprissero il
relativo ammontare.
Se infatti i punitive damages servono a censurare il responsabile di
un illecito, ammettere la validità di una garanzia assicurativa che
li riguardi, significa sostenere che il danneggiante può agevolmente
sfuggire alla sanzione e vanificare le loro finalità.
La piena legittimità di un contratto assicurativo esteso anche ai
punitive damages, in alcuni casi è motivato dalla regola della “contra
preferentem rule” , per cui la clausola negoziale si interpreta
nel senso più favorevole all’assicurato o semplicemente con una
maggiore estensione dei doveri della compagnia verso il cliente.
In particolare gli Stati che individuano nei danni esemplari una
natura solamente compensativa, giudicano legittima la copertura
assicurativa sia nei confronti del diretto colpevole della lesione,
sia nel caso della c.d. responsabilità vicaria.
Tale situazione prevale in Connetticut, Michigan e in New Hampshire,
dove peraltro i giudici d’appello negano copertura assicurativa, nel
caso di pene multiple stabilite dalla legge in materia di danni
automobilistici.
Secondo le normative di alcuni altri Stati come la California (Insurance
Code 533) e lo Utah (Code 31-20-101), l’imprenditore assicurativo è
liberato dalla garanzia nei confronti degli atti malevoli e
pervicaci compiuti dal cliente, oppure è espressamente stabilito il
divieto di copertura per la responsabilità sia diretta che vicaria.
Nel regime di generale proibizione dominante molti contesti
normativi, si sono segnalate pronunce giudiziarie che hanno
riconosciuto la legittimità dei contratti assicurativi, come ad
esempio in Minnesota, nel caso di una penale inflitta per un
licenziamento illegittimo (Wojciak v. Northern Package Co., 1981),
oppure nell’ipotesi dei danni relativi all’inadempimento e alla
violazione di un dovere fiduciario da parte di un avvocato (Perl v.
St. Paul Fire, 1984).
Rimane contrastata negli Stati Uniti, anche la trasmissibilità delle
somme da pagare a titolo di pena nei confronti degli eredi, che
sembrerebbe giustificata nei limiti in cui l’arricchimento dovuto al
comportamento illecito, si trovi ancora nel patrimonio del defunto
al momento della sua scomparsa.
In senso contrario invece si è recentemente pronunciata la Corte
d’Appello dell’Iowa, stabilendo in proposito che la domanda delle
somme dovute a titolo di pena non sopravvive alla morte del
responsabile della lesione.
3. I danni esemplari nelle controversie riguardanti i rapporti
contrattuali.
La considerazione che nelle vicende legate ai contratti non ci possa
essere spazio per il risarcimento di danni non compensatory è
espressa tradizionalmente dalla giurisprudenza statunitense e dal
Restatement of Contracts, ma le eccezioni al principio sopra
esposto sono tuttavia molto numerose e mettono in discussione le
stesse argomentazioni che sono alla base del principio tradizionale.
La forza espansiva delle concessione del rimedio processuale si è
inizialmente manifestata nelle ipotesi in cui l’inadempimento
contrattuale costituisce l’espressione di comportamento fraudolento,
con tutte le incertezze ed oscillazioni per le quali la nozione di
frode possa costituire un criterio interpretativo uniforme di certe
situazioni reali e concrete.
Nel caso Welborn v. Dixon (1904), un mutuo era stato garantito dalla
contemporanea cessione di proprietà fondiarie con il contemporaneo
accordo che ripagato il debito, le proprietà sarebbero state
ritrasferite al mutuante.
In seguito alla vendita dei terreni da parte del creditore ad un
terzo in buona fede, il debitore perse tali proprietà, ottenendo in
conseguenza un rimedio risarcitorio e punitivo verso la controparte.
In una recente controversia giunta all’attenzione della Corte
Suprema degli Stati Uniti, l’attore fornì la prova del fatto che
durante il trasporto di un numeroso contingente di autovetture
dall’Europa agli Stati Uniti, i veicoli avevano riportato numerose
lesioni alle carrozzerie e che il distributore americano aveva
sommariamente riparato i guasti, tacendo l’informazione ai
successivi acquirenti.
In definitiva l’accusa imputata al concessionario BMW, riguardava la
sottaciuta operazione di restauro dei difetti provocati dalle piogge
acide che potevano costituire una frode negoziale e una violazione
del contratto (BMW of North America, Inc. v. Gore, 1996).
La Corte d’Appello dell’Alabama aveva ridotto della metà
l’originaria condanna punitiva emessa dalla Trial Court,
stabilendola in 4.000 dollari in danni compensativi e 2.000.000 di
dollari in danni esemplari e tuttavia il remittitur ordinato
dalla Corte Suprema ha ulteriormente ridotto l’importo della penale,
confermando il trend in atto per la grande maggioranza dei verdetti
recanti tali condanne, considerandola gravemente eccessiva e
limitandola alla somma di 50.000 dollari.
Sempre in tema di responsabilità contrattuale, una risalente
decisione di un Tribunale dell’Idaho riguardante l’acquisto di una
nuova automobile, dimostratasi poi manomessa nel contachilometri ha
espressamente stabilito che ciò che deve essere sanzionato con la
condanna alla penale è il comportamento in se e per se considerato e
cioè la frode a danno dell’acquirente, rimanendo esterna la
qualificazione formale del fatto (Boise Dodge v. Clark, 1969).
Ulteriori ipotesi riguardano la cattiva esecuzione di obbligazioni
connesse con l’esecuzione di un pubblico servizio, facendo quindi
riferimento ad un obbligo di fiducia non strettamente contrattuale o
alla posizione economica di superiorità di una delle parti
contrattuali, l’esercizio del cui potere ha integrato un vero e
proprio abuso (Brown v. Coates, 1958).
L’applicazione del rimedio si è spesso verificata a danno delle
compagnie assicurative, le quali con il loro comportamento
fraudolento giustificavano l’applicazione del rimedio in base alla
violazione di un impegno di buona fede (covenant or implied duty
of good faith), impliciti in ogni regolamento negoziale, ma
particolarmente importanti nei rapporti caratterizzati da profonda
disparità economica delle parti, con la conseguente necessità di
verificare il c.d. “bargaining power” posseduto dai
contraenti al momento della conclusione del contratto.
Infatti nel leading case Wetherbee v. United Ins. Co.
(1968), la condotta della compagnia assicurativa venne severamente
sanzionata con l’irrogazione dei danni esemplari non solo per una
responsabilità precontrattuale, dovuta al comportamento fraudolento
diretto ad indurre l’assicurato a sottoscrivere il contratto, ma
anche per la diretta rilevanza della condotta sul contenuto del
regolamento negoziale.
Invece in una nota controversia dal rilievo internazionale (Texaco
Inc. v. Pennzoil, Tex. App. 1987), la condanna penale è stata
comminata in un’ipotesi di responsabilità extracontrattuale del
terzo (Texaco) per lesione del diritto di credito (della Pennzoil)
alla stipulazione del contratto definitivo con la Getty Oil. Dopo il
raggiungimento di un accordo di principio a favore della compagnia
Pennzoil, avente ad oggetto una quota azionaria della Getty Oil e in
pendenza di ulteriori trattative per l’acquisizione dell’ulteriore
quota, intervenne la Texaco che con successo propose nuovi termini
contrattuali, inducendo la venditrice a concludere il contratto
definitivo.
Il comportamento della Texaco nei confronti della Getty Oil a danno
della società Pennzoil venne riconosciuto di “tortius
interference” e come tale
adatto
ad avere indotto la venditrice ad un indampimento contrattuale.
Oltre i sette miliardi di dollari concessi a titolo di danni
compensativi, la Texaco venne in seguito condannata a circa tre
miliardi di dollari a titolo di danni punitivi, ridotti poi con il
“remittitur”, dalla Corte d’Appello del Texas ad un solo
miliardo di dollari.
In definitiva, le due situazioni che hanno giustificato
l’operatività dei danni punitivi anche all’interno del contratto
(inadempimento fraudolento e contemporanea presenza di un illecito)
possono presentarsi in qualsiasi figura contrattuale, anche se la
concessione del rimedio risente della tendenza a svincolarla dalla
commissione di un “tort” e a legarla ad un particolare fatto
commesso con “malice”, in se e per se considerato, rimanendo
invece in secondo piano la qualificazione giuridica formale della
fattispecie stessa.
4. L’applicazione dell’istituto nelle ipotesi di responsabilità del
produttore.
L’affermazione di un sistema di responsabilità basato su criteri di
imputazione oggettiva (strict liability in tort) oppure la
responsabilità del produttore per una qualche forma di garanzia
implicita o esplicita di chi ha posto in commercio un prodotto
dimostratosi poi difettoso convive con ipotesi di applicazione della
condanna punitiva che non ha dal punto di vista processuale
un’azione autonoma e per la quale è necessaria la dimostrazione del
dolo o della colpa grave del soggetto offensore.
L’esame dei verdetti nei quali vengono concessi i danni esemplari in
tema di responsabilità del produttore, riconduce le sentenze che si
sono susseguite ad un numero limitato di situazioni omogenee, legate
alla verifica e al controllo dei rischi connessi con il consumo e
l’utilizzo dei prodotto posti in commercio.
In particolare si afferma comunemente la responsabilità del
produttore farmaceutico, tendente ad ingannare la Food and Drug
Administration allo scopo di falsificare i risultati sperimentali
volti a permettere la regolare commercializzazione dei prodotti
testati (fraudolent misconduct).
In proposito la Corte d’Appello dell’Oregon ha negato l’eccessività
del premio punitivo in un caso riguardante la responsabilità di un
produttore farmaceutico, per i danni cagionati da una specialità
medicinale usata in cardiologia. Il risarcimento di 23 milioni di
dollari si è accompagnato ad una penale di altri 23 milioni perché
il produttore pur essendo a conoscenza che il farmaco poteva
cagionare cecità nei consumatori, avrebbe dichiarato alle autorità
di vigilanza solamente effetti minori (Axen v. American Home
Products Corp., Ore. App., 1999).
In un altro caso, un dispositivo anticoncezionale messo in commercio
della società Dalkon causava aborti settici e malattie interne
legate all’utilizzo, ma i dirigenti della compagnia hanno celato i
risultati dei test sulla sicurezza del prodotto subendo una condanna
ai danni punitivi pari a 7,5 milioni di dollari (Teuton v. A.H.
Robins Co., Kan. 1987).
Invece nelle
c.d. ipotesi di “failure to warn”, la condotta che fonda
l'azione è il mancato avvertimento del fornitore idoneo a garantire
un accettabile livello di sicurezza nell'utilizzo del prodotto, al
fine di avvisare il consumatore dei pericoli legati all'utilizzo
dello stesso.
Il rischio
rappresentato dell'insorgenza del cancro polmonare tra i lavoratori
esposti all'inalazione delle polveri di amianto era conosciuto da
decenni dai fabbricanti che hanno nascosto al pubblico i risultati
degli studi che attestavano le potenziale pericolisità del materiale
con la conseguente irrogazione di numerose condanne punitive. In
proposito, la Corte d'Appello di San Francisco ha recentemente
confermato la condanna verso le case produttrici Lorillard e
Hollingsworth & Vose, per aver utilizzato nei filtri (il c.d.
micronite filter) delle sigarette Kent, tra il 1952 e il 1957 la
crocidolite (blue asbestos). Il materiale è stato causa
dell'insorgenza di alcune gravi forme di mesotelioma e
l’accertamento dei fatti ha determinato un risarcimento distinto
tra varie voci di danno, tra le quali, 350.000 dollari in
economic damages, 700.000 mila dollari per i c.d. pain for
suffering e 250.000 a titolo di loss of consortium oltre
a 700.000 dollari in danni punitivi (Horowitz v. Lorillard e
Hollingsworth & Vose, 1995).
In una delle
sempre più numerose controversie riguardanti la responsabilità dei
c.d. big tobaccos, la compagnia Philip Morris è stata
ritenuta responsabile in primo grado in una controversia
individuale per l’enorme somma di 150 milioni di dollari.
Il giudizio
che sarà sicuramente soggetto ad appello, ha riconosciuto 168.000
dollari in compensatory damages, 115 milioni in punitive damages, 10
milioni a titolo di strict liability e 25 milioni a causa di
negligence.
L’azione era
stata intentata dai familiari della signora Michelle Schwarz, a
causa della morte della loro congiunta per neoplasia polmonare
avvenuta nel corso del 1999.
Il giudizio ha
evidenziato il comportamento fraudolento della produttrice in
ragione degli additivi inclusi nella lavorazione del tabacco
(ammoniaca, zuccheri) allo scopo di aumentare la dipendenza dalla
nicotina e in considerazione della scorretta campagna pubblicitaria
volta a diffondere la falsa opinione sulla minore tossicità delle
c.d. sigarette light (Schwarz v. Philip Morris, Ore. 2002).
I casi di “defective
design” si basano sulla progettazione e realizzazione incongrua
e che un prodotto è in uno stato difettoso, irragionevolmente
pericoloso per il consumatore ordinario.
Un'apparecchiatura utilizzata nella pratica operatoria per il
supporto delle funzioni vitali ha interrotto il suo funzionamento
causando danni cerebrali al paziente per mancato afflusso di
ossigeno, nonostante che la società produttrice fosse informata
della rischiosità delle soluzioni tecniche adottate per il profilo
del ventilatore chirurgico con una condanna ai danni punitivi pari a
3 milioni di dollari (Airco Inc. v. Simmons First National Bank,
1982).
La mancanza
dell'adeguato svolgimento di test sulla sicurezza dei prodotti (failure
to adeguately test) prima della loro commercializzazione è
tradizionalmente una delle cause della condanna punitiva. In West v.
Johnson & Johnson Products Inc., Cal. App. 1985, la Corte ha
affermato la responsabilità del fabbricante di un tampone interno
perchè le prove hanno mostrato che un adeguato collaudo avrebbe
evidenziato un'associazione tra l'uso del tampone e lo shock tossico
cagionato alle consumatrici e che il produttore aveva agito con
consapevole trascuratezza della altrui sicurezza.
La conoscenza
anticipata rispetto al danno (corporate knowledge) rispetto
alla pericolosità di azioni od omissioni costituisce forse la
maggior parte di richieste di danni punitivi e ad esempio nel caso
Grimshaw v. Ford Motors, Cal. App. 1981, la Corte d'Appello ha
accertato la prova che il produttore conoscesse che la posizione del
serbatoio di carburante e la struttura complessiva retrostante del
veicolo esponeva il guidatore ad una seria probabilità di lesioni o
morte nel 20-30 per cento dei casi degli incidenti che si sarebbero
potuti ragionevolmente stimare. La compagnia avrebbe potuto ritirare
i prodotti dal mercato, svolgere azioni correttive in fase di
produzione ma per strategie di calcolo economico preferì affrontare
la strada dei singoli risarcimenti in seguito alle eventuali
collisioni e ai sinistri stradali.
In un altro
leading case, venne accertato che alcuni bambini erano stati
gravemente ustionati in seguito alla combustione dei tessuti dei
pigiami altamente infiammabili e la società produttrice, informata
del rischio, aveva scelto di non trattare il materiale con additivi
ignifughi, subendo in seguito al procedimento una condanna al ritiro
del prodotto dal mercato ed al pagamento di 1 milione di dollari di
danni punitivi (Gryc v. Dayton Hudson Corp., 1980).
La
dimostrazione della noncuranza consapevole per l’altrui incolumità
può essere dimostrata inoltre, da dichiarazioni evidenziatesi
fraudolente e false rappresentazioni della realtà (false
representations and concealments).
Ad esempio
nella controversia Toole v. Richardson-Merrell Inc., Cal. App. 1967,
la prova della colpevolezza è stata raggiunta poiché gli agenti e i
rappresentanti dell’accusato sono stati istruiti dal loro datore di
lavoro nel sottacere il rischio di cataratta connesso con l’utilizzo
del farmaco ed ulteriormente accertata a seguito dell’arresto dello
stesso per aver nascosto dati rilevanti alla Food and Drug
Administration.
Anche
l’attività di promozione e marketing (business promotion e
marketing) di un manufatto del quale si conosce l’esistenza di
pericoli consistenti per i consumatori rende ammissibile la domanda
di danni esemplari e l’irrogazione della relativa condanna e come è
stato affermato nella sentenza denota l’intenzionalità della
condotta pericolosa (Hilliard v. H. Robins, Cal. App. 1983).
La risposta
inadeguata o insufficiente ai reclami ed alle segnalazioni (consumer
complaints) di guasti o a difetti legati alla sicurezza e
all’incolumità degli acquirenti dei manufatti può giustificare la
concessione del rimedio processuale come è avvenuto nel caso Ford
Motor Company v. Novak (1982). Tra il 1971 e il 1977 la compagnia
ricevette numerose lamentele e segnalazioni riguardanti incidenti
cagionati a seguito del difetto alla trasmissione dell’auto, per cui
il sistema frenante dell’auto dopo il parcheggio del veicolo,
assumeva una posizione intermedia a quella corretta e suscettibile a
seguito di vibrazioni dell’auto di muoversi repentinamente
all’indietro investendo i conducenti.
La corte
ritenne il produttore colpevole essendosi limitato ad integrare il
solo manuale delle istruzioni di guida ma non avendo eliminato la
condizione pericolosa e dannosa.
Inoltre quando
un fabbricante di veicoli intenzionalmente o con negligenza
favorisce rappresentazioni false riguardo all'incolumità legata
all’uso del suo prodotto (misleading o deceptive marketing),
tale condotta costituisce una base per un premio di danni punitivi.
Un esempio è ben illustrato in Leichtamer v. American Motor
Corporation, 1981, una controversia fondata sulle lesioni personali
legate agli incidenti occorsi in seguito all’utilizzo della Jeep
modello CJ-7.
In condizioni di grave sforzo strutturale, il veicolo si era
dimostrato pericoloso ed inadatto
ad un uso estremo, nonostante la pubblicità con rilievo nazionale
l’avesse proposto come tale, specie in mancanza degli apposi crash
test (inadeguate testing) per verificare la stabilità e la
risposta funzionale della jeep alle varie condizioni di esercizio in
cui sarebbe stata utilizzata.
Un’altra serie di casi riguarda la consapevole violazione dei
comportamenti minimi di sicurezza propri del settore produttivo (knowing
violation of safety standard). Ad esempio, nel caso Rosendim v.
Avco Lycoming (Santa Clara S. Ct. 1971), l’esplosione in volo di
un’executive jet portò all’accertamento della sua non completa
conformità agli standard di sicurezza e determinò la condanna della
compagnia alla somma di 10,5 milioni di dollari in danni punitivi.
5.
Conclusioni.
I danni punitivi vengono concessi in una serie piuttosto limitata di
verdetti civili, anche in ragione del fatto che la composizione
delle controversie nel sistema statunitense, avviene in larga parte
dei casi al di fuori del dibattimento.
Tuttavia l’analisi dei valori aggregati dell’ammontare dei verdetti,
ma anche la crisi del sistema assicurativo seguita ai molti giudizi
sulla responsabilità del produttore, dimostra l’importante impatto
dell’istituto sulle scelte economiche degli imprenditori.
In particolare esistono pochi dubbi sull’efficacia punitiva e
deterrente di queste condanne pecuniarie, poiché si rileva una forte
tendenza del danneggiante ad eliminare il comportamento che è stata
la ragione della sanzione, anche se il difetto maggiore del rimedio
giuridico è quello i facilitare l’abbandono progressivo di certi
mercati giudicati altamente rischiosi. La forza espansiva
dell’applicazione dei danni esemplari, specie nel settore della
product’s liability e la loro stessa assicurabilità, sono il
risultato di un’evoluzione che ha progressivamente abbandonato i
presupposti originari della penale, legati alla centralità della
figura dell’illecito e che invece si è fondata sempre più
pressantemente sullo stato soggettivo del danneggiante, che
attualmente sembra costituire la costante premessa per l’irrogazione
della condanna, specie per quanto riguarda l’ambito del breach of
contracts.
Quanto invece all’evoluzione della figura giuridica nel mondo della
responsabilità dei prodotti la rilevanza dell’aspetto soggettivo
viene fortemente messa in ombra.
Rimane infatti poco probabile che le mass tort litigation che
investono i prodotti, la responsabilità delle società possa essere
costantemente ricostruita sulla base di un comportamento doloso o
gravemente colposo e il successo dell’istituto potrebbe invece
spiegarsi con l’evoluzione del regime di enterprise liability
sempre più orientato nel senso di una maggiore assolutezza della
responsabilità, a complemento del regime vigente di strict
liability.
All’analisi costi e benefici svolta dalla società danneggiante si
viene sempre più spesso a sovrapporre quella effettuata dalla giuria
in piena autonomia, intesa a far gravare dei c.d social costs
, coloro i quali hanno messo in circolazione prodotti difettosi o
pericolosi.
Tuttavia alle valutazioni delle competenti istanze di primo grado
sembrano sostituirsi con regolare frequenza, le sentenze di
rettifica delle giurisdizioni superiori, le quali sia nelle ipotesi
di danno ambientale sia nelle controversie attinenti ai prodotti,
stanno cercando di porre un freno alle irrogazioni di condanne
dall’ammontare sproporzionato, ancorandole ad una ragionevole
relazione con i danni compensativi (vedasi, ad es.
Cooper Industries Inc., v. Leatherman Tool Group Inc., S. Ct. 2001).
6. Nota Bibliografica.
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