Lo stato di convergenza economica e legale dei paesi che intendono aderire all’area dell’euro

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Di Antonio Pezzuto, ex Dirigente della Banca d’Italia

 

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) prevede, all’art. 140, che, almeno una volta ogni due anni o su richiesta di uno Stato membro con deroga, la BCE e la Commissione europea riferiscano al Consiglio dell’UE “sui progressi compiuti dagli Stati membri con deroga nell’adempimento degli obblighi relativi alla realizzazione dell’Unione economica e monetaria” (UEM). In altri termini, la BCE e la Commissione valutano se gli Stati membri non appartenenti all’area dell’euro (appunto gli “Stati membri con deroga”) soddisfano una serie di condizioni e sono quindi pronti ad introdurre l’euro.

In base all’art. 140, paragrafo 1, del TFUE gli Stati membri che intendono aderire alla zona euro devono soddisfare quattro “criteri di convergenza economici”: stabilità  dei prezzi[1]; finanze pubbliche sane e sostenibili[2]; stabilità  del tasso di cambio[3]; tassi d’interesse a lungo termine[4]. Inoltre, è previsto che le relazioni della BCE e della Commissione tengano anche conto, ai fini della valutazione, dei risultati dell’integrazione dei mercati, della situazione e dell’evoluzione delle partite correnti delle bilance dei pagamenti, di un esame dell’evoluzione dei costi unitari del lavoro e di altri indici di prezzo (i cosiddetti “altri fattori rilevanti”). Infine, i paesi candidati all’adesione alla zona euro devono garantire che le loro legislazioni nazionali prevedano l’indipendenza delle banche centrali nazionali[5] e che i loro statuti siano conformi alle disposizioni dei trattati e compatibili con lo statuto della BCE e del Sistema europeo delle banche centrali (SEBC).

Il 10 giugno scorso la BCE ha pubblicato il Rapporto sulla convergenza con riferimento a sette degli otto paesi che non hanno ancora adottato la moneta unica: Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Ungheria, Polonia, Romania e Svezia. L’ottavo paese, la Danimarca, che gode di uno status speciale, ha notificato al Consiglio dell’UE l’intenzione di non partecipare alla Terza fase dell’UEM[6].

Va detto subito che, per quanto riguarda il soddisfacimento dei criteri di convergenza economici, sono stati compiuti apprezzabili progressi dal precedente rapporto del 2018, specie sul piano dell’impegno di correggere gli squilibri di finanza pubblica.

In cinque dei setti paesi oggetto di valutazione (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania e Polonia) l’inflazione misurata sull’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC) si attesta ben al di sopra del valore di riferimento (1,8 per cento), mentre si colloca su un livello inferiore nei restanti due paesi (Svezia e Croazia). Nel 2020 l’inflazione si dovrebbe ridurre nella maggior parte dei paesi considerati, per effetto soprattutto del brusco calo del prezzo delle materie prime, specie del petrolio.

Per creare un contesto favorevole alla stabilità  dei prezzi anche nei paesi analizzati, la BCE raccomanda l’adozione di misure di policy orientate alla stabilità , riforme strutturali e interventi volti a salvaguardare la stabilità  finanziaria.

Nel 2019 tutti i paesi esaminati, con l’eccezione della Romania[7], hanno evidenziato un disavanzo inferiore al valore di riferimento (3 per cento del PIL). Quattro paesi (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca e Svezia) hanno registrato, per contro, un avanzo primario nell’anno in questione. Nel 2020, per effetto della crisi economica innescata dalla pandemia di Covid 19, il rapporto tra il disavanzo e il PIL dovrebbe aumentare in tutti i paesi ad eccezione della Bulgaria dove salirebbe al 2,8 per cento, secondo le previsioni macroeconomiche di primavera 2020 della Commissione europea.

Con riferimento al criterio del debito, nel 2019 il rapporto tra il debito pubblico e il PIL è risultato inferiore al 50 per cento, mentre nella Repubblica Ceca, Romania e Svezia si è collocato tra il 30 e il 40 per cento e in Bulgaria di poco superiore al 20 per cento. Croazia e Ungheria sono gli unici paesi con un rapporto debito/PIL superiore al parametro del 60 per cento. Per il 2020, a seguito della pandemia, la Commissione prevede un incremento del rapporto in questione in tutti i paesi.

In prospettiva, indipendentemente dalle misure varate dai governi per fronteggiare la crisi economica e l’emergenza sanitaria, è fondamentale che i paesi sotto osservazione conseguano e/o preservino finanze pubbliche solide e sostenibili.

Quanto al criterio del tasso di cambio, nessuno dei paesi analizzati partecipa agli Accordi europei di cambio II (ERM II) al momento della pubblicazione del rapporto, ma le autorità  bulgare, a luglio 2018, e quelle croate, a luglio 2019, hanno manifestato l’intenzione di richiedere l’adesione agli Accordi. Nel periodo di riferimento considerato, la moneta bulgara, in regime di currency board nei confronti dell’euro, quella croata, a fluttuazione controllata nei confronti dell’euro, e quella rumena sono rimaste stabili. Le altre valute, quotate nell’ambito dei regimi flessibili, hanno mostrato invece una volatilità  elevata del cambio. Da marzo 2020, in coincidenza con l’emergere di tensioni nei mercati finanziari, le valute di tutti i paesi in esame, con l’eccezione della moneta bulgara, hanno subito spinte al ribasso.

Per quanto concerne la convergenza dei tassi d’interesse a lungo termine, soltanto la Romania ha registrato livelli superiori al valore di riferimento (2,9 per cento). I tassi di interesse più bassi sono stati rilevati in Bulgaria e in Svezia (rispettivamente, 0,3 e -0,1 per cento).

Indicazioni interessanti emergono anche dai dati risultanti dall’analisi degli “altri fattori rilevanti” presi in considerazione dalla BCE a fini valutativi.

Con riferimento alla posizione sull’estero, le medie a tre anni dei saldi delle partite correnti, in percentuale del PIL, hanno continuato a mostrare un avanzo nel 2018 e nel 2019 in quasi tutti i paesi analizzati, con l’eccezione della Polonia e della Romania che hanno registrato disavanzi (rispettivamente, -0,2 e -3,9 per cento nel 2019).

La posizione patrimoniale netta sull’estero si è mantenuta su livelli elevati in quasi tutti i paesi. Nel 2019 la soglia di riferimento (-35 per cento del PIL) è stata superata in quattro dei sette paesi considerati (Croazia, Ungheria, Polonia e Romania). Passività  nette estere più contenute sono state registrate dalla Repubblica Ceca (-20,7 per cento del PIL), mentre la Svezia ha fatto segnare una posizione patrimoniale netta sull’estero positiva (20,9 per cento del PIL).

Tra il 2016 e il 2019 i tassi di cambio effettivi reali deflazionati con lo IACP si sono apprezzati, in misura diversa, nella maggior parte dei paesi, con l’eccezione della Svezia, segnalando una perdita di competitività . Nell’analogo periodo il costo del lavoro per unità  di prodotto è aumentato e in quattro dei sette paesi esaminati (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania) ha superato la soglia indicativa (12 per cento). Nel quinquennio 2015-2019 le quote di mercato delle esportazioni sono aumentate significativamente in tutti paesi tranne che in Svezia (-5,3 per cento nel 2019).

In tutti i paesi esaminati, fatta eccezione per la Svezia, nel triennio 2017-2019 i prezzi delle abitazioni hanno continuato a crescere superando, in qualche caso, la soglia indicativa del 6 per cento nel 2019 (Croazia, 8,1 per cento; Ungheria, 10,8 per cento).

Si è osservato inoltre che l’indebitamento del settore privato è rimasto al di sotto della soglia indicativa (133 per cento del PIL) in tutti paesi tranne che in Svezia dove si è attestato a fine 2019 al 206,1 per cento del PIL.

L’indagine ha infine rilevato che nel periodo considerato il tasso medio di disoccupazione è diminuito nella maggior parte dei paesi e in tutti rimane al di sotto della soglia indicativa (10 per cento). La disoccupazione resta elevata in Croazia, anche se in discesa (dal 13,5 all’8,8 per cento). Nel 2019 tale indicatore si collocava su livelli molto bassi nella Repubblica Ceca (2,4 per cento), in Ungheria (3,8 per cento) e in Polonia (4,0 per cento).

Quanto allo stato della convergenza legale, l’analisi ha mostrato che nessuno dei paesi esaminati presenta un quadro giuridico che soddisfi pienamente tutti i requisiti per l’adozione dell’euro. In particolare, è emerso che:

  • le legislazioni di Bulgaria, Repubblica Ceca, Romania e Svezia non soddisfano tutti i requisiti relativi all’indipendenza della banca centrale, al divieto di finanziamento monetario[8] e all’integrazione nell’Eurosistema sul piano giuridico[9];
  • la legislazione croata non soddisfa tutti i requisiti concernenti l’indipendenza della banca centrale;
  • la legislazione ungherese non soddisfa tutti i requisiti riguardanti l’indipendenza della banca centrale, il divieto di finanziamento monetario, l’ortografia comune all’euro[10] e l’integrazione nell’Eurosistema sul piano giuridico;
  • la legislazione polacca non soddisfa tutti i requisiti relativi all’indipendenza della banca centrale, alla riservatezza, al divieto di finanziamento monetario e all’integrazione nell’Eurosistema sul piano giuridico.

In conclusione, l’analisi dei profili economici e giuridici ha posto in luce che, per la realizzazione di un contesto idoneo a favorire una convergenza sostenibile, in quasi tutti paesi esaminati sono in genere necessarie politiche economiche volte alla stabilità  e riforme strutturali di ampio respiro per rafforzare la crescita economica e la competitività  di prezzo e di costo.

 

Note:

[1] Il tasso d’inflazione non può essere maggiore di 1,5 punti percentuali rispetto al tasso dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità  dei prezzi. Per la determinazione del valore di riferimento è stata calcolata la media aritmetica semplice di Portogallo (0,2 per cento), Cipro (0,4 per cento) e Italia (0,4 per cento). Aggiungendo 1,5 punti percentuali al tasso medio risulta un valore di riferimento dell’1,8 per cento.

[2] Il disavanzo pubblico non può essere superiore al 3 per cento del PIL e il debito pubblico non può superare il 60 per cento del PIL, a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato.

[3] Il paese deve partecipare al meccanismo di cambio (ERM2) per almeno due anni senza che si verifichino deviazioni di rilievo rispetto alla parità  centrale dell’ERM2 e senza che la parità  centrale della sua valuta rispetto all’euro subisca svalutazioni nello stesso periodo.

[4] Il tasso d’interesse a lungo termine non dovrebbe essere maggiore di due punti percentuali rispetto al tasso dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità  dei prezzi.

[5] Il concetto di indipendenza della banca centrale include i seguenti tipi di indipendenza: i) indipendenza funzionale. La quale richiede che l’obiettivo primario di ogni banca centrale nazionale (BCN) sia fissato in maniera chiara e certa dal punto di vista giuridico e sia pienamente in linea con l’obiettivo primario della stabilità  dei prezzi; ii) indipendenza istituzionale. Il Trattato vieta alle BCN e ai membri dei rispettivi organi decisionali di sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni, dagli organi o dagli organismi dell’UE, dai governi degli Stati membri dell’Unione o da qualsiasi altro organismo; iii) indipendenza personale. Gli statuti delle BCN devono prevedere un termine minimo di cinque anni di permanenza in carica per i governatori; iv) indipendenza finanziaria. Le BCN devono disporre di risorse finanziarie sufficienti ad assolvere i propri compiti istituzionali.

[6] La Terza fase dell’UEM implica l’adozione dell’euro come valuta e l’attuazione della politica monetaria unica nei paesi membri dell’UE.

[7] Tra il 2017 e il 2019 il disavanzo della Romania è aumentato dal 2,6 al 4,3 per cento del PIL e ad aprile 2020 è stata aperta nei suoi confronti una procedura per i disavanzi eccessivi.

[8] L’art. 123, paragrafo 1, del TFUE proibisce la concessione di scoperti di conto corrente o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia da parte della BCE o da parte delle BCN a istituzioni, organi o organismi dell’UE, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri.

[9] La normativa nazionale deve essere adeguata al fine di garantirne la compatibilità  con il TFUE e lo Statuto in relazione ai compiti connessi all’Eurosistema.

[10] Il Regolamento (CE) n. 974/1998 sull’introduzione dell’euro chiarisce che la denominazione della moneta unica deve essere la stessa in tutte le lingue ufficiali dell’Unione, tenendo conto dell’esistenza dei diversi alfabeti.


Come citare questo articolo

Antonio Pezzuto, “Lo stato di convergenza economica e legale dei paesi che intendono aderire all’area dell’euro”, Magistra Banca e Finanza, 3 luglio 2020, ISSN 2039-7410, https://www.tidona.com/lo-stato-di-convergenza-economica-e-legale-dei-paesi-che-intendono-aderire-allarea-delleuro/.

Attribuzione della fonte

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