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Il decreto legge n. 394/00 sui mutui usurari (interpretazione autentica delle legge sull’usura n. 108/96) è stato definitivamente convertito nella legge n. 24 del 27 febbraio 2001

Analisi sulla sua incostituzionalità

Di Maura Castiglioni, Avvocato

3 marzo 2001

 

Il decreto legge 29 dicembre 2000 n. 394 concernente l’interpretazione autentica della legge sull’usura n. 108 del 7 marzo 1996, è stato definitivamente convertito in legge in data 27 febbraio 2001 con l’approvazione da parte del Senato.

Il testo del decreto legge oggetto di conversione riporta all’art. 1 i criteri interpretativi dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815 comma 2 del codice civile, stabilendo a tal fine che devono essere ritenuti usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

Con questa disposizione ritenuta norma di interpretazione autentica il Governo ha cercato di porre fine al pericolo creato dalle recenti – ed uniformi – pronunce della giurisprudenza di legittimità, che ritenevano usurari i tassi di interesse i quali – seppure legittimi al momento della conclusione del contratto – divenivano illegittimi per effetto della variazione medio tempore del c.d. tasso-soglia.

A giustificazione di tale principio la Corte di Cassazione con sentenze nn. 5286/00, 1126/00 e 14899/00 osservava che l’obbligazione di interessi non si esaurisce in una sola prestazione, concretandosi in una serie di prestazioni successive. La Legge 108/96 in materia di usura è pertanto “di immediata applicazione nei correlativi rapporti, limitatamente alla regolamentazione degli effetti ancora in corso, quindi, per l’appunto, la corresponsione degli interessi”. La giurisprudenza di legittimità aveva ritenuto quindi che ai fini della qualificazione usuraria degli interessi, sarebbe necessario avere riguardo al momento effettivo della corresponsione e non quello della stipula del contratto.

Per scongiurare pertanto l’evidente pericolo della applicazione di cui all’art. 1815 comma 2, c.c. (nullità delle clausole che pattuiscano interessi usurari) nonché delle innumerevoli ripetizioni alle banche di quanto versato in eccedenza dai mutuatari, il Governo è intervenuto con la criticata interpretazione autentica di cui all’art. 1 comma 1 del d.l. 394/00, che ha tuttavia (in parte) soddisfatto le banche e l’Associazione Bancaria Italiana.

Tuttavia si ritiene discutibile che l’articolo in questione possa avere natura di norma interpretativa, in quanto a tal fine è sempre necessario che o la norma oggetto di interpretazione abbia un tenore letterale incerto (e sia pertanto necessario un intervento volto ad eliminare ogni ambiguità), o comunque che la norma abbia dato luogo ad interpretazioni contrastanti.

Tuttavia né il contenuto letterale dell’art. 644 c.p. né quello dell’art. 1815 comma 2 c.c. risultano ambigui; inoltre il contenuto della norma civilistica è richiamato anche dall’art. 185 delle disposizioni di attuazione sulla legge in generale, il quale difatti prevede che la disposizione di cui al secondo comma dell’art. 1815 c.c. si applica anche se il contratto di mutuo sia antecedente al Codice Civile medesimo.

D’altro canto non può neppure ritenersi che le norme oggetto di interpretazione della legge in esame abbiano dato adito ad evidenti contrasti giurisprudenziali. Difatti diverse sono state le pronunce del giudice di legittimità tese a riconoscere che al fine di considerare il tasso di interesse quale usurario occorre aver riguardo al momento degli effettivi adempimenti di ogni singola obbligazione di interessi e non al momento della stipula del contratto. Alla luce di quanto sopra si potrebbe quindi legittimamente dubitare che l’art. 1 del d.l. 394/00, ora convertito in legge, possa trattarsi di norma interpretativa e non piuttosto di disposizione innovativa.

Non è poi esclusa la possibilità di ravvisare un conflitto tra potere legislativo e potere giudiziario, dal momento che il primo è intervenuto proprio al fine di risolvere questioni in realtà sottoposte all’autorità giudiziaria e pertanto riservate alla sua esclusiva competenza.

* * *

La legge di conversione ha mantenuto – seppur modificandolo in modo più favorevole agli utenti - il c.d. “tasso di sostituzione”, disciplinato all’art. 2 del decreto legge, al quale debbono essere rinegoziati senza costi aggiuntivi per i mutuatari i mutui contratti prima del 1997 – e pertanto prima dell’entrata in vigore della L. 108/96 – che superino comunque il tasso soglia individuato.

A decorrere dalle rate scadute dopo il 03 gennaio 2001 i mutui di cui sopra dovranno essere rinegoziati ad un tasso pari al 9,96%, ribassato all’8% per i mutui non superiori a Lit. 150 milioni ed utilizzati al fine dell’acquisto di prime case che non appartengano alla categoria di lusso.

La vittoria raggiunta dalla legge di conversione consiste semplicemente nella percentuale del tasso di conversione certamente più bassa rispetto a quella prevista nel testo originario del decreto legge, il quale infatti prevedeva l’applicazione di un tasso di sostituzione pari al 12,21%, corrispondente al valore medio negli ultimi venticinque anni dei rendimenti dei BpT con vita residua di almeno un anno.

Tale tasso doveva poi essere aumentato se il mutuatario era un’impresa, mentre ora è stabilito per tutti nella misura del 9,96%, pur con le agevolazioni sopra riportate nell’ipotesi di acquisto di prime case non di lusso.

In forza dell’interpretazione autentica contenuta nell’art. 1 della legge di conversione, sono invece escluse le restituzioni per gli interessi divenuti medio tempore usurari e già corrisposti per le rate scadute prima del gennaio 2001.

Appare possibile sostenere a questo punto una violazione di natura “temporale” del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione. Infatti la rinegoziazione concessa dal d.l. 394/00 è applicabile ai mutui con tassi di interesse corrispettivi certamente superiore quello individuato dalla legge di conversione, ma unicamente a partire dalle rate scadute a decorrere dal gennaio 2001. Pertanto prima di tale data, quanto corrisposto in eccedenza – perché veniva superato il c.d. tasso limite dell’usura – era da ritenersi legittimamente versato e non dava possibilità di restituzione alcuna, per le rate invece scadute successivamente al 3 gennaio 2001 vi è l’obbligo di rinegoziazione. E’ certa pertanto la discriminazione subita dai mutuatari che abbiano adempiuto alla rate scadute gli anni precedenti, rispetto all’obbligo di rinegoziazione valevole solo per il presente ed il futuro. Ancora più macroscopica è poi la discriminazione subita – rispetto agli attuali mutui oggetto di rinegoziazione – dagli utenti che abbiano concluso prima del 2001 un contratto di mutuo con interessi divenuti usurari: a questa categoria di mutuatari è stato negato sia il diritto alla restituzione di quanto versato in eccesso, sia il diritto attuale ad una rinegoziazione, pur nel vigore della L. 108/96.

La limitata interpretazione dell’art. 1815 comma 2 c.c. – applicabile solo in relazione al momento della stipula del contratto - impedisce poi ai mutuatari che abbiano corrisposto obbligazioni di interessi divenuti medio tempore usurari, il diritto di adire la via giudiziaria al fine di ottenere la restituzione di quanto versato in eccesso, in violazione dell’art. 24 della Costituzione.

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Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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