Lo stato di salute delle banche italiane nelle valutazioni dell’Organo di vigilanza

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Di Antonio Pezzuto, ex Dirigente della Banca d’Italia

 

Le Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia e la Relazione annuale forniscono, come di consueto, indicazioni utili sullo stato di salute, attuale e prospettico, delle banche italiane.

Dalla lettura dei suddetti documenti relativi al 2020, si ricava l’impressione che nel complesso le banche italiane abbiano mostrato una buona capacità  di tenuta, nonostante la contrazione dell’attività  economica[1] provocata dalla diffusione della pandemia.

Alla fine dello scorso anno il sistema bancario italiano era composto da 59 gruppi (55 nel 2019), 90 banche individuali e 81 filiali di banche estere. Alle banche significative, ossia gli intermediari vigilati direttamente dalla BCE, era riconducibile circa l’80 per cento delle attività  complessive del sistema.

È proseguito nel corso del 2020 il processo di riorganizzazione della presenza territoriale attraverso la riduzione del numero dei dipendenti (-2,3 per cento) e degli sportelli (-3,2 per cento). Tra il 2008 e il 2020 gli sportelli si sono ridotti di circa un terzo. Conseguentemente, il numero medio di abitanti per sportello è salito a circa 2.500, un valore più elevato di quelli di Francia e Spagna (poco meno di 2.000), ma inferiore a quello tedesco (circa 3.100). La razionalizzazione della rete distributiva ha riguardato soprattutto i gruppi significativi diversi da quelli cooperativi.

Nel 2020 i prestiti erogati alla clientela ordinaria sono aumentati del 4,1 per cento, il valore più elevato dallo scoppio della crisi finanziaria globale del 2008. La minore crescita dei prestiti alle famiglie, attribuibile al credito al consumo diminuito dello 0,6 per cento rispetto all’incremento dell’8,5 nel 2019[2], è stata più che compensata da un’accelerazione dei finanziamenti alle imprese (8,4 per cento, rispetto al calo dell’1,8 nel 2019), indotta dall’esigenza di ampliare il fabbisogno di liquidità  connesso con il calo dei flussi di cassa e dalla maggiore propensione, soprattutto per le imprese di minore dimensione, ad accumulare risorse liquide a scopi precauzionali[3].

La raccolta bancaria è aumentata del 12,2 per cento – la variazione più elevata dalla crisi finanziaria del 2008 – a seguito dell’espansione dei depositi dei residenti e delle passività  verso l’Eurosistema.

La raccolta al dettaglio è aumentata del 9,5 per cento, in virtù del cospicuo afflusso di depositi dai residenti, di cui oltre la metà  proveniente dalle imprese. I depositi delle famiglie sono cresciuti del 6,7 per cento, principalmente per effetto della riduzione dei consumi e dell’aumentata propensione dei nuclei familiari al risparmio.

Progressi si sono registrati sul fronte della qualità  del credito. Il flusso di nuovi prestiti deteriorati in rapporto al totale del credito erogato si è lievemente ridotto rispetto al 2019, all’1,1 per cento, nonostante il peggioramento del quadro congiunturale. Il risultato è stato influenzato dalle moratorie sui pagamenti introdotte dalla legge[4], dalle misure di sostegno ai redditi delle famiglie e all’attività  di impresa e dalle flessibilità  concesse nella classificazione dei finanziamenti[5].

A partire dall’ultimo trimestre del 2020 il tasso di deterioramento è salito all’1,1 per cento del primo trimestre del 2021, dallo 0,9 per cento del terzo trimestre del 2020.

Il tasso di copertura (coverage ratio), ossia il rapporto tra le rettifiche di valore su crediti e la consistenza dei prestiti deteriorati (non performing loans, NPL), è diminuito di 1,2 punti percentuali (dal 52,4 al 51,2 per cento), a seguito della cessione di crediti deteriorati già  ampiamente svalutati.

Il volume dei crediti deteriorati è diminuito rispetto al 2019, sia per il valore ridotto dei flussi di ingresso sia per le rilevanti operazioni di cessione realizzate nell’anno (33 miliardi)[6]. Alla fine del 2020 i crediti deteriorati al netto delle rettifiche di valore ammontavano a 51 miliardi, con una riduzione del 28 per cento in confronto al 2019; la loro incidenza sul totale dei crediti è scesa di un punto percentuale (dal 3,1 al 2,2 per cento). Per le maggiori banche, quelle classificate come significative, il differenziale di NPL ratio si è ridotto considerevolmente rispetto al resto delle banche vigilate direttamente dalla BCE: alla fine del 2020, infatti, l’incidenza media dei prestiti deteriorati era pari al 2 per cento, a fronte dell’1,5 per cento per le banche sottoposte alla Vigilanza della BCE.

Le inadempienze probabili, diminuite di 11,8 miliardi, rappresentavano il 51,0 per cento dei crediti deteriorati lordi (44,1 per cento nel 2019) e il 2,3 per cento del totale dei crediti (3 per cento nel 2019).

Segnali di deterioramento della qualità  del credito provengono, tuttavia, dall’andamento dei prestiti in bonis erogati a debitori per i quali è stato rilevato un aumento significativo del rischio di credito, che a marzo 2021 avevano raggiunto il 10,3 per cento del totale, a fronte dell’8,7 per cento della fine del 2019[7].

Vi sono buoni motivi per essere cautamente ottimisti sulle prospettive del rischio di credito, se la ripresa proseguirà  a ritmi sostenuti. Ancorché era prevedibile un aumento degli NPL nei prossimi due anni, esso dovrebbe essere inferiore a quello registrato in seguito alla crisi finanziaria del 2008 e alla crisi del debito sovrano, per diverse ragioni[8]. Anzitutto, le due precedenti crisi sono state seguite da una lenta e incerta ripresa, mentre ora è prevista una crescita del prodotto più robusta, grazie anche alle misure varate dal Governo a sostegno delle famiglie e delle imprese. In secondo luogo, le crisi pregresse hanno provocato l’uscita dal mercato di imprese marginali, lasciando in attività  operatori più solidi, con una leva finanziaria più bassa che in passato. In terzo luogo, le cessioni di crediti deteriorati sono ora ben più sviluppate rispetto a qualche anno fa. In quarto luogo, le banche hanno adottato criteri selettivi della clientela più rigorosi negli ultimi anni. Infine, nel periodo più recente sono stati realizzati rilevanti progressi in termini di efficienza delle procedure giudiziali di recupero dei crediti.

Al 31 dicembre 2020 il capitale di migliore qualità  (common equity tier 1, CET 1) delle banche italiane era pari al 15,5 per cento delle attività  di rischio ponderate (risk wighted assets, RWA), 1,5 punti percentuali in più rispetto a fine 2019. Nel primo trimestre di quest’anno il CET1 ratio è rimasto sostanzialmente stabile.

Il miglioramento, che ha interessato tanto le banche significative quanto quelle meno significative, è dovuto principalmente alla flessione delle RWA[9] e, in minor misura, all’incremento del capitale di primaria qualità [10].

Il coefficiente patrimoniale complessivo si attestava alla fine del 2020 al 19,2 per cento, due punti percentuali in più rispetto al 2019.

Nell’anno la redditività  delle banche italiane si è ridotta considerevolmente: il rendimento del capitale e delle riserve (return on equity, ROE), al netto delle componenti straordinarie, è sceso dal 5 all’1,9 per cento, in ragione soprattutto dell’aumento delle rettifiche di valore su crediti (da 12,6 a 16,9 miliardi), dovuto all’incremento delle perdite attese. Nel primo trimestre del corrente anno il ROE è salito al 9 per cento: l’aumento riflette sia i maggiori profitti dell’attività  d’intermediazione, derivanti dal marcato calo dei premi al rischio sui titoli di Stato, sia la riduzione delle rettifiche di valore su crediti.

Per i gruppi significativi il ROE si è ridotto dal 4,9 all’1,4 per cento; per le banche meno significative il ROE si è più che dimezzato, scendendo al 3,1 per cento.

I costi operativi sono aumentati del 3,3 per cento, principalmente a causa di oneri non ricorrenti per il personale legati all’interruzione anticipata del rapporto di lavoro di dipendenti dei maggiori gruppi, in relazione al perfezionamento di operazioni di ristrutturazione.

Il cost income ratio, dato dal rapporto tra i costi operativi e il margine d’intermediazione, è aumentato dal 65,5 al 71,3 per cento.

La riclassificazione del conto economico in forma verticale consente inoltre di rilevare che nel confronto con il 2019:

  • il margine d’interesse è diminuito del 3,3 per cento (da 40,0 a 38,7 miliardi);
  • il margine d’intermediazione si è ridotto del 5,1 per cento (da 82,3 a 78,1 miliardi);
  • gli accantonamenti e le rettifiche di valore sono aumentati del 57,2 per cento (da14,4 a 22,6 miliardi).

Le prospettive di un ritorno della redditività  sui livelli del 2018 appaiono confortanti: il ROE atteso per il 2021 dovrebbe infatti raggiungere il 4,6 per cento per le banche quotate.

Il futuro delle banche italiane, soprattutto per quelle di minori dimensioni, alcune delle quali stentano ad adeguarsi al mutamento del contesto esterno, appare incerto. Nei prossimi anni gli intermediari saranno impegnati su più fronti, tutti molto impegnativi: gestire la transizione verso una nuova normalità  dopo la pandemia, rivedere i modelli di attività  per renderli più sostenibili e adeguati ai profondi cambiamenti in atto, fronteggiare i rischi finanziari indotti dal mutamento climatico[11].

 

Note:

[1] Nel 2020 il PIL si è ridotto dell’8,9 per cento, il calo più pesante dalla seconda guerra mondiale.

[2] Nei primi tre mesi del 2021 il credito al consumo è tornato a crescere, sebbene in misura contenuta (0,3 per cento in ragione d’anno).

[3] L’espansione dei finanziamenti alle imprese è stata sostenuta dai programmi di garanzie pubbliche sui prestiti varati dal Governo in risposta all’emergenza pandemica. Tra marzo 2020 e marzo 2021 le banche italiane hanno erogato prestiti assistiti dalla garanzia dello Stato per 157 miliardi di euro, pari al 17,7 per cento dei finanziamenti alle imprese in essere alla fine del periodo e a circa un terzo di quelli erogati nell’anno.

[4] Con il DL 73/2021 (c.d. decreto “Sostegni bis”), convertito, con modificazioni, nella legge 106/2021, le moratorie ex lege con scadenza al 30 giugno sono state prorogate fino a dicembre 2021, per la sola quota capitale e su richiesta dei debitori.

[5] Le autorità  di vigilanza e di regolamentazione hanno chiarito che l’adesione di un debitore a moratorie e il ricorso a garanzie pubbliche non comportano necessariamente la riclassificazione dei crediti tra quelli oggetto di concessione (forborne exposures) o tra quelli deteriorati. Inoltre l’accesso alle moratorie non determina di per sé un incremento significativo del rischio di credito a fini contabili (ossia il passaggio dallo stadio 1 a allo stadio 2 della classificazione previsti dallo standard contabile internazionale IFRS9). Cfr. Banca d’Italia, Rapporto sulla stabilità  finanziaria, n. 1/2020.

[6] L’aumento delle cessioni di crediti inesigibili è dovuto anche all’incentivo introdotto dal decreto legge 18/2020 (c.d. decreto “Cura Italia”, che ha consentito di convertire parte delle imposte anticipate in crediti d’imposta.

[7] Visco I., Intervento del Governatore della Banca d’Italia all’assemblea dell’ABI, Roma, 6.7.2021.

[8] Angelini P., Corso su NPE: assetti normativi, regolamentari e approcci operativi, Luiss School of Law, 16.6.2021.

[9] Alla riduzione delle RWA hanno concorso principalmente l’attuazione del programma di garanzie pubbliche e la ricomposizione delle attività  di alcuni maggiori gruppi verso esposizioni meno rischiose.

[10] L’incremento del capitale ha beneficiato soprattutto degli effetti della raccomandazione delle autorità  di vigilanza di soprassedere alla distribuzione degli utili conseguiti nel 2019 e nel 2020. Il 23 luglio 2021 la BCE ha deciso di non estendere oltre settembre 2021 tale raccomandazione.

[11] Visco I., Intervento del Governatore della Banca d’Italia all’Assemblea dell’ABI, op. cit.


Come citare questo articolo

Antonio Pezzuto, “Lo stato di salute delle banche italiane nelle valutazioni dell’Organo di vigilanza”, Magistra Banca e Finanza, 21 settembre 2021, ISSN 2039-7410, https://www.tidona.com/lo-stato-di-salute-delle-banche-italiane-nelle-valutazioni-dellorgano-di-vigilanza/.

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