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I poteri del collegio sindacale nel testo unico dell’intermediazione finanziaria - Seconda parte

Di Paolo Amato, Avvocato

10 settembre 2001

 

- parte prima -

 

3. La disciplina del Testo Unico sull’intermediazione finanziaria

A partire dalla legge n. 216/1974, il legislatore ha dettato una serie di norme per le società quotate sui mercati regolamentati che hanno progressivamente ed in misura sempre più accentuata inciso sulla disciplina comune delle società per azioni, contribuendo a costituire per le stesse uno statuto del tutto peculiare.
Il Testo Unico si è mosso su questa strada, dettando ulteriori norme speciali per le società quotate.
I sindaci costituiscono uno dei punti nodali dell’azione riformatrice di tale Legge Draghi. Seguendo il criterio fissato dalla legge di delega, il D.Lgs. n. 58/1998 non solo non ha eliminato, come qualcuno avrebbe voluto, il collegio sindacale dalla struttura delle società quotate, ma ha dettato una serie di norme che dovrebbero rafforzarne la capacità di costringere gli amministratori, le strutture aziendali e, in definitiva, anche l’assemblea dei soci a tenere comportamenti esclusivamente ed efficacemente proiettati al perseguimento dell’interesse sociale.
Com’è stato già anticipato, la normativa, in primo luogo, precisa meglio i requisiti che attengono all’indipendenza dei componenti il collegio, risolvendo taluni problemi interpretativi che erano sorti in passato e che permangono per certi aspetti nella disciplina codicistica. La via scelta per la soluzione di questi problemi ha seguito indicazioni dottrinali di tendenza più liberale.
Ma l’importantissima riforma ha indubbiamente ulteriori meriti: con essa il collegio sindacale viene finalmente fornito di una serie di poteri per migliorare l’efficienza del suo controllo, tentando di dare una risposta soddisfacente alla vecchia questione delle disfunzioni dell’organo, sul piano dell’indipendenza e delle competenze professionali, elaborando una netta differenziazione tra il controllo di legalità e la vigilanza sulla gestione da un lato ed il controllo strettamente contabile dall’altro, e risolvendo l’intricato problema della commistione tra funzioni attribuite ai sindaci e funzioni di certificazione del bilancio di spettanza della società di revisione.


3.1 I poteri del collegio sindacale

Il nuovo collegio, formato da non meno di tre membri effettivi e due supplenti (art. 148 TUIF) , avrà il compito di vigilare sull’osservanza della legge e dell’atto costitutivo; sul rispetto dei principi di corretta amministrazione; sull’adeguatezza della struttura organizzativa della società per gli aspetti di competenza, del sistema di controllo interno e del sistema amministrativo contabile nonché sull’affidabilità di quest’ultimo nel rappresentare correttamente i fatti di gestione (art. 143 TUIF).
L’organo sindacale deve, inoltre, riferire all’assemblea, convocata per l’approvazione del bilancio d’esercizio, sull’attività di vigilanza svolta e sulle omissioni e sui fatti censurabili rilevati e può far proposte all’assemblea stessa in ordine al bilancio ed alla sua approvazione nonché alle materie di propria competenza (art. 153 TUIF). A tal proposito è opportuno notare la facoltà, e non l’obbligo, del collegio sindacale di formulare proposte, venendo meno l’essenziale contenuto di sintesi della relazione del collegio, consistente nell’invito – tanto esplicito quanto consapevole – formulato all’assemblea ad approvare o meno il (progetto di) bilancio di esercizio. Molto probabilmente ciò deriva dalla considerazione del legislatore che, per effetto della riforma, il collegio sindacale, privato della funzione del controllo legale dei conti (considerata nella sua accezione tradizionale), non è considerato più in grado di esprimere autonomamente (cioè direttamente) un proprio adeguato parere sul bilancio quale documento inteso nella sua globalità.
Ad ogni modo, l’organo di controllo delle società non avrà più qualificanti mansioni di natura contabile. Non dovrà, pertanto, procedere alle verifiche trimestrali né riferire nella relazione annuale di accompagnamento al bilancio sui risultati dell’esercizio sociale e sul rispetto delle regole stabilite dalla legge per la tenuta della contabilità e per la sua redazione. Di conseguenza non dovrà intervenire in tutte quelle situazioni in cui è richiesto un suo parere in materie attinenti alle valutazioni ed alla loro congruità (iscrizione a bilancio dei costi di impianto e di ampliamento, avviamento, acconti dividendo, conferimenti in natura, esclusione del diritto di opzione).
Ponendo in raffronto la disciplina della riforma Draghi e la norma prevista dall’art. 2403 cod. civ. (che viene così resa espressamente inapplicabile alle società quotate – art. 154 TUIF – mentre conserva la sua vigenza per le altre), possiamo notare come emerga la fisionomia di un organo simile al tedesco Aufsichtsrat (Consiglio di sorveglianza), da cui resta comunque differenziato per l’assenza di poteri di amministrazione attiva quali consentiti dal sistema verticale esistente in Germania , ma di cui condivide i più penetranti poteri di controllo di merito sulla gestione e la possibilità di incursioni in un terreno sul quale la maggioranza degli autori era fino a poco tempo fa restìa ad ammetterne l’abilitazione.


3.1.1. Le principali disposizioni

In tale prospettiva, dunque, è possibile affermare il coerente inserimento, accanto alla norma di apertura che riscrive i compiti del collegio, di alcune disposizioni fondamentali.
In primo luogo, si ricordano quelle disposizioni che prevedono limiti al cumulo degli incarichi e stabiliscono esplicitamente l’incompatibilità del rapporto di lavoro autonomo o subordinato (nel caso in cui il rapporto sussista con la società o con le società che sono da questa controllate o che la controllano) con la carica di sindaco, delegando ad un regolamento ad hoc l’enucleazione dei requisiti di onorabilità e professionalità dei membri del collegio (art. 148 TUIF).
La ratio di questa norma consiste nel voler evitare che l’ufficio sindacale sia attribuito a persone che già siano in rapporto con la società, presumendo che la sussistenza del rapporto in atto non assicuri sufficiente indipendenza alla persona che nella società dovrà svolgere l’incarico sindacale. Pertanto, in forza delle nuove norme, non sarà di ostacolo all’accettazione dell’incarico sindacale la prestazione pregressa di attività ma soltanto l’attuale esistenza di almeno un rapporto di lavoro autonomo, qualunque sia il suo contenuto specifico.
Quanto alla incompatibilità derivante dal rapporto di lavoro subordinato con la società o con quelle che con essa abbiano rapporti di controllo non vi sono particolari osservazioni da fare se non quella secondo cui il rapporto di controllo deve essere configurato alla stregua della norma contenuta nell’art. 2359 cod. civ.
Relativamente ai requisiti professionali per l’assunzione dell’ufficio sindacale nelle società quotate, invece, si registra una recente opinione critica sull’argomento. Si sostiene, infatti, l’esistenza di una dicotomia fra le nuove norme regolamentari (D.M. n. 162/2000) e la lettera della norma del TUIF (art. 148, comma 4): “…. essendo stati i sindaci privati della loro originaria competenza contabile, era necessario definire criteri che permettessero di scegliere persone, le quali fossero principalmente capaci di apprezzare il significato e il valore degli atti di gestione degli amministratori, non disinteressandosi, in via residuale, del controllo contabile. Invece, il decreto ministeriale, nonostante il chiaro dettato legislativo secondo il quale il collegio sindacale deve avere soprattutto specifica competenza economica, ha consentito alle società quotate di formare i loro collegi sindacali, se lo vorranno, anche con l’impiego solo di revisori contabili”.
La nuova disciplina, inoltre, attribuisce al collegio il potere-dovere di comunicare alla Consob irregolarità riscontrate nell’attività di vigilanza (art. 149, comma 2, TUIF), svolgendo un prezioso collegamento fra la società e l’organo di vigilanza, i cui accresciuti compiti e poteri rappresentano nell’economia del nuovo Testo Unico l’essenziale strumento il cui adeguato impiego dovrebbe essere garanzia per gli investitori di risparmio nel capitale societario e sicurezza di corrispondente sanità della maggiore struttura del nostro sistema economico. Il collegio, infatti, è tenuto a riferire senza indugio alla Consob le irregolarità e a questo fine è tenuto a trasmetterle i verbali delle riunioni e degli accertamenti compiuti. Naturalmente le irregolarità rilevanti ai fini delle suddette comunicazioni riguardano essenzialmente quelle attinenti al funzionamento della società e cioè quelle relative alle operazioni sul capitale, alla redazione dei bilanci, alla distribuzione di utili etc., atti questi rispetto ai quali la Consob ha poteri di intervento.
Ritornando alle principali disposizioni, si ricorda che la Riforma Draghi, con una norma che la dottrina prevalente ritiene esistente nei confronti di tutte le società soggette a controllo sindacale, sia pure ricavandola dall’interpretazione dell’art. 2408 cod. civ., stabilisce in modo inequivoco che i sindaci possono convocare, anche individualmente, l’assemblea, il consiglio di amministrazione ed il comitato esecutivo (art. 151, comma 2, TUIF). Si tratta, relativamente all’assemblea, di un potere particolarmente proficuo per rompere la resistenza degli amministratori ai richiami sindacali all’osservanza delle regole di correttezza giuridica ed economica. Per quanto riguarda il consiglio di amministrazione ed il comitato esecutivo, l’opportunità della norma è indiscutibile, soprattutto pensando ai casi in cui l’invito degli amministratori alla riflessione sulla importanza di alcune attività compiute o da compiere sia utile anche al fine di evitare l’assunzione di eventuali iniziative di correzione.
Come accadeva prima dell’azione riformatrice, inoltre, i sindaci possono chiedere agli amministratori notizie sull’andamento degli affari e compiere atti di ispezione e di controllo (art. 151, comma 1, TUIF), avvalendosi di dipendenti sia propri che della società (artt. 151, commi 2 e 3, TUIF). Ai sindaci è fatto obbligo di partecipare all’assemblea, al consiglio di amministrazione e ora anche al comitato esecutivo, colmando così una lacuna della disciplina codicistica, pena la decadenza dalla carica in caso di assenza da due riunioni consecutive da questi organi.
Il collegio sindacale dovrà poi essere integrato, con modalità che l’atto costitutivo deve prevedere, da una rappresentanza delle minoranze (art. 148, comma 2, TUIF).
Non di minore interesse, infine, risulta la disposizione sull’informazione, obbligando organi ed enti esterni ad un reciproco flusso di informazioni.


3.1.2 La legittimazione alla denunzia ex art. 2409 cod. civ.

Una breve considerazione a parte merita l’art. 152 TUIF il quale, colmando una grave lacuna dell’ordinamento generale, legittima il collegio sindacale (e non anche i singoli soci) a denunciare al tribunale le irregolarità ex art. 2409 cod. civ.
Questo nuovo potere, a prima vista, potrebbe apparire incongruo in considerazione del fatto che i sindaci, quali controllori della gestione della società, disponevano già di poteri apparentemente adeguati alla loro funzione ed il cui esercizio avrebbe potuto prevenire e reprimere le irregolarità rilevate nell’amministrazione della società. Ma questa impressione sarebbe erronea perché, se un difetto si fosse voluto riscontrare nella disciplina codicistica del collegio sindacale, esso riguarda proprio la scarsa attitudine dei poteri rispetto al fine proprio di un corretto ed efficiente controllo. Secondo il codice civile, infatti, i sindaci dispongono solo di un potere di dialogo con gli amministratori e di un potere di dissuasione, fondato esclusivamente sulla forza delle argomentazioni, ma privo della capacità di correggere la condotta amministrativa stimata scorretta. L’intervento del tribunale, in funzione correttiva delle irregolarità amministrative, avrebbe potuto essere sollecitato dai sindaci in maniera mediata, e cioè per mezzo della rappresentazione della irregolarità sospettata al P.M., al fine di sollecitarne la denuncia da parte sua al tribunale.
A questo stato di cose il D.Lgs. n. 58/1998 ha posto pertanto rimedio.
La norma dell’art. 152, comma 1, attribuisce al collegio sindacale, e non ai singoli sindaci, la legittimazione a presentare al tribunale il ricorso previsto dall’art. 2409 cod. civ. in presenza di fondato sospetto di gravi irregolarità nell’adempimento dei doveri degli amministratori.
Come si può notare, la nuova disciplina non ha fatto altro che estendere la legittimazione prevista dalla norma codicistica per i soci, possessori di almeno un decimo del capitale sociale, e per il P.M., anche al collegio sindacale. Tuttavia, si deve sottolineare la particolare importanza di questa nuova legittimazione in quanto da essa si può agevolmente presumere la maggiore significatività degli elementi che potranno fornire i sindaci al tribunale per fargli valutare l’opportunità dell’intervento sollecitato. I sindaci, quali controllori della gestione, a differenza dei soci e dello stesso P.M., hanno accesso alla contabilità e alla documentazione aziendale ed hanno il potere di chiedere, anche individualmente, agli amministratori ogni informazione stimata utile al fine del controllo di loro competenza; sono posti, pertanto, dalla legge in una posizione strategica per acquisire ogni informazione sull’attività degli amministratori e per poter esprimere su di essa adeguate valutazioni, all’esito delle quali sceglieranno, fra i vari possibili interventi, quello considerato più efficace.
Al riguardo è opportuno osservare che il ricorso al tribunale, benché non sia posto dalla legge in una scala di valori progressivi rispetto agli altri poteri dei sindaci, deve essere tuttavia considerato come estremo rimedio. Nell’interesse della società, infatti, i sindaci devono cercare di correggere l’irregolarità rilevata o sospettata per mezzo del dialogo con gli amministratori o richiedendo, secondo i casi, l’intervento di una discussione collegiale, in seno al consiglio di amministrazione o in seno all’assemblea, appositamente da loro convocati.
In esito agli accertamenti svolti, il tribunale potrà revocare gli amministratori ed eventualmente anche i sindaci, qualora stimasse che anche questi siano corresponsabili delle irregolarità accertate. Se però revocasse anche i sindaci, il tribunale dovrà nominare un comitato di sorveglianza composto di tre membri, il quale eserciterà il controllo sull’amministratore giudiziario durante la sua gestione.
Questa norma trova precedenti espressioni nel sistema dei controlli delle società di intermediazione mobiliare (SIM) e bancarie, per le quali nei casi di assoggettamento ad amministrazione straordinaria si dispone la nomina del comitato di sorveglianza e risponde alla sentita esigenza di assicurare il controllo anche durante la gestione dell’amministratore giudiziario, la cui nomina da parte dell’autorità giudiziaria non può di per sé essere garanzia di corretta amministrazione.
La legge non indica i compiti del suddetto comitato, ma il fatto che la sua nomina dipenda dalla revoca dei sindaci lascia agevolmente intuire che esso possieda le stesse funzioni dell’organismo revocato.
Anche la Consob, secondo quanto prevede l’art. 152, comma 2 TUIF, può denunciare al tribunale le irregolarità nell’adempimento dei doveri sindacali, qualora nutra fondati sospetti sulla loro sussistenza.
La norma in esame, in particolare, dispone genericamente che oggetto della denuncia della Consob sono tutte le irregolarità attinenti all’adempimento dei doveri sindacali, senza distinzione del soggetto destinatario del dovere irregolarmente assolto o non assolto.


3.1.3 La revisione contabile

Il D.Lgs. n. 58/1998 ha introdotto rilevanti novità relativamente al controllo di natura contabile, trasferendo una serie di compiti, che sino a ieri erano di spettanza del collegio sindacale, ad una società di revisione.
Essa, infatti, è investita delle stesse mansioni di controllo della regolare tenuta della contabilità e di verifica della corrispondenza del bilancio di esercizio (e del bilancio consolidato ove esistente) alle sue risultanze ed alle norme di legge (art. 155, lett. a e b, TUIF) che, in modo più stringato, erano attribuite dall’art. 2403, comma 1, cod. civ. ai sindaci.
Nelle società per azioni quotate è la società di revisione che deve accertare la regolare tenuta della contabilità sociale, la corrispondenza del bilancio alle risultanze dei libri e delle scritture contabili, nonché l’osservanza delle norme stabilite per la valutazione del patrimonio sociale. Coerentemente, ora è la stessa società di revisione che esprime il parere sulla congruità del prezzo di emissione nel caso di esclusione o di limitazione del diritto di opzione, di controllo e verifica dei conferimenti in natura, di distribuibilità di acconti dividendo, così come è sempre la società di revisione che può dare, limitatamente a una delle società partecipanti, il giudizio di congruità del rapporto di cambio nelle fusioni e nelle scissioni (art. 158, nn. 1, 3, 4 e 5, TUIF).
Il conferimento dell’incarico alla società è deliberato dall’assemblea ordinaria della società sottoposta a revisione contabile, in occasione dell’approvazione del bilancio, previo parere del collegio sindacale (art. 159, comma 1, TUIF); esso incontra precisi limiti di durata ed è revocabile solo per giusta causa (anche in questo caso, previo parere del collegio sindacale).
Importante notare come l’art. 156 TUIF non parli più tout court di certificazione del bilancio, come il D.Lgs. n. 136/1975, prevedendo tre ipotesi: a) il giudizio senza rilievo, b) il giudizio negativo (o di impossibilità di esprimerlo), c) il giudizio con rilievi, quest’ultimo da motivare analiticamente.
Si ricorda, infine, che la responsabilità della società di revisione è la stessa dei sindaci (artt. 164, comma 1, TUIF e 2407, comma 1, cod. civ.) e che il trasferimento dei controlli contabili ex art. 155, comma 1, TUIF dal collegio sindacale alla società di revisione vale anche per le società controllate da una quotata. Ad esse, infatti, si applica la nuova disciplina (con la sola eccezione degli artt. 157 e 159 TUIF), con un criterio che tuttavia rischia di essere più incerto di quello legato alla presenza della società in un mercato regolamentato, visto che il controllo è fenomeno ancor più labile della quotazione.
In materia di società controllate è opportuno accennare ai “Principi di comportamento del collegio sindacale nelle società controllate da società con azioni quotate nei mercati regolamentati”, approvati e raccomandati dai Consigli Nazionali dei Dottori Commercialisti e dei Ragionieri.
Essi rispondono all'esigenza di determinare il contenuto dell'attività di vigilanza del collegio sindacale in tali società. Applicandosi non a tutte le controllate, ma solo a quelle che rivestono "significativa rilevanza" in base all'art. 151 del Regolamento Emittenti della Consob n. 11791 del 14 Maggio 1999, i "Principi di comportamento" individuano le competenze di cui i sindaci rimangono titolari e gli ambiti residui di controllo riguardanti il bilancio d'esercizio ed il bilancio consolidato.
Per quanto riguarda questi ultimi viene precisato che, ferma restando la competenza della società di revisione in merito all'accertamento dell'attendibilità e della correttezza del bilancio d'esercizio e del bilancio consolidato, il collegio sindacale deve vigilare sulla conformità alla legge del procedimento di formazione, controllo, approvazione e pubblicazione dei bilanci. Inoltre il collegio, dovendo, ai sensi dell'art. 2403 cod. civ., "vigilare sull'osservanza della legge e dell'atto costitutivo" deve accertare la generale conformità alla legge dei bilanci e l'adozione, da parte degli amministratori, di corretti principi contabili.
Quanto alla regolare tenuta della contabilità e l'esecuzione degli adempimenti fiscali e previdenziali (versamenti di ritenute e contributi, presentazione di dichiarazioni e denunce, compilazione di registri IVA, ecc.) il controllo è posto a carico della società di revisione, e deve essere eseguito in base alle istruzioni contenute nella Comunicazione Consob n. 99023932 del 29 marzo 1999. Ma i sindaci possono sempre, se lo ritengono utile per la loro attività di vigilanza sull'amministrazione, ispezionare la contabilità e la documentazione di supporto. Passano a carico della società di revisione anche le verifiche trimestrali della consistenza di cassa e dell'esistenza dei titoli e degli altri valori in possesso della società.
Restano immutati, invece, i doveri di vigilanza e controllo sull'osservanza della legge e dell'atto costitutivo.
Da quanto sopra esposto risulta, dunque, che l'art. 165 TUIF non ha operato una piena equiparazione quanto a poteri, compiti e responsabilità dei sindaci delle società controllate non quotate ai sindaci della società controllante quotata, tant’è che i sindaci delle società controllate non hanno più l'obbligo di effettuare le verifiche trimestrali della consistenza di cassa e dell'esistenza dei titoli e degli altri valori, né quello di controllare la regolare tenuta della contabilità e la correttezza, chiarezza e verità dei bilanci di esercizio e dell'eventuale consolidato.
I sindaci, tuttavia, a prescindere dall’ipotesi specifica delle società controllate, non possono disinteressarsi in ogni caso delle modalità di tenuta della contabilità, in quanto questa costituisce con la documentazione di supporto un'importante fonte di informazione sulla natura e modalità delle operazioni di gestione compiute ai fini del controllo sull'amministrazione.
Inoltre, le denunce dei soci ai sensi dell'art. 2408 cod. civ., sulla cui istruttoria i sindaci mantengono una competenza esclusiva, possono anche avere ad oggetto irregolarità di natura contabile. Il potere di ispezione della contabilità è anche necessario ai fini delle osservazioni e proposte da indicare nella relazione annuale all'assemblea dei soci.


3.1.4 Il controllo sulla gestione

Tale tipo di controllo costituisce, forse, il profilo dove più facilmente è ravvisabile una netta distinzione tra il regime del controllo del collegio sindacale sulle società quotate e quello del collegio sindacale sulle società non quotate.
L’art. 149 TUIF chiarisce la portata e la natura del controllo sulla gestione, imponendo ai sindaci di vigilare sul rispetto dei principi di corretta amministrazione.
Alcuni autori ritengono che questo non comporti un’innovazione rispetto ai principi validi per la generalità delle società per azioni desumibili dall’art. 2403 cod.civ.: anche nelle società quotate il controllo dei sindaci sulla gestione è un controllo che riguarda il rispetto delle norme e delle regole che governano e disciplinano le modalità della gestione delle società. L’argomento richiama la ben nota polemica sull’essere il controllo dei sindaci un controllo di sola legittimità o anche di merito: si afferma in proposito che controllare l’adempimento, da parte degli amministratori, del canone di diligenza nello svolgimento dell’attività di gestione significa vigilare che siano attuate ed osservate quelle procedure, quelle regole e quelle norme dettate dalla legge e dalla tecnica che estrinsecano un comportamento diligente da parte del gestore. La Corte di Cassazione ha chiarito, infatti, che il controllo sull’amministrazione trova il proprio confine là dove comincia il territorio dove si estrinseca la discrezionalità imprenditoriale relativamente alla valutazione della convenienza economica di questa. Quando comincia ad esplicarsi e a valere la business judgement rule nell’esercizio dei poteri amministrativi, lì si ferma il controllo. Il problema per l’Autore, pertanto, non è distinguere tra controllo di merito e controllo di legittimità: ciò che occorre tenere presente è che non si chiede al collegio sindacale di esercitare un controllo che attenga alla convenienza economica dell’operazione, ma di controllare che l’attività di gestione corrisponda ai canoni della corretta amministrazione.
Questo stesso principio è desumibile dall’art. 149 TUIF. Analizzando, infatti, la lett. c) dell’art. 149 si evince che il collegio sindacale deve vigilare sull’adeguatezza della struttura organizzativa della società per gli aspetti di competenza, del sistema di controllo interno, del sistema amministrativo contabile, dell’affidabilità di quest’ultimo nel rappresentare correttamente i fatti di gestione. Se si pensa alle dimensioni di una società quotata, si converrà che su questi elementi, di carattere essenzialmente organizzativo, può accentrarsi una funzione di controllo sulla gestione: non quindi, per lo meno di regola, un controllo sui singoli atti, né tanto meno un controllo sul merito degli stessi.
D’altronde, considerando la struttura del consiglio di amministrazione delle società quotate, che prevede, generalmente, la divisione tra amministratori delegati ed amministratori deleganti, si nota che la funzione di questi ultimi è essenzialmente la stessa. Un consiglio di amministrazione che ha delegato una serie di poteri di gestione a comitati esecutivi o ad amministratori delegati vigila sulla correttezza del sistema amministrativo della società e del sistema di controllo interno, sulla bontà e sulla affidabilità del sistema amministrativo-contabile. Il controllo eseguito dagli amministratori non esecutivi può spingersi oltre questo confine solo nel caso in cui siano riscontrati dei difetti nei sistemi analizzati o, nell’ambito degli scambi di informazione tra l’organo delegato e quello delegante, si rilevino operazioni pregiudizievoli o irregolari. In questo caso, allora, si potrà prestare una vigilanza più attenta alle singole operazioni, così come è pacifico che debbano fare anche i sindaci.
Se questo discorso, pertanto, vale a segnalare le similitudini tra le funzioni di vigilanza degli amministratori non esecutivi e le funzioni di controllo sulla gestione dei sindaci, restano tuttavia notevoli differenze tra i due organi. Basti pensare a come possano comunque avocare a sé alcune decisioni altrimenti delegate ai consiglieri esecutivi, oltre che evidentemente revocare la delega. Questo potere certamente non spetta al collegio sindacale. È possibile, però, immaginare che si sviluppi un’interazione fra i due organi di controllo sulla gestione, soprattutto in forza del flusso di informazioni che deve esistere tra i due, attraverso il quale può esercitarsi un effettivo controllo sui veri gestori, cioè su quei componenti del consiglio di amministrazione che abbiano avuto deleghe di poteri gestionali.

3.2 La responsabilità dei sindaci

La diligenza richiesta ai sindaci nell’adempimento dei loro doveri è, come quella prescritta per gli amministratori, la diligenza del mandatario (art. 2407, comma 1, cod. civ.), ossia una diligenza né superiore né inferiore alla ordinaria diligenza.
Vale la pena ricordare che le disposizioni del codice civile in materia valgono anche per i sindaci delle società per azioni quotate, sebbene la stessa giurisprudenza di merito ritenga che, nelle società soggette anche al controllo di una società di revisione, il grado di diligenza richiesto ai sindaci sia minore.
In particolare, il comma 2 dell’art. 2407 cod. civ. stabilisce che i sindaci sono “responsabili solidalmente con gli amministratori per i fatti o le omissioni di questi quando il danno non si sarebbe prodotto se essi avessero vigilato in conformità degli obblighi della loro carica”. Dalla disposizione qui evidenziata è possibile allora dedurre, in primo luogo, che del danno i sindaci rispondono solo se c’è rapporto di causalità fra violazione dei loro doveri di vigilanza e danno , in solido con gli amministratori, dei danni da costoro cagionati, oltre che alla società o ai creditori sociali, anche a singoli soci o terzi (art. 2395 cod. civ.), essendo chiamati a rispondere di ogni fatto od omissione degli amministratori. Inoltre, gli stessi sindaci rispondono non per il fatto in sé che il danno sia stato dagli amministratori cagionato, ma solo in quanto sia configurabile, a loro carico, la violazione di un obbligo inerente alla loro carica e, in particolare, dell’obbligo di vigilare sull’amministrazione della società con la diligenza richiesta dal comma 1 dell’art. 2407 cod. civ., di denunciare le irregolarità riscontrate, di assumere le iniziative sostitutive .
In altri termini, nei confronti della società, i sindaci hanno un’obbligazione non di risultato, ma un’obbligazione di mezzi, il cui esatto adempimento è valutabile alla stregua della diligenza richiesta dall’art. 1176, comma 2, cod. civ.; né la responsabilità (extracontrattuale) verso i creditori sociali o i singoli soci o terzi è una responsabilità oggettiva o una responsabilità indiretta, essendo essi responsabili, secondo la regola generale dell’art. 2043 cod. civ., solo per il proprio fatto (doloso o) colposo e consistendo qui la colpa nella violazione del loro dovere di vigilare diligentemente sull’operato degli amministratori

4 Considerazioni

Concludendo, è possibile allora affermare che le linee di politica legislativa seguite dal Testo Unico dell’intermediazione finanziaria, nella riforma del collegio sindacale, possono riassumersi in tal senso: il legislatore ha innanzi tutto cercato di favorire l’indipendenza, soprattutto nei confronti dei gruppi di controllo, e l’efficienza operativa di tale organo sociale.
Non solo, ne ha esplicitato le funzioni attraverso una puntuale indicazione dei doveri e ne ha notevolmente rafforzato i poteri di informazione nei confronti degli altri organi sociali e nei confronti della strutta aziendale, nonché di convocazione dei predetti e di avvio del controllo giudiziario.
Contemporaneamente il D.Lgs. n. 58/1998 ha liberato il collegio sindacale dall’obbligo, previsto dal codice civile, del controllo contabile e di assicurare la corrispondenza del bilancio alle scritture contabili, controllo definitivamente e compiutamente attribuito alle società di revisione.
Giova ribadire, infine, che, secondo una recente opinione , le norme dettate dalla Riforma Draghi non trasformano in toto il collegio sindacale. Esso rimane infatti, utilizzando una terminologia molto diffusa ma allo stesso tempo equivoca, un organo al quale spetta un controllo di legittimità e non un controllo di merito.
Si potrebbe addirittura dire che, in fondo, sotto il profilo delle funzioni, il Testo Unico non ha fatto che rendere esplicito ciò che già prevedeva la norma di diritto comune, vale a dire vigilare sull’osservanza della legge e dello statuto (art. 2403 cod. civ.).


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V. Salafia, in Le Società, 2000, Opinioni, dal sito internet www.ipsoa.it.
V. Salafia, I nuovi soggetti legittimati al ricorso ex art. 2409 cod. civ., secondo l’art. 152, D.Lgs. n. 58/1998, in Le Società, 2001.
V. Salanitro, L’invalidità di deliberazioni di assemblee di società per azioni, Milano, 1958.
G. Tedeschi, Il collegio sindacale, in Il Codice Civile - Commentario, diretto da P. Schlesinger, Milano, Giuffrè, 1992.

 

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