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Critica alla Legge n. 24/2001 sui mutui usurari. Che siano le banche a dover ricorrere alla Corte Costituzionale?

Di Maurizio Tidona, Avvocato

19 marzo 2001

 

La Legge 24 del 28 febbraio 2001 relativa alla conversione del decreto legge 394/00 in materia di interpretazione autentica dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815 comma 2 c.c. ha cercato di trovare una soluzione alla discussa questione relativa ai tassi di interesse ritenuti usurari.

Il tentativo, davvero mal riuscito, perseguito dall’intervento prima del Governo e poi del Parlamento, era quello di riportare ad una apparente situazione di equità l’interpretazione delle disposizioni in materia di usura, dopo gli innovativi interventi della Corte di Cassazione, che motivavano in modo originale la retroattività della L. 108/96.

Dopo anni di orientamenti giurisprudenziali nettamente in favore degli istituti di credito, la Corte di Cassazione – seguendo il precedente esempio in materia di anatocismo bancario – ha cambiato decisamente ed improvvisamente la propria posizione, con un revirement in difesa esclusiva dell’universo dei consumatori. La banca, ritenuta in assoluta posizione dominante, addossava costi eccessivi agli utenti, che – contraenti deboli – dovevano pertanto essere difesi, almeno dall’intervento della giurisprudenza.

Il decreto legge n. 394/00 e la successiva legge di conversione n. 24/01 hanno avuto probabilmente lo scopo di riportare la ormai ostica questione in materia di mutui usurari in una posizione di “neutralità”, cercando di trovare una soluzione che contemperasse tanto le esigenze degli utenti, quanto quelle delle banche. Tuttavia, se questo era in effetti l’obiettivo dell’intervento legislativo, non può certo definirsi raggiunto, dal momento che la Legge 24/2001 se ha sollevato questioni di illegittimità costituzionale in favore dei clienti, non può d’altro canto definirsi una legge “salvabanche”, così come invece era stato appellato il decreto legislativo 342/99 in materia di interessi anatocistici.

Lo scopo perseguito dall’intervento legislativo era quello di attribuire una interpretazione autentica e definitiva alle disposizioni in materia di usura, ponendo definitivamente fine alle questioni sollevate dagli interventi giurisprudenziali recenti.

Difatti a tal fine è stato strutturato l’art. 1 della legge n. 24, il quale stabilisce che ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, secondo comma, del codice civile (che disciplina il c.d. mutuo gratuito), si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.

Si è così negato – in conformità con le disposizioni vigenti negli altri Paesi europei - l’effetto sostanzialmente retroattivo che la legge 108/96 stava producendo a seguito delle interpretazioni giurisprudenziali, riconoscendo che il tasso di interesse originariamente legittimo poteva divenire medio tempore usurario. 

Tuttavia la legge si è spinta ben oltre, cercando almeno sostanzialmente di rendere possibile quanto non aveva fatto formalmente.

Il secondo comma dell’art. 1, ha stabilito che in considerazione dell’eccezionale caduta dei tassi di interesse verificatasi nel biennio 1998-99, il tasso pattuito nei finanziamenti stipulati nella categoria dei mutui a tasso fisso, individuata con decreto del Ministro del Tesoro, in essere alla data di entrata in vigore della legge, deve essere rinegoziato ad un tasso di sostituzione particolarmente vantaggioso per il mutuatario.  

E’ evidente quindi che, benché lo scopo dell’intervento della legge fosse quello di fornire una autentica interpretazione delle norme individuate, in concreto si è voluto addossare alle banche l'onere finanziario dell’obbligatoria rinegoziazione, imputando loro costi che, benché tali da non pregiudicare la stabilità delle stesse (come invece potevano esserlo quelli derivanti dall’applicazione degli orientamenti della Suprema Corte), non sarebbero di certo concepibili se riferiti ad altre imprese di diversi settori, in quanto particolarmente gravosi.

La Legge n. 24/01 ha riconosciuto la legittimità del comportamento tenuto dalle banche, che non ammettevano tassi di interesse divenuti medio tempore usurari, ma ha tuttavia “punito” senza alcuna formale giustificazione gli istituti di credito attraverso i notevoli costi della obbligatoria rinegoziazione.

Ne consegue una palese violazione del principio di ragionevolezza – corollario al diritto di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione - di tale disposizione, la quale si spinge oltre il formale obiettivo dell’intervento legislativo e colpisce immotivatamente le banche.

Difatti il principio di ragionevolezza rappresenta un limite al potere discrezionale del legislatore, impedendone pertanto un esercizio arbitrario.

Tale principio esige che le disposizioni normative contenute in atti aventi forza di legge siano adeguate o congruenti rispetto al fine perseguito dal legislatore, ritenendosi pertanto sussistente una violazione dello stesso principio quando venga prevista una disciplina discriminatoria in contraddizione con il pubblico interesse perseguito dalla legge. E’ evidente come nella legge in esame il legislatore si sia spinto ben oltre lo scopo apparente ed individuato nell’interpretazione autentica delle norme.

Diretta conseguenza della violazione del principio di ragionevolezza è il contrasto con il diritto di uguaglianza di cui all’art. 3 della Costituzione. In relazione ai “vecchi” contratti di mutuo, stipulati prima dell’entrata in vigore della L. 108/96 e pertanto prima del 1997 ma tuttavia ancora in essere, è evidente che le banche siano ingiustificatamente discriminate rispetto alla posizione dei mutuatari. Difatti solo alle prime è addossato l’ingente onere finanziario della rinegoziazione ad esclusivo vantaggio degli utenti, pur senza che le stesse banche abbiano commesso alcuna infrazione che possa giustificare l’atteggiamento punitivo a loro carico.

Ulteriore illegittima disparità è ravvisabile poi nel principio – sempre contenuto al comma 2 dell’art. 1 – in forza del quale il tasso di rinegoziazione è espressamente stabilito alla percentuale del 9,96% (ribassata all’8% per i mutui a tasso fisso non superiori a Lit. 150 milioni ed utilizzati al fine dell’acquisto di prime case non di lusso), ma tuttavia se è già stata determinata una rinegoziazione a condizioni ancora più favorevoli al cliente, questa, pur in violazione – seppure in difetto - del tasso previsto dalla legge, è mantenuta a discapito della banca.

Gli istituti si vedono dunque negare in questo modo il diritto di adire la via giudiziaria – in violazione quindi dell’art. 24 della Cost. - al fine di ricondurre il tasso di rinegoziazione sia pure nel limite di quanto disposto dall’art. 1 comma 2 della L. 24/01.

L’intervento legislativo teso a riportare – dopo le recenti pronunce giurisprudenziali non certo imparziali - una situazione di equilibrio tra banca ed utente, ha pertanto avuto il concreto risultato di danneggiare entrambe le parti.

Un’attenta analisi della legge n. 24/01 non può non portare a ritenere che si siano addossate alle banche pesanti ed ingiuste conseguenze di natura economica, al solo fine di evitare che anche questo urgente intervento – così come il precedente in materia di anatocismo bancario - venisse considerato “salvabanche” ed inducesse i consumatori, insoddisfatti, ad intervenire per ottenerne l’abrogazione.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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