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La notifica INPS dell’avviso di riscontro del mancato pagamento da parte del datore di lavoro dei contributi previdenziali: atto amministrativo o penale?

Di Andrea Formica, Avvocato

26 novembre 2001

 

L’art. 2 comma 1bis della l. n. 638 del 1983 (così come modificato dal d. lgs. 24 marzo 1994 n. 211) prevede l’obbligo dell’Inps, una volta accertato il mancato pagamento da parte del datore di lavoro dei contributi previdenziali dei propri dipendenti, della notifica di un avviso contenente gli estremi dell’illecito e l’avvertimento che, nel caso in cui la posizione non venga sanata entro tre mesi (in passato erano sei) dalla data di notifica avrà inizio automaticamente il procedimento penale a suo carico.

Il dubbio che si pone nell’applicazione di tale normativa è il seguente: la notifica dell’avviso Inps è un atto amministrativo o un atto penale ?

La risposta a tale domanda, che può apparire di primo acchito meramente accademica, rivela, al contrario, fortissime implicazioni di carattere pratico-giuridico.

Infatti, nel primo caso la notifica dell’avviso Inps potrà essere efficacemente realizzata con l’invio alla persona fisica - legale rappresentante presso la società inadempiente (ciò che si verifica molto spesso) e assolvere così la sua funzione senza ulteriori adempimenti.

Nel secondo caso, invece, si imporrà l’applicazione della normativa del codice di procedura penale in materia di notificazioni (art. 148 e segg.), informata al principio che la responsabilità penale è personale, e ciò comporterà l’insufficienza della notifica avvenuta presso l’impresa che ha commesso l’illecito omissivo. L’irregolarità della notifica alla persona fisica determinerà, nell’eventuale successivo procedimento penale, l’improcedibilità dell’azione penale e, di conseguenza, sentenza di non doversi procedere ex art. 529 c.p.p. a favore dell’imputato.

A nostro parere, l’interpretazione corretta da seguire è quella che ritiene la notifica Inps un atto di natura penale, che deve soggiacere alla disciplina del codice di procedura penale.

Tale posizione (che è stata avversata in passato dalla giurisprudenza di legittimità) appare più aderente al dettato normativo e, più in generale, all’intero ordinamento legislativo, atteso che la comunicazione Inps è un obbligo e non una facoltà dell’ente previdenziale e che il legale rappresentante ha il diritto di essere messo nella condizione di sanare la propria posizione evitando un processo penale a suo carico.

Ora, è evidente che in caso di irregolare notifica verrebbe minato tale diritto e si darebbe corso ad una azione penale automatica, che l’indagando avrebbe (forse) voluto e potuto evitare.

Si potrebbe verificare, ad esempio, il caso della notifica di tale comunicazione al legale rappresentante della società inadempiente presso la stessa società dopo che questi ne sia uscito, sostituito da una nuova dirigenza. Quest’ultima può (per i più diversi motivi: disorganizzazione, eccessiva burocrazia, ma anche, atteggiamento ostile) omettere la comunicazione  tempestiva della verifica dell’illecito e del termine per sanarlo ed evitare la contestazione del reato relativo. La conseguenza sarebbe un procedimento penale (con enormi costi che ricadono in varie forme sulla collettività) che una maggiore diligenza nella notificazione avrebbe potuto evitare, con l’ulteriore vantaggio dell’immediato recupero da parte dell’Inps di quanto dovuto.

Nel senso di questa interpretazione si è dimostrata, due anni orsono, la Pretura di Milano, che in due occasioni (28 settembre 1999 e 16 dicembre 1999, sempre con giudice Montingelli) ha affermato che, gli adempimenti di comunicazione dell’accertamento del comportamento omissivo costituiscono il momento iniziale di un procedimento penale, “essendo previsto che, laddove l’interessato regolarizzi la posizione con il pagamento dei contributi dovuti il procedimento penale sfoci nell’archiviazione” (rectius in teoria e con maggiore coordinamento tra ente previdenziale e Procura della Repubblica l’imprenditore non dovrebbe neppure essere iscritto nel registro delle persone sottoposte ad indagini). Ora, conclude la Pretura, nel caso in cui non vi sia stata una corretta comunicazione il giudice non può che prenderne atto dichiarando l’improcedibilità dell’azione penale e non potrà trovare spazio alcuna remissione in termini per il giudicando dato che, una volta esercitata l’azione penale e mancando i tassativi vizi previsti dal codice di rito all’art. 555 c.p.p. per una declaratoria di nullità del decreto di citazione, il principio costituzionale dell’irretroattività dell’azione penale (conseguenza di quello dell’obbligatorietà dell’azione penale) impedisce qualsiasi retrocessione del procedimento e, quindi, la possibilità della remissione in termini per la pubblica accusa.

Nello stesso senso si è espresso, lo scorso 22 ottobre 2001, il Tribunale di Piacenza che ha emesso sentenza di non doversi procedere per mancanza di condizione di procedibilità a carico di due imputati, legali rappresentanti di una società, avendo ricevuto essi la notifica dell’avviso Inps presso quella società che avevano lasciato da tempo.

Pertanto, si può affermare che tale impostazione giurisprudenziale, corroborata da valide argomentazioni logico-giuridiche, sia divenuta ormai una corrente, che si sta affermando nelle corti di merito e che non potrà essere negletta ancora per molto dalla Suprema Corte.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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