GLI EFFETTI DELLA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA: impatti sulla società , sull’economia e sul risparmio privato in Italia

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Di Antonio Pezzuto, ex Dirigente della Banca d’Italia


Indice:

1. Gli effetti della transizione demografica sulla società  e l’economia italiana

2. Gli effetti della transizione demografica sul risparmio privato in Italia

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1. Gli effetti della transizione demografica sulla società  e l’economia italiana:

Il passaggio da un regime di alti livelli di natalità  e mortalità  tipico delle società  pre-industriali a uno caratterizzato dagli attuali bassi livelli è noto come “transizione demografica”. In assenza di questo processo si avrebbe ancora un tasso di mortalità  infantile superiore al 20 per cento, un’aspettativa di vita inferiore ai 40 anni e un tasso di fecondità  pari almeno a 5 figli per donna. La struttura per età  della popolazione avrebbe quindi una forma piramidale, con base ampia di giovani e pochi anziani[1].

Quando i rischi di morte dalla nascita fino all’età  adulta si abbassano, sono sufficienti due figli in media per assicurare un equilibrato ricambio generazionale. In questo caso, la struttura demografica perde la forma piramidale per assumerne una con base e parte centrale simile a un rettangolo. La punta in età  avanzata si allarga e si alza, per effetto della longevità  che si espande, ma la base rimane solida.

Un risultato analogo si otterrebbe anche con un tasso di fecondità  che scende poco sotto i 2 figli per donna, se la riduzione del numero dei giovani è sufficientemente controbilanciato dall’ingresso nel paese di stranieri.

La transizione si trasforma in crisi demografica quando il numero medio dei figli si attesta su valori molto bassi (1,5) e rimane a lungo sotto tale livello. In tal caso, gli squilibri quantitativi tra generazioni rischiano di diventare insostenibili. L’evidenza mostra che nelle economie avanzate il tasso di fecondità  è sceso sotto la soglia di 1,5 e che l’Italia è dal 1984 costantemente sotto tale livello, divenendo il primo paese al mondo in cui il numero di residenti under 15 è sceso sotto quello degli over 65. Quest’ultima fascia d’età  ha oggi superato anche gli under 25 ed entro i prossimi quindici anni sopravanzerà  anche gli under 35[2].

La popolazione dell’Unione europea sta invecchiando e, in base alle ultime previsioni[3], è destinata a subire un calo nei prossimi decenni, per effetto soprattutto del basso tasso di fecondità . L’invecchiamento e la diminuzione della popolazione in età  lavorativa (dai 20 ai 64 anni) aggraveranno la carenza di manodopera, creando strozzature nell’economia, peggioreranno le disparità  territoriali e lo spopolamento, aumenteranno la pressione sui bilanci pubblici, con implicazioni per la competitività , la transizione ambientale e digitale e la coesione sociale.

Secondo uno studio pubblicato dal think tank Bruegel[4], entro il 2050 22 Stati membri su 27 registreranno un calo della popolazione in età  lavorativa e un raddoppio (dal 3 al 6 per cento della quota di popolazione di età  pari o superiore a 85 anni), mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi di welfare.

La diminuzione sarà  più marcata nei paesi dell’Est e del Sud Europa, dove a un saldo naturale negativo si somma una minore capacità  attrattiva migratoria. I paesi del Sud Europa più colpiti dal calo della popolazione saranno Italia, Spagna e Grecia, nei quali nel 2050 gli under 65 diminuiranno del 25 per cento, gli over 65 caleranno del 40 per cento e il tasso di occupazione giovanile sarà  molto basso. Per invertire tali tendenze, gli autori dello studio propongono di introdurre misure incisive per favorire l’occupazione giovanile e per sostenere la natalità , accompagnate da investimenti infrastrutturali nelle are interne e rurali, sempre più esposte al rischio di spopolamento.

In questa prospettiva, nell’ottobre 2023 la Commissione europea ha adottato una Comunicazione[5] con cui ha illustrato gli strumenti (normativi, strategici e finanziari) di cui gli Stati membri dispongono per contrastare il declino demografico. Si tratta, in buona sostanza, di uno strumentario demografico (demography toolbox) che delinea un approccio globale all’evoluzione demografica, basato su quattro pilastri: sostegno ai genitori; sostegno alle giovani generazioni; autonomia e benessere degli anziani; flussi migratori regolari controllati.

Per affrontare la sfida demografica, a fine luglio 2024 è stata istituita in Italia una Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto. La Commissione è stata investita del compito di indagare sui fenomeni connessi con i cambiamenti e la prospettiva demografica del Paese, con particolare riferimento a una serie di aspetti, tra cui lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, i flussi migratori, il mercato del lavoro, il welfare state e l’impatto dei mutamenti demografici sui conti pubblici.

I lavori hanno avuto inizio quest’anno con l’audizione di rappresentanti del Governo e di enti pubblici, tra cui Banca d’Italia, Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), Istat, Cnel e Inapp. Gli interventi si sono focalizzati principalmente sui cambiamenti che potranno derivare per la società  e l’economia italiana dalle attuali tendenze demografiche.

L’invecchiamento della popolazione è un processo globale e più veloce di quanto ipotizzato negli ultimi dieci anni. Esso riflette, come sottolineato dalla Banca d’Italia nell’audizione del 15 aprile scorso, sia un significativo miglioramento nello stato di salute della popolazione sia una diminuzione della fecondità  più rapida del previsto.

L’Italia fa parte del gruppo di paesi in cui la transizione demografica è già  in corso da tempo e sarà  più accentuata negli anni a venire. Nonostante un consistente afflusso di immigrati, la popolazione residente nel Paese è in calo dal 2014 e nel 2024 contava poco meno di 59 milioni. Secondo le proiezioni dell’Istat, che si basano sui giudizi espressi da un gruppo selezionato di esperti di demografia, tale tendenza si intensificherà  nei prossimi trent’anni, in conseguenza di un numero di nascite insufficiente a compensare quello dei decessi, malgrado il saldo migratorio rimanga positivo. In linea con la tendenza flettente della popolazione dal 2014, lo scenario di previsione “mediano” stima un ulteriore calo dei residenti tra il 2023 e il 2030 (da 59 a 58,6 milioni), mentre tra il 2030 e il 2050 la diminuzione risulterebbe più accentuata (da 58,6 a 54,8 milioni).

A livello territoriale, la contrazione della popolazione non avverrà  in modo omogeneo. Mentre il Nord Italia potrebbe crescere leggermente fino al 2030, per poi iniziare una fase di declino, il Centro e il Sud del Paese registreranno un immediato calo già  nel breve termine. Il Sud, in particolare, potrebbe subire una perdita di popolazione molto elevata, pari a 3,4 milioni entro il 2050 e a 7,9 milioni entro il 2080.

Le previsioni dell’Istat indicano inoltre un invecchiamento progressivo della popolazione: entro il 2050 la quota di persone over 65 salirebbe al 34,6 per cento (dal 24,3), quella di individui di età  compresa tra i 15 e i 64 anni scenderebbe al 54,3 per cento (dal 63,5) e quella dei giovani fino a 14 anni calerebbe all’11,2 per cento (dal 12,2). Lo squilibrio tra nuove e vecchie generazioni è dovuto all’effetto combinato di un aumento della longevità  e di un forte calo della natalità . Nel frattempo, l’età  media è salita a 46,4 anni, ponendo l’Italia, subito dopo il Giappone, tra i paesi in cui è più intensa la transizione demografica, insieme ad altri paesi dell’area mediterranea (Portogallo, Grecia, Spagna) e alla Germania[6].

Il calo della popolazione per effetto di un saldo demografico negativo e il suo invecchiamento avranno rilevanti impatti, oltre che sulla struttura della società  italiana, anche sul mercato del lavoro, sulla crescita economica, sulle finanze pubbliche e sul sistema di welfare.

Come sottolineato dall’Inapp nell’audizione del 23 settembre scorso, oltre sei milioni di occupati usciranno dal mercato del lavoro nel prossimo decennio e la platea di occupati si ridurrà  del 34 per cento entro il 2060, con conseguenze negative in termini di riduzione della produttività , di ricambio generazionale nelle imprese pubbliche e private e di sostenibilità  del sistema di welfare. Tali tendenze sono già  in atto oggi: indice di dipendenza demografica (rapporto tra popolazione anziana e popolazione in età  lavorativa) in crescita, carenza di competenze specifiche, difficoltà  nel reperimento di personale qualificato, spesa pensionistica in percentuale del PIL in aumento e oltre 4 milioni di over 65 anni non autosufficienti che richiedono assistenza continuativa.

Nonostante il tasso di partecipazione al mercato del lavoro sia cresciuto in misura ragguardevole negli anni post emergenza pandemica (66,7 per cento nel 2023), esso resta largamente inferiore a quello medio europeo, a causa dell’elevata inattività  (nel 2024 il numero degli inattivi ha superato i 12 milioni)[7], che già  oggi incide sull’attività  produttiva.

Nel corso dell’audizione dell’8 luglio scorso, l’UPB ha ricordato che fino agli anni Settanta del secolo scorso la crescita demografica e l’adozione di nuove tecnologie hanno accompagnato lo sviluppo del Paese, compensando la riduzione delle ore lavorate. Dagli anni Ottanta, invece, il rallentamento demografico e l’indebolimento della produttività  del lavoro hanno progressivamente inciso sul PIL potenziale.

Le proiezioni indicano che in futuro la crescita del prodotto potenziale potrà  essere ancora sostenuta dagli investimenti pubblici e da un aumento del tasso di partecipazione al mercato del lavoro[8], ma nel prossimo decennio si prevede una sostanziale stagnazione del potenziale di sviluppo. Di qui la necessità  di rafforzare la produttività , sostenere l’innovazione e il contesto istituzionale, stimolare l’ingresso nel mercato del lavoro degli inattivi e orientare in modo lungimirante i flussi migratori.

Riguardo all’impatto delle dinamiche demografiche sui conti pubblici, le più recenti proiezioni segnalano una loro sostanziale tenuta, pur considerando un significativo aumento delle erogazioni per pensioni, sanità , assistenza a lungo termine e istruzione nei prossimi dieci anni.

Secondo l’Ageing Report del 2024, redatto dal Working Group on Agency Populations and Sustainability (AWG), per l’Unione europea si stima un aumento dell’incidenza sul PIL della spesa pubblica legata all’invecchiamento della popolazione di 1,2 punti percentuali entro il 2070, al 25,6 per cento.

Per l’Italia, che presenta valori superiori alla media europea, la spesa legata all’invecchiamento della popolazione (age-related) dovrebbe scendere di 1,9 punti percentuali, collocandosi al 25,3 per cento del PIL nel 2070.

La riduzione dell’incidenza della spesa pensionistica sul PIL attesa per l’Italia è maggiore rispetto a quella delle altre principali economie europee (Germania, Francia e Spagna), nonostante una evoluzione demografica peggiore rispetto agli altri paesi considerati (con l’eccezione della Spagna).

Per valutare gli effetti sul debito pubblico, l’UPB ha sviluppato tre scenari alternativi rispetto allo scenario base del Rapporto AWG: i) riduzione dei flussi migratori netti del 33 per cento; ii) congelamento dell’età  di pensionamento ai livelli del 2023 e disattivazione dei meccanismi di adeguamento dell’età  pensionabile all’aspettativa di vita; iii) incremento di spese sanitarie e per la long term care (LTC).

Nei tre scenari l’aumento della spesa per invecchiamento (0,2, 0,4 e 0,3 punti percentuali di PIL in media nel 2024-2041 rispetto allo scenario base) e la minore crescita del prodotto potenziale prevista per lo scenario con minore afflusso di immigrati e in quello di invarianza dell’età  di pensionamento, peggiorerebbero il disavanzo di bilancio in rapporto al PIL, ritardando la discesa sotto la soglia del 3 per cento programmata dal Governo per il 2026.

Il rapporto tra debito e PIL registrerebbe un peggioramento in tutti e tre gli scenari alternativi rispetto al Piano strutturale di bilancio a medio termine (PSB) e allo scenario base UPB. Ad esempio, esso si attesterebbe nel 2031 intorno al 134 per cento nello scenario di aumento delle spese sanitarie e per LTC e al 135 per cento nel caso di minore immigrazione (incremento di 2 e 3 punti di PIL).

Alla luce delle dinamiche in atto, per contrastare gli effetti negativi della transizione demografica sono stati proposti, nelle audizioni finora svolte, interventi pubblici volti a:

  • aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto di donne e giovani, ancora molto bassa nel confronto internazionale;
  • favorire l’innalzamento del livello d’istruzione, riqualificare le competenze professionali e garantire una più agevole conciliazione della vita con il lavoro, sviluppando infrastrutture sociali (asili, mense, ecc.) per ridurre i carichi di cura che gravano sulle donne;
  • prolungare la durata dell’attività  lavorativa attraverso il riconoscimento di adeguati incentivi;
  • arrestare la denatalità  con l’erogazione di bonus a giovani coppie;
  • sfruttare le possibilità  di crescita della produttività  che offrono le nuove tecnologie, migliorando le condizioni di lavoro di una popolazione attiva che si troverà  a sopportare il peso di una quota crescente di anziani;
  • garantire flussi migratori regolari e assicurare al contempo che gli stranieri che entrano nel Paese siano pienamente integrati.

In conclusione, l’Italia sta sperimentando da oltre un decennio un forte invecchiamento della popolazione a cui si affianca un basso livello di natalità  non sufficientemente compensato dall’afflusso di lavoratori stranieri. Di qui la necessità  di politiche pubbliche mirate, in grado di mitigare le conseguenze del declino demografico e garantire una maggiore sostenibilità , anche sul piano economico, nel lungo periodo.

* * *

2. Gli effetti della transizione demografica sul risparmio privato in Italia

L’invecchiamento della popolazione e la diminuzione della forza lavoro attiva, oltre a produrre effetti rilevanti sul mercato del lavoro, sulla crescita economica e sui conti pubblici per l’aumento della spesa pensionistica e di quella sanitaria, tendono anche a influenzare la formazione e l’allocazione del risparmio.

In Italia, tra il 1995 e il 2024 il tasso di risparmio è sceso dal 19,4 all’8,4 per cento, a fronte di un aumento dell’aspettativa di vita da 77,9 a 83,5 anni. Questa tendenza riflette sia fattori congiunturali legati, principalmente, alla riduzione del potere d’acquisto dei redditi familiari sia fattori di più lungo periodo, innanzitutto quelli demografici[9]. Seguendo la teoria del ciclo vitale[10], l’invecchiamento della popolazione determinerebbe infatti una caduta del tasso di risparmio perché gli anziani tendono a ridurre l’accumulo di risorse finanziarie per far fronte a spese sanitarie e a integrare le pensioni con forme di previdenza complementare. Per contro, le generazioni più giovani, preoccupate per la sostenibilità  dei sistemi di welfare, tendono a risparmiare di più.

Come sono mutate nel tempo le scelte di risparmio degli italiani? Per rispondere a questa domanda appare interessante osservare le dinamiche in atto in due dei tre principali segmenti del risparmio privato: i fondi comuni di investimento e la previdenza integrativa.

I fondi comuni rappresentano uno degli strumenti di risparmio più diffusi nel nostro Paese. Secondo Assogestioni, sono 11,6 milioni gli italiani che investono in fondi comuni e il patrimonio detenuto dai fondi ammonta a oltre 1,1 miliardi di euro, la maggior parte del quale è concentrato nei fondi obbligazionari (35 per cento) e in quelli azionari (33 per cento).

L’età  media degli investitori è di 61 anni, con la generazione dei Boomers (individui di età  compresa tra i 58 e i 76 anni), che rappresenta il 41 per cento del totale. Seguono i risparmiatori della Generazione X (tra i 41 e i 57 anni) con il 28 per cento, le Generazioni più anziane (oltre i 77 anni) e quelle più giovani (fino a 40 anni) che pesano, rispettivamente, per il 18,5 e il 13 per cento.

Nel complesso, il 72 per cento del patrimonio è detenuto da investitori con un’età  superiore ai 57 anni. Più in dettaglio, la classe dei 58-76 enni detiene quasi la metà  del patrimonio (47 per cento), mentre gli ultra 77 enni ne detengono il 25 per cento.

Tra i sottoscrittori più anziani si registrano gli investimenti medi più alti: 62 mila euro per gli ultra 77 enni e 53 mila per la classe 58-76 anni. L’importo medio investito si riduce per le classi più giovani: 37 mila euro per i 42-57 anni, 18 mila per la classe 26-41 anni e 12 mila per la classe fino a 26 anni.

La previdenza complementare è un sistema di risparmio a lungo termine che, tramite i fondi pensione e i piani pensionistici individuali (PIP), mira ad affiancare e integrare la pensione pubblica di base che potrebbe non essere sufficiente a mantenere un tenore di vita adeguato. Essa quindi svolge un ruolo fondamentale, soprattutto in chiave prospettica, nel sistema di welfare italiano.

Dal 2007, anno di entrata in vigore della riforma della previdenza complementare, il secondo pilastro ha registrato un considerevole sviluppo sia in termini di patrimonio gestito sia nel numero di iscritti. Rispetto al 2006, le attività  gestite dai fondi pensione sono quadruplicate, passando da 52 a 243 miliardi di euro, mentre il numero degli iscritti è aumentato da 32 a quasi 10 milioni di unità , rappresentando il 36 per cento della forza lavoro.

Alla fine del 2024 operavano nel sistema 291 forme pensionistiche integrative, di cui 33 fondi pensione negoziali, 38 fondi pensione aperti, 69 PIP e 151 fondi pensione preesistenti. Tra il 1999 e il 2024 il numero delle forme pensionistiche complementari si è invece più che dimezzato principalmente per effetto del processo di concentrazione in atto nell’industria.

Nonostante tale crescita, le dimensioni del sistema di previdenza complementare appaiono ancora ridotte nel confronto internazionale. Basti pensare che le attività  detenute fai fondi pensione si commisurano all’8,5 per cento del PIL per l’Italia, a fronte del 147,1 per cento per i Paesi Bassi, dell’80,7 per gli Stati Uniti e del 79,3 per il Regno Unito.

Anche per la previdenza integrativa si rileva una copertura non omogenea per genere e classe di età  e localizzazione geografica dei sottoscrittori[11]. Nel primo caso, le evidenze indicano un’adesione più ridotta per i giovani e le donne. Infatti, solo il 19 per cento ha meno di 35 anni, il 62 per cento ne ha più di 45 e il 32 per cento ha almeno 55 anni. Negli ultimi cinque anni si è avuto uno progressivo spostamento dalle classi di età  centrali a favore delle coorti più anziane, con conseguente innalzamento dell’età  media degli iscritti da 46 a 47 anni. Nel secondo caso, si registra una prevalenza degli iscritti localizzati nelle regioni del Nord (57,2 per cento), mentre nelle regioni del Centro risiede il 20 per cento degli iscritti e in quelle del Sud il 23 per cento.

 

Note:

[1] Rosina A., L’impatto della transizione demografica nel mondo del lavoro, in Sinappsi, XV, n. 1,

[2] Rosina A., L’impatto della transizione demografica nel mondo del lavoro, op. cit.

[3] Secondo i dati Eurostat, in assenza di immigrazione, la popolazione europea scenderebbe dagli attuali 447 milioni a 295 milioni nel 2100, un terzo in meno. In uno scenario contraddistinto da flussi migratori regolari, la popolazione si ridurrebbe invece a 420 milioni.

[4] Pinkus D. e Ruer N., Il divario demografico. Disuguaglianze nell’invecchiamento nell’Unione Europea, 27.3.2025.

[5] COM (2023) 577.

[6] Inps, Audizione del Presidente presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto, 1.4.2025.

[7] Due terzi dei quali è costituito dalla componente femminile (tra i 15 e i 64 anni), che è fortemente gravata dai servizi di cura della famiglia.

[8] Nonostante i progressi realizzati negli ultimi quindici anni, il tasso di partecipazione italiano nel 2024 era ancora il più basso nell’UE: pari al 66,6 per cento, era di circa 9 punti percentuali inferiore alla media europea.

[9] Rosolia A., Deve preoccupare il calo del risparmio italiano?, in Cambiamenti demografici risparmio e solidarietà  tra generazioni, in www.neodemos.it.

[10] La teoria del ciclo di vita è stata elaborata da F. Modigliani e R. Brumberg negli anni Cinquanta del secolo scorso. Tale teoria sostiene che il livello dei risparmi dipende dall’età  dei consumatori piuttosto che dal livello del reddito, come invece ipotizzato nella teoria keynesiana. Secondo l’approccio di Modigliani-Brumberg, gli individui pianificano il loro consumo e risparmio nel corso della vita per mantenere un profilo di consumo il più possibile costante, accumulando ricchezza durante la fase lavorativa e riducendola in quelle successive della quiescenza e della vecchiaia. A partire dagli anni Ottanta la teoria del ciclo di vita è stata oggetto di critiche per almeno tre ragioni: i) la rilevanza dei lasciti intergenerazionali; ii) le persone anziane accantonano una quota elevata del proprio reddito; iii) la propensione al risparmio tende a crescere all’aumentare del reddito. Cfr. Curcio D., Di Giorgio G., Zito G., Scenari demografici, risparmio e sistema finanziario, in Economia Italiana, n. 3/2023.

[11] Ambrosetti S., Demografia e risparmio privato in Italia, in Focus Economia e Banche, n. 5/2024.

 


Come citare questo articolo

Antonio Pezzuto, “GLI EFFETTI DELLA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA: impatti sulla società , sull’economia e sul risparmio privato in Italia”, Magistra Banca e Finanza, 6 ottobre 2025, ISSN 2039-7410, https://www.tidona.com/gli-effetti-della-transizione-demografica-impatti-sulla-societa-sulleconomia-e-sul-risparmio-privato-in-italia/.

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