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La deliberazione di esclusione del socio di una banca di credito cooperativo

Di Maura Castiglioni, Avvocato

17 novembre 2003

 
La deliberazione di esclusione del socio da una società cooperativa è prevista e disciplinata dall’art. 2527 c.c., che difatti così stabilisce:
 
“L'esclusione del socio, qualunque sia il tipo della società, oltre che nel caso indicato nell'articolo 2524, può aver luogo negli altri casi previsti dagli articoli 2286 e 2288, primo comma, e in quelli stabiliti dall'atto costitutivo. Quando l'esclusione non ha luogo di diritto, essa deve essere deliberata dall'assemblea dei soci o, se l'atto costitutivo lo consente, dagli amministratori, e deve essere comunicata al socio. Contro la deliberazione di esclusione il socio può, nel termine di trenta giorni dalla comunicazione, proporre opposizione davanti al tribunale. Questo può sospendere l'esecuzione della deliberazione. L'esclusione ha effetto dall'annotazione nel libro dei soci, da farsi a cura degli amministratori”.
 
La giurisprudenza ritiene sul punto che: “La comunicazione al socio della deliberazione di esclusione, ai sensi dell'art. 2527 cod. civ., non richiede la trasmissione in forma autentica ed integrale del provvedimento, né l'adozione di particolari formalità, ma è sufficiente che risulti idonea a rendere edotto il socio delle ragioni dell'adottata sanzione, in guisa da consentirgli di articolare le proprie difese con l'opposizione.
 
L'eventuale incompletezza della comunicazione non incide, peraltro, sulla validità e sull'operatività del provvedimento, ma può spiegare rilievo solo al diverso fine di consentire un'opposizione tardiva o non specifica.” (Cass. civ. Sez. I, sent. n. 1448 del 05-02-1993, Caccia c. Soc. Cooperativa Vimercatese - rv 480758; conf. Cass. civ. Sez. I, sent. n. 6298 del 17-07-1987, Montesanti c. Soc. Cooperativa Roccasicura Terza - rv 454578).
 
La comunicazione al socio della deliberazione di esclusione può automaticamente comportare altresì la decadenza dalla carica di amministratore. Il venir meno difatti di entrambe le cariche ricoperte non è escluso dall’orientamento della giurisprudenza, la quale anzi sul punto ha stabilito che: “Il cumulo delle qualifiche di socio e di amministratore non impedisce che le irregolarità o le illiceità commesse dall'amministratore determinino non solo la revoca del mandato di amministratore e l'esercizio dell'azione di responsabilità espressamente prevista, ma anche l'esclusione da socio per la violazione dei doveri previsti dallo statuto a tutela delle finalità e degli interessi dell'ente.” (Cass. civ. Sez. I, sent. n. 4404 del 02-07-1988, Dalla Giana c. Banca Popolare di Lonigo - rv 459387).
 
L’art. 2527 c.c. attribuisce al socio escluso il diritto di proporre opposizione avverso la delibera di estromissione nel termine di trenta giorni dalla avvenuta comunicazione. La competenza relativa a tale procedimento è devoluta, in modo necessariamente inderogabile al Tribunale del luogo dove la società cooperativa ha sede non trovando deroga nell'indicazione dell'art. 2527 c.c. circa l'organo giurisdizionale collegiale da adire. Tale competenza rimane inderogabile anche nell’ipotesi in cui il provvedimento di estromissione sia stato emesso dal Consiglio di Amministrazione, anziché dall’Assemblea dei soci. (Cass. civ. Sez. I, sent. n. 5156 del 27-07-1983, Chiumento c. Soc. Conprosme - rv 430024).
 
In ordine all’oggetto del procedimento di opposizione si osserva poi che “Il giudice competente deve riscontrare non solo l’effettiva sussistenza della causa di esclusione posta a fondamento della deliberazione, ma anche la sua inclusione fra quelle previste dalla legge o dall’atto costitutivo, restandogli preclusa soltanto l’indagine sull’opportunità del provvedimento adottato dagli organi sociali” (Cass. civ. Sez. I, sent. n. 1936 del 22/04/1989, De Lorenzo c. Banca Popolare Apricena - rv 462572).
 
La valutazione del giudice deve quindi limitarsi a verificare - obbligatoriamente - la sola regolarità formale della decisione che ha portato all’esclusione del socio, accertando che la motivazione della delibera rientri tra quelle elencate nello statuto sociale, senza entrare nel merito delle cause del provvedimento e senza pronunciarsi sulla eventuale inopportunità sottostante la delibera adottata dal Consiglio della Banca.
 
Pertanto nel giudizio di opposizione alla delibera della società cooperativa, sono requisiti necessari e sindacabili dal giudice in sede d'impugnazione “la colposità dell’inadempimento, da presumersi in applicazione della regola generale dell'art. 1218 cod. civ., e la gravità del medesimo, da riscontrarsi in relazione al pregiudizio arrecato al perseguimento dello scopo sociale, mentre non si richiede che, nella contestazione al socio del fatto, si preannunci espressamente l'adozione del relativo provvedimento.” (Cass. civ. Sez. I, sent. n. 4598 del 14-07-1988, D'Elia c. Soc. Cooperativa Edilizia Montedoro - rv 459493).
 
Ne consegue che nel giudizio di impugnazione resta sottratta al giudice ogni valutazione sull'opportunità dell'esclusione, in quanto la decisione assunta dall’organo societario e relativa all’estromissione del socio è puramente privatistica ed attinente ad una politica societaria interna, vertendosi in tema di scelte discrezionali della società.
Infatti l’istituto dell’esclusione del socio è previsto a tutela dell’interesse degli stessi soci e all’interno del gruppo esaurisce tutta la sua rilevanza. Dunque il controllo giudiziario della causa di opposizione deve essere svolto nel solo interesse dei soci e come tale deve pertanto consistere unicamente in un rigoroso controllo di legittimità, in relazione alle inadempienze denunciate (F. Di Sabato, Manuale delle Società, Utet 1999).
 
E ancora la giurisprudenza sul punto si è così pronunciata: “La delibera di esclusione del socio, che risulti adottata dalla assemblea di una società cooperativa nel concorso di una situazione che l'atto costitutivo preveda come giustificativa dell'esclusione medesima, non può essere impugnata in relazione a pretesi abusi di potere, ovvero disparità di trattamento, tenuto conto che essa integra un atto privatistico e non un provvedimento amministrativo, né in relazione ad una pretesa inosservanza di principi di solidarietà e buona fede, la quale non può di per sé configurarne ragione di illegittimità, a fronte del disconoscimento, nella suddetta situazione, del diritto del socio di continuare a far parte della società.” (Cass. civ. Sez. I, sent. n. 4236 del 20-06-1983, Trombetta c. Soc. Cooperativa Edilizia Speranza e Vittoria - rv 429169).
 
L’impugnazione ex art. 2527 c.c. deve quindi essere relativa ad irregolarità formali inerenti la delibera di estromissione, le quali viziando la decisione siano idonee a permettere la reintegra del socio escluso.
 
Si evidenzia infine che il socio estromesso, ha pur sempre diritto alla liquidazione della propria quota, la quale, ai sensi dell’art. 2529 c.c., ha luogo sulla base del bilancio dell’esercizio in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente al socio, ed il relativo pagamento deve avvenire entro sei mesi dall’approvazione del bilancio stesso.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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