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Il diritto di acquisto nell’opa

Di Giovanni Previti

23 settembre 2002

 

Il diritto di acquisto in generale

 

Premessa

 

Il diritto di acquisto è una novità assoluta rispetto alla legge n. 149 del 1992; come per la maggior parte delle novità apportate in materia di opa, anche lo “squeeze out” è stato introdotto sulla base delle esperienze straniere; infatti, oltre che nell’ordinamento francese ed in quello inglese, l’istituto è presente anche negli ordinamenti di altri paesi europei.

L’istituto del diritto di acquisto prevede, per chi venga a detenere più del 98% delle azioni con diritto di voto ottenute in seguito ad una offerta pubblica di acquisto totalitaria, il diritto di acquistare le azioni residue, con la sola condizione che l’offerente, nel documento di offerta dell’opa totalitaria, abbia dichiarato la volontà di volersi avvalere di tale diritto.

 

Finalità economiche dell’istituto

 

Le finalità economiche dell’istituto possono riguardare sia i soci di maggioranza sia quelli di minoranza.

Il legislatore, se da un lato tende a voler dare una sorta di “premio” per la buona riuscita dell’opa al socio di maggioranza, così da incentivare l’esercizio dell’istituto dell’offerta pubblica e di conseguenza evitare possibili speculazioni da parte dei soci di minoranza che non aderendo all’opa sperano di rivendere le proprie azioni ad un prezzo superiore di quello che era stato fissato per l’offerta pubblica di acquisto; dall’altra ha voluto garantire i soci o il socio di minoranza che non hanno voluto aderire all’offerta pubblica non per fini opportunistici. Questi ultimi possiedono una parte di flottante molto bassa e non avendo nessun interesse speculativo creano solo delle difficoltà economiche allo scalatore che “deve sostenere i costi, diretti o indiretti, della gestione di un eventuale residuo di azionisti” e sono “protetti” dal fatto che il prezzo viene stabilito da un esperto scelto dal Presidente del Tribunale.

Un’ulteriore conseguenza dell’applicazione dell’istituto del diritto di acquisto è la possibilità per l’azionista di maggioranza, divenuto ormai azionista unico, di poter ottenere la revoca dalle quotazioni della propria società e quindi non dover più sottostare alle rigide norme previste per le società quotate, con un beneficio anche del mercato, infatti, come riferito nell’Audizione del Direttore Generale del Ministero del Tesoro del 21 Gennaio 1998, vi sarebbe una sorta di “pulizia del listino” per quelle società che, nonostante siano possedute in via pressoché totalitaria, rimarrebbero altrimenti quotate, in quanto il flottante, pur minimo, potrebbe risultare molto diffuso.

La possibilità che il legislatore concede all’azionista di maggioranza di acquistare le azioni residue per poter eventualmente  sospendere la società dalle quotazioni è vista da una parte della dottrina, per esempio del Guarracino, come la dimostrazione del fatto che la norma è posta nell’interesse del socio di maggioranza e non nell’interesse della minoranza, in quanto, se così fosse, il legislatore avrebbe imposto l’esercizio dell’istituto e non lo avrebbe lasciato alla discrezionalità dello scalatore stesso.

 

Presupposti per l’esercizio del diritto di acquisto

La precedente offerta totalitaria

 

Ai sensi dell’art. 111, comma 1, del Testo Unico, il primo presupposto necessario per l’esercizio dell’istituto è la presenza di una precedente offerta pubblica totalitaria.

Il problema che la dottrina si è posto, e sul quale si è divisa, è se il diritto di acquisto possa essere applicato, oltre che in caso di offerta pubblica di acquisto obbligatoria, totalitaria ovvero residuale, anche nel caso in cui l’offerente arrivi a detenere più del 98% con una offerta facoltativa.

Secondo una parte della dottrina, l’obbligo del lancio di un’offerta totalitaria sarebbe riequilibrato con la possibilità di usufruire del diritto di acquisto, e quindi verrebbe data la possibilità di non dover sopportare le conseguenze di una mancata adesione di una parte di azionisti molto esigua; infatti nel caso in cui l’offerta sia volontaria l’offerente sopporterà i rischi di una non totale adesione e le relative conseguenze negative.

La stessa collocazione dell’istituto nel Testo Unico è indicativa del fatto che non si possa applicare lo squeeze out in seguito ad un’offerta facoltativa; infatti la norma è posta all’interno della sezione riguardante le offerte pubbliche di acquisto obbligatorie e non in quelle dedicate alle disposizioni sulle offerte pubbliche di acquisto in generale, anche se, prendendo come riferimento l’Audizione del Direttore Generale del Ministero del Tesoro del 21 Gennaio 1998, nella parte in cui il Direttore Generale afferma che l’art. 111 incentivi lo scalatore nel lancio delle offerte totalitarie, lo stesso Guarracino riconosce che “probabilmente” l’intenzione del legislatore era diversa.

Un’altra parte della dottrina ritiene che la collocazione dell’istituto non specifichi l’intenzione del legislatore ma che vada interpretata come una norma che conclude tutte le fattispecie di offerte pubbliche, sia che queste siano obbligatorie sia che siano volontarie; infatti l’art. 111 “si trova in chiusura del capo II del titolo II della parte IV del Testo Unico”.

 

L’oggetto dell’offerta

 

Un ulteriore presupposto per l’esercizio del diritto di acquisto, che si evince dall’art. 111 del Testo Unico, riguarda il possesso del 98% delle azioni con diritto di voto.

Come per la determinazione del tipo di offerta, obbligatoria ovvero volontaria, che autorizzi l’utilizzo dello squeeze out, anche per quanto riguarda l’individuazione delle categorie di azioni il cui possesso, superiore alla soglia del 98% permetta l’acquisto delle azioni residue, è dibattuto in dottrina.

Sappiamo come non solo il possesso di azioni ordinarie conferisca il diritto di voto, ma che tale diritto possa anche derivare dal possesso di azioni privilegiate che, oltre ad avere dei privilegi patrimoniali, possano, secondo gli atti costitutivi, conferire il diritto di voto ai sensi dell’art. 2351 del Codice Civile.

Una parte della dottrina, quella che ritiene che titolare del diritto di acquisto sia solo colui che supera la soglia del 98% grazie ad un’offerta obbligatoria, afferma che la percentuale computabile è solo quella riferita alle azioni ordinarie, proprio perché sono solo le azioni ordinarie ad essere oggetto dell’offerta pubblica obbligatoria ai sensi dell’art. 105 del Testo Unico.

La dottrina contraria a questa tesi parte appunto dal presupposto che, come visto in precedenza, essendo valida, ai fini del diritto di acquisto, anche l’opa volontaria, non si deve limitare il computo delle percentuali alle sole azioni ordinarie, ma estenderlo anche alle azioni privilegiate, in quanto portatrici anch’esse di un diritto di voto.

 

Gli acquisti fuori opa

 

Per poter esercitare il diritto di acquisto, l’offerta deve concludersi con il raggiungimento, da parte dello scalatore, della soglia del 98% più un’azione.

In dottrina si discute se gli acquisti eseguiti da parte dello scalatore fuori opa possano essere computati ai fini del superamento della soglia prestabilita; infatti è permesso acquistare direttamente sul mercato, e fuori opa, con l’unico obbligo di non effettuare gli acquisti ad un prezzo superiore a quello stabilito nell’offerta, altrimenti l’offerente sarà costretto ad equipararne il prezzo.

Il problema che la dottrina si è posta non riguarda se questi acquisti possono essere computati ai fini del raggiungimento della soglia del 98%, ma se possono essere successivi alla chiusura dell’offerta; infatti non sembrano esserci dubbi sul fatto che il diritto di acquisto spetti anche a chi abbia superato la soglia con acquisti effettuati prima e/o durante l’offerta, tenute in considerazioni le finalità dell’istituto.

La Consob ha risolto indirettamente questo problema che la dottrina si era posta: la Commissione, esaminando un caso di un offerente che aveva raggiunto la soglia del 98% grazie a degli acquisti fuori opa ma contemporanei all’offerta, ha comunicato che, ai fini del diritto di acquisto quindi del raggiungimento della soglia prestabilita possono essere computati anche gli acquisti fuori opa, confermandone la computabilità, ma che questi dovessero essere effettuati entro l’ultimo giorno valido per aderire all’offerta, e di conseguenza non potevano essere computati gli acquisti successivi alla chiusura dell’opa.

Per chi non abbia raggiunto la soglia del 98% ma abbia superato quella del 90%, non resta altro che lanciare un’offerta pubblica di acquisto residuale ai sensi dell’art. 108, del Testo Unico, ed eventualmente, se raggiunta la soglia del 98% avvalersi del diritto di acquisto.

 

La dichiarazione di avvalersi del diritto di acquisto

 

Il legislatore ha voluto porre a carico dell’offerente l’obbligo di rendere noto a tutti gli azionisti l’intenzione di volersi avvalere dello squeeze out al termine dell’offerta totalitaria; infatti l’offerente deve indicare nel documento dell’offerta totalitaria la possibilità di voler avvalersi del diritto di acquisto delle azioni residue.

La ratio della norma è di far conoscere agli azionisti di minoranza che, nel caso di una loro mancata adesione, sia per fini speculativi ovvero senza nessun fine ostruzionistico, essi potranno subire l’acquisto delle proprie azioni da parte dell’offerente.

La particolarità della norma è che la preventiva dichiarazione di volontà non vincola l’offerente, il quale può liberamene decidere se avvalersi o meno del diritto di acquisto; infatti la dottrina sembra essere concorde nel ritenere che la dichiarazione sia una mera dichiarazione di intenti e non una manifestazione di volontà; lo stesso legislatore, creando uno spatium deliberandi, da all’offerente la possibilità di aspettare e scegliere il momento opportuno per esercitare il diritto di acquisto ovvero di non esercitarlo proprio; se il legislatore avesse voluto rendere vincolante la dichiarazione non avrebbe lasciato uno spazio di quattro mesi, periodo in cui la situazione giuridica degli azionisti di minoranza rimane pendente, tra la conclusione dell’offerta e il limite massimo per esercitare lo squeeze out.

Solo una parte della dottrina non sembra essere d’accordo con questa interpretazione del comma 1 dell’art. 111 del Testo Unico; infatti Picone ritiene che il diritto di acquisto è disponibile al verificarsi di due eventi quali il superamento della soglia del 98% di azioni con diritto di voto e la precedente dichiarazione. Una volta manifestata l’intenzione di applicare lo squeeze out, l’offerente deve effettuare gli acquisti delle azioni residue dopo aver superato la soglia prestabilita.

 

Il procedimento di acquisto delle azioni residue

Premessa

 

Ai sensi dell’art. 111, comma 2, del Testo Unico, l’offerente che voglia avvalersi del diritto di acquisto deve chiedere al Presidente del Tribunale del luogo dove ha sede la società emittente  la nomina di un esperto per la determinazione del prezzo di acquisto delle azioni residue.

Come abbiamo visto in precedenza, l’offerente, per potersi avvalere dello squeeze out, deve rispettare i presupposti previsti dall’art. 111, comma 1, del Testo Unico, cioè la dichiarazione dell’intenzione di avvalersi del diritto di acquisto ed essere in possesso del 98% più 1 delle azioni con diritto di voto della società emittente; al termine dell’offerta lo scalatore ha quattro mesi per decidere se esercitare il diritto di acquisto oppure no.

Una volta che l’offerente abbia deciso di effettuare lo squeeze out, sorge il problema della determinazione di acquisto delle azioni residue. La Consob, nella determinazione del prezzo in caso di offerta pubblica di acquisto totalitaria, ha un potere di controllo, e nell’offerta pubblica di acquisto residuale ne fissa direttamente il prezzo; nel diritto di acquisto, il legislatore ha affidato il compito di determinare il prezzo ad un esperto  che deve essere nominato dal Presidente del Tribunale dove ha sede la società bersaglio.

I problemi, che la dottrina si pone, sono due:

a – la forma dell’atto di nomina dell’esperto e le conseguenze relative a questo atto stesso;

b – il periodo di riferimento ed i criteri di determinazione del prezzo da parte dell’esperto;

 

La nomina dell’esperto

 

In precedenza ci si è posti il problema di stabilire quando l’esercizio del diritto di acquisto diventi obbligatorio per l’offerente; la dottrina è concorde nel ritenere la richiesta di nomina dell’esperto da parte del Presidente del Tribunale come il “punto di non ritorno” nelle scelte dell’offerente.

La richiesta è una chiara manifestazione di volontà da parte dell’offerente, ed è l’impulso per una serie di procedimenti che porteranno all’acquisizione delle azioni residue. Impulso che andrà a creare delle aspettative ai terzi, i quali sono rimasti in attesa anche per quattro mesi, e per questo la dottrina ritiene che lo scalatore, una volta eseguita la richiesta, non possa più tornare indietro.

A dissentire da questa linea di pensiero c’è solo una piccola, anche se autorevole, parte di dottrina, che non è convinta delle basi normative sulle quali regge il ragionamento sopra espresso: secondo questa parte di dottrina la nomina dell’esperto non crea nessuna aspettativa giuridicamente rilevante per i terzi e che di conseguenza non vi debbano essere ulteriori tutele per i soci di minoranza; infatti la loro posizione viene garantita, da un lato dall’offerta residuale ai sensi dell’art. 108 del Testo Unico, e dall’altro, cioè nel caso di esercizio del diritto di acquisto, con un prezzo equo determinato da un terzo nominato dal Presidente del Tribunale ove a sede la società.

La dottrina sopracitata è concorde con le altre nel ritenere che il periodo entro il quale l’offerente deve decidere se esercitare o non lo squeeze out, crei una situazione d’incertezza per i soci di minoranza, che altri definiscono come “un potere di soggezione dell’offerente nei confronti del socio di minoranza”; proprio per questo il legislatore ha voluto limitare tale situazione ad un periodo di quattro mesi, ma nulla vieta all’offerente di esercitare lo squeeze out prima di tale limite imposto.

L’atto con il quale l’offerente richiede la nomina dell’esperto deve essere redatto nella forma del ricorso al Presidente del Tribunale, ed è reclamabile innanzi alla Corte d’Appello, data la natura camerale del procedimento.

L’esperto è soggetto alle norme previste dall’art. 64 del  Codice di Procedura Civile che regolano la responsabilità civile e penale del consulente tecnico.

 

Il periodo di riferimento ed i criteri per la determinazione del prezzo da parte dell’esperto

Ai sensi dell’art. 111, comma 2, del Testo Unico, l’esperto nominato dal Presidente del Tribunale del luogo dove ha sede la società emittente, per la determinazione del prezzo di acquisto delle azioni residue, deve tenere in considerazione il prezzo dell’offerta ed il prezzo di mercato dell’ultimo semestre.

I dubbi interpretativi, che la dottrina si è posta, riguardano la congiunzione “anche”, con cui il legislatore intende indicare quali siano gli elementi che debbano essere considerati e quale sia l’ultimo semestre di cui l’esperto debba tener conto del prezzo medio.

Il primo dubbio interpretativo, quello riguardante la congiunzione “anche”, sorge allorché la norma, causa la congiunzione, non chiarisce se i due parametri, citati nell’articolo 111, siano l’unica fonte per la determinazione del prezzo da parte dell’esperto, oppure se quest’ultimo abbia la possibilità di usufruire di altri elementi per la valutazione del prezzo da pagare per le azioni residue; questi elementi comunque rimangono all’interno di “criteri valutazione sviluppati dalla dottrina e dalla prassi in materia di valutazione di azienda” .

Il secondo problema interpretativo derivante dalla lettera dell’art. 111 del Testo Unico, riguarda la specificazione di quale sia l’ultimo semestre il cui prezzo medio deve essere preso in considerazione dall’esperto per la sua valutazione, in altre parole se il periodo di riferimento debba essere antecedente all’offerta ovvero successivo. Nel caso in cui l’esperto dovesse considerare l’andamento borsistico nei sei mesi antecedenti l’offerta, non potrebbero rientrare, nella sua valutazione, le variazioni successive all’offerta stessa, cosa che invece accadrebbe se la valutazione riguardasse anche il periodo in cui l’offerta ha fatto il proprio corso.

La dottrina ritiene opportuno che vi sia una valutazione che comprenda anche il periodo dell’offerta, soprattutto per poterne valutare l’andamento. Ad avvalorare questa tesi è anche l’osservazione che, se il periodo di valutazione per l’esperto fosse quello antecedente all’offerta e se il diritto di acquisto venisse esercitato dopo un’offerta pubblica di acquisto residuale, il prezzo determinato dell’esperto non sarebbe molto diverso da quello stabilito dalla Consob per l’offerta residuale.

La dottrina sembra concorde nel ritenere che la valutazione dell’esperto, nei limiti della propria discrezionalità tecnica, sarà un equo apprezzamento, pertanto impugnabile solo per manifesta iniquità e erroneità, sia dall’offerente e sia dai titolari delle azioni incedute.

L’eventuale impugnazione della “determinazione del prezzo non incide sulla validità del trasferimento”.

 

 

La chiusura dell’offerta e il perfezionamento del trasferimento

 

Una volta conclusa l’offerta, comunicata l’intenzione di avvalersi del diritto di acquisto e avvenuta la valutazione da parte dell’esperto, rimane da stabilire come e quando debba concretamente essere esercitato lo squeeze out, cioè come e quando le azioni passeranno dai soci di minoranza al socio di maggioranza.

Nel momento in cui la somma necessaria sarà depositata dall’offerente presso una banca, la società emittente, ricevuta la comunicazione da parte dello scalatore dell’avvenuto trasferimento, provvederà alle conseguenti annotazioni nel libro dei soci e il trasferimento sarà effettivo.

La comunicazione è una mera condizione di efficacia che non perfeziona il trasferimento, infatti la volontà dell’offerente si già manifestata con il deposito, e proprio il deposito è l’elemento che perfeziona a fattispecie.

Il fine della comunicazione è di rendere il trasferimento opponibile ad un soggetto estraneo e diventa efficace non al momento della comunicazione dello scalatore, ma in quello della ricezione da parte della società emittente; la quale, ricevuta la comunicazione del deposito e del conseguente trasferimento delle azioni residue, deve procedere alle “annotazioni nel libro dei soci”, che non è da considerarsi come un semplice aggiornamento, ma in cui deve essere riportata la causa e il modo dell’avvenuto trasferimento.

Il legislatore, con il dettato del comma 3 dell’art. 111 del Testo Unico, ha concesso uno strumento estremamente pratico per l’offerente; infatti con un unico adempimento lo scalatore riesce ad ottenere la titolarità di tutte le azioni residue, senza dover rintracciare singolarmente i soci di minoranza, pratica che, causa un probabile azionariato diffuso, sarebbe molto difficile e dispendiosa, sia dal punto di vista economico sia da quello temporale.

Questo sistema creato dal legislatore, se da un lato è sicuramente apprezzabile per l’offerente che, come detto in precedenza, con un unico adempimento risolve tutti i suoi obblighi, dall’altro rende il soggetto passivo, cioè l’azionista di minoranza, creditore nei confronti della banca nella quale è stato fatto il deposito e non più titolare delle azioni possedute; oltretutto il trasferimento delle azioni residue avviene praticamente senza che ne venga data notizia al proprietario.

Il Tribunale di Milano, nel Marzo del 2001, ha accolto il ricorso con il quale un azionista di minoranza chiedeva la restituzione delle azioni da lui depositate presso una banca e da questa subdepositate presso la Monte Titoli, che a sua volta, all’insaputa del proprietario, le aveva trasferite presso un’ altra banca in seguito all’esercizio del diritto di acquisto delle azioni residue ex art. 111 del Testo Unico da parte di un terzo.

L’aspetto fondamentale sul quale si è basato il ricorrente riguardava la regolarità del deposito delle azioni da lui effettuato presso la banca, mentre la società resistente affermava che si trattasse di un deposito irregolare ai sensi dell’art. 1789 del Codice Civile.

Il giudice ha ritenuto il deposito regolare ai sensi dell’art.85, comma 3, del Testo Unico e di conseguenza il possesso delle azioni resterebbe al depositante e il depositario ne avrebbe una semplice detenzione; quindi l’esercizio del diritto di acquisto “è stato ritenuto idoneo a produrre l’effetto del trasferimento della proprietà delle azioni, ma non anche a privare del possesso delle azioni stesse”.

                                                       

 

Conclusioni

 

Principalmente ho analizzato i vari aspetti del diritto di acquisto, ad iniziare dalle ragioni per cui il legislatore ha voluto inserire ex novo quest’istituto di origine anglosassone: la maggior parte delle novità, presenti all’interno della legge Draghi, ha avuto come principio ispiratore la volontà di avvicinare la normativa italiana a quella di altri Paesi europei, con il fine, anticipando quella che dovrebbe essere la tredicesima direttiva europea, di rendere meno problematica l’introduzione delle norme comunitarie.

Come tutte le novità, l’applicazione del diritto di acquisto ha creato qualche incertezza all’interno della dottrina, in particolare, oltre ad una genericità della norma, si discute sulla legittimità dell’istituto. Con la legge Draghi il legislatore ha voluto colmare le lacune presenti nella precedente legge n. 149, ma nel fare questo non è riuscito a dare un’univocità all’interpretazione delle norme da essa sancite e quindi le incertezze per la dottrina riguardano non solo lo squeeze out ma tutta la normativa in esame; mentre per quanto riguarda i dubbi della dottrina concernenti la legittimità del diritto di acquisto il problema è di diversa origine.

Ho verificato, analizzando e comparando l’istituto del diritto di acquisto con altri diritti aventi caratteristiche simili, come lo squeeze out trovi una difficile collocazione dogmatica all’interno delle fattispecie presenti nell’ordinamento giuridico italiano; la dottrina si è principalmente espressa per un’assimilazione dello squeeze out alla fattispecie dell’espropriazione, regolata dall’art. 42, comma 3, della Costituzione, mentre una parte autorevole, ma minoritaria, tende a considerare lo squeeze out come una regola conformativa del diritto, regolato dall’art. 42, comma 2, della Costituzione.

Analizzando i vari istituti e le varie teorie della dottrina sono propenso ad assimilare anche io il diritto di acquisto alla fattispecie dell’espropriazione; la teoria che considera il diritto di acquisto come una regola conformativa, a mio parere, non trova molte giustificazioni, in quanto nello squeeze out il diritto di proprietà delle azioni residue viene azzerato ed abbiamo visto come la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 5 del 1980, abbia escluso che si possa parlare di conformazione del diritto nel caso in cui vi sia una totale limitazione del diritto in questione.

Certamente anche l’istituto dell’espropriazione non ha tutti i requisiti necessari per una completa assimilazione del diritto di acquisto, ma sicuramente il modus operandi dei due istituti è molto simile; il problema principale che la dottrina si pone deriva da questo: il diritto di acquisto è una espropriazione legittima? Ho analizzato il procedimento con il quale si arriva all’espropriazione di un bene di un privato da parte dello Stato e come sia possibile l’espropriazione di un bene di un privato a favore di un altro privato; il requisito comune, o meglio necessario, nelle due diverse tipologie di espropriazione è la presenza di un interesse generale: nel diritto di acquisto vi è un interesse generale che giustifica il passaggio forzato delle azioni residue dagli azionisti di minoranza a quello di maggioranza? La risposta è da cercarsi nelle finalità dell’istituto.

Chiaramente le finalità del diritto di acquisto sono espressamente di carattere economico ed hanno come obiettivo il miglior funzionamento del mercato; lo squeeze out tende ad eliminare le problematiche che possono essere create dalla presenza di azionisti in possesso di una quota molto ridotta del capitale sociale. La presenza di questi azionisti può comportare per il socio maggioritario notevoli costi e rischi, infatti gli azionisti minoritari possono creare difficoltà per quanto riguarda un eventuale integrazione, ovvero fusione, della società all’interno di un gruppo, oppure, in caso di cessione della società stessa ad un’altra società. Oltre ai problemi inerenti le assemblee ed i relativi costi, nell’eventuale società, o gruppo, risultante dall’integrazione, fusione ovvero cessione vi sarebbe sempre la presenza, ancora meno consistente, dei soci di minoranza della società integrata, fusa ovvero ceduta.

Le altre problematiche che lo squeeze out vuole risolvere sono: - quelle riguardanti l’eventuale esercizio dei diritti spettanti ai soci di minoranza, che oltre ai problemi economici, crea problemi anche da un punto di vista logistico-strutturale, come ad esempio l’organizzazione delle varie assemblee e il loro funzionamento; - la limitazione di comportamenti speculativi da parte dei soci di minoranza, consapevoli dei costi e dei rischi che possono essere da loro creati, con lo scopo di sopravvalutare le azioni in loro possesso.

L’istituto tende anche a difendere l’azionista di minoranza che non ha nessun interesse di carattere speculativo, ma che, per vari motivi, non ha accettato la precedente offerta totalitaria e si ritrova in possesso di un pacchetto azionario, anche di poche azioni, il cui valore può avere subito una notevole riduzione.

Altro elemento positivo conseguente all’esercizio del diritto di acquisto è la possibilità che, una volta acquisita la totalità del capitale sociale, “lo scalatore” possa decidere di ritirare dalla quotazione la propria società e quindi sottrarsi alle rigide norme previste dalla Consob per le società quotate.

Stabilire se le finalità del diritto di acquisto e il conseguente miglior funzionamento del mercato azionario siano sufficienti a giustificare la lesione del diritto di proprietà degli azionisti di minoranza è di difficile soluzione, probabilmente sarebbe auspicabile l’inserimento di una sorta di sell out, anche questo di stampo anglosassone, con il quale verrebbe forse attenuata la posizione dominante del socio maggioritario, infatti la possibilità da parte dei soci minoritari di richiedere l’acquisto coattivo delle proprie azioni da parte del socio di maggioranza eviterebbe possibili speculazioni di quest’ultimo evitando, come può accadere attualmente, che un azionista resti con poche azioni ormai deprezzate difficili da vendere.

Certamente l’istituto, poiché coattivo, risulta di difficile comprensione; tuttavia essendo ormai in vigore senza che sia stato riscontrato nessun intervento da parte della giurisprudenza dal 1998, si suppone che esso sia stato già assimilato dal sistema giuridico e da quello economico.

Probabilmente il fatto che la parte lesa, se a questo punto di lesione si parla, nella maggioranza dei casi non abbia un interesse economico notevole da salvaguardare, in quanto ha mantenuto il possesso delle proprie azioni a fronte di un’adesione all’offerta superiore al 98%, per motivi legati alla disinformazione ovvero a quelli di carattere affettivo inerenti l’azionista, ed in considerazione dei costi di un eventuale giudizio contro una parte presumibilmente più forte da un punto di vista economico scoraggiano la possibilità di adire le vie legali.

Sicuramente il sistema migliore per risolvere questo problema è la tanto auspicata tredicesima direttiva, che avrebbe il potere di regolamentare la materia delle offerte pubbliche di acquisto a livello comunitario, agevolando così una migliore circolazione dei capitali all’interno dell’Unione Europea. E’ auspicabile che ciò rappresenti la base per la creazione di un unico mercato, quindi di una sola Borsa, con un peso specifico superiore e in grado di dare maggiore stabilità ed indipendenza delle Borse attualmente operative nell’Unione Europea.

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