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Appunti in tema di correttezza e fideiussioni

Di Sergio Vergottini

26 marzo 2001

 

Commento alla sentenza della Corte di Cassazione n. 2284/1999

 

 

Supponendo che un Istituto di Credito non abbia mantenuto una condotta ispirata a buona fede e correttezza nella gestione del rapporto finanziario con un soggetto affidato, potrebbe ancora escutere la garanzia fideiussoria a suo tempo rilascia da terzi?

Ebbene, a dire della più recente giurisprudenza della Cassazione, la Banca in parola sarà tenuta al risarcimento dei danni conseguenti alla imprudente gestione del rapporto con l’obbligato principale, salvo restando l’efficacia della garanzia personale prestata.

In altri termini, “in tema di fideiussione prestata a garanzia di un'apertura di credito  in  conto corrente,  la violazione da parte della banca del dovere di  correttezza  e  buona fede,  per avere fornito informazioni inesatte,  puo'   dar  luogo  a   responsabilita'  contrattuale  della stessa  e  all'obbligo  di  risarcire   il   danno,  ma  non   puo'  determinare  l'inefficacia  del contratto” (Cassazione civile Sezione III, 15 marzo 1999 n. 2284, -  Meloni  c. Banco Napoli - , Giust. civ. Mass. 1999, 565, in Riv. dottori comm. 1999, 754, in Foro it. 1999, I, 1165).

La Cassazione ha quindi osservato che, in ipotesi di un comportamento non  corretto  o di  mala  fede  della  banca questo non renderebbe in ogni caso  inefficace  o  inoperante  la   fideiussione.

Detta pronuncia si pone in contrasto con altre precedenti rese dalla Supremo Collegio, e più precisamente con la sentenza n. 7050/1997 per la quale la violazione agli obblighi di correttezza e di buona fede costituiscono un’eccezione all’operatività della garanzia fideiussoria.

Il ragionamento svolto dai giudici di legittimità nella più recente pronuncia  è stato il seguente.

In linea di principio la normativa di correttezza nell'adempimento  delle obbligazioni prevista dall'art. 1175 c.c. e confortata dal precetto  costituzionale (art. 2 della Costituzione), che impone il rispetto  dell'inderogabile  dovere  di   solidarietà sociale, esige attuazione  piena, nei limiti di compatibilità con altri valori di pari grado e  dignità.

Ciò comporta  che  diritti  ed  obblighi,  seppure  specificamente  regolati  da  norme  che  li  prevedono,   non possono mai prescindere  dall'osservanza dei principi di correttezza e di buona fede, operanti  all'interno  delle  posizioni  soggettive, pur avendo natura contrattuale, non potendo l'autore di un  comportamento  scorretto  trarre  da   esso utilità con altrui danno (neminen laedere).

In  tema   di esecuzione del contratto, “(o del rapporto obbligatorio) la  buona  fede si  atteggia  come un impegno od obbligo di solidarietà,  che  impone a  ciascuna  parte  di tenere  quei  comportamenti che, a  prescindere   da specifici   obblighi   contrattuali   e dal   dovere  extracontrattuale   del  "neminem laedere",  senza  rappresentare  un  apprezzabile  sacrificio a  suo carico, siano idonei a preservare gli  interessi  dell'altra  parte. (Nella  specie, in applicazione di tale  principio, la S.C. ha confermato la decisione dei giudici del merito,  i  quali  avevano ritenuto  non  conforme  a buona  fede  la  mancata  cooperazione del   promittente   venditore   in favore  del  promesso  acquirente al  fine  di far conseguire a quest'ultimo un mutuo per il  pagamento del prezzo)” (Cassazione civile Sezione III, 9 marzo 1991 n. 2503,  -  Zingale   c. Virzi' - , in Giust. civ. Mass. 1991, fasc. 3, in  Foro it. 1991, I,2077, in Nuova giur. civ. commentata 1992, I, 325 (nota)).

Tuttavia, la  violazione  del  dovere  di  correttezza, prosegue la Corte,  ove   non sia considerato  in  forma  primaria  ed  autonoma  da  una   norma costituisce  solo   un criterio di qualificazione e di valutazione del  comportamento dei soggetti.

Sembra, dunque, di capire che qualora il precetto di “buona fede e correttezza” non sia ribadito in una norma specifica, lo stesso possa semplicemente rappresentare un parametro di giudizio circa la condotta assunta da un soggetto del contratto e, in ogni caso, non una specifica causa di inefficacia (o paralisi) del rapporto.

Un comportamento contrario alla correttezza contrattuale non può essere reputato  illegittimo  e   quindi fonte di responsabilità, ove nel contempo non  concreti  la  violazione  di  un  diritto  altrui,   già direttamente  riconosciuto  da  una  norma  giuridica, ossia già “consolidatosi” fra le parti.

Sennonché,  una  volta   ritenuto (e giudizialmente rigorosamente provato) che la violazione del dovere di comportarsi  con  correttezza  e   buona fede da parte della banca dà  luogo a (pacifica) responsabilità contrattuale della stessa, la conseguenza di  ciò  non  è,  come  pure  a  volte  si  è erroneamente sostenuto  in  tema   di  fideiussione  in   favore di una banca, l'inefficacia (nullità / annullabilità?) del contratto che lega il soggetto alla  banca,  ma   l'obbligo del risarcimento del danno a carico della banca  ed  a  favore  dell'altro contraente, secondo i principi generali che  regolano la responsabilità contrattuale.

A contrario, non vi è alcuna norma di legge che consente di affermare che qualora una delle parti  non   si comporti secondo buona fede e correttezza nell'esecuzione del  contratto, il contratto stesso diventa inefficace.

Se fosse vero il contrario, ossia se ad ogni violazione dell’obbligo di correttezza contrattuale corrispondesse una causa di nullità (o se si preferisce di inefficacia), allora bisognerebbe supporre che il legislatore oltre alle ragione, espresse nel codice, di invalidità ne ha voluta indicare un’altra, tacitamente.

“I  principi  di correttezza  e buona fede di cui all'art. 1175 e 1375  c.c. sono  stati codificati  dal  legislatore come "regulae iuris" di  carattere    generale   con  esclusivo    riferimento    ai  rapporti  precontrattuali  ed all'interpretazione  ed esecuzione del negozio, e  non  anche  con riguardo al contenuto del negozio medesimo, nel senso  che (eccezion  fatta  per  l'eventualità che la violazione dei detti  doveri si  trovi  ad  integrare anche  una  delle  specifiche ipotesi  previste  in  tema  di  nullità o  annullabilità  dei  contratti) i  contraenti possono comporre i loro contrapposti interessi concordando  del  tutto liberamente  il  predetto  contenuto negoziale,  senza poi  potere, proprio in ragione di tale libertà, invocare, a stipulazione  avvenuta,   l'asserita  contrarietà di  una  o  più delle  clausole  convenute ai  doveri  in questione (salvo che nei casi esplicitamente  previsti dal legislatore)” (Cassazione civile Sezione I 30 dicembre 1997 n. 13131, - Migliaccio  c. Banco Ambrosiano Veneto - , in Foro pad. 1999, I, 17 nota (SENIGALLIA)).

L’ultima richiamata sentenza ribadisce le consegue che l’ordinamento ha apprestato al caso in cui una delle due parti abbia agito in mala fede.

Sciolto il nodo della reazione che il legislatore ha apprestato di fronte ad una tale condotta, resta da determinare i parametri in forza dei quali quantificare il risarcimento del danno.

Sullo specifico punto, non essendoci dei significativi precedenti giurisprudenziali, bisognerà dare applicazione alle regole generali.

E’ logico supporre che il danno provocato dalla mala gestio della banca corrisponda, per il soggetto affidato,  a quella parte di oneri e costi che il contraente ha dovuto sopportare a causa dell’ingiustificato finanziamento.

L’obbligato principale sarà comunque tenuto a restituire tutto il capitale finanziato non invece a corrispondere i costi relativi allo stesso.

Quanto, invece, al fideiussore, si potrà forse legittimamente sostenere l’inefficacia (solo) parziale della garanzia in corrispondenza a quella quota di debito che l’istituto di credito non avrebbe dovuto erogare.

Si noti come tale conclusione non esclude la garanzia fideiussoria per la restante parte del debito lecitamente contratto.

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Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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