Ritorno del protezionismo ed effetti sull’economia internazionale

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Di Antonio Pezzuto, ex Dirigente della Banca d’Italia


La storia economica è ricca di episodi di guerriglia economica che, a partire dal diciannovesimo secolo, si sono susseguiti ciclicamente fino ai giorni nostri. Basta pensare alla c.d. “guerra delle tariffe” scoppiata tra Italia e Francia negli anni 1888-1892 che produsse una forte riduzione dei flussi commerciali tra i due paesi e quella che ebbe luogo nel 1930 con l’approvazione negli Stati Uniti dello Smoot-Hawley Tariff Act che, imponendo dazi elevati su un ampio ventaglio di beni, provocò il crollo del commercio internazionale e la caduta del PIL mondiale.

Con la progressiva apertura dei mercati alla libera circolazione di merci e capitali all’indomani del secondo dopoguerra, si è fatta strada nella comunità  internazionale la convinzione che misure protezionistiche generalizzate fossero controproducenti e che i dazi dovessero scomparire nelle relazioni commerciali. Una decisa spinta in questa direzione fu impressa dalla nascita di organizzazioni internazionali per il commercio, come il World Trade Organization (WTO) il cui obiettivo principale è quello di favorire l’ordinato svolgimento di scambi commerciali attraverso un insieme di regole condivise.

Questo sistema di accordi e impegni reciproci tra paesi, che ha contribuito per decenni alla crescita del commercio internazionale, è oggi messo in pericolo dalla decisione dell’amministrazione Trump, che replica quella del primo mandato, di imporre dazi aggiuntivi nei confronti della Cina e di molti altri paesi, facendo riemergere il forte rischio di un ritorno al protezionismo su scala globale.

Secondo la teoria economica[1], il costo del dazio viene trasferito al consumatore nella maggior parte dei casi. Per esempio, se un bene costa 10 dollari ed è gravato da un dazio del 20 per cento, il prezzo finale sale a 12 dollari. E poiché un aumento del prezzo riduce le vendite, potrebbe accadere che il produttore decida di ridurre il suo margine di profitto In tal modo, il consumatore pagherà  un prezzo leggermente più alto e il produttore si accontenterà  di un profitto minore.

Inoltre, nell’ipotesi in cui i dazi blocchino le esportazioni verso gli Stati Uniti, l’effetto sui consumatori americani sarebbe ancora più grave, poiché sarebbero indotti ad acquistare prodotti domestici, che potrebbero essere più costosi in quanto i produttori locali non sarebbero più esposti alla concorrenza dall’estero.

L’imposizione di dazi commerciali avrebbe, in conclusione, l’effetto di determinare una crescita dei prezzi interni, poiché i consumatori americani sostituirebbero beni importati con beni locali; non appare pertanto condivisibile l’affermazione di Trump secondo cui i dazi riducono i prezzi, facendo pagare agli importatori i costi.

Il corollario di quanto dianzi detto è che in un mondo globalizzato e fortemente interconnesso politiche protezionistiche generalizzate non arrecano benefici. L’utilizzo dei dazi appare giustificato solo al verificarsi di determinate circostanze: per esempio, per proteggere un’industria nascente oppure quando si è in presenza di distorsioni concorrenziali[2]. Anche in questo caso, le misure protezionistiche comportano, tuttavia, dei costi. Per esempio, se si vuole sostenere il settore dell’acciaio, si penalizzano i settori che utilizzano questa materia prima, come l’industria automobilistica e quella delle costruzioni.

Più in generale, il protezionismo non appare una soluzione ottimale per proteggere le industrie locali dalla concorrenza estera e incentivare la produzione interna, poiché tende a generare una risposta simmetrica da parte di altri paesi e può essere eluso trasferendo la produzione ai paesi non soggetti a dazi commerciali[3].

Il 1° febbraio 2025, appena insediato alla Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’intenzione di introdurre dazi aggiuntivi del 25 per cento sulle importazioni provenienti da Messico e Canada e del 10 per cento su tutti i prodotti importati dalla Cina, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA)[4] che gli conferisce ampi poteri in materia di politica commerciale. A quanto risulta, tale decisione sarebbe motivata dalla duplice esigenza di limitare il traffico di fentanyl (oppioide sintetico) e di contrastare l’afflusso di migranti illegali.

Le misure verso Canada e Messico – partner commerciali a cui gli Stati Uniti sono legati dall’accordo USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement) – sono state sospese per un mese, dopo l’impegno assunto dai governi dei due paesi a rafforzare i controlli alle frontiere richiesti dall’amministrazione Trump.

I dazi sugli acquisti dalla Cina sono entrati in vigore il 4 febbraio, provocando la rabbiosa reazione delle autorità  cinesi che, ripercorrendo una strategia già  seguita nel 2018, hanno avviato indagini nei confronti delle Big Tech (Google, Intel e Nvidia) per aver violato la normativa sulla concorrenza, introdotto quote sulle esportazioni di materie prime critiche, applicato dazi, tra il 10 e il 15 per cento, sulle importazioni di gas naturale liquefatto, carbone, petrolio, attrezzature agricole e autovetture[5].

E’ bene ricordare che Messico e Canada sono, rispettivamente, il primo e il secondo partner commerciale degli Stati Uniti: nel 2023 le importazioni dal Messico rappresentavano il 15 per cento del totale delle importazioni statunitensi, quelle del Canada il 14 per cento. Anche per il Canada e il Messico, gli Stati Uniti sono un partner importante, essendo il principale mercato di sbocco delle loro merci (80 per cento dell’export totale)[6].

La quota delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti è più contenuta, rappresentando il 13,2 per cento di tutte le esportazioni della Cina e il 14,1 per cento delle importazioni totali statunitensi. Rispetto al più recente passato, la Cina è oggi meno dipendente dagli Stati Uniti cosicché nuovi dazi potrebbero avere un impatto più morbido.

Con l’executive order del 10 febbraio scorso, l’amministrazione Trump ha annunciato l’imposizione erga omnes, cioè nei confronti di qualsiasi paese, di dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti, a partire dal prossimo 12 marzo. In risposta a tale decisione, la Commissione europea ha annunciato che, dopo accurate valutazioni, la reazione dell’Unione sarà  “ferma e proporzionata” per salvaguardare i lavoratori, le imprese e i consumatori[7].

La politica protezionistica di Trump è la riproposizione di quella adottata nel suo primo mandato (2016-2020), nel corso del quale le entrate doganali avevano raggiunto nell’ultimo trimestre del 2019 il picco di 85,4 miliardi di dollari. Durante la presidenza di Biden la situazione non è sostanzialmente cambiata: le entrate doganali sono infatti aumentate ulteriormente toccando nel secondo semestre del 2022 un nuovo massimo, 109 miliardi di dollari.

Occorre inoltre ricordare che Trump non è il primo presidente, e non sarà  certamente l’ultimo, ad aver introdotto tariffe doganali. In passato, George W. Bush applicò un dazio sull’acciaio, compreso tra l’8 e il 15 per cento, e Obama introdusse un dazio sull’acciaio importato dalla Cina. Più recentemente, Biden non solo ha mantenuto i dazi introdotti da Trump nel primo mandato, ma in qualche caso li ha pure aumentati (100 per cento sulle autovetture elettriche cinesi).

Una stima dell’impatto che i dazi americani avranno sull’economia nazionale appare un esercizio prematuro, privo di qualsiasi utilità . Si può comunque affermare fin d’ora, sulla base di lavori empirici basati sull’esperienza della prima amministrazione Trump, che i dazi[8]:

  • hanno un effetto sostanzialmente nullo sul saldo commerciale, poiché il saldo è determinato dai livelli di risparmio e investimento;
  • sono una tassa, pagata dagli importatori, che si scarica su famiglie e imprese americane, in termini di aumento dei prezzi al consumo e dei costi di produzione, rispettivamente;
  • hanno un impatto negativo sul PIL americano, impatto che si amplia nel lungo termine, perché la minore concorrenza internazionale e la sopravvivenza di imprese meno efficienti riducono la crescita economica potenziale.

Quali saranno gli effetti dei dazi americani sull’economia europea? L’UE e gli Stati Uniti rappresentano insieme quasi il 30 per cento del commercio internazionale di beni e servizi e il 43 per cento del PIL mondiale. Nel 2023 gli Stati Uniti sono stati il principale mercato di sbocco per le esportazioni dell’Unione (19,7 per cento del totale delle merci esportate), seguiti da Regno Unito (13,1) e Cina (8,8). Dal lato delle importazioni, invece, la situazione è diversa: la Cina è il primo fornitore dell’UE (20,5 per cento del totale delle merci importate), mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto (13,7).

L’esposizione al commercio con gli Stati Uniti è però molto eterogenea tra i paesi europei[9]. Nel 2023 la Germania è stata il principale esportatore negli Stati Uniti tra i paesi europei, con un valore di merci pari a 157, 7 miliardi di euro (22,1 per cento dell’export extra UE), seguita dall’Italia con 67,3 miliardi di euro (22,2 per cento del commercio extra-UE).

Si è stimato che dazi del 10 per cento sulle esportazioni dei paesi aderenti all’area dell’euro potrebbero ridurne il volume totale del 20 per cento, con una perdita annua di 90 miliardi di dollari. Seguirebbero effetti sulle catene di approvvigionamento, con perdite di posti di lavoro di oltre 250 mila unità  nei settori più colpiti (automotive, farmaceutica e macchinari). Oltre a ciò, si teme una riduzione degli investimenti settoriali dell’1,5-2,5 per cento nel primo anno[10]. La contrazione delle esportazioni e degli investimenti determinerebbe una flessione del PIL europeo di circa 45 miliardi di dollari all’anno, pari allo 0,3 per cento del totale, a tasso di cambio euro-dollaro invariato.

I dazi decisi dall’amministrazione Trump influenzerebbero anche l’inflazione europea. A tasso di cambio invariato, il calo delle esportazioni provocherebbe una riduzione dei livelli produttivi, con pressioni deflazionistiche. Si è stimato che una flessione del 10 per cento della domanda di esportazioni potrebbe ridurre i prezzi dei beni domestici di 0,1-0,2 punti percentuali nei settori più esposti[11].

E gli effetti sull’economia italiana? Tra il 2014 e il 2024 gli scambi commerciali con gli Stati Uniti sono aumentati sia dal lato dell’export sia da quello dell’import. Infatti, le esportazioni nazionali sono cresciute progressivamente fino a raggiungere nel 2023 un valore di 67,3 miliardi euro; le importazioni, anch’esse cresciute sebbene in misura inferiore, sono passate da 12,5 miliardi di euro nel 2014 a 25,2 miliardi di euro nel 2023. Conseguentemente, il saldo commerciale è risultato sempre positivo per l’Italia, con un valore di 42,1 miliardi di euro alla fine del 2023[12].

Secondo le stime della SVIMEZ[13], l’associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno, nell’ipotesi in cui venissero applicati dazi ai prodotti importati dall’Italia al 10 per cento, l’export si ridurrebbe di 2,8 miliardi, il PIL nazionale registrerebbe una contrazione di 1,9 miliardi di euro (-1,6 miliardi al Centro-Nord e -257 milioni al Sud) e i posti di lavoro in meno sarebbero pari a 27 mila unità , principalmente concentrati nelle regioni del Centro-Nord (-23 mila).

 

Effetto dazi su PIL e occupazione per macro-area

Macro-areeExport (mln di euro)PIL (mln euro)Occupazione (unità )
Italia-2.881 -1.898-26.790
Centro-Nord-2.492-1.641-23.168
Mezzogiorno-390-257-3.622

Fonte: SVIMEZ

L’impatto sull’economia italiana si accentuerebbe nell’ipotesi in cui l’amministrazione introducesse dazi al 20 per cento su tutti i beni importati. In questo caso, l’export diminuirebbe di 5,7 miliardi, la perdita di PIL raggiungerebbe i 3,8 miliardi (3,2 miliardi al Centro Nord e oltre -0,5 miliardi al Sud) e i posti di lavoro a rischio supererebbero le 53 mila unità  (-46 mila unità  nelle regioni centro-settentrionali e -7 mila nel Sud).

 

Effetto dazi su PIL e occupazione per macro-area

Macro-areeExport (mln di euro)PIL (mln euro)Occupazione (unità )
Italia-5.762-3.795-53.589
Centro-Nord-4.983-3.282-46.344
Mezzogiorno-779-513-7.245

Fonte: SVIMEZ

 

Qualora fossero introdotti dazi al 100 per cento per le autovetture e al 20 per cento per i restanti beni, le conseguenze sul piano economico per il nostro Paese, e per il Mezzogiorno in particolare, sarebbero molto più gravi rispetto a quanto emerso negli scenari precedenti: le esportazioni si ridurrebbero a livello nazionale di 8 miliardi, con una incidenza quasi doppia nel Sud (-1,4 miliardi), la perdita di PIL salirebbe a 5,4 miliardi (4,5 miliardi nel Centro-Nord e 0,9 miliardi nel Sud) e gli occupati diminuirebbero di oltre 76 mila unità  (-63 mila nel Centro-Nord e -13 mila nel Sud).

 

Effetto dazi su PIL e occupazione per macro-aree

Macro-areeExport (mln di euro)PIL (mln euro)Occupazione (unità )
Italia-8.074-5.435-76.258
Centro-Nord-6.638-4.468-62.692
Mezzogiorno-1.436-967-13.566

Fonte: SVIMEZ

 

Date le caratteristiche dell’export-import nazionale (scambi commerciali con un numero di paesi relativamente ristretto, concentrazione del commercio estero su beni ad alta sostituibilità , ecc.), appare sempre più necessario, in uno scenario contraddistinto dal rischio di crescenti tensioni commerciali a livello globale, “definire strategie di politica industriale che sostengano la diversificazione della composizione settoriale del tessuto produttivo e il rafforzamento dei processi di internazionalizzazione delle imprese, soprattutto nelle aree a maggior potenzialità  di crescita del Mezzogiorno”.[14]

Le argomentazioni sin qui svolte portano a concludere che in un’eventuale guerra commerciale gli Stati Uniti non ne uscirebbero perdenti[15]. Se il contrasto fosse solo con Canada e Messico, gli Stati Uniti ne uscirebbero con perdite, ma di entità  inferiore a quelle di Canada e Messico, in quanto il mercato americano è molto ampio e le esportazioni verso i due partner commerciali, come abbiano dianzi visto, sono una quota del PIL USA di molto inferiore alle quote di esportazioni di Canada e Messico verso gli Stati Uniti in rapporto al PIL di questi due paesi.

La situazione assumerebbe connotazioni diverse se gli Stati Uniti scatenassero una guerra commerciale contro una parte rilevante del resto del mondo (Cina, Unione Europea, Giappone, Sud-est asiatico e America Latina). In questo caso, gli Stati Uniti uscirebbero verosimilmente perdenti perché le esportazioni del resto del mondo verso gli USA sono solo il 5 per cento del Pil del resto del mondo.

 

Note:

[1] Tajoli L., Trump applicherà  davvero i dazi o sono solo minacce?, in www.renewablematter.eu, 28.1.2025.

[2] Galli G., I dazi di Trump: ingiustificati e controproducenti, in Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, 10.2.2025.

[3] Colpita dalle politiche tariffarie della precedente amministrazione Trump, la Cina ha spostato gran parte delle produzioni soggette a dazi in altri paesi, come Vietnam e Messico.

[4] L’IEEPA è una legge federale promulgata nel 1977 che conferisce al Presidente il potere di imporre barriere tariffarie, al fine di tutelare l’economia nazionale a fronte di condotte discriminatorie attuate da altri paesi, di minacce alla sicurezza nazionale, di condotte commerciali sleali e/o disavanzi commerciali eccessivi, di minacce più generiche alla sicurezza economica e sociale del Paese.

[5] Lossani M., Nella strategia dei dazi la fine non è sempre nota, in www.lavoce.info, 6.2.2025.

[6] Trentini E., Otto grafici sui dazi statunitensi, in www.lavoce.info, 7.2.2025.

[7][7] In passato l’UE ha mostrato di preferire, almeno in una fase iniziale, la via negoziale a una guerra commerciale. Tuttavia, quando nel 2018 i dazi americani su acciaio e alluminio divennero effettivi, l’Unione reagì con misure di ritorsione specifiche nei medesimi settori.

[8] Confindustria, La nuova politica commerciale degli Stati Uniti: nuovi scenari e canali di trasmissione. I settori e i prodotti europei e italiani più a rischio, 13.2.2025.

[9] Trentini E., Otto grafici sui dazi statunitensi, op. cit.

[10] Monacelli T., L’economia europea nella guerra dei dazi, in www.lavoce.info, 5.2.2025

[11] Monacelli T., L’economia europea nella guerra dei dazi, op. cit.

[12] Tutti i settori manifatturieri italiani registrano un surplus commerciale con gli Stati Uniti, con l’eccezione di quello primario che presenta un disavanzo, alimentato principalmente dagli acquisti di gas naturale, che hanno contribuito a sostituire le forniture dalla Russia. Confindustria, La nuova politica commerciale degli Stati Uniti: nuovi scenari e canali di trasmissione. I settori e i prodotti europei e italiani più a rischio, op. cit.

[13] SVIMEZ, Più forte l’impatto dei dazi americani sull’export del Mezzogiorno, 4.2.2025.

[14] SVIMEZ, Più forte l’impatto dei dazi americani sull’export del Mezzogiorno, op. cit.

[15] Galli G., I dazi di Trump: ingiustificati e controproducenti, in Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, op. cit.


Come citare questo articolo

Antonio Pezzuto, “Ritorno del protezionismo ed effetti sull’economia internazionale”, Magistra Banca e Finanza, 18 febbraio 2025, ISSN 2039-7410, https://www.tidona.com/ritorno-del-protezionismo-ed-effetti-sulleconomia-internazionale/.

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