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Profili ed effetti giuridici derivanti dalla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 25 III° comma d. lgs. 342/99. L'anatocismo bancario

Di Marco Curatola, Avvocato

23 ottobre 2000

 

Con la recentissima sentenza n. 425, pubblicata il 17.10.2000, la Corte Costituzionale ha definitivamente sancito l’illegittimità costituzionale del controverso III° comma dell’art. 25 D. Lgs. 342/99, in tema di modalità di calcolo degli interessi bancari.

 

La questione non assume un interesse e valore esclusivamente giuridico, investendo altresì tutto il sistema economico finanziario, all’interno del quale le banche rivestono ovviamente un ruolo fondamentale.

 

In particolare la norma oggetto di statuizione da parte della Consulta si poneva l’obiettivo di conferire legittimità alla prassi adottata dagli istituti di credito di capitalizzare trimestralmente gli interessi passivi, affinché questi fossero a loro volta produttivi di ulteriori interessi a carico dell’utente debitore.

 

Prassi questa che, sebbene ritenuta nel tempo erroneamente valida e legittima, negli ultimi anni è stata oggetto di profondo esame critico e di valutazione da parte della giurisprudenza di merito e successivamente di legittimità.

 

Numerose sono state infatti le pronunce di vari giudicanti (fra i quali si rammenta Trib. Vercelli 21.7.1993, Pret. Roma 11.11.1996, Trib. Napoli 24.4.1997, Trib. Busto Arsizio 15.6.1998, Trib. Monza 16.2.1999) che hanno riconosciuto e dichiarato l’effettiva illegittimità della capitalizzazione degli interessi passivi operata dalle banche nei confronti dei clienti, che si vedevano così pretendere un credito la cui sorte capitale sarebbe stata determinata in esecuzione del meccanismo di capitalizzazione trimestrale dei medesimi interessi.

 

E ciò in manifesta violazione del disposto dell’art. 1283 C.C. che, in materia di anatocismo, prevede la produzione di interessi su interessi, in mancanza di usi contrari, solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

 

E proprio la previsione di usi contrari atti a derogare a quanto disposto dalla medesima normativa del Codice Civile aveva creato i maggiori problemi di interpretazione e di qualificazione della prassi adottata dalle banche; se cioè si trattasse di vero e proprio uso legislativo ovvero, viceversa, di semplice uso negoziale.

 

La distinzione è di rilevanza giuridica fondamentale poiché solo al primo è riconosciuto derogare al divieto dell’anatocismo ex art. 1283 C.C.; ed in effetti per lungo tempo la Magistratura ha ritenuto di qualificare la capitalizzazione trimestrale operata dalle banche come uso legislativo.

 

E’ noto agli operatori del diritto che, recentemente, si è invece assistito ad un’inversione di tendenza sul tema da parti degli organi giurisdizionali - come nelle sopra richiamate pronunzie di merito - che si è estesa anche alle decisioni della Corte di Cassazione.

 

La Corte Suprema, con la sentenza della I^ Sezione n. 2374 del 16.3.1999 ha espressamente sancito che “E’ nulla la previsione contenuta nei contratti di conto correnti bancari, avente  oggetto la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente,  giacché essa si basa su un mero uso negoziale e non su di una vera e propria norma consuetudinaria ed interviene anteriormente alla scadenza degli interessi”.

 

Successivamente la Terza Sezione della Suprema Corte con sentenza n. 3096 del 30.3.1999 ribadiva che: “La capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte della Banca sui saldi di conto corrente passivi per il Cliente non costituisce uso normativo, ma uso negoziale, come tale inidoneo ad operare automaticamente con effetto integrativo del contratto, essendo  stata  tale diversa periodicità della capitalizzazione (più breve rispetto a quella annuale applicata a favore del cliente sui saldi di conto corrente per lui  attivi  alla  fine di  ciascun  anno solare) adottata per la  prima  volta in  via  generale  su iniziativa dell'ABI nel 1952 e non essendo connotata la reiterazione del comportamento dalla opinio iuris ac necessitatis”.

 

La Corte pertanto con le sopra richiamate statuizioni, nonché con la successiva dell’11.11.1999 n.12507, ha considerato che la disposizione sull’anatocismo è norma imperativa, diretta a prevenire e controbilanciare taluni effetti pregiudizievoli del principio della natura fruttifera del denaro, e si colloca in un più ampio quadro di misure improntate al principio del favor debitoris, allineandosi in specie con la previsione dell’art. 1284 comma III c.c., nonché con la disciplina dell’usura.

La Corte di Cassazione ha ritenuto che il pericolo dell’anatocismo consiste nella difficoltà del debitore, in ipotesi di operatività senza limiti del fenomeno, di conoscere l’effettiva entità del debito scaturente dall’obbligazione contratta, nonché che la deroga di cui all’art. 1283 C.C. è consentita dal richiamo a “usi contrari” intesi come usi normativi.

 

La Corte quindi ha concluso, sulla base di un’attenta ricostruzione storica, che non è mai esistito un uso normativo in relazione ai rapporti bancari in tal senso, sia perché un uso trimestrale non si trova nel nostro ordinamento se non nelle raccolte delle Camere di Commercio degli anni ‘50 in poi, sia perché comunque non è ravvisabile, come ribadito dalla Suprema Corte, il fondamentale requisito dell’opinio iuris ac necessitatis.

 

Diversamente si ammetterebbe che una N.B.U. (Norma Bancaria Uniforme) possa trasformarsi in uso normativo, e che l’inapplicabilità dell’art. 1283 c.c., norma imperativa, verrebbe a dipendere da un uso nato dalla predisposizione unilaterale del “contraente forte”, in posizione  dominante, quale certamente deve ritenersi l’istituto bancario.

 

Dalle statuizioni della Corte Suprema, che affermano e dichiarano l’illegittimità della ormai consolidata prassi bancaria di capitalizzazione trimestrale degli interessi,  è quindi derivata come automatica conseguenza la legittimazione dell’utenza degli istituti di credito ad agire contro i medesimi per il ricalcolo delle somme indebitamente corrisposte in forza del predetto meccanismo alle banche.

 

L’intero sistema bancario si è in tal modo visto minato nelle proprie fondamenta, in quanto in svariati casi, a seguito dell’eliminazione della capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, le posizioni debitorie si sarebbero - non solo teoricamente - potute convertire in creditorie con il conseguente diritto degli utenti ad ottenere la restituzione di quanto indebitamente pagato in forza di un criterio di calcolo illegittimo.

 

Al fine di evitare tali effetti disastrosi e devastanti per gli istituti di credito, veniva rapidamente emesso il D. Lgs. 342/99, avente il fine di salvaguardare la predetta prassi bancaria, quantomeno per il passato, eliminando normativamente il rischio di azioni giudiziarie dirette alla restituzione delle somme illegittimamente corrisposte; trattasi di sistema non utilizzato per la prima volta nell’Ordinamento Giuridico italiano rammentandosi, a mero titolo esemplificativo, il D.L. 28.3.1996 n.166 che, in materia di adeguamento delle pensioni di reversibilità al minimo per come sancito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 495/93, disponeva la immediata corresponsione della prestazione a carico dell’INPS e contemporaneamente l’estinzione d’ufficio degli eventuali giudizi pendenti.

 

Nella particolare fattispecie normativa oggetto di valutazione, il terzo comma dell’art. 25 (oggetto della decisione della Corte Costituzionale) affermava che: “Le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma due sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà altresì le modalità e i tempo di adeguamento. In difetto di adeguamento, le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal Cliente”.

 

L’obiettivo prefisso dal Governo era evidentemente quello di salvare tutte le clausole preesistenti (stipulate tra l'entrata in vigore del codice 1942 e la delibera CICR) e per tutto il periodo della loro (eventuale) efficacia, delegittimando così i clienti da qualsiasi azione restitutoria contro le banche.

Ciononostante l’intervento legislativo d’urgenza non ha risolto, semmai ha aggravato la problematica sottesa alla fattispecie giuridica, a causa dell’incompleta ed errata formulazione della normativa che, nelle intenzioni del Governo, doveva porsi come una sanatoria ex post di una prassi consolidata ed illegittima.

In realtà la semplice interpretazione semantica della normativa appena richiamata evidenzia come la regolamentazione dell’interesse anatocistico in materia di contratti bancari dovesse suddividersi in tre successivi momenti.

 

Il primo momento, che decorre dall’entrata in vigore del Codice Civile fino all’entrata in vigore del D. Lgs. 342/1999, vede l’inammissibilità assoluta dell’anatocismo trimestrale in quanto espressamente vietato dall’art. 1283 C.C. (che consente esclusivamente solo quello semestrale) e perché non esistono usi normativi in materia, come deducibile dagli arresti della Corte di Cassazione e dei Giudici di merito sopra richiamati che qualificano gli usi bancari esclusivamente come negoziali.

 

Il secondo momento, decorrente dalla vigenza del D.Lgs. 342/1999 alla data di entrata in vigore della delibera del CICR del 9.2.2000, nel quale le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati dopo la pubblicazione del decreto legislativo ed anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera del CICR, sono valide ed efficaci fino a tale data, a decorrere dalla quale devono essere adeguate al disposto della medesima delibera.

Infine il terzo momento decorre dalla data di entrata in vigore della delibera del CICR del 9.2.2000, dalla quale la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovrà avvenire con la stessa periodicità sia per le operazioni attive che passive secondo le modalità e i tempi di adeguamento indicati nella delibera, pena l'inefficacia della clausola.

 

La ripartizione dei momenti relativi alla regolamentazione dell’interesse anatocistico, così come sopra brevemente schematizzata, deriva dalla circostanza che nessuna efficacia retroattiva può essere riconosciuta all’art. 120 T.U.B., così come integrato dall’art. 25 del predetto D.L., in forza del dettato dell’art. 11 delle disposizioni preliminari del Codice Civile che sancisce espressamente e tassativamente che: “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”.

 

Il principio di irretroattività delle leggi è un canone interpretativo fondamentale, derogabile solo dalla stessa normativa a mezzo di espressa o implicita previsione.

Nella fattispecie in questione, il III° comma dell’art. 25 non prevede invece alcuna deroga in tal senso, né esplicita né implicita, non estendendo  la propria applicabilità anche ai rapporti giuridici esauriti o già sorti anteriormente alla sua entrata in vigore, non prevedendo né richiamando in alcun modo l’ammissibilità dell'anatocismo trimestrale nel periodo anteriore alla data di entrata in vigore del decreto legislativo.

 

Sostanzialmente la disposizione normativa, lungi dal porre una soluzione definitiva, ha semmai determinato delicati problemi di interpretazione in relazione all’ambito applicativo della stessa che, essendo irretroattiva, non sarebbe comunque stata applicabile alle fattispecie antecedenti l’entrata in vigore del medesimo D. Lgs. 4.8.1999 n.342.

 

Tali problemi di interpretazione, che già avevano sollevato l’interesse della dottrina e della giurisprudenza, sono stati comunque definitivamente risolti dalla Corte Costituzionale chiamata a decidere su numerose questioni di legittimità costituzionale della norma in oggetto sollevate da svariati Giudici di merito.

In particolare la norma è  stata posta alla valutazione della Consulta in relazione alla violazione delle seguenti disposizioni:

 

a) in riferimento all'art. 77 Cost., per eccesso di delega rispetto all'art. 1, comma 5, della legge 24 aprile 1998, n. 128 (che richiama l'art. 25 della legge 19 febbraio 1992, n. 142), assumendo la mancata previsione, in questa, sia della possibilità di una deroga retroattiva al disposto dell'art. 1283 cod. civ. (recante un generale divieto di anatocismo), sia della possibilità di far dipendere dalle determinazioni del Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (CICR) la validità e l'efficacia delle clausole di anatocismo bancario;

b) in riferimento all'art. 76 Cost.:

b.1) per inosservanza del termine previsto dall'art. 1 della legge n. 128 del 1998, cioè di un anno decorrente dal 22 maggio 1998, a fronte dell'emanazione solo in data 4 agosto 1999 del decreto legislativo n. 342 del 1999, in vigore dal 19 ottobre 1999;

b.2) per mancanza, nella legge di delegazione, di qualsiasi principio o criterio direttivo attinente all'anatocismo;

b.3) per asserita non riconducibilità della norma denunciata al còmpito, fissato nella legge-delega, di integrare o correggere il testo unico bancario (decreto legislativo n. 385 del 1993), tenuto conto che questo non contempla l'istituto dell'anatocismo;

b.4) per la mancata previsione del potere, per il legislatore delegato, di emanare norme di interpretazione autentica o comunque ad efficacia retroattiva;

b.5) per la mancata previsione, nella legge-delega, del potere di far dipendere dalle determinazioni del CICR la validità e l'efficacia delle clausole sull'anatocismo bancario;

c) in riferimento all'art. 3 Cost.:

c.1) per asserita disparità di trattamento tra i soggetti ai quali si applica la norma denunciata, che consente l'anatocismo bancario, ed i soggetti per i quali, non trovando applicazione il testo unico bancario, vige il generale divieto di anatocismo di cui all'art. 1283 cod. civ.;

c.2) per ingiustificata deroga al principio dell'irretroattività delle leggi (art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale), così da rendere valide clausole anatocistiche stipulate solo per talune categorie di rapporti, in modo da favorire il contraente "forte", cioè le banche;

c.3) per ingiustificata diversità di trattamento ratione temporis - stante l'asserita efficacia retroattiva della norma denunciata - di situazioni identiche;

c.4) per ingiustificata disparità di trattamento, nella fase transitoria (cioè antecedente al regime fissato dalla delibera del CICR), tra la posizione debitoria verso la banca (con validità dell'anatocismo trimestrale) e la posizione creditoria (con invalidità di tale anatocismo);

c.5) per l'irragionevole attribuzione di validità a clausole anatocistiche già riconosciute illecite dalla Corte di cassazione con le sentenze 16 marzo 1999, n. 2374 e 30 marzo 1999, n. 1096;

d) in riferimento all'art. 24 Cost., per la menomazione della tutela giurisdizionale di chi abbia agito contro una banca, fidando - a stregua del diritto vivente all'epoca - sulla nullità, per contrasto con l'art. 1283 cod. civ., delle clausole anatocistiche bancarie;

e) in riferimento agli artt. 101, 102 e 104 Cost., per la funzione intenzionalmente perseguìta dal legislatore delegato di dirimere il contenzioso pendente tra banche e clienti sulle clausole anatocistiche bancarie, così da violare la riserva ai magistrati della funzione giurisdizionale e dunque l'indipendenza e l'autonomia di questi;

f) in riferimento a non meglio specificati "limiti costituzionali al potere di emanare leggi interpretative";

g) in riferimento agli artt. 3 e 47 Cost., per l'asserito favore accordato alla pericolosa pratica oligopolistica e di cartello dell'anatocismo, così da minare la stabilità dei prezzi e dell'intero sistema economico, con conseguente erosione dell'entità del risparmio.

 

Sono quindi di tutta evidenza le svariate problematiche giuridiche poste dalla norma, della quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità.

 

Afferma la Corte infatti che “con l'art. 1, comma 5, della legge n. 128 del 1998 si conferì delega al Governo per l'emanazione di "disposizioni integrative e correttive" del testo unico bancario, richiamando espressamente i princìpi e criteri direttivi indicati nell'art. 25 della legge n. 142 del 1992, in attuazione dei quali vennero emanati dapprima il decreto legislativo 14 dicembre 1992, n. 481 (che recepiva e adattava al contesto italiano la surrichiamata direttiva 89/646/CEE) e poi il decreto legislativo n. 385 del 1993......

 

Ma, per quanto ampiamente possano interpretarsi le finalità di "integrazione e correzione" perseguite dal legislatore delegante, nonché i princìpi e criteri direttivi posti a base del testo unico bancario, è certamente da escludersi che la suddetta delega legittimi una disciplina retroattiva e genericamente validante, sia pure nell'esercizio del potere di armonizzazione di tale testo unico con il resto della normativa di settore.

 

La norma denunciata, difatti, senza distinguere fra contratti ed effetti contrattuali anteriori o posteriori alla data della propria entrata in vigore, stabilisce, con formula tipica delle norme di generale sanatoria ("sono valide ed efficaci"), una indiscriminata validità temporanea delle clausole anatocistiche bancarie contenute in contratti stipulati anteriormente all'entrata in vigore della prevista deliberazione del CICR, prescindendo dal tipo di vizio da cui sarebbero colpite e da ogni collegamento con il testo unico bancario che non sia meramente occasionale.

 

Non si tratta, evidentemente, di una norma interpretativa - che pure era stata suggerita nel corso dei lavori parlamentari (seduta del 17 giugno 1999 della sesta Commissione: pag. 35 del relativo verbale) - perché la disposizione, così come strutturata, non si riferisce e non si salda a norme precedenti intervenendo sul significato normativo di queste, dunque lasciandone intatto il dato testuale ed imponendo una delle possibili opzioni ermeneutiche già ricomprese nell'àmbito semantico della legge interpretata. Al contrario, con efficacia innovativa e (in parte anche) retroattiva, essa rende "valide ed efficaci", sino alla data di entrata in vigore della deliberazione del CICR, tutte indistintamente le clausole anatocistiche previste nei contratti bancari già prima della legge delegata o comunque stipulate anteriormente all'entrata in vigore della suddetta  deliberazione.

In altri termini, il legislatore delegato, da un lato sancisce (pro praeterito), per qualsiasi tipo di vizio, una generale sanatoria delle clausole anatocistiche illegittime contenute nei contratti bancari anteriori al 19 ottobre 1999, con effetti temporalmente limitati sino al 22 aprile 2000 (data di entrata in vigore della delibera del CICR); dall'altro attribuisce (pro futuro), sia pure nell'identico limite temporale, la stessa indiscriminata "validità ed efficacia" alle clausole poste in essere nel periodo tra il 19 ottobre 1999 ed il 21 aprile 2000.

 

Ma, così disponendosi, è venuta meno ogni continuità logica con la delega, rompendosi la necessaria consonanza che deve intercorrere tra quest'ultima e la norma delegata. L'indeterminatezza della fattispecie di cui al comma 3 dell'art. 25 del decreto legislativo n. 342 del 1999 non consente di ricondurre la denunciata norma nell'ambito dei principi e criteri della legge di delegazione. Questi, infatti, non possono ragionevolmente interpretarsi come abilitanti all'emanazione d'una disciplina di sanatoria (per il passato) e di validazione anticipata (per il periodo compreso tra la data di entrata in vigore della legge delegata e quella della delibera del CICR) di clausole anatocistiche bancarie, del tutto avulsa da qualsiasi riferimento ai vizi ed alle cause di inefficacia da tenere per irrilevanti: quindi - stante il difetto di distinzioni e precisazioni nella legge delegata - senza una necessaria e sicura rispondenza (diretta od indiretta) ai principi e criteri informatori del testo unico bancario.

 

Esclusa, pertanto, la possibilità di un'interpretazione adeguatrice della legge delegata alla legge delegante, deve concludersi - indipendentemente da ogni considerazione sulla ragionevolezza intrinseca della norma denunciata, e restando assorbito ogni altro profilo delle sollevate questioni - che la norma in esame viola l'art. 76 della Costituzione”.

 

L’annullamento da parte della Consulta ex tunc del terzo comma dell’art. 25, al quale non si poteva certamente attribuire efficacia retroattiva, ha definitivamente risolto ogni problema di interpretazione della medesima norma, ormai definitivamente espunta dall’Ordinamento Giuridico, riconducendo tutti gli elementi caratterizzanti la fattispecie della produzione di interessi nei contratti intercorrenti tra le banche ed i privati al dettato dell’art. 1283 C.C., che vieta espressamente l’anatocismo trimestrale illegittimamente attuato dagli istituti di credito.

Va da ultimo sottolineato il rischio che la decisione 425/2000 della Corte Costituzionale non risolva definitivamente la tematica, posto che è facilmente ipotizzabile l’emissione di un nuovo provvedimento “salvabanche” che, tenendo conto dei rilievi sottolineati dalla Consulta, espressamente preveda la retroattività di identica o similare norma a tutti i contratti stipulati antecedentemente all’emanazione della stessa.

 

Non vi è però chi non veda l’impatto certamente negativo ed impopolare di un siffatto provvedimento nei confronti della pubblica opinione, che potrebbe legittimamente interpretare un intervento in tal senso come un abuso teso unicamente a favorire ulteriormente gli istituti di credito, nonostante i dettami della Consulta, contro l’utenza che, nel frattempo, potrebbe aver intentato l’azione giudiziaria diretta al ricalcolo delle competenze nonché all’eventuale restituzione di quanto corrisposto in forza di una prassi (uso negoziale) che viola espressamente il dettato dell’art. 1283 C.C.; azione questo che diverrebbe così assolutamente inefficace.

 

Inoltre dovrà sempre tenersi conto che tale eventuale futuro provvedimento potrà essere sempre oggetto di nuova questione di legittimità costituzionale in relazione a tutti gli altri vizi già sollevati avanti la Consulta e da questa non affrontati in sentenza, perché superati dalla preliminare ed assorbente valutazione della violazione dell’art. 76 Cost.

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