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Il commercio elettronico internazionale: problemi di politica fiscale

Di Augusto Zucàro

27 settembre 2004

 
Indice

1. Introduzione
2. La globalizzazione e i suoi effetti sulla diffusione del commercio elettronico internazionale
3. Aspetti giuridici
4. Problemi fiscali: i tributi
5. Problemi fiscali: i sussidi all’esportazione dei prodotti agricoli
6. Appendice: Dizionario sintetico dei termini informatici
7. Bibliografia essenziale

 
1. Introduzione
 
Secondo alcune stime, il valore delle transazioni elettroniche, solo nei Paesi aderenti all’Unione europea (UE), dovrebbe passare dal 2000 al 2004 da 80 a 1600 miliardi di euro circa. Negli Stati Uniti d’America, Paese all’avanguardia nel settore, il 2003 ha registrato una crescita del 51% rispetto all’anno precedente: è stata così raggiunta la cifra di 114 miliardi di dollari per il fatturato, pari al 5,4% degli incassi nel commercio al dettaglio. Nel 2004 si dovrebbe poi registrare un’ulteriore crescita del 27%, con un fatturato di 144 miliardi di dollari, pari al 6,6%. Questa percentuale varia molto a seconda delle diverse tipologie di acquisto: sempre nel 2004, si prevede di arrivare al 43% per “hardware” e “software”, al 235 per i biglietti per spettacoli, al 22% per i viaggi e al 19% per i libri, mentre tutte le altre categorie dovrebbero rimanere sotto al 10%.
Nel mondo, nel 2001, c’era mezzo miliardo di elaboratori elettronici; saranno tre miliardi tra non molto. Anche in altri Paesi si è potuto registrare uno sviluppo analogo, poiché, anche se il commercio elettronico esisteva ancor prima di Internet, è stata la nascita e lo sviluppo di questa “rete” a consentire a elaboratori elettronici di soggetti diversi, situati in luoghi diversi e, talvolta, lontanissimi tra loro, di condividere servizi e di comunicare. Rispetto ai flussi commerciali complessivi, comunque, siamo ancora all’1,8 % delle vendite nel mondo, ma c’è chi prevede di arrivare entro pochi anni al 15% complessivo e addirittura al 50% per quanto riguarda i “media” e l’informatica.
Per “media” si intendono i mezzi di comunicazione di massa e “informatica” è un termine che nasce dalla fusione delle parole “informazione” e “automatica”. La parola Internet deriva invece dall’inglese “INTERconnected NETworks”, reti interconnesse, cioè “rete di reti”. Ogni rete, costituita da un insieme di elaboratori elettronici tra loro connessi, per poter comunicare in Internet (e quindi con altri elaboratori), deve adottare un “linguaggio comune”, dettato dai cosiddetti “protocolli”.
Negli Stati Uniti d’America, il Dipartimento della Difesa (meglio noto come “Pentagono”) aveva creato fin dal 1966 l’agenzia “ARPA” (“Advanced Research Project Agency”) per realizzare una rete di elaboratori allo scopo di garantire che la rete di comunicazione tra le basi militari del Paese fosse a prova di bomba atomica. Alcune università americane cui questa ricerca era stata affidata (precisamente: la “Stanford University”, la “University of California at Los Angeles” e la “University of California at Santa Barbara”), tutte situate in California, già nel novembre del 1969 furono in grado di collegarsi tra loro. Frattanto, l’“AT&T”, nei suoi laboratori (“Bell Laboratories”), realizzava un nuovo e potente sistema operativo, denominato “Unix”. Successivamente, grazie all’avvento della rete commissionata dall’ARPA (“Arpanet”) e di Unix, si è potuto definire quell’insieme di protocolli che ha permesso la comunicazione tra elaboratori e reti eterogenee.
Si pensi che il primo “browser”, cioè il primo programma in grado di far connettere e di far passare un elaboratore da un sito a un altro (in gergo, si dice “navigare”), è stato “Mosaic”, nel 1993; ebbene, dopo 4 anni, la diffusione di Internet aveva già raggiunto i 50 milioni di utenti nel mondo, contro i 46 impiegati dall’elettricità e i 35 impiegati dal telefono - tanto per fare un paragone - per raggiungere, in altri tempi, un’utenza altrettanto numerosa. La tabella riportata qui di seguito illustra il moltiplicarsi degli utenti di Internet nel mondo tra il 1998 e il 2002; come si vede, il loro numero, nel periodo considerato, si è enormemente accresciuto passando nel complesso da 153.907.000 a 591.600.000 unità, con un incremento, quindi, di 437.693.000 unità (pari al 284,39%) in soli quattro anni. Naturalmente, ci sono stati Paesi cresciuti più della suddetta media mondiale e Paesi cresciuti di meno, come risulta evidente dai dati percentuali che registrano una variazione nella posizione relativa di ciascuno rispetto al mondo nel suo insieme.

I primi dieci Paesi del mondo per numero di utenti di Internet:

 

Paese

1998 n. assoluto %

2002 n. assoluto %

1

USA

60.000.000

38,98

155.800.000

26,34

2

Cina

3.100.000

2,01

59.100.000

9,99

3

Giappone

16.740.000

10,88

57.200.000

9,67

4

Germania

10.500.000

6,82

35.000.000

5,92

5

Corea del sud

3.103.000

2,02

26.270.000

4,44

6

Regno Unito

8.000.000

5,20

24.000.000

4,06

7

Francia

3.500.000

2,27

18.700.000

3,16

8

Italia

3.000.000

1,95

17.000.000

2,87

9

India

700.000

0,45

16.580.000

2,80

10

Canada

7.500.000

4,87

15.200.000

2,57

 

MONDO

153.907.000

100,00

591.600.000

100,00

  • (Fonte: “Calendario Atlante De Agostini 2004”, elaborazione sui dati pubblicati nella tabella a pag. 58).

    Il primo acquisto elettronico di cui si abbia notizia certa avvenne l’11 agosto 1994: quel giorno uno studente della già citata Stanford University acquistò un “compact disk”, contenente canzoni di Sting, per la somma di 12,5 dollari.
    Oggi, in alcuni settori, le transazioni elettroniche sono addirittura prevalenti. Nel settore del traffico aereo, per esempio, le compagnie a basso costo rappresentavano nel 1998 appena il 2% del mercato, per poi salire al 7% nel 2001 e al 16% attualmente. Ciò è stato possibile perché i loro prezzi sono assolutamente competitivi, e i saldi dei loro bilanci senz’altro attivi, grazie a costi inferiori anche del 60% rispetto alla concorrenza. Ebbene, uno dei sistemi adottati per abbattere i costi è stato quello di disintermediare la vendita dei biglietti: oggi oltre il 90% di questi ultimi è acquistato direttamente dai clienti finali proprio tramite Internet.

     

    2. La globalizzazione e i suoi effetti sulla diffusione del commercio elettronico internazionale

    La straordinaria diffusione di Internet appare un effetto del fenomeno della globalizzazione dei mercati, di cui, però, nel medesimo tempo, moltiplica anche, a propria volta, gli effetti.
    Questo fenomeno ha iniziato a manifestarsi negli anni Ottanta del XX secolo, caratterizzati, a partire dal 1982, da un lungo periodo di espansione economica, durato ininterrottamente fino alla fine del decennio. Tale periodo faceva seguito a due crisi provocate dalla crescita del prezzo del petrolio, quadruplicato nel giro di un anno e mezzo dopo la quarta guerra arabo-israeliana (ottobre del 1973) e poi ulteriormente raddoppiato, nel giro di un altro anno, dopo la rivoluzione islamica in Iran (febbraio del 1979). L’inflazione che ne derivò finì poi per risultare incontrollabile anche a causa dell’abbandono del sistema dei tassi di cambio fissi (secondo emendamento allo Statuto del Fondo Monetario Internazionale, approvato in Giamaica il 30 aprile 1976 e in vigore dal 1° aprile 1978), tra le monete dei vari Paesi del mondo, che era stato instaurato alla fine della seconda guerra mondiale. Negli anni Ottanta i Paesi industrializzati poterono giovarsi dei risultati delle ricerche scientifiche sulle fonti energetiche alternative al petrolio - come il gas naturale, il carbone e l’energia atomica - condotte nel decennio precedente.
    Sempre nei medesimi anni, la rivoluzione tecnologica conduceva anche a un ricorso sempre più vasto all’elettronica: si giungeva così alla diffusione di massa degli elaboratori elettronici, divenuti personali e chiamati perciò “personal computers” (o semplicemente “computers” o anche solo pc), e all’introduzione massiccia dell’elettronica anche nel settore delle telecomunicazioni e in quello dei mezzi di trasporto, la qual cosa ne ha determinato uno straordinario potenziamento e una consistente riduzione dei costi. Da allora, sono inoltre comparsi sui mercati prodotti e servizi del tutto nuovi e le innovazioni si sono susseguite continuamente, a ritmo sempre più incalzante.
    La globalizzazione si identifica nella creazione di un mercato mondiale in cui la libera circolazione di capitali finanziari, commerciali e produttivi, è resa possibile dall’eliminazione di tutte le barriere che i differenti paesi pongono all’ingresso del capitale finanziario, commerciale e produttivo che viene dall’estero. In questo modo si possono rendere più redditizie le varie attività economiche e commerciali. In questo senso la globalizzazione può essere considerata come il culmine del processo storico di espansione del capitalismo e l’effetto delle sue stesse leggi economiche.
    La globalizzazione ha rivoluzionato le attività imprenditoriali sia per quanto riguarda il mercato del lavoro sia per quanto riguarda la produzione. Sotto il primo aspetto, infatti, poiché è divenuto possibile e conveniente gestire i capitali a distanza, anche la concorrenza si è fatta “globale” e le imprese sono state costrette a investire dove i capitali risultavano più efficienti a livello internazionale. La forza-lavoro ha incrementato ovunque le proprie conoscenze e, grazie alla conoscenza anche del mercato del lavoro “globalizzato”, quella dei Paesi in via di sviluppo è ormai - e sempre più spesso - sufficientemente qualificata e ha iniziato a offrirsi su scala mondiale a costi convenienti. Sotto il secondo aspetto, che è determinato dal primo, la globalizzazione, da una parte, ha reso sempre maggiore l’importanza delle parti e delle componenti di prodotto finito nel commercio internazionale, in quanto si tende sempre più a produrre ogni singola componente là dove risulta più conveniente produrla (realizzazione di economie internazionali di scala), e, dall’altra, conseguentemente, ha indotto le imprese ad avere sempre più unità produttive in sempre più Paesi diversi. L’origine di un prodotto è stabilita in base ad accordi internazionali che, ormai, rivestono un’importanza determinante; se, per esempio, un televisore è considerato originario del Paese dove è stato prodotto il tubo catodico, le altre componenti, pur essendo state fabbricate nelle parti del mondo più disparate, non potrebbero influire sul trattamento doganale se non attraverso il valore (un altro dei quattro elementi considerati in dogana, oltre all’origine stessa, alla natura del prodotto e alla sua quantità) che conferiscono all’intero televisore nel suo insieme. Per sfruttare tali opportunità, si sono inoltre introdotte innovazioni rilevanti nei cicli produttivi (i cui processi sono oggi sempre più suddivisi in “fasi”, secondo un modello “a rete”, localizzabili ognuna dove risulta più conveniente) e, soprattutto, nell’organizzazione aziendale (la funzione di coordinamento dell’intero “network”, ovviamente, risulta ormai fondamentale).
    L’impulso imprenditoriale a stabilire sempre più unità produttive in sempre più Paesi diversi rappresenta però l’accentuazione di un fenomeno, quello delle imprese multinazionali, che aveva già avuto un grande sviluppo dalla seconda guerra mondiale in poi, tanto da indurre l’economista J. H. Dunning, già nel 1968, a rilevare che le vendite all’estero di tali imprese, realizzate tanto attraverso esportazioni quanto attraverso produzioni locali, superavano il valore del prodotto nazionale lordo di qualsiasi Paese dell’epoca, tranne l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. A questi ultimi, da soli, si riferiva ben il 55% di tali attività produttive internazionali (il resto spettava per lo più a imprese dell’Europa occidentale), peraltro relative solo a pochi settori (gomma per pneumatici, oli, tabacco, prodotti farmaceutici e autoveicoli), nei quali la natura stessa dei relativi processi di produzione ne aveva consentito il decentramento creando dei veri e propri oligopoli su scala mondiale. Fin da allora, queste produzioni avevano conosciuto una grande espansione in tutti i Paesi in cui si erano insediate le multinazionali. Queste, soprattutto nelle economie in via di sviluppo (spesso legate all’esportazione di poche merci, se non di una sola), esercitavano un potere di ingerenza nelle decisioni economiche e politiche di notevoli e preoccupanti proporzioni. Esse hanno portato, d’altra parte, anche miglioramenti tecnologici e capacità imprenditoriali che allo sviluppo sono indispensabili, per quanto creino spesso una dipendenza tecnologica e produttiva. Oggi, grazie alle moderne forme elettroniche di controllo a distanza, il fenomeno riguarda ormai tutto il mondo industrializzato e tutti i settori della produzione. Questi ultimi hanno conosciuto anche l’apparire e l’affermarsi di prodotti e servizi del tutto nuovi nel panorama del commercio.
    Un altro aspetto evidente fin dagli anni Sessanta era quello della disponibilità, da parte delle imprese multinazionali, di cospicui capitali da investire, specie a breve termine, magari in attesa di completare qualche progetto di investimento, con conseguente determinazione di flussi considerevoli di liquidità in movimento da un Paese a un altro, in cerca di rendimenti maggiori e di rischi minori. Quest’ultimo fenomeno, negli anni della globalizzazione, si è tanto accentuato da comportare una perdita di potere da parte degli Stati nazionali tradizionali, che, largamente dominati da alcuni meccanismi finanziari, nel perseguire una politica di intervento economico e sociale (la spesa pubblica a fini sociali è cresciuta in tutti i Paesi sviluppati, dopo la seconda guerra mondiale, anche perché è cresciuto il numero dei suoi beneficiari), sono stati costretti a ricorrere sempre più largamente al credito privato, anche attraverso l’emissione di titoli quotati in borsa e contrattati da investitori internazionali, specialmente a causa dell’incremento della durata media della vita e, conseguentemente, delle spese sociali per gli anziani, in particolar modo per le pensioni. Questo ricorso al credito privato è avvenuto anche attraverso l’emissione di titoli quotati in borsa e contrattati da investitori internazionali, che, data la crescente privatizzazione anche delle attività finanziarie, sono recentemente cresciuti fino a raggiungere dimensioni prima inconcepibili (si pensi, per esempio, ai fondi pensione e a quelli di investimento, di vario genere).
    Gli investitori cercano naturalmente di massimizzare il rendimento degli investimenti, che, quindi, sono modificati in continuazione (ormai, grazie ai progressi dell’elettronica, addirittura “in tempo reale”) e indirizzati là dove, di volta in volta, le condizioni appaiono migliori; ciò significa che anche le emissioni dei titoli del debito pubblico dei vari Stati sono premiate o penalizzate dagli investitori secondo le circostanze più o meno favorevoli in cui tali Paesi si trovano, coi relativi e inevitabili riflessi sui tassi di cambio delle varie monete nazionali. Il mercato finanziario finisce così per regolare anche quello reale. Le stesse imprese produttive, del resto, specie quelle multinazionali (sempre più forti), si sono create da tempo anche un proprio settore finanziario, sia per diversificare in modo redditizio le proprie attività sia per integrare queste ultime “verticalmente” (dall’approvvigionamento delle materie prime alla lavorazione e commercializzazione dei prodotti, fino ad arrivare alla valutazione finanziaria delle proprie condizioni economiche).
    La speculazione può abbattersi contemporaneamente su tutte le piazze finanziarie del mondo e può quindi mettere in difficoltà, perfino gravissime, qualsiasi Stato, anche perché nessuna banca centrale dispone più di riserve così consistenti da superare i capitali, di gran lunga maggiori, di cui dispone la speculazione finanziaria internazionale. Il mercato interno tende a scomparire mentre lo Stato nazionale deve cercare di conquistarsi la fiducia del mercato internazionale, che esso non ha modo di controllare e da cui, anzi, è sempre più condizionato. Molti bilanci consolidati di gruppo delle suddette multinazionali sono ormai più consistenti di quelli degli Stati di piccole dimensioni.
    Il capitale finanziario internazionale cerca i propri mercati in tutto il mondo, anche perché quelli dei beni reali, nei Paesi sviluppati, tendono a saturarsi e risulta difficile investire in modo redditizio i capitali liquidi, che sono sovrabbondanti. Si investe così, nonostante i rischi, anche nei Paesi in via di sviluppo, che finiscono per indebitarsi sempre di più e a costi sempre crescenti. L’integrazione economica internazionale appare ormai un fenomeno sempre più di carattere finanziario mentre, dal punto di vista reale, la quota di esportazioni e importazioni rispetto al PIL si è stabilizzata negli ultimi anni del secolo ventesimo e, quindi, ha smesso di crescere. Una delle conseguenze più rilevanti di questa situazione è stata, come abbiamo già visto, la corsa all’efficienza che si è verificata un po’ in tutti i Paesi, allo scopo di abbattere i costi di produzione e di poter offrire, in tal modo, prodotti e servizi a prezzi più competitivi. Gli Stati hanno a propria volta iniziato a tagliare la spesa pubblica, specialmente quella sociale, e il fisco, a volte privilegiando settori produttivi o aree geografiche particolari. Gli investimenti si sono indirizzati soprattutto verso le zone dove è minore il costo della manodopera, cioè nei Paesi in via di sviluppo, dove il costo della vita e il livello di tutela dei lavoratori sono più bassi. La delocalizzazione industriale, che porta a produrre là dove è più conveniente, e la facilità con cui si spostano i capitali dagli investimenti produttivi alle speculazioni puramente finanziarie (ma sempre su scala mondiale) sono tra le conseguenze più vistose della globalizzazione.
    Negli anni in cui si è manifestato, questo fenomeno ha prodotto anche conseguenze negative. E’ cresciuto il guadagno derivante dalle varie attività economiche e commerciali, ma, mentre i soggetti in grado di investire capitali considerevoli hanno così avuto la possibilità di arricchirsi ulteriormente, le misure adottate per incentivare gli investimenti hanno spesso danneggiato o, nella migliore delle ipotesi, non considerato affatto i soggetti più deboli. La ricchezza non ha smesso di crescere ma sono cresciuti pure - e ancor più drammaticamente - i processi di esclusione, di impoverimento e di distruzione dei beni naturali. Si è realizzato uno straordinario trasferimento di risorse e di poteri a beneficio di soggetti privati, generalmente di dimensioni internazionali, socialmente non responsabili e non trasparenti; perfino le forme della politica che tradizionalmente abbiamo conosciuto, strettamente legate agli Stati nazionali, sono divenute così largamente inadeguate a governare questi processi. Bisognerebbe costruire un’altra economia, per introdurre profondi cambiamenti nel modo di gestire le risorse, di concepire il lavoro, di organizzare la produzione, di contribuire ai servizi pubblici, di garantire la sicurezza sociale. Sarebbe questo, probabilmente, l’unico modo di incidere positivamente sulle impostazioni economiche di fondo che determinano i gravi problemi sociali e ambientali che affliggono il pianeta: il debito, il MAI (“Multilateral Agreement on Investment”), la speculazione finanziaria internazionale, lo sfruttamento del lavoro, il commercio selvaggio, le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (meglio nota come “Banca Mondiale”).
    La globalizzazione, però, non è soltanto una serie di processi economici e di mercato, studiati, plasmati e portati avanti dai potenti del mondo. Si tratta infatti di un processo in atto da molto tempo, e in parte anche spontaneo, di popoli, economie e culture, non privo di effetti positivi (come per esempio nel settore delle comunicazioni).

     

    3. Aspetti giuridici

    Bisogna innanzitutto distinguere tra la versione “aperta” del commercio elettronico, di cui è un esempio proprio Internet, e quella “chiusa” su reti telematiche di tipo “proprietario”, come quelle usate dai sistemi EDI (“Electronic Data Interchange”), che rendono possibile lo scambio di dati tra aziende che operano su reti diverse ma tra loro collegate con l’esclusione di chiunque si trovi all’esterno. Per facilitare le comunicazioni interne alla struttura di un’impresa - specie se articolata sul territorio - e per abbatterne i costi, si ricorre in genere alla modalità denominata “Intranet”, che consiste nella creazione di gruppi chiusi di utenti ai costi e nei modi caratterizzanti Internet. Anche tra i servizi che Internet offre, peraltro, vanno distinti quelli a comunicazione ristretta, come la posta elettronica, in cui ci si rivolge a uno o a più soggetti definiti, da quelli a comunicazione ampia e indifferenziata, come il “World wide web” o “www”, in cui ci si rivolge a una pluralità innumerevole e non selezionata di soggetti. Proprio posta elettronica e “www” sono i servizi di Internet più usati nel commercio elettronico.
    In ogni caso, il sistema richiede un vettore delle informazioni, cioè un soggetto che gestisca il servizio attraverso la “rete”; si tratta di un settore che oggi è liberalizzato anche in Europa, oltre che in America: in Italia, la fine del monopolio di Telecom ha reso possibile la compresenza di più gestori di telefonia, fissa e mobile, in concorrenza tra loro. A questi si affiancano altre due categorie di soggetti. La prima è quella dei “provider”, cioè i fornitori dell’accesso a Internet, ai cui standard comunicativi, in mancanza, ogni singolo utente dovrebbe adeguarsi in maniera individuale sostenendo costi notevoli che l’intermediazione del provider consente di evitare. In verità, ci sono due livelli di intermediazione e l’utente, in genere, conosce solo il secondo, l’ISP o “Internet Service Provider”, perché è da questo che è raggiunto; ci sono però anche i “Network Service Provider” (NSP), che sono quelli che, a propria volta, offrono la connessione agli ISP. Questi ultimi concedono in locazione parte dello spazio sul proprio “server” ai titolari di siti “web” (se non si tratta di titolari di siti “web”, il generico possessore di un “server”, collegato in rete con altri elaboratori e ospitante risorse altrui allo scopo di fornire servizi agli utilizzatori di tali macchine, è in genere chiamato “host”, ma questa parola è usata anche per indicare l’elaboratore centrale definito nel dizionario sintetico riportato in appendice). La seconda categoria di soggetti è costituita, naturalmente, dagli utenti (“users”), che possono poi fornire o acquistare servizi; nel primo caso, talvolta, è l’ISP stesso ad agire anche come utente-fornitore. Anche nel secondo, però, l’acquirente, in genere, non è totalmente passivo come avveniva con i media tradizionali (come, per esempio, il telespettatore che, guardando un film, vede anche la pubblicità dei più svariati prodotti che poi andrà a comprare).
    I contratti tra gestori e utenti sono dei contratti per adesione standardizzati (contratti di utenza telefonica). Quelli tra gestori e provider, invece, sono molto più articolati, precisi e differenziati tra loro. La natura dei contratti che legano tutti questi soggetti tra loro è molto dibattuta: sembrerebbero rientrare, in Italia, nella previsione di cui all’art. 1677 del codice civile (“Prestazione continuativa o periodica di servizi”) e ciò comporterebbe l’applicazione delle discipline relative al contratto di appalto e a quello di somministrazione. Spesso bisogna ricavare le norme applicabili caso per caso.
    Se quella appena esaminata appare una disciplina mista, ciò è ancora più vero per quella applicabile ai contratti tra provider, utenti-fornitori e utenti-acquisitori. Qui, infatti, secondo i casi, ricorrono anche elementi della vendita, del trasporto e della spedizione, oltre che dell’appalto e, in misura prevalente, della somministrazione. Bisogna comunque distinguere tra l’offerta di accesso a dati e quella alla rete; quest’ultima ipotesi configura un’obbligazione di mezzi, che richiede solo la diligenza normale in quella situazione e che caratterizza, in genere, soprattutto la prestazione del provider, mentre l’altra determina un’obbligazione di risultato indipendentemente dalla diligenza applicata. Tra utenti-fornitori e utenti-acquisitori, poi, si possono stipulare contratti di ogni genere. Una distinzione di base sussiste tra i servizi di accesso a banche dati, come per esempio i siti che i maggiori quotidiani e periodici sia italiani sia stranieri mettono a disposizione dei lettori, e quelli che servono a consentire operazioni della più varia natura, come per esempio quelle bancarie o le prenotazioni “on line”.
    L’uso commerciale delle reti telematiche da parte delle imprese avviene in tre modi:
    ricorso a un “sito” per meglio presentare i prodotti e i servizi offerti (ed è questo l’uso di gran lunga prevalente: sempre più spesso, infatti, i potenziali clienti “navigano”, passando da un sito a un altro per confrontare prezzi e prodotti offerti);
    ricorso al “commercio elettronico diretto”, che prevede che sia la cessione sia la consegna dei prodotti e dei servizi avvengano telematicamente;
    ricorso al “commercio elettronico indiretto”, che prevede invece la consegna fisica di quanto precedentemente acquistato “on line”.
    E’ da notare che la diffusione del commercio elettronico, sia diretto sia indiretto, ha anche l’effetto di consentire ai consumatori di acquistare direttamente dai produttori, realizzando così un abbattimento di costi e una progressiva “disintermediazione” e frammentazione dei traffici nei settori commerciali interessati, come accennato prima a proposito delle compagnie aeree.
    E’ chiaro che un “file” - magari contenente testo, dati, musica, software, immagini fisse o mobili - può essere oggetto di invio telematico (bene virtuale) o di invio su supporto fisico (bene materiale), mentre un prodotto, avendo senz’altro una consistenza materiale, si invia solo fisicamente a mezzo posta, corriere et cetera. Il commercio elettronico, peraltro, porta a modificare anche le caratteristiche fisiche del prodotto stesso, in quanto la spedizione postale, preceduta da una mera visione telematica del prodotto, fa sì che, per esempio, la confezione “antitaccheggio” e la copertina in brossura di un libro non servano più; la riduzione di costi che ne deriva è tutt’altro che trascurabile. Anche la gestione del magazzino, poi, è ottimizzata, dal momento che si riducono drasticamente le giacenze e che le consegne ai clienti possono avvenire in tempi estremamente brevi. Senza contare, poi, che i clienti non sono più costretti a spostarsi e che la loro possibilità di scelta è molto maggiore.
    Nel caso dell’invio telematico, lo Stato deve affrontare delle difficoltà in più, dal momento che è difficile sapere anche soltanto se vi sia stata una transazione e tra quali parti. Anche nei contratti per la fornitura di servizi telematici a stipulazione tradizionale, peraltro, non si sa se e dove, eventualmente, si possa trovare un foglio di carta recante le disposizioni contrattuali debitamente sottoscritte dalle parti. Inoltre la transazione potrebbe costituire reato; se poi cedente e cessionario si trovano in Paesi diversi, può anche accadere che la legge penale di uno di questi la qualifichi come
    reato e l’altra no. Può anche accadere il contrario: nei contratti per la fornitura di servizi telematici all’accordo tra le parti si dà attuazione, necessariamente, in forma telematica mentre la stipulazione avviene non di rado nei modi tradizionali.
    In ogni caso, lo scambio in rete coinvolge il provider del mittente e quello del destinatario; se non va a buon fine, quindi, bisogna verificare se è responsabilità del primo o del secondo. Se, per esempio, un messaggio di posta elettronica non giunge a destinazione, se ciò dipende dall’uno (perché non inoltra l’“e-mail”), questi risponde contrattualmente nei confronti del mittente ed extracontrattualmente (in Italia, art. 2043 e seguenti del codice civile) nei confronti del destinatario, per i danni eventualmente cagionatigli con il mancato invio. Se, invece, dipende dall’altro (perché non riceve), questi risponde extracontrattualmente nei confronti del mittente, per i danni eventualmente cagionatigli con la mancata consegna, e contrattualmente nei confronti del destinatario.
    Non si ammette, invece, alcuna responsabilità del provider per l’attività illecita eventualmente svolta dai suoi utenti.
    Nel 2000 gli Stati Uniti d’America si sono dati una legge, l’“Electronic Signature in Global and National Commerce Act”, approvata prima dalla Camera, a grande maggioranza, e poi dal Senato, addirittura all’unanimità, il 30 giugno di quell’anno, che non solo conferisce validità giuridica alla firma elettronica ma sancisce anche il principio fondamentale della “non discriminabilità” giuridica degli atti telematici rispetto a quelli tradizionali.
    Sempre nel 2000, inoltre, l’Unione europea ha approvato la direttiva sul commercio elettronico: la n. 2000/31/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno di quell’anno, recepita poi, negli anni successivi, dai vari Paesi membri (in Italia con il decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70). Tale normativa esclude che:
    ai servizi della società dell’informazione possa essere imposto l’obbligo di un’autorizzazione preventiva (direttiva n. 2000/31/CE, art. 4, e decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, art. 6);
    i prestatori di tali servizi possano essere tenuti ad altri adempimenti amministrativi, salvo quelli previsti dai propri Stati di origine, i soli legittimati a controllarne l’attività e ad adottare provvedimenti restrittivi della libertà di prestazione e di fruizione per ragioni di ordine pubblico, tutela della sanità pubblica, pubblica sicurezza e difesa nazionale o tutela dei consumatori (direttiva n. 2000/31/CE, art. 3, e decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, art. 3 e 5);
    ai contratti elettronici, solo perché tali, si possa negare efficacia o validità, fatta salva la possibilità di introdurre qualche eccezione per quelli sui beni immobili, tranne la locazione, quelli richiedenti l’intervento di pubblici poteri, quelli di fideiussione o garanzia esulanti dall’attività economica esercitata e quelli del diritto di famiglia o successorio (direttiva n. 2000/31/CE, art. 9, e decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, art. 11).
    E’ prevista perfino la possibilità di composizione extragiudiziale telematica delle controversie (direttiva n. 2000/31/CE, art. 17, e decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, art. 19).
    In armonia con le tendenze prevalenti a livello internazionale, come anticipato sopra, non si ammette alcuna responsabilità del provider per l’attività illecita eventualmente svolta dai suoi utenti (si pensi, per esempio, all’accesso a siti pedopornografici o istiganti all’odio o alla violenza), a meno che questa non gli fosse nota e fosse possibile bloccarla, ma solo per il contenuto del materiale che esso stesso mette nella rete (si pensi, per esempio, alle violazioni dei diritti d’autore o della riservatezza e agli inserimenti di affermazioni offensive o calunniose o diffamanti). L’assenza di un obbligo generale di sorveglianza è sancita dall’art. 15 della direttiva n. 2000/31/CE e dall’art. 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, che prevedono solo, al comma 2, la comunicazione all’autorità competente delle informazioni da questa richieste e anche di tutte le altre concernenti “presunte attività o informazioni illecite” degli utenti. Del contenuto dei messaggi di posta elettronica, e quindi anche dei danni eventualmente provocati con l’invio di virus informatici, risponde, com’è ovvio, il mittente, non avendo il provider alcun diritto di controllare la corrispondenza degli utenti.
    Non solo in Italia (art. 1326 del codice civile), ma anche nella generalità degli altri Paesi, il contratto si considera concluso quando il proponente viene a sapere che il destinatario ha accettato la proposta. Telematicamente, le parti potrebbero scambiarsi messaggi di posta elettronica (la qual cosa richiede ovviamente il consenso degli interessati, poiché lo “spamming”, cioè l’invio di messaggi pubblicitari non richiesti, è contrario alle più elementari regole di tutela dell’inviolabilità del “domicilio informatico”) ma il cliente potrebbe anche compilare e inviare un modulo di richiesta direttamente dal sito.
    Se il contratto è concluso tra soggetti di Paesi diversi, sorge il problema di individuare l’ordinamento giuridico competente. Il caso, però, non è considerato diverso da quello disciplinato dalla Convenzione di Roma del 19 giugno 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni derivanti da contratto; quest’ultimo sarà pertanto regolato dalle norme dell’ordinamento scelto dalle parti (art. 3), ferma restando in ogni caso l’applicazione delle norme imperative previste a tutela del consumatore nel Paese in cui questi si trova abitualmente. Se manca la scelta di un ordinamento, si applica la normativa dello Stato con cui quel particolare contratto presenta il collegamento più stretto ma, anche qui, se c’è un consumatore da tutelare, è il Paese in cui questi si trova abitualmente a regolare il rapporto. E’ poi da notare che, in base alla Convenzione di Vienna dell’11 aprile 1980 sulle vendite internazionali di beni mobili, che detta alcune regole prescindendo dalla legge applicabile (su cui fa testo la Convenzione di Roma appena citata), i contratti in questione non sono soggetti a requisiti di forma particolari (art. 11): ciò ha fatto sì che anche lo strumento elettronico fosse ritenuto regolare.
    Se il contratto è concluso tra soggetti del medesimo Paese, la normativa di quest’ultimo va applicata senz’altro. Nell’Unione europea, la direttiva n. 1997/7/CE del 20 maggio 1997, recepita in Italia con il decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 185, tutela i consumatori che stipulino contratti a distanza, prevedendo anche che questi possano essere conclusi mediante messaggi di posta elettronica. Tale normativa prevede, tra l’altro: l’onere per il venditore di provvedere a una maggior informazione del consumatore, il diritto di quest’ultimo al recesso, l’onere della prova a carico del fornitore in caso di controversie.
    Per quanto riguarda le modalità di pagamento, abbandonate presto quelle non telematiche, come il bonifico bancario, a causa della loro lentezza, si è diffuso il ricorso alle carte di credito. Ciò ha suscitato in molti il timore di abusi; sembra peraltro che le perdite siano solo la metà di quelle cui si va incontro con l’uso tradizionale di tali carte (1 dollaro su 1000 contro 2 su 1000, ma si arriva a 46 su 1000 per l’uso del telefono cellulare nei pagamenti). Un’altra possibilità è offerta dalla “smart card” (carta prepagata).
    A livello europeo si è definito un percorso per la creazione di un’area di pagamenti unificata ed è stata creata un’infrastruttura per i bonifici bancari internazionali. Banca d’Italia, Banca Federale Tedesca e Banca di Francia hanno deciso di realizzare una piattaforma comune per lo scambio di informazioni, alla quale tutte le banche centrali hanno dato la propria adesione. Del resto, il furto d’identità può creare notevoli problemi anche nel settore dei servizi finanziari, dove l’identità elettronica corre sulla rete e può essere osservata, rubata, clonata o utilizzata all’insaputa dell’interessato. Si tratta di un fenomeno che negli Stati Uniti d’America ha assunto dimensioni impressionanti, sicché, nel 2003, alla “Federal Trade Commission” sono giunti mezzo milione e più di segnalazioni di frodi e denunzie relative a furti di identità. Tre sono poi le tipologie principali:
    il “Financial identity theft”, che corrisponde all’uso fraudolento di dati significativi di una persona, necessari, per esempio, per ottenere nuove linee di credito in nome e per conto di un altro;
    il “Criminal identity theft”, quando un criminale fornisce dati identificativi di un’altra persona per effettuare atti pubblici o fornire dati personali richiesti dalla normativa;
    l’“Identity cloning”, nel quale si attua l’uso fraudolento dei dati personali di una vittima per creare una nuova identità, una nuova vita: è una vera e propria sostituzione di persona.
    In America il Dipartimento di Giustizia stima che siano circa 700mila i cittadini a rischio ogni anno, con un danno medio di mille dollari ciascuno. In Europa il fenomeno è in espansione e danneggia non solo i privati, ma anche le imprese, le banche e le amministrazioni pubbliche. Il problema è anche che la maggior parte dei furti non è denunziata.
    “User-id” (ovvero “user identification”, cioè “identificativo dell’utente”) e “password” (la “parola chiave” che consente di accedere), da sole, non garantiscono la sicurezza dell’operatività in rete, che può essere però tutelata da sistemi e tecnologie moderni. Sono stati infatti elaborati dei sistemi più sicuri, ormai però già rimpiazzabili con la “firma elettronica”. Le norme che regolano quest’ultima nell’Unione europea, cioè la direttiva n. 1999/93/CE del 30 novembre 1999, recepita in Italia con il decreto legislativo 23 gennaio 2002, n. 10, consentono anche di ottemperare al requisito della forma scritta che taluni contratti devono necessariamente possedere. Fin dal D.P.R. 10 novembre 1997, n. 513 (attuativo della legge 15 marzo 1997, n. 59, art. 15, comma 2), del resto, l’Italia aveva riconosciuto la validità del documento informatico munito dei requisiti richiesti. La normativa nazionale è comunque più dettagliata di quella comunitaria, che si limita a sancire il riconoscimento reciproco delle firme elettroniche a prescindere dalle soluzioni tecniche adottate purché queste prevedano un qualunque mezzo di identificazione elettronico.
    La soluzione generalmente adottata (anche in Italia) per la firma elettronica si basa su un sistema di chiavi asimmetriche per la “crittografia” dei messaggi (cioè per cifrarli e decifrarli), ideato dagli americani Whitfield Diffie e Martin Hellman fin dal 1976, utilizzabile tanto a fini di segretezza quanto a fini di autenticazione. Il primo caso si verifica, per esempio, per mantenere segreti gli estremi di una carta di credito: l’acquirente paga prelevando, magari dal sito stesso del venditore, la “chiave pubblica” di quest’ultimo con la quale potrà cifrare il modulo on line contenente i propri dati, tra i quali, soprattutto, quelli della propria carta di credito, prima di inviarglielo telematicamente; il venditore sarà così il solo a poter leggere, con la propria “chiave privata”, i dati inviatigli, in quanto, anche se un estraneo intercettasse il messaggio, non avrebbe alcuna possibilità di decifrarlo. Nel secondo caso, le parti si invertono: il mittente “firma” il proprio messaggio applicandogli la propria chiave privata prima di inviarlo al destinatario; quest’ultimo lo legge con la “chiave pubblica” del mittente (che, a differenza di quella “privata”, è sempre accessibile e, quindi, non convenientemente utilizzabile a fini di segretezza), la qual cosa dimostra che quel messaggio, esattamente con quel testo, proviene proprio da quel mittente, in quanto, se così non fosse, il destinatario (con la “chiave pubblica” di un altro) semplicemente non potrebbe leggerlo.
    A questo punto, si pone il problema della riservatezza del messaggio “firmato” elettronicamente. In futuro, tra una quindicina di anni, il problema dovrebbe essere risolto dagli elaboratori “ottici”, che saranno in grado di modificare le proprietà fisiche dell’informazione, non appena quest’ultima sarà stata osservata, e, quindi, di smascherare immediatamente eventuali “hackers” (“pirati informatici”). Circa l’applicabilità delle norme generali sulla tutela della riservatezza al commercio elettronico, si sono create, nel mondo, due posizioni diverse: una, sostenuta soprattutto in passato e soprattutto dagli Stati Uniti d’America, propugna l’autoregolamentazione da parte degli stessi soggetti interessati; l’altra, sostenuta in particolare dall’Unione europea, propende invece per una disciplina ufficiale di Stato, basata su norme di diritto interno e su accordi internazionali. Dopo gli attentati terroristici subìti l’11 settembre 2001, anche negli Stati Uniti d’America si è diffusa la convinzione che lo Stato non possa astenersi dall’imporre qualche regola imperativa anche a Internet, sui cui siti si può trovare veramente di tutto, comprese le istruzioni per i terroristi. Le indagini di polizia (purché debitamente autorizzate dalla magistratura) e la vigilanza dei datori di lavoro sull’uso che i loro dipendenti fanno delle reti aziendali (purché sia stata resa nota preventivamente tale politica di vigilanza da parte dell’impresa) sono i casi tipici in cui il diritto alla riservatezza del singolo deve essere contemperato con altre esigenze, a volte prevalenti. Del resto, un’attività di sorveglianza informatica è necessaria anche per cercare di impedire che qualcuno possa violare impunemente la “privacy” di un altro. L’Unione europea è intervenuta in materia con due direttive del Parlamento europeo e del Consiglio: la n. 1995/46/CE del 24 ottobre 1995, sulla “tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali” e sulla circolazione libera dei dati stessi, e la n. 2002/58/CE del 12 luglio 2002, sul “trattamento dei dati personali” e sulla “tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche”. La prima è stata recepita in Italia con la legge 31 dicembre 1996, n. 675, poi più volte modificata e infine integralmente sostituita con il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, che ha anche recepito la seconda direttiva. La legge n. 675/1996, del resto, presentava la grave lacuna di non prendere in considerazione il passaggio di informazioni tra elaboratori collegati in rete ma solo il trattamento dei dati in quanto tale. Oggi la materia è regolata dal titolo X del decreto legislativo n. 196/2003, il cui capo II è inoltre specificamente dedicato a “Internet e reti telematiche”. Tale norma prevede che il Garante per la protezione dei dati personali: promuova “la sottoscrizione di un codice di deontologia e di buona condotta per il trattamento dei dati personali effettuato da fornitori di servizi di comunicazione e informazione offerti mediante reti di comunicazione elettronica” (art. 133), ne verifichi “la conformità alle leggi e ai regolamenti” (art. 12, comma 1) e contribuisca “a garantirne la diffusione e il rispetto” (art. 12, comma 1). L’eventuale mancato rispetto di tale codice pregiudicherebbe “la liceità e correttezza del trattamento dei dati personali effettuato da soggetti privati e pubblici” (art. 12, comma 3). Per quanto riguarda il commercio elettronico, i codici di condotta relativi sono previsti dalla direttiva n. 2000/31/CE, art. 16, e dal decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, art. 18. In tal modo si evita di trascurare il valore dei codici di autodisciplina, tanto apprezzati negli Stati Uniti d’America, ma come momenti di integrazione delle norme dello Stato. Inoltre, si crea così una disciplina speciale che consente anche di risolvere il problema costituito dall’art. 45 del decreto legislativo n. 196/2003, che vieta “il trasferimento anche temporaneo fuori del territorio dello Stato, con qualsiasi forma o mezzo, di dati personali oggetto di trattamento” in un Paese extracomunitario nel caso in cui “l’ordinamento del Paese di destinazione o di transito dei dati non assicura un livello di tutela delle persone adeguato”. Prima del decreto legislativo n. 196/2003 (quando la norma in questione era già prevista dalla legge n. 675/1996) si era notato che i Paesi collegati in Internet erano circa 170 in tutto il mondo e che alcuni di questi non garantivano davvero “un livello di tutela delle persone adeguato”, la qual cosa, in assenza di una disciplina speciale, comporterebbe l’inutilizzabilità di Internet.
    Oggi in tutti i principali Paesi, inclusi gli Stati Uniti d’America, è vietata l’intercettazione, oltre che la visione, delle comunicazioni elettroniche altrui (in Italia art. 616 e seguenti del codice penale). Anche il problema sopra accennato della riservatezza del messaggio “firmato” elettronicamente a fini di autenticazione, pertanto, appare sufficientemente disciplinato.

     

    4. Problemi fiscali: i tributi

    I trattati internazionali contro le doppie imposizioni fiscali si conformano, in genere, al modello appositamente predisposto fin dal 1963 dall’OCSE (Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo Economico), che prevede che i redditi di impresa prodotti in uno Stato da soggetti ivi residenti (aventi cioè nel suo territorio la sede della direzione effettiva) siano senz’altro da questo tassabili e che quelli prodotti da soggetti non residenti siano invece tassabili solo qualora derivino da attività esercitate in tale Stato attraverso una “stabile organizzazione”. Questa, definita dall’art. 5 del modello OCSE, sussiste solo qualora nel Paese in questione sia presente una sede di affari fissa o una pluralità di tali sedi, in cui si svolga in tutto o in parte l’attività di impresa locale cui sarà imputato il solo reddito prodotto nel territorio di quello Stato (art. 7, paragrafo 1). Si tratta quindi di una nozione che include due elementi essenziali: uno, materiale, consistente in almeno una installazione fissa (locali, attrezzature, arredi et cetera, ma non necessariamente personale fisso), anche se non destinata esclusivamente all’esercizio di impresa, e l’altro, immateriale, consistente nell’attività imprenditoriale (e non meramente preparatoria o ausiliaria di questa) ivi esercitata. Il Comitato Affari Fiscali dell’OCSE, con il “chiarimento” del 22 dicembre 2000, ha adeguato tale definizione alla moderna realtà del commercio elettronico precisando che la semplice accessibilità di un sito “web” in un determinato Paese non basta a identificarvi una “stabile organizzazione”. In tal caso, in effetti, il requisito della “fissità”, cioè dell’idoneità a un uso durevole dell’installazione (anche se non è necessario che sia utilizzata a tempo indeterminato) sussisterebbe pure, ma non necessariamente questa si trova nel Paese in questione. Il sito “web” in sé, infatti, non ha un carattere materiale, mentre l’elaboratore servente, il “server”, invece sì. Se allora il titolare del sito (detto CP o “Content Provider”), come normalmente avviene, è diverso dal gestore del “server” (detto ISP, come sopra precisato), solo quest’ultimo possiede certamente una “stabile organizzazione” attraverso cui esercita la propria attività imprenditoriale (quella di fornitore di un servizio denominato “web hosting”). In caso contrario, se il CP è anche ISP, si pone il problema di quanta parte del reddito imputare a un’attività e quanta all’altra. In ogni caso, il reddito di impresa, compreso quello prodotto attraverso una cessione via Internet, sarà tassato solo là dove il soggetto percettore presenta le caratteristiche richieste.
    Il modello OCSE, all’art. 12, prevede un’eccezione al principio di cui sopra per quanto riguarda i diritti d’autore (le “royalties”), che sono tassati, generalmente alla fonte e a titolo di imposta (cioè in modo secco e definitivo, non come acconto), nel Paese del soggetto pagatore, che li versa direttamente al suo erario, a prescindere dalla presenza o meno di una “stabile organizzazione” del soggetto percettore, che riceve la sua “royalty” già al netto d’imposta: nulla è dovuto pertanto, in questo caso, al fisco del Paese di tale beneficiario. Nei contratti misti si usa scorporare le diverse componenti, salvo che qualcuna sia meramente accessoria e di minima significatività rispetto alla transazione complessiva: in tal caso, resterebbe infatti assorbita dalla componente principale del contratto con cui presentasse il vincolo di accessorietà. E’ chiaro però che, se l’oggetto di una cessione totale o parziale è proprio un brevetto o un “copyright ”, ci si trova in presenza di una cessione come un’altra e non semplicemente dello sfruttamento di un diritto d’autore.
    Vi sono poi altre possibilità. Se, per esempio, un programmatore sviluppasse un programma e inviasse il file relativo a un acquirente, dietro corrispettivo e a condizione di un uso esclusivamente privato, senza alcun diritto di riproduzione né, tanto meno, di rivendita al pubblico, tale corrispettivo costituirebbe non una “royalty” ma, di nuovo, un reddito di impresa o addirittura, in mancanza di un’attività economica “organizzata” stabilmente in qualche Paese e quindi della qualifica stessa di imprenditore, di lavoro autonomo. Per le persone fisiche, ovviamente, è il luogo di residenza del lavoratore a rilevare.
    E’ da notare che solo alcuni Paesi ammettono già le fatturazioni, le dichiarazioni fiscali e la tenuta della contabilità in forma elettronica, senza supporto cartaceo. Accade ancora, quindi, che il contribuente operi per via telematica e poi debba eseguire gli adempimenti fiscali nel modo tradizionale.
    Per quanto riguarda le imposte indirette, la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo raccomanda a tutti i Paesi di tassare il “valore aggiunto” come avviene nell’Unione europea con l’imposta su tale valore. Poi ci sono anche imposte con finalità ambientali (tutela degli ecosistemi) o sociali (disincentivo al consumo di alcoolici e di tabacchi), come le “accise”.
    In ogni caso, nel commercio elettronico indiretto è facile verificare dove l’acquirente riceva il bene materiale. Per quanto riguarda quello diretto, la conferenza interministeriale dell’OCSE riunita in Canada, a Ottawa, nei giorni 7, 8 e 9 ottobre 1998, affrontando la questione dell’imposizione fiscale applicabile al commercio elettronico, ha deciso di considerare prestazione di un servizio sia la cessione di un bene virtuale sia l’attività di elaborazione di dati, cioè il vero e proprio servizio reso per via telematica: l’imposta sul valore aggiunto grava quindi sul fruitore. La Commissione dell’Unione europea si era presentata a tale appuntamento con l’intenzione di garantire un contesto fiscale atto a consentire lo sviluppo del commercio elettronico. Ciò comporta:
    la sicurezza giuridica (gli adempimenti fiscali devono cioè essere chiari, trasparenti e prevedibili);
    la neutralità dell’imposta (che deve cioè risultare uniforme per tutte le forme di commercio, elettroniche o tradizionali che siano).
    Tali principi, a Ottawa, sono stati facilmente accolti e ciò implica, fra le altre, due conseguenze importanti:
    bisogna sviluppare strumenti di controllo idonei a garantire la corretta osservanza di tutti gli adempimenti fiscali relativi ai servizi prestati tanto dalle imprese quanto da altri soggetti, attraverso Internet, all’interno dell’Unione europea;
    la fatturazione dei servizi prestati su Internet deve avvenire sempre più per via elettronica e questo consentirà a un numero sempre maggiore di operatori di adempiere i loro obblighi grazie a una contabilità e a dichiarazioni IVA elettroniche (e, in un contesto di cooperazione internazionale, questo dovrebbe valere per tutte le fatturazioni elettroniche internazionali).
    Assicurare però la certezza del diritto e controllare la corretta osservanza degli obblighi fiscali, soprattutto nel commercio elettronico diretto, è in pratica molto difficile.
    I controlli delle amministrazioni fiscali, essendo impossibile monitorare costantemente tutte le transazioni che avvengono in rete, si potrebbero incentrare sui movimenti di capitale che si registrano presso gli enti creditizi. Questi però sono per ora assoggettati solo alle “disposizioni in materia di prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività illecite” e a “quelle che la Banca d’Italia emana ai sensi dell’art. 146 del TUB (vigilanza sui sistemi di pagamento)”, come recita il capitolo I, sezione III, della circolare della Banca d’Italia 26 marzo 2004, n. 253, recante “Istruzioni di vigilanza per gli Istituti di Moneta Elettronica (IMEL)”.
    Il TUB è il “Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia”, approvato con decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 e modificato con legge 1° marzo 2002, n. 39, art. 55, per recepire due direttive del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione del 18 settembre 2000: la n. 2000/46/CE, sull’avvio e sull’esercizio degli “Istituti di moneta elettronica” (IMEL), e la n. 2000/28/CE, sull’accesso all’attività degli enti creditizi e sul suo esercizio (modificativa della n. 2000/12/CE).
    Nel concetto di “moneta elettronica” rientrano il cosiddetto “borsellino elettronico” (“electronic purse”), cioè le carte prepagate, a microprocessore, che sono via via “scaricate” man mano che sono impiegate come mezzi di pagamento, in genere per i piccoli importi che si regolavano in contanti, e la vera e propria “moneta digitale” (“electronic money”), che sfrutta una disponibilità di moneta monetaria memorizzata in un elaboratore e, quindi, elettronicamente trasferibile. Il termine “digitale”, in verità, è da tempo usato impropriamente come sinonimo di “elettronico”, in contrapposizione ad “analogico” (che qualifica gli apparecchi registranti la variazione di un fenomeno fisico con un modello analogo di variazione di grandezze) solo perché in inglese “cifra“ si dice “digit” e tutta l’elettronica si basa su un sistema binario di cifratura (binario perché rappresentato dalle due cifre 0 e 1).
    Lo strumento concepito per regolare i pagamenti in Internet, in ogni caso, è proprio l’“electronic money”. L’attività di emissione di moneta elettronica è stata regolamentata a livello comunitario per considerazioni di natura politico-economica e per evitare di favorire involontariamente attività illecite, come il cosiddetto “riciclaggio” di moneta “sporca” e l’usura. L’impianto normativo disciplina, da una parte, i soggetti (IMEL) e, dall’altra, l’attività (l’emissione di moneta elettronica). La direttiva n. 2000/12/CE, relativa all’accesso all’attività degli enti creditizi e al suo esercizio, è stata invece modificata per non distorcere la concorrenza tra gli istituti emittenti di moneta elettronica; a tale scopo, si è estesa la nozione di “ente creditizio” fino a includervi anche quella di “istituto di moneta elettronica”, il quale, però, a differenza dell’altro “ente creditizio” riconosciuto, cioè la banca, non può erogare crediti alla clientela e non può raccogliere risparmio tra il pubblico. Il regime di “vigilanza prudenziale” applicato agli enti creditizi è stato pertanto esteso anche agli IMEL, seppure non interamente.
    Per “emissione di moneta elettronica” si intende, in dottrina, “quel complesso di operazioni elementari attraverso le quali l’emittente procede alla memorizzazione nel dispositivo elettronico del valore monetario corrispondente ai fondi previamente ricevuti dal richiedente l’emissione” (operazione denominata “caricamento”). Quest’ultima “potrà considerarsi intervenuta allorquando, completata la fase di caricamento, il detentore avrà la disponibilità della moneta elettronica sul proprio dispositivo e potrà adoperarla per il regolamento delle proprie transazioni economiche”.
    Dal punto di vista doganale, invece, le prestazioni di servizi sono irrilevanti e, di conseguenza, non richiedono alcun adempimento specifico. Il carico di lavoro degli uffici doganali è aggravato dai processi di “disintermediazione” e frammentazione dei traffici cui abbiamo accennato sopra, anche perché la merce che arriva a destinazione deve essere, in ogni caso, di “qualità sana, leale e mercantile”. Le nuove tecnologie possono però anche accelerare le dichiarazioni e i pagamenti.

     

    5. Problemi fiscali: i sussidi all’esportazione dei prodotti agricoli

    La politica fiscale non è fatta solo di tributi ma anche di spesa pubblica e non si può sottacere che la politica agricola comune (P.A.C.) assorbe ancor oggi la metà del bilancio comunitario e che, fino a non molti anni fa, si arrivava quasi al 60% (in certi periodi, si era giunti quasi all’80%).
    La P.A.C. è stata una delle prime politiche comuni innanzitutto per motivi di sicurezza e poi anche per motivi economici, ambientali e sociali. Va ricordato che i prodotti alimentari sono prodotti agricoli e che questi ultimi includono, secondo la definizione adottata all’art. 32 del Trattato di Roma, istitutivo della Comunità Europea (CE), non solo i prodotti del suolo, ma anche quelli dell’allevamento e della pesca, oltre a quelli, di prima trasformazione, che sono in diretta connessione con essi.
    Oggi, al protezionismo basato sul dazio, che serve a proteggere il mercato interno dai concorrenti stranieri praticanti prezzi più bassi, si sta sostituendo un protezionismo amministrativo, basato sulle restrizioni quantitative, come i contingenti, o qualitative, come i divieti, i permessi, le licenze et cetera. Peraltro, anche adesso, nei primi 24 capitoli della tariffa doganale (che sono quelli dedicati agli animali, ai vegetali, ai grassi e agli altri prodotti di origine animale o vegetale), le varie voci sono più specificate, e anche più colpite dai dazi e da quelli che una volta erano chiamati “prelievi agricoli”, che in qualsiasi altra parte. Anche le regolamentazioni di settore, poi, sono più numerose e dettagliate, oltre che applicabili temporaneamente perfino nel mercato interno. Tutto questo dimostra quanto tali settori siano importanti per tutti i Paesi e quanto, di conseguenza, siano difficili e complesse le trattative internazionali che spesso portano a stipulare accordi i cui testi risultano estremamente precisi e minuziosi in ogni loro parte.
    Il finanziamento integrale della P.A.C. da parte della Comunità, realizzato fin dal 1967 e perfezionato nel 1970, ha fatto di quest’ultima la responsabile in caso di eccedenze, che vanno riassorbite, con conseguenti spese, o con gli interventi sul mercato interno o con le “restituzioni alle esportazioni”. Non va taciuto che il protezionismo comunitario su latticini, cereali e carne è stato molto maggiore di quello sui prodotti ortofrutticoli, grazie alla forte spinta esercitata a tal fine sulle autorità competenti da parte dei gruppi di pressione dell’Europa settentrionale e grazie alla relativa debolezza dimostrata invece dai Paesi del Mar Mediterraneo.
    Gli obiettivi della P.A.C. sono definiti dall’art. 33 del Trattato di Roma in maniera volutamente vaga, la qual cosa ha consentito nel corso del tempo mutamenti strategici sostanziali senza alcun bisogno di emendare il testo del Trattato stesso.
    Gli strumenti con cui si intendono perseguire gli obiettivi della P.A.C. sono enunziati negli articoli da 34 a 37. Il principale di questi mezzi, secondo l’art. 34, è costituito dall’“organizzazione comune dei mercati agricoli” nei diversi settori in cui si articolano questi ultimi. Si tratta di un’organizzazione che può assumere una delle seguenti forme:
    a) regole comuni in materia di concorrenza,
    b) coordinamento obbligatorio delle diverse organizzazioni nazionali del mercato,
    c) un’organizzazione europea del mercato.
    Essa può comprendere tutte le misure ritenute necessarie per raggiungere gli obiettivi e, in particolare: regolamentazioni dei prezzi, sovvenzioni (sia alla produzione sia alla distribuzione dei diversi prodotti), sistemi per la costituzione di scorte e per il riporto, meccanismi comuni di stabilizzazione all’importazione o all’esportazione.
    Le organizzazioni comuni dei mercati agricoli possono essere di quattro tipi, a seconda delle finalità che si propongono:
    1) protezione nei confronti dei Paesi terzi e sostegno del mercato interno;
    2) soltanto protezione nei confronti dei Paesi terzi;
    3) soltanto sostegno del mercato interno;
    4) concessione di aiuti forfettari ai produttori.
    Il primo tipo è di gran lunga il più importante, in quanto riguarda il 70% della produzione agricola e si tratta proprio dei settori più importanti (e più “protetti”): cereali, latte e derivati, zucchero, carni bovine. Il secondo tipo si riferisce ai prodotti che godono di una domanda sufficiente sul mercato interno, che non ha quindi bisogno di alcun sostegno: si tratta dei vini di qualità, dei fiori, delle uova, del pollame e di alcuni prodotti ortofrutticoli. Il terzo tipo si basa, come vedremo, su un’integrazione del prezzo di mercato ottenibile dal produttore ed è applicato soprattutto a prodotti che la Comunità deve necessariamente importare dall’esterno perché deficitaria: materie prime e sottoprodotti industriali utilizzabili per produrre mangimi per il bestiame, semi oleosi, tabacco, alcune proteaginose e parecchi prodotti ortofrutticoli. Il quarto tipo, molto limitato, consiste nell’erogazione di un aiuto forfettario, commisurato al numero di ettari coltivati o alla quantità di prodotto, a favore dell’allevamento dei bachi da seta e della coltivazione di lino, canapa, luppolo, sementi e poco altro. Esistono anche forme miste, che combinano aiuti forfettari e prezzi minimi garantiti: ne sono esempi l’olio d’oliva e il grano duro. Ci sono anche settori che non godono di alcuna protezione, come alcuni foraggi di base per la produzione di alimenti per il bestiame.
    In concreto, il sistema ancor oggi vigente (ma, ormai, in via di smantellamento) contrappone le “restituzioni” o “compensi” a quelli che una volta erano chiamati “prelievi”: esso serve infatti a modificare opportunamente il prezzo di mercato, incrementando quello di quanto importato e riducendo quello di quanto esportato, e mira all’omogeneizzazione delle condizioni dei Paesi membri, mediante la fissazione, all’inizio di ogni campagna, in base all’andamento medio atteso sui mercati mondiali al momento del raccolto, di prezzi-pilota unici, che rappresentano gli obiettivi dell’UE e che sono denominati “prezzi indicativi” (P.I.) o “prezzi di orientamento”. I primi sono riferiti all’area maggiormente deficitaria nell’Unione rispetto a quel prodotto e sono applicati ai cereali, allo zucchero, al latte, all’olio d’oliva, a quello di colza e a quello di girasole. I secondi sono analoghi, ma si applicano alle carni bovine, al vino, al pesce e ad alcuni semi oleosi. La fissazione avviene, in ogni caso, sulla base del reddito che si vuole assicurare agli agricoltori, alla luce anche del reddito ricavabile negli altri settori produttivi e, soprattutto, delle esigenze di consumo comunitarie che possono comportare anche l’istituzione di “quote” di produzione e di penalizzazioni a carico dei loro eventuali trasgressori.
    Essendo i prezzi commisurati al peso della merce, anche le restituzioni e quelli che una volta erano chiamati prelievi, talvolta fissati in anticipo, sono relativi a tale misura anziché al valore monetario. I settori maggiormente beneficiari sono, nell’ordine: cereali, lattiero-caseari, zucchero e carni bovine. Chiameremo P.G. il prezzo di garanzia (sempre inferiore al P.I.) e P.M. il prezzo di mercato, tenendo presente che P.G. e P.I. sono fissati in base ai prezzi di mercato che si determinano nelle aree più eccedentaria (quindi con P.M. più basso) e più deficitaria (quindi con P.M. più alto) di tutta quanta l’UE, ai costi di trasporto all’interno dell’Unione e ad altri elementi ancora.
    Possiamo ora presentare due semplici esempi di P.A.C. Il primo presuppone l’ipotesi che il P.I. dell’olio d’oliva oscilli nell’UE intorno a un valore di 100, con un minimo pari a 95 e un massimo pari a 105: se, concretamente, il P.M. in Italia è 80, mentre 90 è il P.G. o “prezzo di intervento”, poiché questo rappresenta il minimo garantito, bisogna acquistare da ogni olivicoltore italiano del settore a quest’ultimo prezzo, il che equivale a conferirgli un indennizzo pari a 10 (la differenza). In realtà, se per l’olio d’oliva fosse stata stabilita una “quota” non rispettata dall’olivicoltore, a quest’ultimo sarebbe stata applicata una penalizzazione che sarebbe andata a ridurre il P. G. concretamente erogato. Questo è il sistema relativo ai prodotti agricoli più importanti: cereali, zucchero, latte scremato in polvere, alcuni formaggi, burro, olio d’oliva, tabacco e carni bovine, caprine, ovine e suine. Il prezzo minimo o di sostegno ha un significato analogo, ma è corrisposto all’industria di trasformazione; lo scopo è sempre quello di assicurare un certo reddito minimo agli agricoltori e i settori di applicazione sono: barbabietola da zucchero, semi di soia, cotone, frutta trasformata, pomodori e altri prodotti per uso industriale. Questi interventi sono affidati dalle autorità comunitarie ad appositi organismi nazionali di intervento: in Italia c’è un ente statale, l’AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura), già AIMA (Azienda per gli Interventi sui Mercati Agricoli).
    Vediamo adesso il secondo esempio di P.A.C. Per quanto riguarda le esportazioni, si corrisponde un sussidio, chiamato restituzione, compensativo della differenza tra il prezzo di mercato interno e quello internazionale, qualora quest’ultimo risulti inferiore. Supponiamo, per esempio, che il P.M. “cif” (comprensivo cioè dei costi di assicurazione e di trasporto) del grano degli Stati Uniti d’America sia pari a 90 e oscilli nell’UE fra 103 e 105: si prende come riferimento il P.I. dell’area maggiormente deficitaria, che è naturalmente il più alto, e quindi, nel nostro caso, 105; il prelievo, oggi sostituito da un dazio, sempre riscosso dalla dogana, dovrà essere pari a 105 - 90 = 15 meno tutti i costi connessi con il trasporto dal punto della frontiera ritenuto più idoneo per l’importazione all’area maggiormente deficitaria. Supponiamo che si debba detrarre 4: il prodotto importato dagli Stati Uniti d’America, avrà un prezzo finale nell’UE, detto “prezzo di entrata” o “prezzo di soglia”, pari a 90 + 15 - 4 = 101.
    Il prelievo era considerato un “dazio mobile” perché aveva la medesima funzione del dazio, ma, a differenza di quest’ultimo, non era costituito da una percentuale fissa sulla quantità di merce (dazio “specifico”) o sul valore (dazio “ad valorem”, che è il più diffuso) ma da un aggravio commisurato alla quantità e variabile in funzione delle oscillazioni dei prezzi e del corso del dollaro americano (che costituisce ancor oggi la valuta in cui sono quotati merci e servizi sui mercati internazionali).
    Gli introiti in tal modo ottenuti servono inoltre a finanziare il soggetto principale per l’attuazione della P.A.C.: il “Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia” o FEOGA. Gli Americani, non avendo mai avuto prelievi, hanno sempre reagito imponendo “superdazi” sull’importazione dei prodotti agricoli comunitari.
    Proprio gli Americani hanno sempre accusato, a ragione, la Comunità di avere una politica agricola protezionista. Per misurare l’aiuto (o, col segno negativo, il disincentivo) di un governo a favore di un settore economico, si può ricorrere al “P.S.E.” (“Production Subsidy Equivalent”); secondo l’OCSE, il P.S.E. agricolo relativo al 1996 è stato del 43% per l’UE contro il 16% degli Stati Uniti d’America (media dell’OCSE: 36%): ciò significa che, in Europa, se il prodotto che esce dall’azienda, in quel momento, vale 100 euro, 43 euro su 100 di valore sono dovuti in realtà a trasferimenti pubblici a favore dell’agricoltura. Va detto che, negli Stati Uniti d’America, le sovvenzioni alle esportazioni sono nascoste fra le spese di ministeri apparentemente non interessati al settore. Inoltre, i prezzi internazionali presi come riferimento di libero mercato sono anch’essi condizionati dai governi dei maggiori Paesi attraverso la vendita di eccedenze e i trasferimenti denominati “aiuti umanitari”. Anche se il P.S.E. risulta sovrastimato, soprattutto in Europa, è innegabile che quest’ultima sostenga in maniera massiccia le produzioni agricole (in Giappone però si arriva al 71%). Un’ulteriore riprova è costituita dal “C.S.E.” (“Consumer Subsidy Equivalent”), che misura l’aiuto (o, col segno negativo, il disincentivo) del governo al consumo: il C.S.E. agricolo relativo al 1996 è stato pari al -22% per l’UE contro il -9% degli Stati Uniti d’America, la qual cosa significa che i trasferimenti pubblici a favore dell’agricoltura determinano, per il consumatore europeo, un costo della vita maggiore, limitatamente ai prodotti agricoli, del 22 - 9 = 13% rispetto al consumatore americano. In entrambi i casi, poi, i trasferimenti a favore dell’agricoltura risultano per metà a carico dell’erario (cioè dei contribuenti) e per l’altra metà a carico del consumatore finale, ma, in valore assoluto misurato in dollari per abitante, quelli europei sono pari al doppio di quelli americani.
    Il sistema descritto, oggi in via di smantellamento, si ispirava alle politiche cerealicole seguite storicamente da Francia e Italia e mirava al controllo del mercato tramite un rigido protezionismo verso l’esterno e la garanzia, verso gli agricoltori, di un prezzo minimo al quale l’ente pubblico preposto avrebbe comunque acquistato il prodotto, anche in condizioni di mercato sfavorevoli. In conseguenza di ciò, i “prezzi interni comunitari unici”, per quanto riguarda i cereali, si sono mantenuti per decenni dal 50% al 100% più elevati di quelli di mercato al livello mondiale. Il regolamento comunitario sui cereali, entrato in vigore nel 1968 e seguito poi da quello sul latte e sui latticini, è stato il modello al quale si sono poi ispirati tutte gli altri regolamenti per gli altri prodotti agricoli; è facile concludere quindi che i produttori sono stati tutelati a discapito dei consumatori. Fra i produttori, inoltre, il 20% delle aziende beneficiava, ancora nei primi anni Novanta, dell’80% dei finanziamenti, ma si trattava dei coltivatori della maggior parte dei terreni agricoli.
    A proposito di finanziamenti, l’ultimo paragrafo del citato art. 34 del Trattato di Roma prevede che: “Per consentire all’organizzazione comune di cui al paragrafo 1 di raggiungere i suoi obiettivi, potranno essere creati uno o più fondi agricoli d’orientamento e di garanzia”. Ebbene, il soggetto che finanzia i produttori è proprio il “Fondo Europeo di Orientamento e Garanzia”, o FEOGA, istituito con il regolamento n. 25/1962, operativo dal 1964 e diviso in due sezioni denominate, appunto, “Orientamento” e “Garanzia”. La prima provvede agli interventi di carattere strutturale (ammodernamenti, rimboschimenti, irrigazioni e altre migliorie) attraverso il sostegno alle spese relative effettuate da aziende agricole comunitarie per incrementare la produttività. La seconda, invece, ha natura diversa e serve a fare fronte agli esborsi necessari per gli interventi congiunturali, quali la politica di sostegno dei prezzi dei prodotti agricoli e la regolamentazione dei mercati.
    In Italia, è il Ministero delle attività produttive, area internazionalizzazione, che rilascia le autorizzazioni dei titoli all’importazione e all’esportazione di prodotti agricoli, prefissa i prelievi e le restituzioni in materia e gestisce le relative cauzioni e i successivi adempimenti. Il regolamento CE n. 1291/2000 della Commissione, del 9 giugno 2000, stabilisce le modalità comuni di applicazione del regime dei titoli di importazione, di esportazione e di fissazione anticipata relativi ai prodotti agricoli.
    Nel quadro della sezione garanzia del FEOGA sono allocati i fondi erogati, a titolo di restituzione all’esportazione, da organismi pagatori stabiliti in ciascun Paese aderente all’Unione europea: in Italia è il Servizio Autonomo Interventi nel Settore Agricolo, o SAISA, dell’Agenzia delle dogane. Fino al 1969 la restituzione era di due tipi:
    diretta,anticipo della restituzione.
    Con il regolamento n. 441/69 è stato istituito un terzo tipo di restituzione, il “prefinanziamento”, che costituisce un’altra forma di anticipo.
    La restituzione diretta è erogata dal SAISA a esportazione avvenuta.
    L’anticipo della restituzione consente alla ditta istante di ottenere la liquidazione di una somma, al massimo pari a quella della restituzione stessa, fin dal momento dell’accettazione della dichiarazione di esportazione: si tratta infatti di un credito gratuito. La ditta, a seguito della presentazione dell’istanza di anticipazione, corredata di specifica documentazione accessoria, ottiene in tempi brevi la corresponsione della somma spettante, previa costituzione, all’atto della presentazione dell’istanza, di idonea cauzione, necessaria per coprire il rischio legato al versamento anticipato della restituzione. La garanzia sotto forma di cauzione deve essere pari al totale della restituzione spettante maggiorato del 10%.
    Il SAISA effettua la verifica documentale in un secondo momento, dopo aver acquisito tutta la documentazione prevista per l’esportazione. Questa deve essere effettuata entro la scadenza prestabilita con il titolo all’esportazione; man mano che la merce esce dal controllo doganale per andare nei Paesi terzi, si procede allo “scarico” del titolo stesso e, alla fine, se lo “scarico” non sarà stato totale, ci sarà un conguaglio a favore dell’operatore.
    Con il regolamento n. 565/80, sono stati istituiti due regimi di prefinanziamento per consentire il pagamento della restituzione prima dell’effettiva esportazione del prodotto. Essi sono il regime del pagamento anticipato della restituzione, in caso di prodotti di base posti sotto controllo doganale da trasformare in merci che saranno esportate entro un dato termine, e il regime del pagamento anticipato della restituzione, in caso di prodotti o merci sottoposti al regime di deposito doganale o zona franca ai fini della loro esportazione in un dato termine (nella terminologia comunitaria sono definite “merci” i prodotti provenienti dalla trasformazione di prodotti di base che hanno perso il connotato agricolo, come gli antibiotici, il cioccolato et cetera). Il prefinanziamento della restituzione, pertanto, permette all’esportatore di ottenere l’anticipo della somma a titolo di restituzione in caso di trasformazione del prodotto di base o di magazzinaggio prima dell’effettiva esportazione. La ditta deve presentare un’istanza di prefinanziamento, redatta su apposito modulo, corredata di documentazione accessoria e di un atto di garanzia per la cauzione, la cui costituzione è necessaria per coprire il rischio legato al versamento anticipato della restituzione, richiesto preventivamente all’effettivo controllo documentale dell’operazione da parte del SAISA. La garanzia prestata sotto forma di cauzione deve essere pari al totale della restituzione spettante maggiorato del 15%. In un secondo momento, la ditta deve presentare un’istanza di definizione del prefinanziamento, allo scopo di svincolare la cauzione e di vedersi confermato il diritto alla restituzione.
    Nei primi anni Novanta, il progressivo affermarsi in Europa di politiche sempre più incisive e sempre più attente ai problemi ambientali ha finito per rendere finanziariamente insostenibili le spese per l’agricoltura. Poiché queste erano arrivate a superare il valore dell’intera produzione agricola vendibile dell’Italia, la Comunità ha concluso il negoziato del GATT (“General Agreement on Tariffs and Trade” ovvero “Accordo generale su tariffe e commercio”), nell’aprile del 1994 (ma sull’agricoltura l’intesa era stata già raggiunta a Bruxelles il 6 dicembre dell’anno precedente, con gli accordi detti di “Blair House II”), con gli accordi stipulati in Marocco, a Marrakech, in seguito ai quali:
    sono stati consolidati, a livello mondiale, i dazi applicabili sui prodotti agricoli,
    il prelievo è stato sostituito, a partire dalla campagna 1996/97, da un dazio “ad valorem”,
    il GATT stesso è stato sostituito, a decorrere dal 1° gennaio 1995, con un’organizzazione internazionale stabile e finalizzata alla liberalizzazione degli scambi, denominata “Organizzazione Mondiale del Commercio” (OMC o, in inglese, WTO).
    Dal 2000, pertanto, non è più possibile vendere in perdita prodotti agricoli grazie alle sovvenzioni comunitarie all’esportazione. Inoltre, nella semplificazione in atto dal 1992, si sono progressivamente smantellati i prezzi indicativi e quelli di soglia e i prelievi, come si è visto, sono stati sostituiti dai dazi.
    L’Agenda 2000, presentata dalla Commissione a Bruxelles il 16 luglio 1997, prevede per il nuovo millennio un riallineamento dei prezzi europei a quelli del mercato internazionale e una loro maggiore variabilità. Vi si afferma inoltre la necessità di sostituire gradualmente ma inesorabilmente il residuo sostegno ai prezzi con l’integrazione diretta del reddito degli agricoltori e di conformare a questo principio fondamentale anche tutto il resto della politica agricola. L’integrazione diretta del reddito degli agricoltori dovrebbe essere sottoposta a un massimale unico per tutte le organizzazioni comuni di mercato e subordinata a un’osservazione scrupolosa delle norme nazionali e comunitarie sulla tutela dell’ambiente, che l’Agenda 2000 vorrebbe sempre più efficaci proponendo, tra l’altro, di trasformare gradualmente il sostegno alle zone svantaggiate in promozione di nuove tecniche produttive. Vi si propone inoltre di incrementare gli stanziamenti finanziari per la tutela dell’ambiente, soprattutto in favore delle attività più impegnative: l’agricoltura biologica, la tutela degli ambienti seminaturali, il mantenimento degli alpeggi et cetera.
    La quarta Conferenza ministeriale del WTO, riunita nel Qatar, a Doha, dal 9 al 14 novembre 2001, ha poi adottato una dichiarazione finale che prevede, tra l’altro, l’avvio di negoziati completi e finalizzati al raggiungimento di tre obietti fondamentali:
    1) miglioramenti sostanziali nell’accesso ai mercati,
    2) riduzioni sostanziali al sostegno interno distorsivo del commercio,
    3) riduzioni progressive di tutte le forme di sussidi all’esportazione per arrivare alla fine a cessare ogni intervento distorsivo della concorrenza.
    Si concordava inoltre sulla necessità di un trattamento speciale per i Paesi in via di sviluppo, secondo i loro bisogni.
    I vari Paesi avrebbero dovuto sottoporre gli elenchi dei propri progetti alla successiva Conferenza ministeriale, la quinta, che si è poi riunita in Messico, a Cancún, dal 10 al 14 settembre 2003. In prossimità di quest’ultima, il 26 giugno 2003, i ministri europei dell’agricoltura hanno approvato una riforma della P.A.C. per tutelare i consumatori e i contribuenti, lasciando liberi gli agricoltori di produrre secondo le esigenze del mercato. E’ stato così introdotto, a decorrere dal 2005 (dal 2007 per i Paesi che ne facciano richiesta a causa di condizioni peculiari del loro comparto agricolo), il pagamento unico per azienda, indipendente dalla produzione e condizionato al rispetto delle norme in materia di: tutela dell’ambiente, sicurezza alimentare, sanità animale e vegetale, protezione degli animali, salvaguardia delle condizioni agronomiche ed ecologiche della terra. Sono stati inoltre ridotti i pagamenti diretti alle grandi aziende, a fronte di maggiori stanziamenti per lo sviluppo rurale. Sono stati comunque introdotti degli stretti vincoli al bilancio agricolo, che è stato fissato fino al 2013; per garantirne il rispetto si è introdotto anche un meccanismo di disciplina finanziaria.
    La quinta Conferenza Ministeriale del WTO, si è chiusa senza un’intesa. Per quanto riguarda l’agricoltura, l’Unione europea e gli Stati Uniti d’America avevano proposto una bozza di accordo che di fatto manteneva i sussidi all’esportazione. In risposta, il G21, ora G22 (alcuni tra i più importanti paesi del “sud del mondo”, tra i quali la Cina, l’India e il Sudafrica), guidato dal Brasile, aveva messo sul piatto una controproposta, per chiedere l’eliminazione di tali sussidi. Il WTO prevede l’esplicito consenso di tutti i Paesi membri affinché una decisione sia presa e ciò ha portato al rinvio di ogni decisione.
    Il Consiglio generale del WTO, il 1° agosto 2004, ha adottato una decisione che prevede la conferma degli obiettivi definiti nella dichiarazione ministeriale di Doha, precisando però, in aggiunta, che:
    1) per quanto riguarda l’accesso ai mercati e il sostegno interno distorsivo del commercio, le riduzioni delle misure tariffarie e di quelle di sostegno in questione saranno maggiori per i Paesi dove esse sono maggiori e prevederanno agevolazioni per i Paesi in via di sviluppo;
    2) per quanto riguarda le riduzioni progressive di tutte le forme di sussidi all’esportazione, sarà concordato un termine ultimo - più lontano nel tempo per i Paesi in via di sviluppo - entro il quale sarà eliminato ogni intervento distorsivo della concorrenza.
    La prossima Conferenza ministeriale del WTO, la sesta, dovrebbe aver luogo nel 2005 e dovrebbe completare definitivamente l’opera di liberalizzazione che ha avuto inizio a Doha.
    La lunga disamina che precede serve a introdurre un altro aspetto della gestione telematica della politica fiscale, questa volta con riferimento alla spesa pubblica. In Italia, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, l’incremento massiccio delle istanze di restituzione presentate all’organismo pagatore ha reso necessario lo sviluppo di una nuova procedura informatica per la gestione delle istanze stesse e del loro caricamento, prima completamente manuale. La nuova gestione informatizzata, sicuramente più agile, si è dovuta scontrare con la difficoltà consistente nel grande numero di archivi informatici coinvolti. Si è pertanto deciso di elaborare un “Sistema di interoperabilità import/export”, per mettere in comunicazione il SIECA (“Sottosistema IMPORT/EXPORT Comparto Agroalimentare”) del Ministero delle attività produttive, area internazionalizzazione, e il sistema informativo dell’Agenzia delle dogane, ai fini dell’automazione della procedura per il rilascio, da parte del Ministero in questione, delle autorizzazioni di titoli all’importazione e all’esportazione di prodotti agricoli e per il pagamento, da parte dell’Agenzia delle dogane, delle restituzioni all’esportazione di tali prodotti. Tale “Sistema di interoperabilità”, destinato al collaudo complessivo nell’autunno del 2004, consentirà la gestione fiscale telematica del commercio elettronico indiretto internazionale di prodotti agricoli mediante l’automazione dei sussidi dalla presentazione dell’istanza fino al pagamento relativo.


     

    6. Appendice: Dizionario sintetico dei termini informatici

    Access provider
    Fornitore d’accesso. E’ l’operatore che offre a privati o aziende la connessione a Internet.

    Account
    Letteralmente “conto”, derivato dalla terminologia bancaria. Indica la possibilità di accedere a determinati servizi mediante computer. Un account generalmente è formato da un login indicante il nome dell’utente e da una password.

    ActiveX
    Tecnologia di programmazione per compilare applicazioni Internet le quali sono, automaticamente, scaricate dal server remoto ed eseguite sul computer dell’utente. Sono usate anche per introdurre nelle pagine “web” elementi animati e multimediali.

    Adsl (Asymmetric digital subscriber line)
    Tecnologia che permette di accedere a Internet ad altissima velocità usando le convenzionali linee telefoniche analogiche.

    Allegato (attachment)
    File di ogni natura (testi, audio, video o programmi) inclusi in un messaggio di posta elettronica.

    Antivirus
    Software in grado di individuare ed eventualmente eliminare i virus e altri programmi realizzati al solo fine di creare danni su un computer.

    Applet Java
    Letteralmente piccola applicazione. Si tratta di programmi che consentono di rendere dinamiche le pagine “web” o di eseguire determinate funzioni e servizi all’interno del software di navigazione.

    Applicazione
    Software deputato a una determinata funzione come, per esempio, la videoscrittura o la gestione amministrativa.

    Apps-on-tap
    Dall’inglese: “Applicazioni dal rubinetto”. Si indica in tal modo la possibilità di usufruire di un software direttamente dalla rete (vedi anche Asp).

    Archie
    E’ un sistema che permette di ricercare i file su Internet e di prelevarli mediante il protocollo di trasferimento Ftp.

    Arpanet
    Rete di computer su base geografica realizzata nel 1969. Progenitrice di Internet è stata commissionata dall’agenzia governativa militare americana Arpa (Advanced research project agency).

    Ascii
    Acronimo di “American standard code for information interchange”. Si tratta del codice delle lettere, dei numeri e dei simboli utilizzato dai computer.

    Asp
    Application service providing, erogazione di software a noleggio o a consumo.

    Asp (Application service provider)
    Fornitore di applicazioni a distanza o fornitore di software a noleggio. E’ un nuovo modello di distribuzione del software che implica la fruizione a distanza dietro pagamento di un canone d’uso.

    Atm (Asynchronous transfer mode)
    È una tipologia di rete ad alta velocità.

    Backbone
    Letteralmente dorsale. Indica le reti “portanti” di Internet. Si tratta dei network usati per interconnettere le reti tra loro.

    Bandwith
    Larghezza di banda. Indica la capacità trasmissiva di una rete. E’ espressa in bit per secondo oppure in frequenza.

    Banner
    Dall’inglese stendardo o striscione. E’ la porzione di una pagina “web” contenente inserzioni pubblicitarie dinamicamente collegate al sito dell’impresa committente.

    Baud
    Indica il numero di bit che possono essere trasmessi in un secondo. Il nome deriva dal francese J.M.E. Baudot, pioniere della tecnologia per le telescriventi.

    Bbs (Bulletin board system)
    Computer che offrono una serie di servizi mediante un collegamento telefonico.

    Bit
    Crasi di “binary digit”, è la minima unità delle informazioni digitali. Rappresenta i valori 1 o 0 del sistema binario.

    Bluetooth
    Protocollo di trasmissione proposto da Ericsson per far dialogare, senza filo e su brevi distanze, dispositivi digitali.

    Bookmark
    Letteralmente “segnalibro”. E’ una funzione dei software di navigazione preposta a memorizzare, in una lista, gli indirizzi dei siti preferiti o più frequentemente visitati.

    Booleano
    Relativo all’algebra di Boole. Nei motori di ricerca i simboli booleani (“and”, “+”; “or”, “-”) servono per restringere il campo di indagine aggiungendo o togliendo parole da un insieme di altre.

    Bps
    Bit per secondo. Indica la larghezza di banda di una rete.

    Bps (Baud per secondo)
    Indica la velocità di trasmissione di una rete o di un dispositivo d’accesso quale, per esempio, un modem.

    Browser
    E’ il software che permette di navigare sul “www” di Internet. I più diffusi sono Netscape Navigator e Microsoft Internet Explorer. Quest’ultimo, incluso nel sistema operativo Ms Windows 98, è basato su Mosaic, il primo browser con interfaccia utente di tipo grafico reso disponibile.

    Business intelligence
    Analisi dei business di un’impresa attraverso software specifici che mettono sotto la lente i processi e le performance di un’organizzazione.

    Business to business (“B2B”)
    Settore del commercio elettronico relativo agli scambi tra imprese.

    Business to consumer (“B2C”)
    Indica il commercio elettronico, al dettaglio ossia tra imprese e privati.

    Byte
    Insieme di otto bit. E’ l’unità di misura delle informazioni memorizzate digitalmente.

    C o C++
    Sono linguaggi di programmazione.

    Carrier
    Operatore (la traduzione dall’inglese è “trasportatore”) delle telecomunicazioni.

    Cgi (Common gateway interface)
    E’ un sistema per interagire con un sito “web” attraverso script eseguibili all’interno del browser.

    Chat
    Letteralmente “chiacchierare”. Mediante speciali programmi è possibile dialogare, con “mouse” e tastiera (in alcuni casi anche mediante una piccola telecamera), con altri utenti connessi sulla Rete.

    Client
    In generale: computer periferico (può essere un pc o un terminale) collegato in rete a un grande computer. Ha tuttavia due significati: 1) computer o stazione di lavoro locale (terminale) collegata a un calcolatore servente (server); 2) software che dialoga con un programma residente su un calcolatore remoto. Esempio: il client per posta elettronica permette di scaricare i messaggi ricevuti sul server dove si ha l’account per l’e-mail.

    Client/Server
    Schema di un sistema informativo distribuito basato sull’interazione tra uno o più calcolatori centrali e una pluralità di stazioni di lavoro.

    Clock
    Indica la frequenza di lavoro di un microprocessore.

    Cluster
    Sistema di computer intimamente interconnessi fino al punto da apparire come un’unica macchina.

    Compressione
    Sistema che consente di ridurre il numero di bit di un file. In questo modo è anche possibile rendere testi, immagini e suoni meno ingombranti e quindi più facilmente veicolabili in rete.

    Cpu (Central processing unit)
    Unità centrale di calcolo. Risiede nel microprocessore ed è il cuore di un computer.

    Crittografia
    Tecnica che permette di cifrare mediante un algoritmo il contenuto di un documento o di un file per renderlo inintelligibile a chi non possiede le chiavi per la decifrazione.

    Crm
    Customer relationship management, software per gestire le relazioni con i clienti.

    Data base (base di dati)
    E’ un archivio elettronico di informazioni digitali. I motori per data base sono i programmi che consentono di creare, gestire e interrogare le basi di dati.

    Data minino
    Attività informatica di analisi dei dati.

    Database
    Base di dati archivio di informazioni.

    Desk
    Personal computer fisso da scrivania.

    Dial-up (connessione dial-up)
    Connessione a Internet mediante linea telefonica e modem, mediante i protocolli Ppp o Slip.

    Directory
    Insieme di dati e file raggruppati per categorie o secondo un ordine logico precostituito.

    Dns (Domain name system)
    E’ il sistema che permette di trasformare il nome di un dominio nel relativo indirizzo Ip numerico. Per esempio, al sito “htttp://www.ilsole24ore.com” corrisponde l’indirizzo “241.45.97.10”.

    Dominio
    Nome che indica un server “web” o di posta elettronica su Internet. Per esempio, il dominio del sito denominato “Il Sole 24 ore” è quello che segue dopo “www” cioè “ilsole24ore.com”.

    Download
    Scaricare, scaricamento. E’ l’operazione che consente di prelevare file da Internet (per esempio: i software o i brani musicali in Mp3) mediante il browser o attraverso programmi client che attuano il trasferimento secondo il protocollo Ftp (File transfer protocol).

    E-business
    Affari condotti per via elettronica. Indica le relazioni anche di natura economica e transazionale tra soggetti connessi in rete.

    E-commerce
    Commercio elettronico. Con questo termine si intendono generalmente gli scambi (tra imprese o tra queste e i consumatori finali) condotti mediante Internet e il “web”. In realtà il commercio elettronico tra aziende è possibile da anni mediante i sistemi EDI (“Electronic Data Interchange”).

    Editor Html
    Software che permette di creare pagine ipertestuali secondo il linguaggio Html (“HyperText mark-up language”).

    E-mail
    Posta elettronica.

    Erp (Enterprise resource planning)
    Si tratta di una categoria di software gestionali per il governo delle risorse e delle attività di un’impresa.

    E-services
    Servizi elettronici. E’ anche il nome della strategia commerciale di Hewlett-Packard volta a offrire strumenti per i business on line e per la distribuzione di software in modalità Asp o Apps-on-tap (applicazioni a noleggio o a consumo).

    E-zine
    Contrazione di “Electronic magazine” cioè rivista elettronica.

    Faq (Frequently asked questions)
    Si tratta di documenti contenenti le risposte alle domande più frequenti in merito a un prodotto, a un servizio o a un determinato argomento.

    Fibra ottica
    Mezzo di trasmissione (fili di materiale trasparente, capaci di condurre la luce) per le telecomunicazioni a banda larga che permette di trasferire ad altissima velocità segnali digitali sotto forma di impulsi luminosi.

    Firewall
    Letteralmente “parete antifiamma”. Si tratta di hardware e/o software volti a bloccare gli accessi non autorizzati a una rete.

    Firma digitale
    Sistema che permette l’identificabilità di un soggetto per via elettronica e telematica.

    Form
    Modulo. Nei siti “web” è utilizzato per raccogliere informazioni di vario genere o per inoltrare richieste.

    Frame
    Sottosezione di un sito “web”, visualizzabile in modo indipendente dalla pagina principale attiva sul browser.

    Freeware
    Programma scaricabile in rete e utilizzabile gratuitamente.

    Ftp (File transfer protocol)
    Protocollo per il trasferimento dei file via Internet.

    Gif (Graphics interchange format)
    E’ un formato di file grafico visualizzabile anche mediante il browser.

    Gsm (Global system for mobile communications)
    E’ il sistema per la telefonia cellulare digitale usato prevalentemente in Europa.

    Hacker
    Pirata informatico. E’ una persona che sfrutta le proprie competenze informatiche e di networking per introdursi in reti e sistemi informativi altrui allo scopo di carpire dati o creare danni introducendo virus o bombe logiche.

    Hardware
    Struttura fisica composta dai circuiti elettronici e da meccanismi che costituiscono un computer. Si intende anche qualsiasi apparato in grado di eseguire un compito memorizzato in un programma (software).

    Hit counter
    Contatore d’accesso. Simile nell’aspetto a un contachilometri. Molti siti “web” sono dotati di questo strumento che indica il numero di visitatori, (o meglio il numero delle volte che quel sito è stato visitato poiché un singolo navigatore può accedere più volte). Può essere utile per evidenziare il traffico ricevuto anche al fine di indicare il successo delle pagine.

    Hits
    Richieste d’accesso a un sito, a un file o a una pagina “web”.

    Home page
    Pagina iniziale di un sito o di un portale.

    Host
    Computer centrale, tipicamente un grande mainframe, mediante il quale si può usufruire di determinati servizi quali, per esempio, la consultazione delle banche dati.

    Html (Hypertext mark-up language)
    Linguaggio con il quale sono composte le pagine ipertestuali dei siti “web” composte da collegamenti dinamici a diversi documenti. Le versioni ufficiali dell’Html sono definite dal consorzio internazionale W3C (www.w3c.org).

    Hyperlink (ipercollegamento)
    Elemento logico che collega documenti e file all’interno di un ipertesto quale per esempio una pagina “web”.

    Indirizzo
    E’ il formato con il quale si rende accessibile una determinata risorsa collocata in rete. Per esempio, l’indirizzo Internet del quotidiano “Il Sole 24 Ore” è www.ilsole24ore.com. Indica anche il recapito postale di un utente ed è composto dal nome seguito da @ (che è il simbolo, detto “chiocciola” in italiano, della preposizione inglese “at”, “presso”, per indicare il dominio presso il quale risiede l’indirizzo) e dal dominio.

    Ip (Internet protocol)
    E’ il protocollo mediante il quale le informazioni sono veicolate sulla Rete.

    Ipertesto (hypertext)
    Testo composto da molteplici documenti accessibili con un’esplorazione libera attuata mediante gli ipercollegamenti. Il “www” e le pagine dei siti sono realizzati mediante ipertesti e ipermedia. Questi ultimi includono immagini, suoni e video.

    Isdn (Integrated services digital network)
    E’ una tecnologia per creare reti digitali a velocità più elevata di quelle analogiche di origine telefonica.

    ISP (Internet Service Provider)
    Fornitore di servizi Internet. E’ l’operatore che offre alle imprese e ai privati l’accesso alla Rete e a prestazioni aggiuntive quali la posta elettronica.

    Java
    Linguaggio di programmazione multipiattaforma ideato da Sun Microsystems.

    Jini
    Tecnologia ideata da Sun Microsystems per creare, in modo semplice ed istantaneo, reti di dispositivi digitali.

    Jpeg (Joint photographic experts group)
    E’ un formato compresso per file grafici molto usato in Internet.

    Kpbs (Kilobit per second)
    E’ la velocità di un modem espressa in migliaia di bit al secondo.

    Lan (Local area network)
    Sono le reti interne, locali per l’appunto, all’interno di aziende o di uffici.

    Larghezza di banda
    È la “portata” di una rete. Indica la capacità trasmissiva.

    Link
    Collegamento.

    Linux
    Sistema operativo gratuito ideato da Linus Torvalds. Negli ultimi due anni è diventato il vero antagonista al predominante Windows di Microsoft.

    Login
    Procedura d’accesso a un computer o a una rete.

    Mailbox
    Casella di posta elettronica.

    Mainframe
    Grande computer centrale, tipicamente costruito da Ibm.

    MHz
    Misura della frequenza espressa in milioni di Hertz.

    Microprocessore
    Cuore logico di un computer. Permette l’esecuzione dei programmi e il governo delle periferiche di input e di output.

    Mission critical
    Sistemi ad alta affidabilità dalla cui operatività costante dipende il business di un’impresa.

    Modem
    Sintesi di modulatore/demodulatore. Converte i flussi digitali in segnali analogici e viceversa al fine di utilizzare le linee telefoniche per collegare un computer ad un altro.

    Motore di ricerca
    Software che permette di effettuare ricerche sulla rete. I più usati sono Altavista, Yahoo, Lycos. Excite, Virgilio etc. Numerosi portali dispongono di un proprio motore di ricerca che agisce sia all’interno sia su tutto il “web”.

    Mp3 (Mpeg1-Layer3)
    E’ un formato audio digitale che sfruttando un particolare algoritmo di compressione permette di ridurre le dimensioni di un file musicale affinché possa essere agevolmente scaricato da Internet. Una canzone in Mp3 è circa dieci volte meno “ingombrante” di un brano registrato secondo lo standard compact disk - digital audio.

    Mpeg (Motion picture experts group)
    Formato per i file audiovideo digitali.

    Netiquette (Network etiquette)
    E’ il galateo della Rete ossia l’insieme delle norme, di carattere volontaristico e consuetudinario, adottate dai navigatori.

    Network
    Rete di computer collegati su base locale o geografica.

    Notebook
    Personal computer portatile.

    Pacchetto
    Insieme o porzione di dati inviata in rete.

    Password
    Parola chiave.

    Pc-server
    Computer centrale basato su tecnologia hardware mutuata da quella dei pc. Utilizzano, infatti, microprocessori Intel o Amd con sistema operativo Windows o Linux.

    Pdf (Portable document format)
    Formato file adottato da Adobe per creare documenti, ricchi di grafica e immagini, facilmente divulgabili in rete e intelligibili con qualsiasi piattaforma operativa senza degrado per la struttura originaria d’impaginazione.

    Pgp (Pretty good privacy)
    Diffuso programma di crittografia a chiave pubblica.

    Pki (Public key infrastructure)
    Con questo termine si indicano i sistemi per realizzare certificati digitali crittografati a chiave pubblica.

    Plug-in
    Modulo software aggiuntivo che consente al browser di eseguire automaticamente un determinato compito, quale per esempio la riproduzione di suoni.

    Pop (Point of presence)
    Punto di presenza. Indica anche un nodo di rete al quale è possibile accedere.

    Ppp (Point to point protocol)
    Protocollo per connettere due computer su una linea telefonica o su una rete di altro genere.

    Protocollo
    E’ l’insieme delle regole attraverso le quali si instaura una comunicazione tra computer. Definisce pertanto le modalità con le quali avviene il trasferimento di un flusso di informazioni.

    Provider
    Dall’inglese “fornitore”. Il termine indica solitamente gli ISP o altri operatori che offrono servizi di telecomunicazione in dati o in fonia.

    Rsa
    Algoritmo per la crittografia ideato Rivest, Shamir e Adleman.

    Scm
    “Supply Chain management systems”, software per gestire le catene di fornitura.

    Script
    Sequenza di comandi organizzata al fine di eseguire un determinato compito in modo automatico.

    Server
    Può essere sia il calcolatore servente dove per esempio risiede un sito “web” sia il software che permette di interagire con il terminale (client) dell’utente. Ad esempio il server di posta elettronica è il programma che inoltra ai destinatari i messaggi redatti sul client e riceve quelli indirizzati a un determinato account. Il Server è il computer centrale sul quale girano programmi distribuiti a personal computer periferici (client) connessi in rete (anche via network basati su protocollo Internet).

    Servizi
    Nel settore dell’informatica sono i servizi professionali che spaziano dalla messa in opera dei sistemi, all’integrazione di architetture informatiche, fino all’adattamento di software per adeguarli a specifiche esigenze delle aziende. I servizi comprendono anche la manutenzione e la gestione.

    Set (Secure electronic transaction)
    Standard per garantire la sicurezza dei pagamenti per via telematica proposto dai principali circuiti per le carte di credito.

    Shareware
    Software utilizzabile gratuitamente per un certo periodo a scopo di prova.

    Sistema operativo
    Software di base con le istruzioni chiave per far funzionare un computer come Windows di Microsoft, MacOs di Apple, Linux o i sistemi per grandi elaboratori basati su Unix.

    Slip (Serial line Internet protocol)
    Metodo software per collegare un computer a Internet.

    Software
    Insieme di comandi e istruzioni (programma) per far compiere a un computer un determinato compito.

    Ssl (Secure socket layer)
    Protocollo crittografico per garantire la sicurezza dei pagamenti a distanza.

    Storage
    Archivio digitale, è il magazzino delle informazioni.

    Streaming
    Modalità per trasmettere in Internet flussi di dati audiovisivi.

    System integrator
    Integratore di sistemi operatore che fornisce servizi tecnologici per “incollare‿ strutture informatiche di diversa eterogenea.

    Tcp/Ip (Transmission control protocol/Internet protocol)
    Protocollo fondamentale per il funzionamento della rete. E’ l’insieme dei programmi e delle regole di comunicazione utilizzati dai computer connessi in Internet.

    Umts (Universal mobile telecommunications system)
    E’ il nuovo sistema universale per la telefonia mobile. Offre un’ampia larghezza di banda.

    Unix
    Sistema operativo sviluppato nel 1969 dai laboratori Bell. Nel corso degli anni si è frammentato in numerosi “dialetti” e, nonostante l’età, mantiene tuttora una validità indiscussa ed è il più utilizzato nelle infrastrutture informatiche ad alta affidabilità.

    Url (Uniform resource locator)
    E’ il formato degli indirizzi Internet che permette di individuare, in modo univoco e uniforme, le risorse presenti in rete, quale per esempio un sito “web” come http//: www.ilsole24ore.com

    Wan (Wide area network)
    Rete estesa su base geografica.

    Wap (Wireless application protocol)
    E’ il protocollo per navigare in Internet mediante telefoni cellulari compatibili con tale tecnologia e quindi dotati di un microbrowser in grado di visualizzare sul display pagine interattive con contenuti informativi.

    Web master
    Persona preposta alla conduzione di un sito “web”.

    Wml (Wireless mark-up language)
    E’ il linguaggio usato per creare le pagine visualizzabili con i microbrowser Wap dei telefonini.

    World wide web (www)
    Letteralmente “Ragnatela mondiale”. Abbreviato comunemente in “web”, indica la parte grafica ipertestuale di Internet, quella più utilizzata sulla quale si naviga con il browser.

    Xml (eXtensibile mark-up language)
    Linguaggio che consente di creare applicazioni Internet e oggetti logici fruibili mediante ogni sorta di dispositivo digitale.
     

    7. Bibliografia essenziale

    Caffè F.; “Lezioni di politica economica”; Boringhieri; Torino; 1981; pagine 424.

    Ciacci G., Meazza M., Piazza M., Santacroce B., Tognolo P.; “E-commerce e fisco”, “Il Sole 24 Ore” editore, Milano, 2001, pagine 261.

    F. Bottalico, “Prime osservazioni sul delitto di emissione abusiva di moneta elettronica”, articolo tratto da www.tidona.com", settembre 2003.

    Vieri S.; “La politica agricola comune dal trattato di Roma alla riforma Mac Sharry”, EDAGRICOLE, Bologna, 1994, pagine XIII-258.

    Testa F.; “Le funzioni della dogana nell’attuazione della politica agricola comune”, relazione al seminario Matthaeus di Verona (4, 5 e 6 maggio 1994), dattiloscritto, Torino, 1994, pagine 22.

    Piccinini A.; “Gli agricoltori europei tra quote e mercato”, Franco Angeli, Milano, 1998, pagine 531.

    Sito: www.ilsole24ore.com.

    Sito: www.agenziadogane.it.

    Sito: europa.eu.int.

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    Autore, Titolo, in Magistra, Banca e Finanza - www.magistra.it - ISSN: 2039-7410, anno
    Esempio: CASTIGLIONI M., La securitization in Italia, in Magistra Banca e Finanza - Tidona.com - ISSN: 2039-7410, 2010
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