Di Antonio Pezzuto, ex Dirigente della Banca d’Italia
Dalla lettura delle ultime Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia e degli approfondimenti contenuti nella Relazione annuale si ricava l’impressione che lo stato di salute delle banche italiane sia migliorato nel 2018, nonostante l’inversione del ciclo congiunturale nello scorcio dell’anno[1].
Alla fine del 2018 erano attive in Italia 100 banche incluse in 58 gruppi bancari, 379 banche non appartenenti a gruppi e 78 filiali di banche estere.
Nel primo trimestre del 2019 si è concluso il processo di riforma del settore del credito cooperativo, che ha visto la nascita di due gruppi bancari[2]: ICCREA e Cassa Centrale Banca, ai quali hanno aderito rispettivamente 183 e 84 banche di credito cooperativo.
Le 39 banche Raiffeisen dell’Alto Adige che non hanno aderito ad alcuno dei due gruppi hanno optato per la costituzione di un sistema di protezione istituzionale (institutional protection scheme, INS), il quale prevede il sostegno patrimoniale e di liquidità tra le banche aderenti, nonché il riconoscimento di taluni benefici regolamentari[3].
È proseguita nel corso del 2018 la riorganizzazione della presenza territoriale attraverso la riduzione del numero degli sportelli e dei dipendenti, con conseguente diminuzione dei costi operativi. Tra il 2008 e il 2018 il numero di sportelli operativi è sceso di un quarto (da 34.036 a 25.404)[4] e quello degli addetti di poco meno di un quinto (da 330.512 a 278.233). A seguito della razionalizzazione della rete distributiva, il numero medio di abitanti per sportello è aumentato del 30 per cento rispetto al 2008 e supera attualmente le 2.200 unità , un valore più elevato di quello della Francia e della Spagna (circa 1.700), ma inferiore a quello tedesco (quasi 2800).
Nel 2018 i prestiti erogati alla clientela sono cresciuti dell’1,8 per cento, dall’1,4 del 2017. Seppure ancora contenuto, il tasso di crescita è stato il più elevato dall’avvio della crisi dei debiti sovrani. Nella seconda parte dell’anno la crescita è stata meno sostenuta a causa sia di un lieve peggioramento delle condizioni di accesso al credito sia di un indebolimento della domanda di finanziamenti da parte delle imprese.
La crescita del credito alle famiglie (3,2 per cento) è stata sostenuta dai bassi tassi d’interesse e dal positivo andamento del mercato immobiliare. I prestiti alle imprese hanno registrato un’accelerazione (1,1 per cento a fronte dello 0,2 del 2017), con picchi del 2 per cento a metà anno. Nei primi tre mesi del 2019 i finanziamenti alle imprese si sono ridotti, in conseguenza sia di un irrigidimento delle condizioni di accesso al credito sia di una minore domanda di credito bancario.
Progressi si sono registrati anche sul fronte della qualità del credito. Il flusso di nuovi prestiti deteriorati in rapporto al totale dei crediti (o tasso di deterioramento dei finanziamenti) si è attestato a fine 2018 all’1,6 per cento, un valore inferiore a quelli riscontrati prima della crisi finanziaria globale; nel primo trimestre del 2019 è sceso ulteriormente, collocandosi all’1,3 per cento.
Lo stock dei crediti deteriorati (non performing loans, NPL) si è ridotto in misura significativa, in seguito a rilevanti operazioni di cessione (55 miliardi). Le consistenze al netto delle rettifiche di valore sono scese a 90 miliardi, da 140 dell’anno precedente; la loro incidenza sul totale dei crediti è diminuita dal 6,1 al 4,3 per cento. Le sofferenze nette, pari a 35 miliardi, rappresentavano l’1,7 per cento dei finanziamenti erogati.
Il tasso di copertura (coverage ratio), misurato dal rapporto tra le rettifiche di valore e l’ammontare delle esposizioni deteriorate lorde, ha raggiunto il 52,7 per cento alla fine del 2018, un valore superiore di 6 punti percentuali a quello medio delle maggiori banche dell’area dell’euro. Quello delle sofferenze è cresciuto di quasi 3 punti percentuali, al 65,4 per cento[5].
La Relazione annuale ricorda che nel corso del 2018 e nei primi mesi del 2019 sono state intraprese iniziative normative e di vigilanza in materia di gestione dei NPL delle banche europee. In luglio la BCE ha reso noti i criteri con i quali valuterà l’adeguatezza degli accantonamenti prudenziali operati dalle banche significative sulle consistenze dei crediti deteriorati, con l’obiettivo di allineare nel medio periodo i livelli di copertura a quelli già stabiliti per i crediti divenuti inesigibili dal 1° aprile 2018. Nell’ambito dei lavori di revisione del regolamento sui requisiti di capitale è stata introdotta la norma che prevede per tutte le banche europee l’obbligo di svalutare integralmente i nuovi crediti deteriorati non assistiti da garanzie, quelli garantiti da beni non immobili e quelle garantiti da immobili in tre, sette e nove anni rispettivamente. Queste misure avranno presumibilmente un impatto maggiore in quei paesi, come l’Italia, dovei tempi di recupero sono mediamente più lunghi.
Nel 2018 la raccolta complessiva è aumentata dell’1,4 per cento (0,4 nel 2017). La provvista all’ingrosso, che alla fine dell’anno rappresentava quasi un quarto del totale, è cresciuta del 10,6 per cento. L’incremento è dovuto in via prevalente all’aumento delle passività nette verso controparti centrali e, per la quota residua, alla crescita dei depositi detenuti dalle banche estere.
La raccolta obbligazionaria wholesale ha invece registrato un calo del 3,2 per cento, per il manifestarsi di tensioni nel mercato dei titoli di Stato che hanno limitato le emissioni sui mercati internazionali. La raccolta al dettaglio si è lievemente ridotta (-0,8 per cento), commisurandosi alla fine dell’anno a circa due terzi della provvista complessiva.
Il costo medio della raccolta è sceso al minimo storico dello 0,19 per cento. La flessione è riconducibile in parte alla ricomposizione della raccolta verso fonti di provvista meno costose (depositi della clientela e finanziamenti sul mercato interbancario) e in parte alla riduzione dei costi delle diverse componenti della raccolta bancaria.
Nell’anno in riferimento la redditività ha mostrato segnali di miglioramento, principalmente per effetto della riduzione delle rettifiche di valore su crediti e dei costi operativi. Nel 2018 il rendimento del capitale (return on equity, ROE)[6] delle banche e dei gruppi bancari, al netto delle componenti straordinarie, è salito al 5,7 per cento, dal 4,1 del 2017. Il ROE delle maggiori banche è risultato di poco inferiore a quello dei principali intermediari europei, mentre quello delle banche di credito cooperativo, pur aumentando significativamente (dall’1,1 al 3,7 per cento), si colloca ancora su livelli molto bassi.
Come dinanzi accennato, i fattori che hanno contribuito maggiormente al miglioramento della redditività sono stati:
- la flessione delle rettifiche per deterioramento di crediti (-33 per cento), che ha portato il costo medio del rischio (rapporto tra rettifiche e ammontare medio dei crediti) al livello più basso dell’ultimo decennio (0,7 per cento);
- il contenimento dei costi operativi (-3,9 per cento), indotto dalla marcata flessione degli oneri per il personale (-7,6 per cento). Alla fine del 2018 l’incidenza dei costi di struttura sul margine d’intermediazione (cost income ratio) era scesa di 3 punti percentuali rispetto al 2017, al 66,2 per cento per il sistema bancario nel suo complesso e al 64,2 per le banche significative, cioè per le banche vigilate direttamente dalla BCE.
La riclassificazione del conto economico in forma verticale consente inoltre di rilevare che nel confronto con il 2017: i) il margine d’interesse, pur aumentando del 5,5 per cento a seguito della crescita dei volumi intermediati, rimane inferiore del 13,1 per cento rispetto al valore del 2011; ii) il margine d’intermediazione è rimasto sostanzialmente invariato (0,6 per cento); iii) le commissioni nette sono aumentate dell’1,5 per cento; iv) gli utili da negoziazione e da cessione di attività finanziarie sono diminuite del 4,1 per cento.
Alla fine del 2018 il capitale di qualità primaria (common equity tier 1, CET1) si attestava al 13,3 per cento del totale delle attività ponderate per il rischio (risk weighted assets, RWA), in discesa di circa 50 punti base rispetto al 2017. Il gap esistente tra il CET1 ratio medio dei principali intermediari europei e quello delle banche significative italiane si è ampliato di 0,4 punti percentuali (dall’1,6 al 2 per cento). La flessione del CET1 ratio appare ascrivibile principalmente alla riduzione dei corsi dei titoli di Stato contabilizzati nei portafogli valutati al fair value (valore equo).
Il coefficiente patrimoniale complessivo del sistema bancario italiano si collocava alla data di riferimento al 16,2 per cento (16,8 nel 2017), risultando inferiore di oltre un punto e mezzo a quello medio europeo (17,8 per cento nel terzo trimestre del 2018).
Il sistema bancario italiano mostra tuttavia un ritardo nello sviluppo dei canali digitali nell’intermediazione finanziaria; il ritardo nell’affrontare le sfide legate al progresso tecnologico rischia di determinare una progressiva erosione delle quote di mercato a vantaggio delle aziende fintech. Secondo indagini della Banca d’Italia, la metà delle banche italiane non ha ancora avviato né sta pianificando, ad esempio, la sperimentazione di nuovi strumenti per la valutazione del merito di credito della clientela. Le risorse dedicate a questi progetti sono relativamente contenute e concentrate presso gli intermediari più grandi. E invece l’uso della tecnologia digitale per offrire servizi personalizzati e con maggiore valore aggiunto – si legge nelle Considerazioni finali – può produrre benefici tangibili in termini di contenimento dei costi, ampliamento dell’offerta di servizi, miglioramento della redditività aziendale.
I progressi realizzati negli ultimi anni nella qualità dell’attivo, nella redditività e nel patrimonio rischiano di essere annullati dal peggioramento del quadro macroeconomico. Di qui l’esortazione del Governatore alle banche italiane, in ispecie alle banche popolari classificate come meno significative a fini di vigilanza, a intensificare gli sforzi volti ad abbassare il rapporto tra costi e ricavi, a migliorare il rendimento di capitale e a ridurre la consistenza dei crediti deteriorati, non trascurando al contempo la ricerca di forme di stretta cooperazione o aggregazioni che consentano di competere con efficacia sul mercato.
NOTE:
[1] Nel corso del 2018 l’espansione dell’economia italiana si è progressivamente indebolita, arrestandosi negli ultimi trimestri dell’anno. Vi hanno contribuito sia il rallentamento delle vendite all’estero sia l’indebolimento della domanda nazionale. Nel primo trimestre del 2019 la crescita del PIL è tornata in territorio positivo.
[2] La riforma del comparto, varata con la legge 49/2016, risponde all’esigenza di rafforzare la solidità complessiva della categoria delle banche di credito cooperativo, mantenendone le caratteristiche mutualistiche. I nuovi gruppi dovranno mirare a conciliare i benefici della vicinanza e della conoscenza che le singole banche hanno del territorio in cui sono radicate con l’efficace sfruttamento delle sinergie di costo, in guisa da accrescere la redditività e la capacità di fare ricorso al mercato quando necessario.
[3] L’IPS è definito dall’art. 113, paragrafo 7, del CRR (Capital Requirements Regulation) come “un accordo di responsabilità contrattuale o previsto dalla legge che tutela gli enti partecipanti e, in particolare, garantisce che abbiano liquidità e solvibilità sufficienti a evitare il fallimento, ove necessario”. In altri termini, un IPS è un meccanismo di solidarietà tra istituti di credito che non implica necessariamente la costituzione di un gruppo bancario. I partecipanti all’IPS mantengono infatti l’autonomia giuridica e sono vigilati dalle autorità nazionali competenti o dalla BCE. Organismi della specie sono stati costituiti in Austria, Germania e Spagna. A fine 2015, circa la metà delle che dell’area dell’euro aderiva a un IPS. Per maggiori ragguagli sull’argomento cfr. Giacché W., La riforma del credito cooperativo: riflessioni e valutazioni di scenari alternativi, Centro Europa Ricerche (CER).
[4] Al 31.12.2018 le banche costituite sotto forma di S.p.A. possedevano oltre 19.400 sportelli operativi, il 77 per cento del totale nazionale, seguite dalle banche di credito cooperativo e dalle banche popolari con 4.235 e 1.559 punti vendita (rispettivamente il 16 e il 6 per cento del totale).
[5] All’aumento dell’indicatore ha concorso l’entrata in vigore del principio contabile IFRS 9, che richiede tra l’altro di incorporare le possibili previsioni di vendita nel calcolo degli accantonamenti.
[6] Anche se il ROE è l’indicatore più utilizzato per misurare la redditività di una banca, va detto che esso non è immune da limiti che possono ridurne la significatività . Tra i limiti del ROE rilevano i seguenti: è un indicatore poco sensibile al rischio; ha un orizzonte temporale di breve periodo; è influenzato dalle stime degli accantonamenti e dalle rettifiche di valore; riflette i proventi di natura straordinaria e il carico impositivo dell’esercizio.
Antonio Pezzuto, “Lo stato di salute delle banche italiane nelle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia”, Magistra Banca e Finanza, 5 giugno 2019, ISSN 2039-7410, https://www.tidona.com/lo-stato-di-salute-delle-banche-italiane-nelle-considerazioni-finali-del-governatore-della-banca-ditalia/.
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