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Il ristorno e le banche di credito cooperativo

Di Sara Agostini

28 ottobre 2002

 

1. Definizione di ristorni

 

La pratica del ristorno è stata definita come un importante punto nell’ambito del disegno strategico del Credito Cooperativo[1], fondato sia sulla riaffermazione e la valorizzazione dell’identità peculiare delle BCC sia sul rafforzamento della coesione di sistema.

 

La Federazione Nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, consapevole della differente identità delle proprie associate che rappresenta per esse un elemento prezioso, ha voluto incentrare la propria attenzione sulla mutualità, non solo intesa come mutualità di carattere esterno (verso la comunità locale di riferimento) ma anche di carattere interno (verso e tra la base sociale).[2]

I soci, perciò, sono fondamentali[3] in quanto sono i primi clienti, rappresentano un costante controllo della gestione aziendale, sono coloro che hanno fornito i propri mezzi per dar vita alla banca e sono testimoni della vitalità dell’impresa.

 

Il ristorno è perciò il mezzo con il quale esprimere il vantaggio del socio all’adesione alla Banca ovvero il vantaggio mutualistico ed è da considerarsi particolarmente importante in questa fase di mercato in cui risultano superate o insufficienti le altre politiche di incentivazione tradizionali.

 

Il legislatore purtroppo non ha dedicato particolare attenzione a tale istituto[4], anche se sono di recente state emanate delle norme di carattere fiscale che hanno cercato di precisare i profili del ristorno: mi riferisco in particolare al D. lgs. 15/04/2002, n. 63 che disciplina il trattamento tributario del ristorno in capo al socio.

 

Non potendo perciò ricavare una nozione compiuta di ristorno dalla normativa, è opportuno perciò ricollegarsi alla definizione fornitaci dalla dottrina, la quale ci indica il ristorno come la quota di utile attribuita al socio in proporzione agli scambi mutualistici intercorsi con la cooperativa[5]; nel caso delle BCC si tratta dei rapporti che nascono dall’attività bancaria.

 

I tratti essenziali dell’istituto del ristorno, quindi, sono i seguenti:

 

- i beneficiari devono essere i soci;

- deve essere commisurato allo scambio mutualistico;

- può essere riconosciuto solo se esiste un utile d’esercizio derivante dai rapporti intrattenuti con i soci.

 

È fondamentale per il riconoscimento del ristorno che la cooperativa di credito abbia chiuso le gestione mutualistica con “un’eccedenza dei ricavi rispetto ai costi”[6] e che pertanto si potranno evidenziare i ristorni solo a partire dalla chiusura annuale dell’esercizio contabile.

 

A seguito della individuazione dei tratti essenziali dell’istituto si è in grado di distinguerlo dallo sconto: quest’ultimo trova la sua fonte in un rapporto contrattuale che prescinde da ogni vincolo sociale e qualità soggettiva del beneficiario e può essere legato ai parametri più diversi.

 

Gli organi sociali coinvolti nella decisione inerente la distribuzione o meno del ristorno sono il Consiglio di Amministrazione e l’Assemblea dei soci; per quanto riguarda il Consiglio di Amministrazione il suo compito sarà quello di stabilire, in ottemperanza ai principi di prudenza e di sana gestione della banca, se può essere riconosciuto il ristorno ai soci e in quale misura.

 

L’assemblea ordinaria, invece, sarà chiamata a deliberare sulla proposta effettuata dal CdA; il socio, quindi, non può vantare alcun diritto soggettivo circa la distribuzione dei ristorni.[7]

 

Ciò comporta che se anche emergessero dal bilancio utili determinati dalla gestione con i soci, questo di per sé non comporterebbe l’assegnazione automatica dei ristorni ai soci, ben potendo l’assemblea deliberare l’attribuzione dell’utile a riserva.[8]

 

Per quello che attiene al calcolo del ristorno per le Banche di Credito Cooperativo, ci si dovrà riferire a quella parte del margine di intermediazione[9] derivante dai rapporti bancari sia attivi che passivi o da servizi intercorsi esclusivamente con i soci: tale margine quindi rappresenta l’oggetto del ristorno e anche il parametro per il suo conteggio.

 

Dal momento che i ristorni devono essere considerati unicamente come il vantaggio mutualistico derivante dai rapporti di scambio intrattenuti con la cooperativa, occorre una contabilità analitica che consenta di rilevare per ciascun socio il suo apporto al margine di intermediazione.[10]

 

Per quanto attiene gli aspetti di Vigilanza, la Banca d’Italia ha stabilito che “tenuto conto della natura innovativa della materia e avuto presente che i ristorni potrebbero influenzare le capacità di autofinanziamento delle banche interessate,……i ristorni da riconoscere ai soci devono essere definiti nell’ambito del bilancio in modo che:

 

a) il relativo ammontare non ecceda il limite del 50% della quota di utile netto che residua dopo l’accantonamento a riserva legale e la destinazione ai fondi mutualistici previsti dalla legge (art. 37 del testo unico bancario);

b) la liquidazione del ristorno avvenga almeno per la metà mediante incremento della partecipazione sociale e non attraverso la retrocessione di importi monetari ai soci”.

 

La Banca d’Italia ha anche sollecitato le BCC affinché “…adottino un’apposita disciplina in materia, da approvare in sede assembleare[11], che preveda in particolare il coinvolgimento dell’assemblea stessa nella definizione dei parametri di calcolo e dell’ammontare dei ristorni”.[12]

 

2.     Il regime fiscale dei ristorni

 

È opportuno innanzitutto ricordare che l’art. 12 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 601 stabilisce la deducibilità del reddito d’impresa della società cooperativa delle somme riconosciute ai soci “sotto forma di restituzione di una parte del prezzo dei beni e servizi acquistati o il maggior compenso per i conferimenti effettuati”, e prevede anche la possibilità che tali somme siano imputate a incremento delle quote sociali.[13]

 

Di recente il comma 2 dell’art. 6 D.L. 15 aprile 2002, n. 63, convertito in legge 15 giugno 2002, n. 112[14], ha disposto l’esclusione dalla formazione del reddito imponibile ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione netta ai fini Irap dei soci, delle somme ristornate mediante aumento del capitale sociale, mentre nulla è stato detto circa il regime fiscale delle somme attribuite come ristorno e attribuite direttamente in denaro.

 

È ora perciò utile ai fini della comprensione completa del fenomeno distinguere i casi e le modalità con cui si può procedere al ristorno verso i soci.

 

a) Somme ristornate ai soci con incremento delle quote sociali.

 

L’art. 6 del D.L. 15 aprile 2002, n. 63 stabilisce che le somme ristornate “destinate ad aumento del capitale sociale, non concorrono a formare il reddito imponibile ai fini delle imposte sui redditi e il valore della produzione netta dei soci”.

 

A seguito di una istanza di interpello presentata proprio da una Banca di Credito Cooperativo alla Agenzia delle Entrate per ottenere maggiori chiarimenti circa l’imposizione fiscale in argomento, quest’ultima ha precisato con la risoluzione n. 172/E che la prevista esclusione ad imposizione può avere carattere temporaneo o permanente.

 

Ciò che è essenziale distinguere al fine di giungere ad una corretta soluzione, è la natura giuridica del socio e il tipo di somme rimborsate. Se quindi:

 

1. le somme ristornate consistono in una parte del corrispettivo di beni ceduti o di servizi resi (es. interessi o commissioni passive), allora NON devono essere assoggettate a imposizione[15], qualora si tratti di socio persona fisica; al contrario dovranno essere assoggettate a imposizione se il socio sia esercente attività di impresa o lavoro autonomo.[16]

 

2. Le somme ristornate che corrispondono ad una restituzione di una parte del compenso erogato ai soci per i conferimenti effettuati (es. interessi attivi), devono essere assoggettate a tassazione in quanto esse configureranno per il socio redditi da capitale.[17]

 

In questo caso si ritiene debba trovare applicazione l’art. 27 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 che ritiene soggetti a ritenuta gli utili in qualunque forma corrisposti: se il precettore è una persona fisica si vedrà imposta una tassazione pari al 12,50%, mentre se si tratta di un’impresa commerciale verrà applicata la tassazione da reddito di impresa.

 

b)     Somme ristornate ai soci in denaro.

 

Nel caso di attribuzione in denaro il ristorno configura per il socio un reddito da capitale e, quindi, avremo l’applicazione dell’art. 26 del D.P.R. n. 600 del 1973.

 

Nel caso di restituzione di interessi passivi o commissioni ed oneri bancari per servizi resi dalla cooperativa si segue quanto già detto nel punto 1 paragrafo a).

 

Nel caso, invece, di attribuzione di una maggiore remunerazione dei capitali impiegati (maggiorazione interessi attivi), avremo per il socio un reddito da capitale assoggettato a tassazione ai sensi dell’art 26 sopra richiamato.

 

In tal caso le BCC dovranno operare una ritenuta del 27% qualora le somme ristornate consistano in una maggiorazione di interessi attivi relativi a conti correnti, depositi, certificati di deposito e buoni fruttiferi o obbligazioni e titoli simili con scadenza inferiore a 18 mesi; al contrario, dovranno applicare una ritenuta del 12,50% nel caso di attribuzione di una maggiorazione di interessi relativi a obbligazioni con scadenza non inferiore a 18 mesi.

 

La Banca d’Italia, al fine di garantire una sana e prudente gestione della banca e la trasparenza verso la base sociale, ha stabilito che le BCC potranno rilevare i ristorni solo mediante l’attribuzione di una quota dell’utile netto dopo le destinazioni obbligatorie.[18]

 

3.     Conclusioni

 

Al fine di comprendere con esattezza l’importanza della comprensione dell’istituto del ristorno anche per le Banche di Credito Cooperativo, occorre accennare alla Carta dei Valori del Credito Cooperativo, la quale, nel 6° comma dell’art. 6 così stabilisce:” I soci del Credito Cooperativo possono, con le modalità più opportune, ottenere benefici in proporzione all’attività finanziaria singolarmente svolta con la propria banca cooperativa”.

 

Come ci ricorda il Prof. Ferro-Luzzi[19] è opportuno considerare le BCC come imprese bancarie cooperative in cui l’essere banca e cooperativa forma un tutto unitario e inscindibile.

 

Negli ultimi cinque anni il numero dei soci delle Banche di credito cooperativo è quasi raddoppiato e i soci hanno la consapevolezza di essere “cooperatori bancari”[20] in modo piuttosto eterogeneo.

 

L’introduzione del ristorno può rappresentare un’importante opportunità di sviluppo e un’occasione per mantenere da un lato l’identità propria della banca cooperativa, che non può dimenticarsi di essere una cooperativa oltre che banca, e dall’altro per trovare nuovi strumenti di fidelizzazione del socio, per farlo sentire cooperatore oltre che semplice cliente.

 

[1] “Non si tratta certo di abbandonare una tradizione secolare di socialità estesa oltre i confini della società di appartenenza, bensì di modulare efficacemente l’introduzione del nuovo e più articolato concetto di mutualità poliforme così da porre il socio ad arbitro effettivo dell’equità distributiva dei benefici tra destinazione individuale e collettiva o sociale”. G. OLIVIERI, Conservatori sconfitti, ecco il ristorno, in Credito Cooperativo, luglio 2001, Roma, Ecra, p. 30.

[2] Nella Premessa alle Istruzioni di Vigilanza per le banche – Titolo VII – Capitolo I, la stessa Banca d’Italia stabilisce: “L’ordinamento riserva alle banche di credito cooperativo alcune specificità normative rispetto alla disciplina generale.

Tale specificità si ricollegano alla “mutualità” e al “localismo” che caratterizzano la natura di queste imprese e che si riflettono nei rapporti intercorrenti tra la banca da un lato e i soci, la clientela e il territorio dall’altro”.

[3] “Il socio di cooperativa non è solo detentore di un capitale, ma è soprattutto un socio che si attende dalla cooperativa qualcosa di diverso dalla sola remunerazione del capitale: è il detentore di altri interessi, di altre aspettative, di altre motivazioni”, L. MARINO; “L’impresa cooperativa nei nuovi contesti di mercato e verso le riforme della normativa”, Cooperazione di Credito 167/8, gennaio-giugno 2000, Roma, Ecra.

[4] Un maggiore interesse all’istituto sembrerebbe provenire dai risultati della Commissione Vietti, incaricata di modificare le regole fondamentali del diritto societario sulla base del processo di riforma avviato con la legge n. 366/2001. Il 30 settembre u.s. il Consiglio dei Ministri ha licenziato il testo dei due decreti legislativi con i quali viene riscritto parte del codice civile dedicato alle società. I decreti sono stati trasmessi al Parlamento e attendono l’esame delle commissioni competenti.

[5] CUSA, La nozione di ristorno, Milano, p. 27. L’autore ci ricorda che con il ristorno si può dunque innescare un circolo virtuoso: all’aspettativa di ricevere un crescente ristorno può far infatti seguito un aumento degli scambi tra soci e società quanto un più frequente appagamento del bisogno economico che ha spinto il socio ad entrare in società.

[6] Cass., 8 settembre 1999, n. 9513.

[7] “In tema di società cooperative, NON è previsto in alcuna norma un obbligo della società (ed un correlato diritto del socio) di procedere alla distribuzione ai soci di tutte le eccedenze derivanti dalla gestione mutualistica intervenuta con gli stessi…”. Cass., 8 settembre 1999, n. 9513.

CUSA, La nozione di ristorno, Milano, p. 85, ci ricorda tuttavia che una volta che l’assemblea abbia deciso di distribuire i ristorni, i soci vantano nei confronti della società un diritto di credito al quale si applicano le normali regole civilistiche.

[8] Per il terzo anno di seguito l’assemblea della BCC di Brescia, insieme con l’approvazione del bilancio, ha deliberato l’attribuzione dei ristorni ai soci. Si tratta fino ad ora della prima e unica BCC in Italia ad applicare il ristorno ai soci, intendendolo come sistema che consente all’impresa sociale di disporre di uno specifico strumento che premia la fedeltà dei soci. (vedi Premio fedeltà con i ristorni, in Credito Cooperativo, giugno 2001, Roma, Ecra, p. 174).

[9] Il margine di intermediazione si compone di due voci: a) il margine finanziario o di interesse, che rappresenta la contribuzione dell’intermediazione di impiego e di raccolta; b) il margine dei servizi, che deriva dalle componenti positive e negative relative ai servizi venduti dalla banca alla clientela.

[10] Per evitare che “il ristorno possa tradursi in uno strumento volto a nascondere la distribuzione di utili, tratti dagli scambi con i terzi e, quindi, diventare strumento per superare le limitazioni di legge alla distribuzione degli utili nelle cooperative”, FAUCEGLIA, Note in tema di disciplina dei ristorni nelle società cooperative, p. 324, è necessaria una contabilità che distingua esattamente la gestione mutualistica da quella intrattenuta con i terzi non soci.

Si ricorda che le voci del conto economico della banca interessate per il calcolo dei ristorni sono: a) interessi attivi e proventi assimilati; b) interessi passivi e oneri assimilati; c) commissioni attive.

[11] CUSA, Op. cit., 147 ss. L’autore precisa che la cooperativa per distribuire i ristorni non deve predisporre per forza un’apposita clausola statutaria che regoli tale eventualità; sarebbe comunque nulla la clausola che consentisse il potere di decidere la distribuzione dei ristorni al Consiglio di Amministrazione anziché all’assemblea dei soci, dal momento che solo quest’ultima è l’unico organo competente a poter decidere in merito.

[12] La Banca d’Italia si è perciò impegnata a controllare che i relativi regolamenti assembleari delle singole BCC attraverso i quali le Banche decidono come distribuire i ristorni ai soci, contengano disposizioni coerenti con le indicazioni sopra riportate.

[13] Si ricorda che sia la dottrina che la giurisprudenza ha definito il ristorno in generale come un maggior costo dei fattori produttivi o un minor ricavo nel caso di rimborso ai soci di una parte del prezzo pagato per i beni o servizi acquistati dalla cooperativa (è il caso delle cooperative di consumo).

[14] In G.U. n. 139 del 15/06/2002

[15] In tale caso, infatti si tratterebbe per il socio di un minor costo del servizio acquisito e quindi non assoggettabili a tassazione.

[16] Per tale categoria di soci si tratterebbe di sopravvenienze attive o rimborsi di spesa.

[17] Sarà pertanto applicabile l’art. 7, comma 3, della legge 31 gennaio 1992, n. 59, che dispone: ”La quota di utile destinata ad aumento del capitale sociale, nei limiti di cui al comma 1, non concorre a formare il reddito imponibile ai fini delle imposte dirette; il rimborso del capitale è soggetto a imposta, ai sensi del settimo comma dell’art. 20 del decreto legge 8 aprile 1974, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 giugno 1974, n. 216, e successive modificazioni, a carico dei soli soci nel periodo di imposta in cui il rimborso viene effettuato fino a concorrenza dell’ammontare imputato ad aumento delle quote o delle azioni”.

[18] COSTI, Un vincolo sul patrimonio, in Credito Cooperativo, giugno 2001, Roma, Ecra, p. 21. L’autore ci ricorda che l’imposta sul reddito delle società è una forma anticipata di un’imposta sul reddito dei soci e che non può essere prevista un’imposta sul reddito per gli utili delle cooperative destinati a riserva indivisibile, dal momento che degli stessi i soci non potranno mai appropriarsene.

[19]FERRO-LUZZI, Banca e cooperativa: termini inscindibili, in Credito Cooperativo, giugno 2001, Roma, Ecra, p. 21

[20] GATTI, Attualità di una formula, in Credito Cooperativo, giugno 2001, Roma, Ecra, p. 18

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Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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