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La testimonianza del dipendente di banca nel processo civile

Di Maurizio Tidona, Avvocato

2 novembre 2004

 
L’art. 246 del codice di procedura civile prevede l’incapacità a testimoniare di quelle persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione diretta al giudizio.

L'interesse che dà luogo ad incapacità a testimoniare a norma dell'art. 246 c.p.c. è quello giuridico, personale, concreto, comportante la legittimazione a proporre l'azione ovvero ad intervenire in un giudizio; ciascuno può difatti intervenire in un processo tra altre persone per far valere, in confronto di tutte le parti o di alcune di esse, un diritto relativo all'oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo. Può altresì intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti, quando vi ha un proprio interesse.

A norma dell’art. 421 c.p.c. il giudice, ove lo ritenga necessario, può comunque ordinare la comparizione, per interrogarle liberamente sui fatti della causa, anche di quelle persone che siano incapaci di testimoniare a norma dell'articolo 246.

Secondo la giurisprudenza di legittimità non comporta incapacità a testimoniare per i dipendenti di una banca la circostanza che questa, evocata in giudizio da un cliente, potrebbe convenirli in garanzia nello stesso giudizio per essere responsabili dell'operazione che ha dato origine alla controversia poiché le due cause si fondono su rapporti diversi e i dipendenti hanno un interesse solo riflesso a una determinata soluzione della causa principale che non li legittima a partecipare al giudizio promosso dal cliente, in quanto l'esito di questo, di per sé, non è idoneo ad arrecare ad essi alcun pregiudizio (in tali termini vedasi Cass. 4 marzo 1993 n. 2641; Cass. 28 gennaio 1983 n. 771; Cass. 27 gennaio 1979 n. 623, Tribunale di Mantova 18 marzo 2004 n. 614). Ancora: “La condizione di dipendente di una delle parti in causa non produce per ciò solo l'incapacità a testimoniare del soggetto, né egli è da considerare in ogni caso, per tale sua condizione, scarsamente attendibile” (Cassazione civile, sez. III, 6 agosto 2004, n. 15197)

E neppure “ha fondamento la deduzione secondo cui l'incapacità deriverebbe dal fatto che, nei confronti del funzionario, sarebbe ipotizzabile un concorso in truffa contrattuale atteso che l'incapacità prevista dall'art. 246 c.p.c. ricorre solo quando la persona chiamata a deporre abbia nella causa un interesse concreto ed attuale che sia tale da coinvolgerla nel rapporto controverso e da legittimare una sua assunzione della qualità di parte nel giudizio e non è pertanto ravvisabile quando tale persona sia portatrice di un interesse di mero fatto ad un determinato esito del giudizio stesso: ne consegue che la dedotta incapacità non sussiste, atteso che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 85 del 1983, ha ritenuto infondata la questione di illegittimità costituzionale dell'art. 246 c.p.c nella parte in cui non prevede l'incapacità a deporre nel giudizio civile di chi è imputato di un fatto-reato su circostanze relative o connesse al fatto medesimo” (Tribunale di Mantova 18 marzo 2004 n. 614).

La dichiarazione del teste dipendente bancario è quindi pienamente utilizzabile salva un'attenta valutazione sotto il profilo dell'attendibilità, che è sempre rimessa al prudente apprezzamento del giudice nella valutazione delle prove.

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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