Di Antonio Pezzuto, ex Dirigente della Banca d’Italia
Il 9 settembre scorso la Commissione europea ha pubblicato il rapporto sul futuro della competitività dell’UE (The future of European Competitiveness), redatto da M. Draghi. Il report si compone di due documenti: il primo, denominato “A competitiveness strategy for Europe”, propone una strategia comune per affrontare le sfide future e per rendere l’Europa più competitiva rispetto agli Stati Uniti e alla Cina; il secondo, denominato “In-depth analysis and recommendations”, indica le iniziative che dovranno essere intraprese per attuare le linee strategiche.
Il rapporto muove dalla constatazione che negli ultimi anni si è aggravata la tendenza al rallentamento della crescita, manifestatasi fin dall’inizio di questo secolo[1]. Si è ampliato il divario in termini di PIL tra l’UE e gli Stati Uniti, spinto principalmente da una più pronunciata decelerazione della crescita della produttività in Europa[2]. A pagarne il prezzo sono state le famiglie europee, che hanno visto peggiorare il proprio tenore di vita. Si stima che, dal 2000 ad oggi, il reddito disponibile reale pro-capite sia quasi raddoppiato negli Stati Uniti rispetto all’UE.
Per la maggior parte di questo periodo, il rallentamento della crescita economica è stato considerato un problema, ma non una calamità . Sono state conquistate quote di mercato in aree del mondo a più rapido sviluppo, contando sulla disponibilità di energia a prezzi bassi allacciando nuovi rapporti commerciali con la Russia. La disoccupazione, soprattutto quella femminile, è diminuita, dopo le crisi del 2008-2012, contribuendo a ridurre le disuguaglianze e a mantenere il benessere sociale su livelli soddisfacenti.
L’UE ha inoltre tratto vantaggio da un contesto macroeconomico e ambientale favorevole: il commercio mondiale è cresciuto in un contesto di regole multilaterali[3] e l’ombrello di sicurezza fornito dagli Stati Uniti ha consentito di destinare ad altre priorità i budget per la difesa. In un mondo geopoliticamente stabile, l’Europa non aveva motivo di preoccuparsi dell’aumento delle dipendenze da paesi tradizionalmente amici.
Lo scenario di oggi è però radicalmente cambiato: l’epoca della rapida espansione del commercio mondiale è alle spalle e le imprese europee si trovano ad affrontare sia una maggiore concorrenza dall’estero sia un minore accesso ai mercati internazionali. Per di più, la stabilità geopolitica, in seguito al conflitto russo-ucraino, poggia ora su basi fragili e le nostre dipendenze si sono rivelate come vulnerabilità di sistema.
Il cambiamento tecnologico sta accelerando rapidamente. L’Europa non ha saputo trarre tangibili benefici dalla rivoluzione digitale trainata da Internet e dai guadagni di produttività che ne sono conseguiti. L’UE ha mostrato diffusi elementi di debolezza nelle tecnologie emergenti che guideranno la crescita futura: solo 4 delle 50 principali aziende tecnologiche del mondo sono europee.
Tuttavia, il bisogno di crescita dell’Europa è in aumento. L’UE sta entrando nel primo periodo della sua storia recente in cui la crescita non sarà sostenuta da un incremento della popolazione. Si prevede che, entro il 2040, la forza lavoro si ridurrà di quasi 2 milioni di lavoratori l’anno. Per guidare la crescita, l’UE dovrà quindi fare affidamento sulla produttività sospinta dallo sviluppo delle tecnologie emergenti.
Il fabbisogno finanziario necessario all’UE per conseguire i suoi obiettivi (digitalizzazione, decarbonizzazione e rafforzamento della capacità di difesa) è stimato in 780-800 miliardi di euro, pari al 4,4-4,7 per cento del PIL[4]. E poiché i privati non saranno in grado di garantire risorse aggiuntive per gli investimenti, occorrerà – si legge nel rapporto – far ricorso a strumenti di debito comune e completare il progetto di realizzazione dell’Unione dei mercati dei capitali[5].
Se l’Europa non riesce a diventare più produttiva, si imporranno delle scelte. Essa non sarà in grado di diventare, allo stesso tempo, un leader nelle nuove tecnologie, un faro di responsabilità climatica e un attore indipendente sulla scena mondiale. In definitiva, l’UE non sarà in grado di finanziare il suo modello socio-economico, con la conseguenza che si vedrà costretta a ridimensionare le proprie ambizioni.
L’UE esiste per garantire che le persone possano sempre beneficiare dei diritti fondamentali, come la prosperità , l’equità , la libertà , la pace e la democrazia in un ambiente sostenibile. Se l’Europa non sarà più in grado di garantirli ai suoi cittadini “avrà perso la sua ragion d’essere”.
L’unico modo per affrontare questa sfida è crescere e diventare più produttivi, preservando i nostri valori di equità e inclusione sociale, annota il Rapporto.
Il report individua tre aree primarie di intervento per rilanciare la crescita, per ciascuna delle quali viene tratteggiato un quadro molto lucido, ma anche ambizioso.
La prima mira a colmare il gap tecnologico. L’Europa deve riorientare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina, soprattutto nelle tecnologie avanzate[6]. L’Europa deve sbloccare il suo potenziale innovativo per assumere il ruolo di leader nelle nuove tecnologie e per integrare l’intelligenza artificiale nell’industria. Essa deve inoltre puntare non solo a eguagliare gli Stati Uniti sul piano dell’innovazione, ma anche a superarli nell’offrire opportunità di formazione e di apprendimento per adulti nonché posti di lavoro di qualità per tutti lungo l’intero arco della loro vita.
La seconda area di intervento è quella di varare un piano comune per la decarbonizzazione e la competitività , coordinando le politiche attuative per trarre i maggiori benefici in termini di riduzione dei prezzi dell’energia che, ancorché calati notevolmente rispetto ai picchi registrati nel 2022-2023, sono ancora più alti di quelli americani.
Questo divario, dovuto alla mancanza di risorse naturali in Europa, all’elevatezza degli oneri fiscali e ai profitti incamerati dagli operatori finanziari, costituisce uno dei principali ostacoli alla competitività europea. Cosicché, in assenza di un piano comune per trasferire i benefici della decarbonizzazione agli utenti finali, i prezzi dell’energia continueranno a frenare la crescita.
La decarbonizzazione potrebbe rappresentare anche un’opportunità per la crescita dell’industria europea. Poiché l’UE è leader mondiale nelle tecnologie pulite (turbine eoliche, elettrolizzatori, carburanti a basso contenuto di carbonio, ecc.) e nel settore automobilistico, è di cruciale importanza evitare che una crescente dipendenza dalla Cina nell’approvvigionamento di nuove tecnologie rappresenti una minaccia per l’Europa.
La terza area di intervento individuata nel rapporto è l’aumento della sicurezza e la riduzione di importazioni di tecnologie digitali dall’Asia. Le tensioni geopolitiche accrescono i rischi e frenano gli investimenti, causando shock e arresti improvvisi degli scambi commerciali che impattano sull’economia europea. Ne discende quindi l’esigenza di attuare una propria “politica economica estera” che coordini gli accordi commerciali preferenziali, gli investimenti diretti con i paesi ricchi di risorse, crei scorte in aree critiche selezionate, sviluppi partenariati industriali per garantire la catena di approvvigionamento di tecnologie chiave.
La pace è il principale obiettivo dell’Europa. Le minacce alla sicurezza fisica sono tuttavia in aumento, ragion per cui l’UE deve prepararsi per tempo. La spesa militare dell’UE è, per ammontare, al secondo posto al mondo, ma ciò non si riflette in una capacità industriale di difesa. L’industria di difesa è troppo frammentata tra i diversi Stati, il che riduce la sua capacità di produrre economie di scala.
In molte di queste aree, gli Stati membri sono già intervenuti individualmente, con risultati peraltro poco soddisfacenti. Risultati migliori si potrebbero ottenere se l’Europa agisse invece come comunità . Affinché ciò sia possibile, Draghi ritiene che sarà tuttavia necessario rimuovere gli ostacoli identificati in tre ambiti specifici:
- l’assenza di una visione chiara: alla definizione di obiettivi comuni non segue l’individuazione di priorità e l’attuazione di azioni politiche congiunte;
- lo spreco di risorse comuni: la consistente capacità di spesa collettiva di cui dispone l’Europa è diluita in molteplici strumenti nazionali e comunitari;
- la mancanza di un’azione di coordinamento tra Stati membri, strumenti finanziari e politiche europee, che spesso determina sovrapposizioni e inefficienze: Stati Uniti e Cina hanno la capacità di combinare insieme più politiche in modo coerente, che vanno dalle misure fiscali per incoraggiare la produzione nazionale, alle politiche commerciali per penalizzare comportamenti anticoncorrenziali, alle politiche economiche estere per garantire le catene di approvvigionamento di materie prime. Tutto ciò non avviene in Europa per la lentezza e la frammentazione del suo processo decisionale[7].
Come ampiamente previsto, il rapporto Draghi non ha mancato di suscitare reazioni diversificate negli ambienti politici e accademici, fin dal momento in cui è stato presentato al pubblico. Secondo alcuni opinionisti, il documento è un “libro dei sogni”, poiché manca di “concretezza reale”. Per altri, è invece un manifesto politico che contiene proposte di difficile attuazione, come quella di fare debito comune per finanziare gli investimenti necessari a rilanciare la crescita.
A parere di chi scrive, gli obiettivi e gli strumenti di policy indicati nel rapporto appaiono plausibili. Affinché il piano proposto abbia però successo è necessario che l’UE smetta di comportarsi come “un’accozzaglia di paesi diversi”, privi di una visione chiara e di una strategia comune di largo respiro. Deve invece diventare una “comunità ” che persegue interessi e obiettivi condivisi in settori chiave come, ad esempio, l’energia e la difesa, senza rinunciare nel contempo a quei valori di equità e inclusione sociale che da sempre caratterizzano la sua esistenza e il suo modus operandi.
Note:
[1] Negli ultimi due decenni la crescita economica dell’UE è stata costantemente più bassa di quella degli Stati Uniti, mentre la Cina ha recuperato velocemente terreno. Il divario in termini di PIL ai prezzi del 2015 si è progressivamente ampliato, passando da poco più del 15 per cento nel 2002 al 30 per cento nel 2023, mentre a parità di potere d’acquisto il gap è pari al 12 per cento.
[2] La produttività del lavoro nell’UE, che nel 1945 si attestava al 22 per cento di quella americana, è salita al 95 per cento nel 1995 ed è scesa al di sotto dell’80 negli anni successivi.
[3] Tra il 2000 e il 2019 la quota del commercio mondiale sul PIL è aumentata dal 30 al 43 per cento nell’UE, mentre negli Stati Uniti è salita di un punto percentuale, dal 25 al 26 per cento
[4] Il rapporto Draghi ricorda che gli investimenti aggiuntivi forniti all’Europa dal Piano Marshall tra il 1948 e il 1951 ammontavano annualmente a circa l’1-2 per cento del PIL.
[5] L’attuale frammentazione del mercato dei capitali europei rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo dell’economia europea, come dimostrato dai dati sulla raccolta di capitali da parte delle società sul mercato delle principali aree economiche: nel periodo 2020-2023 il rapporto tra capitali raccolti dalle società quotate e PIL è stato nel complesso dei principali paesi dell’UE pari a circa la metà che in Giappone e in Cina.
[6] L’Europa destina poche risorse finanziarie alla ricerca e all’innovazione e frappone troppi ostacoli burocratici, con il risultato che tra il 2008 e il 2023 un terzo delle società “unicorno” – le aziende il cui valore di mercato supera 1 miliardo di dollari e che non sono quotate in borsa – sorte in Europa si sono trasferite all’estero, principalmente negli Stati Uniti.
[7] La durata media di un processo legislativo è di 19 mesi.
Antonio Pezzuto, “Il rapporto Draghi sul futuro della competitività europea”, Magistra Banca e Finanza, 23 ottobre 2024, ISSN 2039-7410, https://www.tidona.com/il-rapporto-draghi-sul-futuro-della-competitivita-europea/.
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