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Il fallimento del correntista bancario e gli accreditamenti successivi alla dichiarazione di fallimento. Differenza con il deposito bancario

Di Maura Castiglioni, Avvocato

26 novembre 2001

 

L’art. 78 del Regio Decreto 16 marzo 1942 n. 267 (c.d. Legge Fallimentare) stabilisce che a seguito dell’avvenuta dichiarazione di fallimento di una delle parti, i contratti di conto corrente, di mandato e di commissione si sciolgono. In particolare si rileva che la ratio di tale disposizione debba essere ravvisata nella natura di tali contratti, tutti caratterizzati da un profondo rapporto di fiducia che lega i contraenti, dal c.d. intuitus personae, che pertanto viene a mancare nell’ipotesi in cui una delle parti venga dichiarata fallita.

Con riferimento al rapporto di conto corrente si ritiene tuttavia che la giustificazione del principio di cui all’art. 78 L.F. debba essere individuata piuttosto nella particolare natura del contratto. Infatti tale rapporto ai sensi dell’art. 1823 c.c. consiste nell’annotazione in conto corrente dei crediti derivanti da reciproche rimesse delle parti. Orbene con la dichiarazione del fallimento, il soggetto dichiarato fallito non ha più la disponibilità e l’amministrazione del proprio patrimonio in forza dell’art. 42 L.F. e pertanto non può più essere gravato da debiti, né può essere titolare di crediti con reciproche rimesse in conto corrente. Ne consegue che viene meno pertanto la causa del contratto, con la naturale ed inevitabile conseguenza del suo scioglimento.

Tale disposizione trova applicazione anche con riferimento ai contratti di conto corrente bancari.

Per il correntista rimasto in bonis (la Banca qualora l’altra parte contraente sia stata dichiarata fallita) l’esigibilità del saldo del rapporto avviene alla data della dichiarazione di fallimento. Questi pertanto deve insinuare il proprio credito – esattamente per l’importo che risulterà alla data di dichiarazione del fallimento - nel passivo, per poter essere soddisfatto in moneta fallimentare. Dalla data del fallimento non si producono più gli interessi del credito così maturato.  

Se invece il saldo attivo risulta essere a favore del soggetto fallito, l’esigibilità è subordinata alla scadenza del rapporto medesimo. Quanto sopra implica dunque che il curatore può far valere il credito del fallimento non prima del termine contrattuale stabilito per la chiusura del rapporto. L’esigibilità del saldo in favore del soggetto fallito include tanto la somma capitale, quanto gli interessi maturati dalla data di scioglimento del rapporto alla data stabilita contrattualmente per la chiusura del rapporto.

In conseguenza dell’avvenuta dichiarazione di fallimento tutti gli accreditamenti successivi vengono inclusi nella massa fallimentare a tutela dei creditori e non possono essere trattenuti dalla Banca a soddisfazione dell’eventuale credito per scoperto di conto corrente vantato nei confronti del fallito, in forza del principio della par condicio creditorum.

Infatti nella diversa circostanza in cui la Banca abbia annotato accrediti sul conto corrente successivamente alla dichiarazione di fallimento del titolare, tali annotazioni risultano inefficaci in forza del disposto di cui all’art. 44 comma 2, L.F. il quale stabilisce l’inefficacia dei pagamenti ricevuti dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento.

Con lo scioglimento del contratto di conto corrente si estinguono altresì gli obblighi in capo alla Banca per l’esecuzione del mandato inerente al rapporto, restando salva a norma dell’art. 42 comma 2 L.F. la detrazione delle sole spese per la tenuta e conservazione del conto corrente, ma non dei pagamenti eseguiti dalla Banca per conto del correntista successivamente al suo fallimento ed al conseguente venir meno della sua disponibilità delle somme depositate (Cass. Sez. I, sent. n. 407 del 20/01/1988). Tali effetti si producono automaticamente e non necessitano di alcuna comunicazione.

Lo scioglimento del contratto a seguito della dichiarazione di fallimento, stabilito ex art. 78 L.F. per il rapporto di conto corrente, non si applica al diverso contratto di deposito bancario di cui all’art. 1834 c.c., il quale include sempre al momento del fallimento un saldo attivo in favore della massa fallimentare.

Un autorevole principio giurisprudenziale sostiene che il deposito bancario non si estingue per il fallimento del depositante, ma prosegue con la curatela che, anche tacitamente, dichiari di voler subentrare nel rapporto. Il credito del fallito nei confronti della Banca non è soggetto a scadenza al momento dell’apertura del fallimento e pertanto, non essendo esigibile, non si compensa con un credito concorsuale della Banca. Il credito nascente da deposito bancario, nel quale sia subentrato il curatore al soggetto fallito, fa capo alla massa dei creditori fallimentari, con la conseguenza che il curatore può richiederne il pagamento alla Banca presso la quale è situato il deposito.

Rimangono pertanto inefficaci nei confronti del fallimento gli atti di utilizzo della somma depositata posti in essere dal fallito, con la conseguenza che, qualora la Banca abbia eseguito gli ordini di pagamento impartiti dal soggetto fallito, sarà tenuta a reintegrare le somme nella massa fallimentare.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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